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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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£3  7*6 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  Al  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE      INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARIl  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC, 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MOROSI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA   SANTITÀ   PIO   IX. 


VOL.  XL. 
IN     VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA      EMILIANA 
MDCCCXLVI. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO -E  C  C  LE  S  USTICA 


LUB 

JLUBECCA,  Lubecum.  Città  ve- 
scovile, la  più  settentrionale  delle 
città  libere  ed  anseatiche  della  Ger- 
mania ,  un  tempo  capitale  della 
Wagria,  nel  circondario  della  Sas- 
sonia inferiore,  al  confluente  della 
Wackenitz  e  della  Tra  va,  a  tre  le- 
ghe dall'  imboccatura  di  questa  nel 
mar  Baltico.  È  capitale  della  re- 
pubblica di  Lubecca,  la  quale  fa 
parte  della  confederazione  germani- 
ca. Eretta  in  gran  parte  sopra 
una  collina,  Lubecca  ha  una  si- 
tuazione deliziosa  e  favorevole  al- 
la politezza  della  città.  Un  ba- 
luardo ,  fornito  di  dodici  bastioni 
ed  ornato  di  un  bel  viale  di  albe- 
ri, la  cinge  ;  le  strade  in  numero 
di  novantasette,  anch'esse  quasi  tut- 
te ornate  di  viali  di  tigli,  sono  lar- 
ghe e  regolari.  Le  case,  general- 
mente in  pietra,  sono  quasi  tutte 
di  forma  antica,  ma  alcune  costrut- 
te di  recente  non  mancano  di  e- 
leganza.  Si  divide  la  città  in  quat- 
tro quartieri.  Vi  sono  quattro  piaz- 
ze pubbliche,    un'  antica  cattedrale 


LUB 

dedicata  a  s.  Giovanni  Battista,' 
cinque  chiese  luterane^  fra  le  qua- 
li si  distingue  quella  di  s.  Maria, 
di  cui  ammiransi  le  due  torri  alte 
4.00  piedi,  l'aitare  maggiore  in 
marmo  nero,  l'orologio  astronomico, 
1'  organo  e  le  pitture  allegoriche 
rappresentanti  ciò  che  chiamasi  il 
ballo  de  morti;  evvi  pure  una  chie- 
sa cattolica,  una  riformata,  ed  una 
sinagoga.  Fra  gli  altri  edifizi,  i 
più  osservabili  sono  :  la  casa  del 
consiglio,  colla  borsa  fabbricata  nel 
1755,  e  la  sala  che  serviva  per  le 
adunanze  dei  deputati  delle  città 
anseatiche;  1'  arsenale  ,  che  serve 
presentemente  di  caserma  e  ma- 
gazzino; il  teatro  dell'opera,  i  col- 
legi de'  borghesi,  e  la  zecca  che 
coniò  pure  il  zecchino  d'  oro,  lo 
che  ebbe  forse  origine  nel  i3y5 
quando  V  imperatore  Carlo  IV  fu 
ricevuto  in  Lubecca  con  grandissi- 
mo onore.  Evvi  una  casa  religiosa 
di  donne,  chiamata  Johanisstift. 
Gli  stabilimenti  di  beneficenza  so- 
no quivi  assai  numerosi  ;  si  devono 


6  LUB 

Citare  l'ospedale  dello  Spirito  Santo, 
il  Borgospital,  l'Annen-Kloster,  ch'è 
una  casa  di    carità  e  di  lavoro,  la 
nuova  ed  antica  casa  delle  orfane, 
il  Gòrgenshospital,  la  casa  di   asilo 
per  gli  operai   viaggiatori,  l'ospizio 
de'pazzarelli,    sei     luoghi    di   ritiro 
per  le  vedove  e  figlie  di   borghesi, 
quattro  case  per  le  donne  vecchie, 
il  s.  Klements-Kaland,  dodici   case 
e  undici     gallerie     per  gì'  indigeni, 
un   istituto  pei    poveri,   un     monte 
di  pietà,  una  casa  di  credito  pub- 
blico    per  gli  artefici     di   Lubecca. 
Evvi  una  società  di   utilità   pubbli- 
ca che  porta  dei    soccorsi     agli  a- 
sfissiati  ed     annegati,    e    scuole    di 
chirurgia,  disegno,  nuoto,  industria, 
di  navigazione  e    della    domenica  ; 
si  può  nominare    pur  anco  il  gin- 
nasio di     sette  classi,  stabilito     nel 
soppresso    convento  di  s.   Caterina, 
la    scuola    de' borghesi ,    quella    del 
capitolo,  la   scuola  normale  e    l'i- 
stituto del  commercio.    L' industria 
conta  in  questa  città  molte  fabbri- 
che, fonderie  di  cannoni  e  di  cam- 
pane, e  cantieri    di  costruzione  per 
legni     mercantili.     In   vicinanza     al 
Baltico,  con  cui    è  unita   mediante 
la  Tra  va,  e  comunicante    all'  Elba 
per  la  Steckenitz,     Lubecca    fa  un 
esteso  commercio,    che   si   può  di- 
videre in  interno,  esterno  e  di  tran- 
sito; il  primo  si    fa  colla   Germa- 
nia per  mezzo  fluviale;   l'esterno  è 
quello  che    fa    colle  proprie  mani- 
fatture ec.  ;  quello  di  transito,  as- 
sai considerabile,  consiste  nelle  mer- 
ci che    vi  giungono  principalmente 
da   Amburgo  e  da   altre  parti  del- 
la Germania  ,  per    essere    inoltrate 
pei  porti  del  Baltico  o  vicendevol- 
mente. Travemunda  serve  di  porto 
alla  città,    ed    i    grossi    bastimenti 
sono    obbligati    di    scaricare     nella 
rada  le    proprie    merci  che     poscia 


LUB 

si  trasportano  sopra  battelli.  Anche 
gli  affari  di  banca  e  le  assicurazio- 
ni sono  di  grande  interesse  per 
Lubecca.  Lubeèca  è  patria  di  mol- 
ti uomini  distinti;  noi  citeremo 
Giovanni  Kirekman  letterato,  En- 
rico Mcihomius  medico  e  letterato, 
Enrico  Moller  dotto  scrittore  pole- 
mico, Lorenzo  Surius,  Mosheim,  ed 
il  pittore  Kneller.  Conta  piìi  di 
venticinquemila  abitanti ,  la  mag- 
gior parte   luterani. 

Lubecca  non  era  rimotamente 
che  un  grosso  borgo,  e  fu  fondata 
da  Adolfo  II  conte  di  Holstein,  nel 
ii44>  «l  tempo  dell'imperatore 
Corrado  III,  colle  rovine  di  un'altra 
città  di  Lubecca,  che  i  wilzi  ave- 
vano innalzata  sulla  riva  dello 
Schwartan,  posseduta  da  lungo  tem- 
po dagli  obotriti,  e  che  fu  distrut- 
ta dai  rugii.  Il  duca  di  Sassonia 
Enrico  il  Leone  ne  ottenne  il  pos- 
sesso nel  ii  58,  la  ingrandì,  e  le 
diede  un  codice  di  leggi  che  chia- 
mò il  Regolamento  di  Lubecca,  e 
che  fu  poscia  adottato  da  molte 
città  e  paesi.  L'anno  1161  vi  si 
trasferì  la  sede  episcopale  che  stava 
ad  Oldenburgo,  e  nel  1182  l'im- 
peratore Federico  I  le  concesse  di- 
versi privilegi ,  quando  cioè  nella 
guerra  contro  il  detto  duca  di  Sas- 
sonia occupò  Lubecca.  In  ili  verse 
occasioni  fu  rovinala  dal  fuoco  e 
dalle  scorrerie  de'  nemici,  ma  sem- 
pre si  ristabilì  con  vantaggio.  Di- 
venuta soggetta  ai  danesi,  verso  il 
1209  scosse  il  loro  giogo,  e  l'im- 
peratore Federico  II  nel  1226  le 
accorciò  sotto  la  sua  protezione  il 
privilegio  di  città  libera  ed  impe- 
riale. Nel  1238  un  terribile  incen- 
dio la  ridusse  quasi  in  cenere,  ma 
riparata  tanta  sciagura,  il  commer- 
cio la  rese  possente.  Un  trattato 
con  Amburgo  nel   1241  divenne  la 


LUB 

base  della  lega  anseatica,  di  cui  fu 
per  lungo  tempo  riguardata  come 
la  metropoli,  e  la  cui  prima  assem- 
blea si  tenne  nelle  sue  mura  nel 
1260.  L' età  d' oro  di  Lubecca  si 
eclissò  con  la  decadenza  di  questa 
lega,  verso  la  fine  del  secolo  XVI, 


LUB  7 

di  Lawenburg,  e  fra  questo  e  quelli 
di  Mecklenburg-Strelitz  e  di  Hol- 
stein.  Il  territorio  è  piano  e  fer- 
tile, vi  si  alleva  molto  bestiame, 
e  conta  senza  la  città  16,000  abi- 
tanti ,  generalmente  luterani.  La 
forma    del    governo    della  città  li- 


continuando  però  ad  essere  contata^ bera  di  Lubecca  è  democratica:  il 

potere  sovrano  si  divide  fra  un  se- 
nato di  trenta  membri  e  la  citta- 
dinanza. Questo  stato  somministra 
407  soldati  all'armata  della  confe- 
derazione germanica.  Ha  una  voce 
all'assemblea  generale,  all'assemblea 
particolare  ne   ha  una   insieme  col 


fra  le  città  più  floride  di    C 
nia.  Nel    i5oo    i    sn^* 
videro  obbligati    o.iendeic*  o 

libertà  contro  i  danesi,  guerra  che 
rinnovossi  nel  i5oo„  ed  ebbe  fu- 
neste conseguenze.  Gli  svedesi  pre- 
sero il  loro  partito.  Abbracciossi  il 
luteranismo  nel  i535,  e  si  otten- 
ne dall'imperatore  Carlo  V  nel 
i547  Ia  continuazione  degli  antichi 
privilegi.  Dall'anno  i562  fino  al 
1570  fece  questa  città  la  guerra 
ad  Enrico  XIV  re  di  Svezia.  Go- 
vernandosi a  modo  di  repubblica, 
si  col  legò  cogli  stati  generali ,  che 
la  compresero  nel  LXXII  articolo 
della  pace  colla  Spagna  nel  1648. 
Nel  1802  videro  a  farsi  alcune  utili 
modificazioni  nella  circoscrizione  del 
suo  territorio ,  che  divenne  una 
massa  quasi  continuata,  da  smem- 
brata ch'essa  era  in  origine.  Molto 
soffrì  nel  1 806 ,  perchè  dopo  la 
battaglia  di  Jena,  essendosi  quivi 
ritirato  il  generale  Blucher  con  un 
corpo  di  sedicirnila  prussiani ,  av- 
venne nella  città  istessa  una  bat- 
taglia sanguinosa  coi  francesi ,  che 
rimasero  vincitori  nel  giorno  6  no- 
vembre, e  coi  quali  fu  costretto  di 
capitolare.  Nel  18 io  Lubecca  fu 
compresa  nel  dipartimento  francese 
delle  Bocche  dell'Elba,  di  cui  di- 
venne un  capoluogo  di  circondario. 
11  congresso  di  Vienna  le  rese  la 
sua  libertà  nel  181 5.  Il  territorio 
di  Lubecca  è  composto  di  cinque 
parti  ;  le  altre  parti  non  sono  che 
piccoli  distretti   situati    nel   ducato 


langraviato  di  Assia-Homburg  e  le 
città  libere  di  Francfort,  Amburgo 
e  Brema. 

L'imperatore  Carlo  Magno  fece 
annunziare  la  fede  di  Gesù  Cristo 
agli  schiavoni  per  mezzo  d'Ansca- 
rio,  di  s.  Remberto  e  di  alcuni  al- 
tri ;  ma  que'  popoli  essendo  rica- 
duti nell'idolatria,  l'imperatore  Ot- 
tone I  animato  dal  medesimo  zelo 
mandovvi  altri  predicatori,  e  fon- 
dò verso  l'anno  940  sei  vescovati, 
cioè  Oldenburgo,  Havelberg,  Bran- 
deburgo,  Mersburgo,  Misnia  e  Zeilz. 
Diede  loro  per  metropolitano,  con 
beneplacito  apostolico,  il  nuovo  ar- 
civescovo di  Magdeburgo,  eccettuan- 
do il  solo  vescovo  di  Oldenburgo, 
che  soggettò  all'arcivescovo  d'Am- 
burgo. Fu  in  origine  il  vescovato 
di  Oldenburgo  assai  esleso,  talché 
l'imperatore  Enrico  III  ed  Adalber- 
to arcivescovo  di  Brema  credette- 
ro bene  nel  io5o  di  smembrarne 
una  parte  e  dotarne  con  essa  i  ve- 
scovati di  Sleswick,  di  Ratzbourg 
e  di  Meclenburgo,  che  venne  po' 
scia  trasferito  a  Schwerin.  Il  primo 
vescovo  di  Oldenburgo  fu  Marco 
o  Marko,  il  quale  morì  nel  g52, 
cui  succedettero  Edoardo  od  Erago, 
Wago,    ed    Ezichone    morto    nel 


8  LUB 

io38.  Folcardo  successore  di  Ezi- 
chone  venne  co'  suoi  diocesani  per- 
seguitato dagli  idolatri ,  e  dovette 
fuggire  presso  il  suo  metropolitano 
in  Amburgo.  Successori  di  Folcar- 
do furono  Remberto,  Bennone,  Mei- 
nardo,  Abelino,  Eisone,  e  Vicelino 
che  mori  nel  1 1 58.  Geroldo  no- 
minato vescovo  dopo  la  morte  di 
Vicelino  ,  col  consenso  del  duca 
Enrico  il  Leone,  nel  1 1 6 1  o  1 1 62 
trasferì  la  sede  vescovile  di  Olden- 
burgo  a  Lubecca,  città  divenuta 
floridissima,  e  meno  soggetta  alle 
incursioni  de*  barbari.  Allora  Ge- 
roldo edificò  la  vasta  chiesa  di  s. 
Giovanni  super  arenam.  Però  que- 
sto prelato  lasciò  nello  stesso  anno 
la  sede  vescovile,  per  tutto  dedi- 
carsi alla  conversione  degl'  idolatri, 
particolarmente  nel  Meclenburgo , 
in  Norvegia,  e  nei  paesi  circonvi- 
cini :  morì  nel  1 1 64,  e  fu  sepolto 
nella  cattedrale  di  Lubecca  da  lui 
medesimo  fondata.  Gli  succedette 
Corrado  suo  fratello,  il  quale  an- 
dò in  Terrasanta  coli'  imperatore 
Enrico  di  Baviera,  e  con  altri  pre- 
Iati  e  signori ,  e  morì  nella  città 
di  Tiro  in  Palestina  verso  1'  anno 
1174.  Il  successore  Enrico,  già 
abbate  del  monastero  di  s.  Egidio 
di  Brunswick,  edificò  il  monastero 
di  s.  Giovanni  che  donò  ai  mona- 
ci benedettini,  e  passò  poi  in  uso 
delle  monache  quando  i  monaci 
furono  trasferiti  altrove.  Quanto  a- 
gli  altri  vescovi  di  Lubecca  fino  a 
Cristiano  Augusto  duca  d'Holstein, 
eletto  nel  marzo  del  1709,  si  po- 
trà consultare  la  Storia  ecclesiasti- 
ca d'Alemagna  t.  II,  p.  33 1.  Ag- 
giungeremo qui  solamente,  ch'elet- 
to Martino  V  nel  concilio  di  Co- 
stanza, nel  1418  fece  consegnare  al 
vescovo  di  Lubecca  la  custodia  di 
Baldassare  Cossa  deposto  dal  pon- 


LUB 

tificato  che  tenne  col  nome  di  Gio- 
vanni XXIII,  dalla  prigione  del 
quale  fuggì  nel  12(19,  e  recatosi 
a  Firenze  da  Martino  V  ottenne 
non  solo  il  perdono;  ma  la  digni- 
tà di  cardinal  decano  del  sacro 
collegio  con  altre  prerogative. 

Fu  poi  all'  epoca  del  vescovo 
Enrico  Bocholt,  nell'anno  i535, 
che  il  luteranismo  s'introdusse  nella 
diocesi  di  Lubecca  ;  indi  nel  1 586 
Giovanni  Adolfo  duca  d' Holstein , 
nipote  di  Federico  I  re  di  Dani- 
marca, abbracciò  il  luteranismo,  e 
divenne  amministratore  del  vesco- 
vato di  Lubecca,  rimettendo  poscia 
nel  1597  questo  benefizio  a  suo 
fratello  minore  Giovanni  Adolfo. 
Dacché  il  vescovo  di  Lubecca  di- 
venne luterano,  fu  principe  dell'im- 
pero, e  risiedette  ad  Eutin,  città 
del  granducato  di  Oldenburgo,  ca- 
poluogo del  principato  di  Lubecca 
e  del  baliaggio  del  suo  nome,  con 
dintorni  deliziosi ,  ove  il  vescovo 
Giovanni  Federico  della  casa  d'Ol- 
denburgo  edificò  un  castello .  Il 
principato  di  Lubecca  è  diverso 
dalla  città  libera  di  Lubecca.  La 
casa  di  Holstein  avendo  reso  impor- 
tanti servigi  al  vescovato  luterano 
in  tempi  di  turbolenze,*  e  partico- 
larmente il  duca  Giovanni  nel  1648, 
coli'  impedire  che  il  vescovato  di 
Lubecca  venisse  secolarizzato  come 
gli  altri,  alla  pace  di  Westfalia,  fu 
dal  capitolo  per  riconoscenza  con- 
venuto nel  i655,  che  in  avvenire 
sarebbero  i  suoi  vescovi  scelti  dalla 
casa  di  Holstein,  locchè  venne  con- 
fermato nel  1700  col  trattato  di 
Travendal.  Nel  1802  il  vescovato 
e  principato  di  Lubecca  passò  al 
duca  di  Oldenburgo  a  titolo  di 
principato;  diventò  nel  18 io  di- 
partimento francese,  indi  nel  18 15 
ritornò    alla    casa    di    Oldenburgo. 


LUB 

Nelle  diete  dell'impero  il  vescovo 
di  Lubecca  era  seduto  a  fianco 
di  quello  d'Osnabruck,  sopra  una 
sedia  particolare.  Era  il  solo  della 
confessione  augustana  che  godesse 
in  Germania  dei  diritti  diocesani 
e  della  giurisdizione  ecclesiastica.  Il 
capitolo  di  Lubecca  è  composto  di 
trenta  canonici,  ventisei  protestanti 
e  quattro  cattolici:  il  senato  della 
città  esercita  sulla  cattedrale  il  di- 
ritto di  patronato.  La  missione 
cattolica  di  Lubecca  e  di  Eutin 
dipende  dal  vicario  apostolico  delle 
missioni  settentrionali  di  Germa- 
nia ,  amministratore  apostolico  di 
Osnabruck,  ascendendo  i  cattolici 
a  trecento  :  in  Lubecca  vi  è  la  casa 
del  missionario  con  cappella,  ed  in 
Eutin  un  oratorio.  11  governo  non 
si  oppone  alle  abiure,  né  vi  è  leg- 
ge che  vieti  l'educazione  della  prole 
dei  matrimoni  misti  nella  religione 
cattolica. 

LUBIANA  (Labacen).  Città  con 
residenza  vescovile  della  Carniola , 
in  oggi  capitale  del  regno  illirico, 
capoluogo  di  governo  e  di  circolo, 
lungi  venti  leghe  da  Trieste  e  ven- 
totto  da  Gratz,  sulla  Lubiana  che 
l'attraversa  in  tutta  la  sua  lunghez- 
za. Assai  bene  fabbricata  in  pia- 
nura, ha  otto  sobborghi,  ed  un  ca- 
stello fortificato,  situato  sopra  una 
vicina  collina,  forma  tutta  la  sua 
difesa.  Vi  si  osserva  il  palazzo  della 
città,  di  gotico  stile,  l'edifìzio  degli 
stati  ed  il  teatro.  Oltre  la  sua  bella 
cattedrale  ha  dieci  altre  chiese,  fra 
le  quali  la  più  osservabile  è  quella 
delle  orsoline.  Vi  sono  due  ospe- 
dali, un  liceo  avente  i  privilegi  di 
università,  un  ginnasio,  una  pri- 
maria scuola  normale,  una  società 
agraria,  una  scuola  militare,  un  os- 
servatorio ,  una  pubblica  bibliote- 
ca ed  un  arsenale.  L'antico  castel- 


LUB  9 

lo  arciducale,  situato  sopra  una 
montagna,  serve  al  presente  di  pri- 
gione. Le  sue  manifatture  di  stoffe 
di  lana  e  seta,  assai  floride  un  tem- 
po, sono  molto  decadute;  ma  pro- 
sperano ancora  quelle  di  panni,  te- 
le, maioliche,  strumenti  chimici, 
cappelli  ec,  come  pure  i  suoi  con- 
cia toi.  Questa  città  fa  un  commer- 
cio attivo  coli'  Italia,  la  Croazia,  ed 
il  sud  della  Germania,  e  molto  sof- 
frì pei  terremoti  ed  incendi.  Lu- 
biana, in  tedesco  Laybach,  in  illi- 
rico Lubiana,  ed  in  latino  Aemo- 
na  seu  Labacum,  già  capitale  del 
ducato  di  Carniola  che  dividevasi 
anticamente  in  alta,  media,  inter- 
na e  bassa,  dopo  avere  apparte- 
nuto per  lungo  tempo  agli  slavi, 
passò  in  potere  dei  duchi  di  Ba- 
viera, ed  ebbe  poscia  dei  signo- 
ri particolari  :  dopo  la  morte  del- 
l'ultimo di  questi,  gli  stati  del  paese 
si  diedero  spontaneamente  a  Fe- 
derico il  Bellicoso  duca  d'Austria, 
verso  la   metà  del  secolo  XIII. 

Nel  1 782  fu  onorata  dalla  presen- 
za del  Pontefice  Pio  VI,  che  recossi 
a  Vienna  dall'imperatore  Giuseppe 
II  per  affari  di  religione.  A'  16 
marzo  partendo  il  Papa  da  Adels- 
berg  arrivò  verso  le  ore  ni  a  Lu- 
biana, mentre  nevigava.  Smontò  al 
palazzo  dell'ordine  teutonico,  e  fu 
ricevuto  da  monsignor  Scrottenbach 
vescovo  di  Lavant,  da  monsignor 
Herbestein  vescovo  di  Lubiana,  e 
da  molta  nobiltà.  Nell'appartamen- 
to decorosamente  preparato  per  or- 
dine dell'  imperatore,  ricevette  Pio 
VI  benignamente  l'arciduchessa  Ma- 
rianna d'Austria  sorella  dell'impe- 
ratore ,  che  ad  appagare  la  sua 
particolare  venerazione  pel  capo 
della  Chiesa,  vi  si  portò  con  tutte 
le  sue  dame  dall'  abbaziale  residen- 
za di  Klagenfurt,  e  poscia  più  voi- 


io  LUB 

te  tornò  a  visitare  il  santo  Padre. 
TSel  giorno  seguente,  domenica ,  il 
Pontefice  ascollò  la  messa  nella 
chiesa  dell'  ordine  teutonico  con- 
tigua al  palazzo,  e  nelle  ore  pome- 
ridiane proseguì  il  viaggio  per  Cil- 
la,  ove  pervenne  alle  ore  2 3,  dopo 
passato  il  fiume  Lintz.  Quindi  Lu- 
biana fu  per  la  prima  volta  presa 
dai  francesi  nel  1797.  Dipoi  nel 
1821  vi  si  tenne  un  celebre  con- 
gresso, coli'  intervento  degli  alleati 
Francesco  I  imperatore  d' Austria, 
Alessandro  I  imperatore  delle  Rus- 
sie, della  diplomazia  europea,  e  vi 
si  recò  in  appresso  Ferdinando  I 
re  delle  due  Sicilie,  per  deliberare 
sullecommozioni  politiche  delle  due 
penisole,  ispanica  ed  italica  ,  onde 
ristabilire,  di  concerto  ai  mezzi  per 
reprimere  i  torbidi  e  le  ribellioni 
di  Napoli,  Piemonte  e  Spagna,  l'au- 
torità reale  che  vi  era  decaduta. 
A'  21  dicembre  1845  la  popola- 
zione di  Lubiana  fu  posta  in  gra- 
ve costernazione,  pel  violento  ter- 
remoto, di  cui  la  memoria  uma- 
na non  sa  rammentarsi  il  simile. 
Questa  scossa  si  fece  repentinamen- 
te sentire  senza  particolari  precur- 
sori, e  durante  più  minuti  secondi 
ondeggiò  il  suolo,  tremarono  le  mu- 
ra degli  edifici,  per  cui  gli  abitanti 
nella  maggior  parte  corsero  a  pre- 
cipizio fuori  delle  loro  case,  cercan- 
do di  salvarsi  all'aperto,  tutti,  com- 
presi da  terrore  e  da  spavento. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  dal 
Pontefice  Pio  II  nel  1462,  con  let- 
tera apostolica  data  octavo  idus 
septembris  in  Pienza  sua  patria,  di- 
chiarando cattedrale  la  chiesa  di  s. 
Nicola,  e  dismembrandola  dalla  giu- 
risdizione del  patriarcato  di  Aqui- 
leia.  Con  altra  lettera  emanata  nel- 
lo slesso  luogo  ed  anno,  quarto  idus 
septembris,   nuovamente    confermò 


LUD 
l'eretto  vescovato  di  Lubiana,  ne 
stabilì  la  diocesi,  e  questa  pure  li- 
berandola da  qualunque  soggezione 
del  patriarca  d'Aquilcia  e  dell'ar- 
civescovo di  Salisburgo,  la  rese  im- 
mediatamente soggetta  alla  santa 
Sede,  esenzione  che  nel  1468  con- 
fermò il  Papa  Paolo  II,  ad  istan- 
za dell'  imperatore  Federico  III.  In 
questo  stato  restò  la  diocesi  e  sede 
vescovile  di  Lubiana  sino  al  1787. 
Quindi  Lubiana  fu  innalzata  al  gra- 
do di  metropolitana  da  Pio  VI. 
Dappoiché  colla  bolla  In  universa 
gregis  Dominicele  curae>  octavo  idus 
martii  1788,  presso  il  Bull.  Rom. 
Continuano  t.  Vili,  p.  124,  sop- 
presse l'arcivescovato  di  Gorizia, 
dismembrò  molte  delle  sue  parroc- 
chie, e  l'unì  al  vescovato  di  Lu- 
biana, restando  Gradisca  soltanto 
cattedrale.  Colla  stessa  bolla  Pio 
VI  elevò  Lubiana  a  metropolitana, 
assegnandogli  per  suffraganei  i  ve- 
scovati di  Segna  e  Moclrusca  uniti, 
e  Gradisca  e  Gorizia,  la  quale  isti- 
tuita dal  medesimo  Papa  era  stata 
fatta  concattedrale  di  Gorizia,  e  ciò 
colla  bolla  Super  specula  militali' 
tis  Ecclesiae)  tertio  decimo  kal. 
septembris  1788.  Vi  sottopose  e- 
ziandio  per  suflTraganea  la  sede  ve- 
scovile di  Trieste,  mediante  la  bolla 
Ad  supremum  milìlantit  Ecclesiae 
regimtn,  data  pridie  idus  septembris 
1797.  Nel  quale  anno  lo  stesso  Pio 
V 1  colla  bolla  Ree li prudenti sque  con- 
silii  ratio  postulai,  de'  12  settem- 
bre, Bull,  citato  t.  IX,  p.  5i,  tras- 
latò  la  sede  vescovile  di  Gradisca 
col  capitolo  della  cattedrale  de'  ss. 
Pietro  e  Paolo,  nella  città  di  Go- 
rizia e  nella  chiesa  de' ss.  Ilario  e 
Taziano,  per  cui  poi  questo  vesco- 
vato prese  il  nome  Goritiensem 
scu  Gradiscanum.  Pio  VII  nel  1807 
colla  bolla  Quaedam  tenebrosa  ca- 


LUB 

Ugo,  quarto  decimo  kalendas  septctn- 
bris,  soppressa  la  dignità  arcivesco- 
vile e  metropolitana  di  Lubiana , 
la  ripristinò  nel  suo  stato  antico 
di  sede  vescovile  ed  immediatamen- 
te soggetta  alla  Sede  apostolica.  Fi- 
nalmente Pio  Vili,  per  aver  eretto 
di  nuovo  Gorizia  in  arcivescovato, 
colla  bolla  In  su  per  eminenti  apo- 
slollcae  dignitatis  specula,  sexto  kal. 
augusti  i83o,  a  richiesta  dell'im- 
peratore d'Austria  Francesco  I,  tra 
le  altre  gli  assegnò  per  suffraganea 
Lubiana,  alla  quale  però  accrebbe 
sedici  parrocchie  tolte  dalla  diocesi 
di  Gorizia  stessa,  e  ventuna  sepa- 
rate da  quella  di  Trieste.  Dicem- 
mo che  Lubiana  in  latino  si  chia- 
ma anco  Aemona  ,  perchè  vuoisi 
edificata  sopra  le  rovine  d'una  città 
di  tal  nome,  che  fu  sede  vescovile 
fin  dai  primi  secoli  della  Chiesa  ; 
sembra  diversa  da  Aemonia  o  Città 
Nova. 

Il  primo  vescovo  di  Lubiana  fu 
Sigismondo  conte  di  Lamoerg  no- 
minato nel  1 4-^3  ;  gli  successero 
nel  1488  Cristoforo  Ranbert  nobi- 
le carniolo,  consigliere  dell'impera- 
tore; avendo  appena  dieciotto  anni 
fu  ordinato  nel  i494>  quindi  fu 
fatto  amministratore  di  Secovia  nel 
1^09,  e  morì  in  Vienna  nel  1 536. 
Paolo  III  dichiarò  allora  vescovo 
di  Lubiana  Francesco  de'  baroni 
Cazianez  canonico  di  Passavia,  mor- 
to nel  1 544-  Lo  furono  successi- 
vamente Urbano  Textor  confessore 
di  Ferdinando  I;  nel  i56o  Pietro 
Spacher;  nel.  1 568  Corrado  Ada- 
mo Glushitz;  nel  i5y8  Baldassare 
Radlizio,  che  per  la  mirabile  sua 
eloquenza  fu  chiamato  il  Cicerone 
carniolano;  nel  i58o  Giovanni  Zam- 
chei  arcidiacono  di  Gorizia  ;  nel 
1597  Tommaso  Krein  o  Cromi 
consigliere  intimo   dell' imperatore  ; 


LUB  ti 

nel    i63o  Rinaldo  Scherlichio   un- 
garo,  traslato  da  Trieste,  che  rifor- 
mò i  costumi,  ed  eresse  il  conven- 
to ai  minori   osservanti.   Nel    16^1 
Urbano  Vili  fece    vescovo    Ottone 
Federico  conte  Pacheim  suo    cubi- 
culario ,    canonico    di     Salisburgo, 
Magdeburgo  e  Passavia,  ornato  del- 
le   più    belle    virtù.    Nel    1664  gli 
successe     fr.    Giuseppe    Rabatta    di 
Gorizia  cavaliere  gerosolimitano.  In- 
di  divennero  vescovi:  nel  i683   Si- 
gismondo Cristoforo    conte    d'Her- 
bestein,  che  nel    1701    si  ritirò,  per 
cui  gli  fu  sostituito  Ferdinando  con- 
te di   Riemburg  canonico    di    Pas- 
savia;   nel     171 1    Francesco  Carlo 
de'  contr  4i  Kaunitz  di  Vienna,  u- 
ditore  di  rota,  canonico  di  Salisbur- 
go   e    Passavia;    e    nel    17 18  Gu- 
glielmo de  Leslie  scozzese,  già  coa- 
diutore di  Trieste  col  titolo  vesco- 
vile in  partibus  Al  dentano,  non  che 
vescovo  di   Vaccia.   Questa  è  la  se- 
rie de'  vescovi  riportata  dall'Ughelli 
iiell'  Italia  sacra,  tom.  V,  p.  1072 
e  seg.  I   vescovi  registrati  nelle  an- 
nuali Notizie  di  Roma    sono    i   se- 
guenti :    174^  Ernesto  Amadeo  dei 
conti    degli    Attimi,    traslato     dalla 
chiesa    Traconen.     1759    Leopoldo 
de  Petazzi    di   Vienna,    traslato  da 
Trieste,  a  cui   nel    1769  fu  dato  in 
coadiutore    con    futura    successione 
Carlo   Herbestein   di    Gretz    diocesi 
di   Salisburgo,   fatto  per  ciò    vesco- 
vo di   Mindo  in  partibus,  divenuto 
nel    1772   effettivo.  Dopo  un  tratto 
di    sede    vacante,    come     abbiamo 
detto,    Pio    VI    eresse   Lubiana    in 
arcivescovato,  e  dichiarò  a'  7  apri- 
le   1788   primo  arcivescovo  Michele 
libero  barone  de  Brigido  di    Trie- 
ste,   e    lo    fu    sinché    Pio  VII  nel 
concistoro  de'  23  marzo     1807    lo 
trasferì  alla  sede   vescovile  di  Sce- 
pusio  in   Ungheria.  Nella  sede    va- 


il  LUB 

cante  lo  stesso  Papa  soppresse  l'ar- 
civescovato di  Lubiana ,  come  si 
è  detto.  Ritornata  però  Lubiana 
ad  essere  sede  vescovile,  Pio  VII 
a*  24  agosto  1807  vi  traslatò  da 
Zela  in  parlibus  Antonio  Kaut- 
schitz  d'Idria  diocesi  di  Lubiana, 
e  dipoi  a'  22  luglio  18 16  fece  ve- 
scovo Agostino  Gruber  di  Vienna; 
quindi  Leone  XII  nel  concistoro 
de'  12  luglio  1824  gli  diede  in 
successore  l'attuale  vescovo  monsi- 
gnor Antonio  Luigi  Wolf  d' Idria 
diocesi  di  Lubiana ,  già  canonico 
della  cattedrale. 

La  cattedrale,  ediflzio  di  magni- 
fica struttura ,  è  dedicata  a  Dio 
sotto  l'invocazione  di  s.  Nicola  ve- 
scovo, con  fonte  battesimale  e  cu- 
ra d'anime,  la  quale  viene  ammi- 
nistrata da  un  canonico  e  da  quat- 
tro cooperatori.  Il  capitolo  si  com- 
pone di  due  dignità ,  essendo  la 
prima  il  proposto,  di  dieci  cano- 
nici senza  le  prebende  del  teologo 
e  del  penitenziere,  e  di  altri  preti 
e  chierici  addetti  all'uffiziatura.  Pres- 
so la  cattedrale  è  situato  l'episco- 
pio, ch'è  ampio  e  magnifico.  Oltre 
la  cattedrale  nella  città  vi  sono  al- 
tre quattro  chiese  parrocchiali,  tut- 
te munite  del  battistero,  un  con- 
vento di  religiosi ,  un  monastero 
di  monache,  seminario  ed  ospeda- 
le :  evvi  pure  il  monte  di  pietà  ed 
alcune  confraternite.  La  diocesi  è 
amplissima,  poiché  contiene  nove 
città,  diversi  castelli  e  luoghi.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassato  nei  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
cinquecento,  corrispondenti  alle  ren- 
dite della  mensa,  le  quali  ascendo- 
no a  circa  diecimila  fiorini,  senza 
alcun  gravame  di  pensione  eccle- 
siastica. 

LUBINO  (§.),  vescovo  di  Char- 
tres.  Nativo  di  Poitiers,  applicò  allo 


LUB 

studio  delle  sacre  lettere,  e  si  fece 
religioso  nel  proprio  paese.  Dopo 
ott'  anni  passò  a  Lione,  nell'  isola 
di  Barba,  sotto  la  condotta  di  s. 
Lupo,  ed  in  appresso  nel  Percese, 
sotto  quella  di  s.  Avi,  dopo  la  mor- 
te del  quale  ritirossi  nel  deserto 
di  Charbonnieres,  ove  passò  quasi 
cinque  anni ,  lontano  affatto  da  o- 
gni  commercio  col  mondo.  Ma  E- 
terio  vescovo  di  Chartres,  conoscen- 
do la  sua  santità,  lo  ordinò  prete, 
e  lo  fece  abbate  del  monastero  di 
Brou  nel  Percese;  indi  lo  diede 
per  compagno  di  viaggio  a  s.  Al- 
bino vescovo  d'Angers  che  andava 
a  visitare*  s.  Cesario  d'Arles.  Suc- 
cedette poscia  ad  Eterio  sulla  sede 
di  Chartres  nel  544;  nel  qual  mi- 
nistero adempì  fedelmente  a  tutti 
gli  uffizi  di  buon  pastore.  Interven- 
ne al  quinto  concilio  d' Orleans  e 
al  secondo  di  Parigi,  e  mori  nel 
577.  Il  suo  capo  è  custodito  nella 
cattedrale  di  Chartres  ;  il  resto  del 
suo  corpo  fu  bruciato  dai  calvini- 
sti nel  i568.  S.  Lubino  è  nomi- 
nato nel  martirologio  romano  ai 
i5  di  settembre;  ma  la  sua  festa 
si  celebra  due  volte  all'anno  nella 
diocesi  di  Chartres,  cioè  ai  14  di 
marzo  e  a'  r  5  di  settembre. 

LUBLINO  (Lublinen).  Città  con 
residenza  vescovile  di  Polonia,  ca- 
poluogo di  woiwodia  e  di  obwo- 
dia  del  palatinato  del  suo  nome, 
lungi  34  leghe  da  Varsavia,  e  iZ 
da  Siedlec,  sulla  riva  sinistra  della 
Bistrzyca .  È  sede  della  seconda 
corte  di  appello  del  regno,  e  delle 
magistrature.  Sta  in  parte  sopra 
un'altura,  e  parte  sulla  sponda  del- 
la riviera,  ciò  che  la  fa  dividere  in 
alta  e  bassa  città  ;  la  prima  parte  fu 
un  tempo  fortificata,  essa  non  ha  più 
che  un  castello  situato  sopra  una 
roccia,  presso  cui  evvi  un  sobbor- 


LUB 

go.  Le  case  sono  nella  maggior 
parte  in  legno  e  le  strade  irrego- 
lari. Si  osserva  una  gran  piazza 
ove  è  situato  il  palazzo  della  città 
di  bella  architettura  ;  il  palazzo  So- 
bieski,  la  cattedrale  e  le  chiese  de- 
gli ex-gesuiti,  dei  domenicani  e  dei 
carmelitani  meritano  di  essere  ci- 
tate. Vi  sono  in  tutto  dieciotto  chie- 
se, molti  conventi  dei  due  sessi , 
una  vasta  sinagoga,  un  seminario 
vescovile,  un'accademia,  un  ginna- 
sio di  piaristi,  alcuni  ospedali  civili 
e  militari,  un  orfanotrofio,  varie 
società  di  agricoltura  e  di  benefi- 
cenza, un  teatro  e  fabbriche  di 
grossi  panni.  Il  suo  commercio  è 
assai  importante.  Vi  si  tengono  for- 
se tre  annue  fiere  che  durano  cia- 
scuna un  mese,  e  dove  concorrono 
i  negozianti  di  diverse  nazioni.  Ev- 
vi  un  gran  numero  di  ebrei  che 
abitano  principalmente  nella  città 
bassa;  è  rimarchevole  l'indicato 
edifizio  della  sinagoga  israelitica. 
Fu  presa  dagli  svedesi  nel  1406.  I 
suoi  dintorni  sono  coperti  di  laghi 
e  paludi. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  dal 
Papa  Pio  VII,  e  dichiarata  suffra- 
ganea  della  metropoli  di  Varsavia, 
ad  istanza  dell'imperatore  France- 
sco II  che  lo  supplicò  con  lettera 
de'  12  dicembre  i8o3.  Per  primo 
vescovo  nel  concistoro  de'  23  set- 
tembre i8o5  vi  nominò  Adalberto 
Skarzewski  di  Janow  diocesi  di 
Leopoli,  traslatandolo  da  Chelma. 
A  questi  Leone  XII  nel  concistoro 
de'  io  dicembre  1825  diede  in 
successore  l'attuale  vescovo  monsi- 
gnor Marcellino  Dziecielski  della 
diocesi  di  Uladislavia,  trasferendo- 
lo da  Arath  in  partibus ,  essendo 
allora  ausiliare  del  vescovo  di  U- 
ladislavia.  La  cattedrale  è  dedicata 
a   Dio,   in   onore  de' ss.  Giovanni 


LUG  i3 

Battista  e  Giovanni  Evangelista, 
ma  siccome  l'edifizio  trovasi  in  cat- 
tivo stato,  almeno  all'epoca  del 
1825,  si  officia  nella  chiesa  Cras- 
noctaviae.  Il  capitolo  si  compone 
di  quattro  dignità,  la  prima  delle 
quali  è  il  preposto,  di  otto  cano- 
nici, di  sei  vicari,  del  penitenziere 
e  del  teologo.  L'episcopio  per  abi- 
tazione del  vescovo  è  un  sufficiente 
edifizio.  Nella  città  avvi  una  sola 
chiesa  parrocchiale  munita  del  sa- 
cro fonte,  ch'è  pure  collegiata  ;  il 
seminario  con  alunni,  cinque  con- 
venti di  religiosi,  quattro  monaste- 
ri di  monache,  tre  ospedali,  ed  una 
confraternita.  La  diocesi  si  estende 
in  venti  leghe  di  lunghezza,  e  con- 
tiene quarantaquattro  parrocchie. 
Ogni  vescovo  è  tassalo  ne'  libri  del- 
la camera  apostolica  in  fiorini  3y3, 
corrispondenti  alla  rendita  di  6666 
scudi  di  moneta  romana. 

LUCA  (s.),  evangelista.  Origina- 
rio   di  Antiochia,    metropoli    della 
Siria,  ivi  fece  eccellenti  studi  nella 
sua    giovinezza  ,    e    dicesi    ch'egli 
abbia    perfezionato   altresì    le    sue 
cognizioni  con  diversi  viaggi    nella 
Grecia  e   nell'  Egitto.  Professò    la 
medicina,  ma  non    si  conosce  qual 
fosse  la  sua    condizione,  poiché    la 
medicina  era  sovente  esercitata  anco 
da  schiavi  che  si  facevano  allevare 
in  questa  scienza.  Grozio  opina  che 
s.  Luca  fosse  attaccato  a  qualche  no- 
bile famiglia   in   uffizio  di  medico, 
e  che  dopo  la  sua  liberazione  con- 
tinuasse   sempre    la  sua    primiera 
professione.  Non  si  sa  del  pari  pre- 
cisamente se  egli  fosse  ebreo  o  pa- 
gano di  nascita.   Alcuni    pretendo- 
no ch'egli  sia  stato  convertito  al  cri- 
stianesimo da    s.    Paolo  ad  Antio- 
chia, locchè  altri    negano.  S.  Epi- 
fanio lo  fa  discepolo  del  Salvatore; 
ma  Tertulliano    accerta    espressa- 


i4                     LUC  LUC 
mente    che  non   fu  del  numero  di  le  reliquie  di  s.    Luca  da    Patras- 
cjuelli  che  si  unirono  al    Salvatore  so  a    Costantinopoli,    dove    furono 
mentre    era    ancor  sulla  terra;    ed  deposte  nella    chiesa  degli  Apostoli, 
in    fatti    s.    Luca    nella     prefazione  ed  allora  si  fecero  , donne  distribu- 
dcl  suo     vangelo    dice  aver  scritto  rioni  delle    medesime.   11     Baronio, 
giusta  i  testimoni    oculari  delle  a-  ad    an.  586,  dice  che  il   capo    di 
zioni  di  Gesù   Cristo,  non  dice    di  s.  Luca  fu  portato  a    Roma  da  s. 
esserne  slato  testimonio  egli  stesso.  Gregorio,    e  deposto    nella     chiesa 
Fu    compagno     nei     viaggi     e     nei  del  monastero     di     s.   Andrea.     La 
travagli  di  s.  Paolo,  che     lo  chia-  sua  festa  si  celebra  ai    18  di  otto- 
ma  più   volte  come    il  suo  coope-  bre.  S.  Luca  insiste  parlieolarmen- 
ratore.  S'imbarcò  seeolui     per  pas-  te  nel    suo  vangelo  sopra    ciò  che 
saie  dalla  Troade  nella   Macedonia  spetta  al  sacerdozio  di  Gesù  Cristo; 
l'anno  5i    di  Cristo;  soggiornò  al-  ed  è  appunto  per  questo  che  gli  an- 
quanto  con  esso  a  Filippi,  e  scorsero  tieni  applicando  ai  quattro  evange- 
insieme  le  città    della     Grecia.  Se-  listi  le    rappresentazioni  simboliche 
condo  s.  Girolamo  e    s.     Gregorio  menzionate  in  Ezechiele,  assegnano 
IVazianzeno,  s.  Luca    scrisse  il    suo  ad  esso  il  bue,   come  emblema  dei 
vangelo  nel     tempo    che    s.    Paolo  sagrifizi.  Egli  lo   scrisse    iu    greco, 
predicava  nell'Acaia,  ove  andò  due  del  pari  che  gli  Atti  degli  apostoli, 
volte  coll'apostolo,    cioè    neh'  anno  ed  il  suo    stile    è    più  purgato    di 
53  e  nel  58.  Verso  il  56  fu  da  esso  quello  degli  altri    evangelisti.  Cre- 
ìnviato  a  Corinto  con  s.  Tito,  indi  desi  comunemente  che  s.  Luca  ol- 
segui  s.  Paolo  a  Roma,  allorché   vi  tre  la  medicina  coltivasse  anche  la 
fu  mandalo  prigione  da  Gerusalem-  pittura.   Leggesi    in    Teodoro    Let- 
me  nell'anno  61,  e  non  lo  lasciò  mai  tore,  il  quale  viveva  nel  5 18,    che 
durante  i  due  anni  che  rimase  cai-  si  mandò  da   Gerusalemme    all'ini- 
ccrato.  In  questo  tempo  egli  scris-  pelatrice  Pulchena   uu  ritratto  dei- 
se  gli  Alti  degli  apostoli,  che  sono  la    Beata    Vergine    dipinto     da    s. 
come  il    seguito  del    suo  vangelo.  Luca,  e  che  questa    principessa    lo 
S.  Paolo,    nella  sua  ultima  prigio-  mise  in     una    chiesa    ch'ella     avea 
nia,  scriveva    da  Roma,     che  tutti  fatto  edificare  a  Costantinopoli.    Si 
gli  altri  lo    avevano    abbandonalo,  è  trovata  a  Roma,  in  un  sotterra- 
e  che  s.   Luca     era    solo    con    lui.  neo    presso    alla   chiesa  di     s.  Ma- 
Dopo     il     martirio     dell'  apostolo  ,  ria  in   via  Lata,  un'antica  iscrizione 
dice  s.  Epifanio    che  s.    Luca  pie-  iti  cui  dicesi     d'  uu   ritratto     della 
dico  nell'Italia,  nella    Gallia,    nella  R.    V'ergine,    che    è    uno    dei    sette 
Dalmazia    e    nella    Macedonia.  Se-  dipinti    da  s.  Luca.  Vi  sono  anco- 
condo    Fortunato  e  Metafraste,    il  ra   tre  o     quattro  altri     ritratti  si- 
santo  evangelista     passò     in  Egitto  mili,    di    cui  il   principale     è  stato 
e    predicò    nella    Tebaide.     Alcuni  collocato  da    Papa  Paolo    V  nella 
pretendono  ch'egli    abbia  sparso  il  cappella  Borghese  nella    chiesa  di 
sangue  per  la  fede,  ed  altri  dicono  s*   Maria  Maggiore.    V.    Immagine, 
che     mori    tranquillamente    a  Pa-  Chiesa  di     s.   Maria    Maggiore,    e 
trasso  nell'Acaia,   in  età  di  ottanta  Pittura.    Della     celebre    pontificia 
od  ottanquattro  anni.  Nel  357  *'im"  accademia  di  s.  Luca  di  Roma,  ne 
peratore  Costanzo    fece   trasportare  parlammo   all'  articolo    Accademie, 


LUG 

e  meglio  all'articolo  Cavalieri,  or- 
dine de  presidenti  della  pontificia 
accademia  di  s.  Luca. 

LUCA,  Cardinale.  Luca  origi- 
nario delle  Galiie,  educato  nel  mo- 
nastero di  Chiaravalle,  da  Inno- 
cenzo II  nel  ii3o  o  nel  1 1 33  fu 
creato  cardinale  dell'  ordiue  dei 
preti,  col  titolo  de'ss.  Giovanni  e 
Paolo,  mentre  il  Papa  era  in  Frati- 
eia,  per  cui  lo  seguì  nel  suo  ritorno 
in  Italia.  Di  lui  fa  onorata  menzio- 
ne il  suo  amico  s.  Bernardo,  in  u- 
na  lettera  scritta  ai  monaci  di 
Chiaravalle.  11  cardinale  sottoscrisse 
due  bolle,  una  nel  1 1  34  a  favore 
del  vescovo  di  Pistoia,  V  altra  nel 
nel  1 1 38  a  favore  del  vescovo  di 
Foligno. 

LUCANO  (s.),  martire.  Secondo 
un'antichissima  tradizione  fu  mar- 
tirizzato aLogny  nella  Beauce,  sui 
confini  del  paese  Chartrain  e  del- 
l' Orleanese;  e  ciò  credesi  avve- 
nuto nel  principio  del  quinto  se- 
colo. Le  sue  reliquie  furono  po- 
scia trasportate  nella  cattedrale  di 
Parigi.  La  sua  festa  si  celebra  ai 
3o  d'ottobre  ,  ed  i  parigini  hanno 
sempre  avuto  grandissima  divozio- 
ne a  s.  Lucano. 

LUCCA  (Lucan).  Città  con  re- 
sidenza arcivescovile,  insigne  capi- 
tale del  ducato  cui  dà  il  nome,  re- 
sidenza ordinaria  del  duca  sovra- 
no, e  capoluogo  del  distretto  di 
Lucca  o  del  Serchio,  già  capitale 
della  repubblica  lucchese  in  Italia. 
Trovasi  sulla  riva  sinistra  del  fiu- 
me Serchio  che  le  passa  circa  un 
terzo  di  miglia  distante,  in  mezzo 
ad  una  fertile  e  irrigalissima  pianu- 
ra, circoscritta  dal  lato  di  scirocco 
e  libeccio  dal  monte,  da  ponente  a 
maestro  mediante  le  branche  del- 
l' Alpe  Apuana;  da  settentrione  a 
greco  le    fanno  spalliera    le    balze 


LUC  i5 

dell' A  pennino,  fra  le  quali  scendo- 
no il  Serchio,  la  Lima  e  le  Pescie; 
mentre  di  là  dalle  foci  che  si  av- 
vallano a  levante  e  a  libeccio  di 
Lucca,  giacciono  i  due  laghi  più 
vasti  della  Toscana  attuale,  chiama- 
ti Bientina  e  Massaciuccoli  ;  il  pri- 
mo è  in  qualche  parte  promiscuo 
colla  Toscana,  di  circa  miglia  die- 
ciotto di  circuito,  l'altro  è  piccolo, 
come  quello  di  Castel  Gandolfo 
(Fedi).  Incontrasi  la  città  sotto  il 
grado  i8°  io'  longitudine  e  43°  5i 
latitudine,  sopra  un  piano  appena 
32  braccia  toscane  più  elevato  del 
livello  del  mare  Mediterraneo;  i3 
miglia  a  settentrione  greco  da  Pisa, 
passando  per  Ripafratta,  e  sole  die- 
ci miglia  per  l' antica  strada  del 
Monte  Pisano;  26  miglia  per  la 
stessa  direzione  lontana  da  Livor- 
no; 24  miglia  a  levante  da  sci- 
rocco di  Massa  di  Carrara;  12  a 
ponente  libeccio  di  Pescia  ;  14  a 
ostro  dei  bagni  di  Lucca,  e  46 
miglia  a  ponente  di  Firenze. 

Tre  sono  i  successivi  cerchi  delle 
mura  di  questa  città.  A  quale  epoca 
risalga  il  primo  s'ignora,  poiché  seb- 
bene si  attribuisca  all'impero  di  Pro- 
bo, ed  altri  ne  abbia  fatto  autore 
il  re  Desiderio,  vi  sono  ragioni  di 
crederlo  più  antico,  essendo  Lucca 
munita  di  mura  sino  dai  tempi 
della  repubblica  romana,  anzi  si 
rinvennero  non  poche  vestigia  di 
costruzione  all'etnisca.  Col  secondo 
cerchio  delle  mura  restarono  rin- 
chiusi nella  città  diversi  sobborghi, 
varie  strade  e  case  che  avvicina- 
vano il  primo  giro,  massimamente 
dalla  parte  di  oriente  e  di  greca- 
le. La  popolazione  di  questi  sob- 
borghi dopo  il  secolo  XII  costitui- 
va nel  regime  della  repubblica  una 
sezione  della  città,  designata  col  ti- 
tolo di  quartiere  dei  borghi,  e  eoa- 


16                    LUC  LUC 

seguentemente  diversa  dall'altra  de-  Lucca,    contornata    da    colline,  da 
nominata    dalla     porta  s.  Frediano  poggi  e    da    monti    sparsi  di    ville 
ossia  del  Borgo.  Il  secondo  cerchio  signorili,    di  paeselli,  di  chiese,  di 
di  Lucca  venne    decretato    dal  go-  toni  e  di  borgate.  11  passeggio  dei- 
Temo  nel    1200,  e  restò  terminato  le  mura  non  è  tampoco    interrotto 
nel    1260;  forse  verso  il   iog5  era-  dalle  porte  della  città,  poiché  Tarn- 
si    presa    qualche  misura    per  met-  pia    strada    vi  passa  sopra    pianeg- 
tere  in  più    largo    cerchio  la  città,  giante    lungo     tutto    il    giro    della 
11    terzo  ed    attuale    più  grandioso  città  che    misura    metri    4f92>55. 
giro  delle  mura  di  Lucca  fu  decre-  In  questo  terzo    cerchio    di  Lucca 
tato  nel  1 5o4  dalla  repubblica,  che  esistevano  tre  sole  porle,  chiamate 
vi  fece  lavorare  dalla  parie  di    le-  Borgo,  s.  Donato    e    s.    Pietro,  in- 
vante  e  di    mezzodì  sino  al   i544»  nanzi    che   dirimpetto  a    una    ma- 
Per  altro    fattisi  accorti  che    quel  gnifica  ,    veramente    strada    regia, 
modo  di  costruire  i  bastioni  circo-  fosse  aperta    la  porta    Nuova  o  di 
lari    e    le    mura    forse    con    poca  s.  Croce,    già    detta    Elisa,    perchè 
scarpa,   .non    era  il    più  confacente  questa    principessa    la    ordinò    nel 
a    ridurre  Lucca,   come  si  voleva,  1806.    Dalla    porta    Nuova     esce 
una    piazza    forte,  gli    anziani  affi-  1'  ampia    strada    postale  Pesciatina, 
darono  1'  esecuzione    ad  altri  inge-  fiancheggiata  da  doppio  marciapie- 
gneri,  fra  i  quali  meritossi  maggior  de  per    circa    un  miglio,    e    difesa 
lode     Vincenzo    Civitali    lucchese,  da  quadrupla  linea  di  alberi.  Dal- 
Questa    grandiosa  opera  non    restò  la  porta  al    Borgo,  detta  anche  s. 
compita  interamente  prima  del  i645,  Maria,  esce  la    strada    nuova    dei 
mediante  la  spesa  di  scudi  956,000,  Bagni    e    di    Barga  ;    dalla    porta 
senza  contare  il  valore  di  centoventi  s.  Donato    escono  le  strade  postali 
grossi  cannoni  di  bronzo  che  guar-  di    Pisa    e    di    Genova;     e    dalla 
nivano  gli  undici  bastioni  dai  qua-  porta    s.    Pietro  parte    la    strada 
li  è  difesa  la  città.    Le  mura  dal-  vecchia  del   monte  di  s.  Giuliano, 
la  parte  che  guardano  la  città  sono  Le    chiese   più    grandiose   e  più 
fornite    di  larghi  terrapieni ,  lungo  celebri   della    città  sono  quelle  che 
i    quali    campeggia    una    spaziosa  andiamo  a  notare.  Quantunque  sus- 
strada    carrozzabile.    È    questa  via  sistano  molti    documenti   scritti  in- 
fiancheggiata   dal    lato    della  cam-  nanzi    al    1000,    ne' quali    si    ram- 
pagna  da  un  comodo  marciapiede,  mentano  fra    le  molte  chiese  alcu- 
mentre  dalla  parte  esterna  le  mu-  ne    delle   più    insigni    tuttora    esi- 
ra  sono    difese  da    opere   avanzate  stenti  in    Lucca,   sé  debbasi    eccet- 
con tornate  da  fossi  e  da  terrapieni,  tuare  la  cattedrale    di    s.  Martino 
A  questi    fa  corona    da    ogni    lato  e  la  chiesa    di    s.  Frediano,    non 
una    libera  e    aperta    pianura  sino  sembra  che  le  altre  fossero  di  quel- 
alla  distanza  di    circa  j5o  braccia,  la  dimensione  e  struttura  architet- 
chiamata    la    Tagliata,    per    la  ra-  tonica  che  dopo  il  secolo  X  hanno 
gione  che  in  quello  spazio    è    vie-  acquistato.  La  chiesa  di  s.  Michele 
tato  piantare   alberi  di  sorte  alcu-  in  foro  nel  secolo  IX  era  un  ora- 
na.  Da    questo   punto  bella    e  va-  torio,  dopo  il    1000  vi  si  riuniro- 
riata    offresi    la    prospettiva    della  no  alcuni  preti  per  vivere  canoni- 
coltivatissima    campagna  intorno  a  camente,    finché    poi  vi    passarono 


LUC 

i    monaci     benedettini ,    per    opera 
de'quali    nel   1142    quel  tempio  si 
restaurò,  e  forse   allora    fu     nella 
grandezza    e  forma    attuale  riedifi- 
cato.   Contiguo  a  questa    chiesa  vi 
sta  un  seminario,  che  mentre  serve 
nei  di  festivi  alle  funzioni  di  quel- 
la collegiata ,    gli    alunni    vi    sono 
istruiti  nella  religione  e  negli  slu- 
di   sino    almeno    alla  filosofia.    Di 
questa  gode  il    giuspatronato    atti- 
vo    il  sovrano  di   Lucca,    che     fra 
gli  altri  diritti  ha  quello  di  nomi- 
nare il    superiore    che  dicesi  deca- 
no, il    quale    approvato    dal  Papa 
usa  il    distintivo    degli    abiti    pao- 
nazzi come    protonotario  apostolico 
extra  urbem,  gode  il  privilegio  dei 
pontificali,  ed     è     immediatamente 
dipendente  dalla  santa  Sede,  aven- 
do giurisdizione  quasi  episcopale  sul 
suo  clero,   con  particolar  tribunale. 
Della  chiesa   di  s.  Maria  Forispor- 
tam  si  hanno   notizie  dal   768,  ma 
il    vescovo    Jacopo    nel    principiar 
del  secolo  IX  la    ricostruì  di  ma- 
teriale. Chiamasi  Forisportam,  per- 
chè   prima    del     i522   era    situata 
fuori  dell'antica  porta  di  s.  Gerva- 
sio.  L'edifizio  è    di    stile  longobar- 
do, fabbricato    di    pietre    quadran- 
golari scavate    ne'vicini   monti  luc- 
chesi. La  cattedrale    di  s.    Martino, 
è  una  delle  più    antiche    d'  Italia, 
comechè  il  bei  tempio   attuale    sia 
stato  riedificato    in  dimensioni  assai 
più  grandiose   dal  vescovo  Anselmo 
di  Badagio,  mentre  egli   sedeva  con- 
temporaneamente   nella  cattedra  di 
s.  Pietro    col    nome     di  Alessandro 
II 3  e  fu  lo  stesso  Pontefice  che  a' 6 
ottobre     dell' anno     1070     solenne- 
mente   la    consacrò.    In    quella    oc- 
casione fu     collocato     il     simulacro 
della     veneranda     effigie    di     Gesù 
Crocefisso  detta  il  Folto  santo  nella 
cappella  in  cui  attualmente  si   tro- 


LUC  17 

va.  Questa  elegante  cappella  in 
forma  di  tempietto  ottangolare  ven- 
ne rifatta  nel  1 4^4  c°l  disegno  e 
direzione  del  Fidia  lucchese  Mat- 
teo Civitali,  eh'  è  pure  l'autore 
della  bellissima  statua  di  s.  Seba- 
stiano nella  nicchia  esterna  dietro 
l'altare  del  Volto  santo.  Nel  i836 
i  lucchesi  effettuarono  l'offerta  alla 
santa  immagine  di  una  lampada 
votiva  d'oro  del  peso  di  ventiquat- 
tro libbre,  appesa  ad  un  sostegno 
di  argento  di  libbre  venticinque, 
colla  spesa  di  lire  lucchesi  44>00°j 
pari  a  scudi  romani  611 3,  acciò 
ardesse  avanti  il  santo  simulacro 
per  indelebile  gratitudine  di  essere 
stati  preservati  dal  morbo  cholera, 
essendo  stati  stabiliti  anco  i  fondi 
per  1'  olio  di  essa.  I  lucchesi  ave- 
vano solennemente  coronato  il  Vol- 
to santo  nel  i655.  Nel  i834  coi 
tipi  lucchesi  di  Rocchi,  Giovanni 
Battista  Conti  dedicò  alla  regnante 
Maria  Teresa  principessa  di  Savo- 
ia, duchessa  di  Lucca,  una  nuova 
edizione  arricchita  di  molti  auten- 
tici documenti,  del  libro  intitolato: 
Della  origine,  invenzione  e  trasla- 
zione del  prezioso  simulacro  di 
Gesù  Crocefisso  detto  comunemen- 
te Folto  santo,  che  si  venera  nel- 
la metropolitana  di  Lucca.  In 
questo  libro  si  parla  ancora  di 
altri  autori  che  fecero  la  storia 
ed  illustrarono  il   Volto  santo. 

La  facciata  esteriore  del  duomo 
fu  eseguita  nel  1204  dall'architet- 
to Guidetto,  che  eresse  pure  quella 
di  s.  Michele.  Gli  ornamenti  del- 
l'atrio sopra  la  porta  minore,  a 
sinistra  entrando  nel  duomo  di  s. 
Martino,  sono  del  celebre  Nicolò 
Pisano.  Questo  grandioso  tempio, 
della  prima  maniera  così  delta 
gotica,  è  a  tre  navate  divise  da 
nove  grandi  archi  per   parte;  nella 


voi.  xi. 


i8 


LUC 


navata  maggiore  e  praticalo  un 
secondo  ordiue  di  archi  in  nume- 
ro doppio  di  quelli  del  primo  or- 
dine, figurati  da  altrettanti  fine- 
stroni  in  due  gallerie  che  percor- 
rono tutta  la  chiesa  sino  alla  tri- 
buna. L'edifizio  al  di  fuori  è  tut- 
to incrostato  di  marmo  del  vicino 
Monte  Pisano,  e  nell'insieme  pre- 
senta all'occhio  un'armonia  e  rego- 
larità che  per  il  tempo  in  cui  fu 
fatto  può  dirsi  portentosa.  Questa 
cattedrale  abbonda  di  belle  opere 
di  scoltura,  di  pittura  e  di  orefi- 
ceria. All'altare  del  Volto  santo  e- 
sistono  preziosi  lavori  di  cesello  in 
argento  dorato  ;  così  in  sagrestia, 
dove  si  custodisce  una  croce  di 
argento  dorato  del  peso  di  trenta 
libbre,  detta  la  croce  dei  pisani,  la- 
voro del  secolo  XIV,  assai  delica- 
to e  ricco  di  figure.  Neil'  alta- 
re della  stessa  sagrestia  avvi  una 
bella  tavola  del  Ghirlandaio ,  ed 
in  una  stanza  contigua  si  vedeva 
il  sarcofago  d'Ilaria  del  Carretto 
moglie  di  Paolo  Guinigi,  per  es- 
sere un  pregiato  lavoro  di  Jacopo 
della  Quercia.  Oggi  però  questo 
monumento  è  in  chiesa  nella  cro- 
ciera a  lato  di  settentrione,  a  mano 
sinistra  di  chi  entra  per  la  porta 
laterale  di  tal  parte.  Dentro  alia 
chiesa  poi  si  ammira  sopra  tutte 
le  opere  di  scalpello  il  monumento 
sepolcrale  di  Pietro  da  Noceto,  e 
vicino  a  questo  il  ritratto  di  Do- 
menico Bertini  mecenate  dell'arte- 
fice lodato  Civitali,  cui  si  debbono 
eziandio  i  bassorilievi  del  pulpito, 
i  due  angelelti  di  marmo  al  taber- 
nacolo del  Sagramento ,  e  le  tre 
statue  coi  bassorilievi  nell'  altare 
di  s.  Regolo,  mentre  le  figure 
scolpite  dalla  parte  del  vangelo 
sull'altare  della  Libertà  sono  lavo- 
rate da  Giovan  Bologna.  Rapporto 


LUC 

agli  oggetti  di  pittura  ,  trovasi 
nella  cappella  detta  del  santuario, 
nella  croce  della  chiesa  dal  lato 
di  settentrione,  una  tavola  di  fra 
Bartolomeo  della  Porta  rappresen- 
tante la  B.  Vergine;  agli  altari  delle 
navate  la  Visitazione  di  Ligozzi,  la 
Presentazione  di  Allori,  la  Cena 
del  Signore  del  Tintoretto,  la  Cro- 
cefissione  e  la  Natività  del  Passi- 
gnano ,  l' Adorazione  de'  magi  di 
Federico  Zuccari,  e  una  bella  Ri- 
surrezione del  valente  Michele  Ri- 
dolfo* lucchese.  In  quanto  alla  fab- 
brica della  contigua  canonica,  fu 
nel  1048  fondata  dal  vescovo  Gio- 
vanni li  che  prescrisse  al  clero 
della  sua  cattedrale  la  vita  comu- 
ne secondo  le  regole  canoniche, 
per  cui  concedè  al  capitolo  di  s. 
Martino  un  pezzo  di  terreno  con 
casa  contigua  alla  cattedrale  e  al- 
l' episcopio,  al  quale  dono  fu  da 
Alessandro  II  nel  io63  aggiunto 
un  altro   pezzo  di  terreno. 

La  chiesa  di  s.  Frediano  è  do- 
po la  cattedrale  una  delle  più  an- 
tiche e  più  vaste  chiese  di  Lucca, 
giacché  la  sua  prima  riedificazione 
rimonta  all'  anno  685,  sebbene  vi 
sia  da  dubitare  che  non  fosse  tale 
come  ora  si  vede.  Ciò  non  ostan- 
te essa  è  stata  segnalata  per  un' 
opera  dei  tempi  longobardici  e 
quasi  la  sola  chiesa  che  sia  ri- 
masta in  Italia  di  quell'  epoca,  la 
meno  alterata  nell'interno,  qualora 
si  eccettuino  le  cappelle  in  fondo 
alla  chiesa  e  il  presbiterio  rialzato. 
Già  da  qualche  tempo  esisteva 
la  chiesa  de*  ss.  Lorenzo,  Vincenzo 
e  Stefano  martiri,  nella  quale  sul 
declinar  del  VI  secolo  fu  sepolto 
il  corpo  del  vescovo  s.  Frediano, 
quando  la  stessa  chiesa  fu,  come 
alcuni  hanno  supposto,  riedificata  da 
Faulone,  creduto  maggiordomo  del 


LUC 

re  Cuniberto,  e  da  esso  lui  dotata 
e  assegnata  a  Babbi  do  abbate  ed  ai 
tuoi  monaci,  lo    che  indica  esservi 
stato   (in  d'allora  un  monastero  di 
claustrali.  In  fatti  nell'anno  stesso 
Felice  vescovo  di  Lucca  die  facoltà 
a  quei    monaci    di    vivere    conven- 
tualmente e  di  amministrare  la  loro 
chiesa,  promettendo  ai  medesimi  di 
conservar    loro    i    beni    donati    da 
Faulone  e  di  lasciar  loro  la  nomina 
dell'abbate.  Le  carte  pubblicate  nel 
voi.    IV  delle    Memorie  lucchesi,  e 
citate  nel  voi.  XII  degli  Atti  della 
reale    accademia    lucchese    per  oc- 
casione   della    questione    sulla  basi- 
lica, non  dicono  che    Faulone  rie- 
dificasse la  chiesa,   ma  dicono  solo 
che  dotasse  il    monastero.    Questa 
famiglia    religiosa    alla    metà    del 
secolo  Vili    era   in    molto  credito; 
ma  verso  la  metà  del  IX  il  vesco- 
vo Giovanni  die    la    chiesa  in  be- 
nefizio al   fratello    Jacopo,  che  poi 
fatto    vescovo    lo    rinunziò     ad  un 
prete.  .Nel    1042  il  vescovo  Giovan- 
ni  1 1   dichiarò  la  chiesa  parrocchia- 
le e  battesimale  ,    per  cui  divenne 
pieve.    Il    Papa    Pasquale    II    nel 
iiq5    ad    istanza  di  Rotone    pro- 
posto   e    pievano    di    s.    Frediano, 
istituì  in    mezzo  a  quella    famiglia 
di  preti,  una  nuova  congregazione 
regolare  di  canonici  denominati  poi 
Lateranensi  di  s.  Frediano,  e  vuoisi 
che   allora   il    priore     della    nuova 
canonica  abbia  riedificata  e  resa  più. 
ampia  la    chiesa.    Dopo    la     morte 
di   Pasquale     lì,    che  grandemente 
proleggeva     questi     canonici,  e  del 
priore  Rotone,    la  congregazione  a- 
gostiniana  di  s.  Frediano  restò  per 
poco  tempo     soppressa,  finché  Ca- 
listo   II    la    ripristinò.  D'  allora   in 
poi  crebbe  in  fama  quell'ordine  di 
canonici    regolari,   e    ne' pontificati 
d' Innocenzo  II  ed  Eugenio  HI  gli 


LUC  19 

riuscì    di    ottenere    dal   vescovo  di 
Lucca    la    chiesa    di   s.    Salvatore 
in  Mustiolo,  colle  chiese  ed    eremi 
di    s.  Antonio  e    di  s.  Giuliano,  e 
poscia  il  convento  di  s.    Pantaleo- 
ne  nel  Monte  Pisano  ;  dal  vescovo 
di  Luni  la    pieve    di  Carrara,    da 
quello   di     Siena    la     chiesa    di    s. 
Martino,  e   dal    Pontefice  Adriano 
IV  il    monastero   di    s.    Maria  di 
Bagno     in    Romagna.     Cresciuti    i 
claustrali  in  tanta  prosperità  e  lu- 
stro ,     bellamente    restaurarono    la 
chiesa  di  s.  Salvatore  in  Mustiolo,  e 
probabilmente  rifecero  pure  la  chie- 
sa di    s.    Frediano,  il    cui    altare 
consecrò  Eugenio    III    in  presenza 
di    Gregorio     vescovo     di    Lucca. 
Questo  tempio  è  a  tre  navate.  La 
nave   di     mezzo    ha    dodici    archi 
per  parte  a  intiero  sesto,   sostenuti 
da  colonne  di    marmi  diversi,  con 
capitelli  e  basi    di    antico  stile.  Vi 
si    vede    tuttora    una    gran     vasca 
marmorea    che    serviva    pel    batti- 
sterio  d'immersione,  nel  quale  so- 
no scolpite  varie  storie  del    Testa- 
mento vecchio:    il    moderno    batti- 
sterio  è  di    Nicolò  Civitali    nipote 
di  Matteo.  Da  ultimo  fu  dall'ami- 
cizia eretto  un  sarcofago  al  lettera- 
to Lazzaro  Papi,  scoltura  esprimen- 
tissima  del    fiorentino    Luigi  Pam- 
paloni.  Meritano  menzione  le  chie- 
se di    s.     Alessandro,  di  s.    Pietro 
Somaldi,  di  s.  Giovanni,  di  s.  Pier 
Cigoli  o  del    Carmine,  di  s.  Maria 
in  Corte  Landini,   di  s.  Cristoforo, 
ec.    Sono  pure    antiche    quelle  di 
s.   Agostino,  di  s.    Francesco,  di  s. 
Paolino ,    e    di  s.  Romano    rifatta 
nel  secolo  XVII.     La  chiesa    di  s. 
Alessandro    è  una    basilica  longo- 
barda   dello    stile    il  più  puro,    di 
giuspatronato  del    sovrano,    ed    il 
regnante    duca,  per    l'amore    che 
porta  alle  belle  arti,  mediante  1'  o- 


ao  LUC  LUC 
pera  e  lo  studio  dell'  egregio  di-  di  questa  davanti  alla  piazza  e 
pintore  lucchese  professore  Michele  quella  laterale  volta  a  settentrione, 
Ridolfi,  ha  restaurato  l'abside  fa-  che  restò  terminata  verso  il  1729 
cendovi  dipingere  ad  encausto  la  dall'architetto  lucchese  Francesco 
Madre  di  Dio  col  suo  di  fio  par-  Pini.  Quantunque  il  palazzo  nello 
goletto  che  eccitato  dai  ss.  Alessan-  stato  attuale,  fornito  di  due  gran- 
dro  e  Lodovico  benedice  i  riguar-  di  alrii,  comparisca  grandioso,  e 
danti  ;  opera  riputata  finora  senza  sia  divenuto  uno  de'  più  comodi  e 
esempio  e  di  studiata  composizione,  dei  più  confacenti  ad  una  reggia, 
lodata  da  ogni  intendente  della  pure  esso  è  un  buon  terzo  mino- 
meravigliosa  arte  del  dipingere.  Il  re  di  quello  in  origine  ideato 
tipografo  Luigi  Guidotii  nel  1 844  dall'Ammannato.  Il  magnifico  peli- 
ci diede:  Scritti  vari  riguardanti  stilio  di  colonne  doriche  della  pie- 
le  belle  arti,  del  dipintore  Michele  tra  di  Guamo,  dà  accesso  ad  una 
Ridolfi,  ec.  La  chiesa  poi  di  s.  grandiosa  scala  con  gradini  di  mar- 
Maria  di  Corte  Landini,  non  cede  mo  bianco:  tale  opera  fu  eseguila 
affatto  a  quella  di  s.  Michele  in  per  ordine  della  duchessa  Maria 
Foro,  anzi  è  da  tutti  riputala  più  Luisa  di  Borbone,  dall'architetto 
stimabile  pei  capolavori  d'  arte  lucchese  Lorenzo  Nottolini.  La  Io- 
che  vi  sono.  È  così  denominata  dalla  data  sovrana  fece  collocare  nella 
nobile  famiglia  Orlandi,  che  sin  piazza  ove  trovasi  il  palazzo,  la  sta- 
dal  1228  abitava  vicino  ad  essa,  tua  del  suo  avo  re  Carlo  III.  Si 
Un  tempo  fu  collegiata,  quindi  legge  però  nella  Guida  di  Lucca 
rettoria  o  parrocchia  sino  all'anno  del  eh.  marchese  Mazzarosa,  del 
i583,  epoca  in  cui  fu  data  alla  1 843  :  »  ma  ora  dopo  diecinove 
congregazione,  tanto  benemerita  del-  anni  che  si  stava  attendendo,  è 
la  patria  ed  illustre  per  gli  uomi-  giunto  il  gruppo  destinalo  per  qui, 
ni  dotti  che  vi  fiorirono,  deChicri-  rappresentante  la  stessa  Maria  Lui- 
ci  regolari  della  Madre  di  Dio.  sa,  che  il  comune  commise  il  1823 
In  questa  chiesa  si  espone  alla  al  famigerato  scultore  Lorenzo  Bar- 
venerazione  de' fedeli  nel  dì  16  a-  tolini,  in  memoria  del  benefizio 
gosto  d'ogni  anno  il  sangue  di  s.  inestimabile  dell'acquidotto  ".  Quin- 
Pantaleone  racchiuso  in  un'ampolla,  di  la  statua  di  Carlo  III  venne 
che  già  veneravasi  nella  cattedrale  trasportata  nella  passeggiata  sulle 
di  Benevento,  e  stando  per  oidi-  mura  di  Lucca.  L'  antico  palazzo 
nario  congelato,  nella  ricorrenza  pubblico  è  quello  di  s.  Michele 
della  festa  del  santo  ammirasi  li-  in  piazza,  da  dove  sino  dal  secolo 
quefatto.  XVIII  si  traslocò  nel  ducale  pa- 
li palazzo  ducale  o  reggia  du-  lazzo  la  signoria  di  Lucca.  Il  pa- 
cale del  sovrano  ,  era  1'  antica  re-  lazzo  de'lribunali  fu  già  residenza 
sidenza  del  gonfaloniere  e  de'  si-  del  secondo  magistrato  della  re- 
gnori  della  repubblica  lucchese,  pubblica  lucchese  ,  detto  palazzo 
Ebbe  principio  questo  palazzo  nel  pretorio,  cioè  del  podestà  ;  fu  in- 
1578  col  disegno  e  direzione  del  cominciato  nel  secolo  XV  e  com- 
celebre  Bartolomeo  Ammannato,  pilo  ne'  primi  del  XVI.  In  gran 
cui  appartiene  il  portico  interno  e  parte  sì  regge  sopra  una  loggia  che 
l'esterna    facciata,    tranne  la  parte  ha  dirimpetto    alla  piazza  tre    ar- 


LUC 

cote    a    sesto    intero.     In     quanto 
all'  edifizio    della    zecca  antica    non 
ne  reità  più  indizio  alcuno,  essen- 
do   scorsi     molti    secoli    dacché   fu 
distrutto    quello    che  servì  per  si- 
mile uso  al   tempo     de' longobardi. 
La  zecca   lucchese  fu  la  più  accre- 
ditata della  bassa  Italia.  Nei  secoli 
intorno     al    mille     esisteva     presso 
la  chiesa  di    s.    Giusto  ;    più  tardi 
la  zecca  fu  eretta  dove  ora  si   tro- 
va, cioè    nella    via  del  Fosso,     fra 
la   porta    s.   Pietro    e    quella  di  s. 
Donato.  Delle  sue    monete  antiche 
ne  tratta  il   Vettori    nel  suo    Fio- 
rino d' oro  p.    201     e  202  :    dice 
che  Castruccio  Castracane  per  fare 
ingiuria  ai  fiorentini,  fece     battere 
una    nuova    moneta  coli'  impronta 
dell'imperatore  Otto,  la  quale  fece 
chiamare     caslruccini.   Il  Muratori, 
Dissert.  sopra  le  antichità    Italia rw} 
disseti.  XXVII,  della  zecca  e    pri- 
vilegio di  battere    moneta,  osserva 
che    siccome    provò    nella    parte    I 
delle  Antich.  estensi  cap.  XVII,  la 
città  di  Lucca  fu  ne*  vecchi  secoli 
cnpo    della    Toscana,    e    però    ivi 
sotto  i  re  longobardi,  ed    impera- 
tori franchi    e    tedeschi  esisteva    il 
privilegio  della  zecca,  e  la  pecunia 
lucchese  non  era  in  minor  credito 
per    1'  Italia  che    la  pavese.     Indi 
parla  de'  soldi    d'  oro    lucchesi  del 
746  e  del  750;    delle  monete  col- 
T  epigrafe    Flavia     Luca,     coniate 
sotto  i  re  longobardi    e  gl'impera- 
tori   tedeschi  ;  citando  Tolomeo  da 
Lucca,  dice  che    nel     1 1 55    Fede- 
rico I  confermò  ai   lucchesi   il  bat- 
tere   monela,  e  le  analoghe  conces- 
sioni degli    imperatori  suoi    prede- 
cessori. Non  conviene  con  Tolomeo 
che    il    Papa     lucchese     Lucio    III 
della  nobile  famiglia  Allucingoli   ac- 
cordasse a    Lucca    il     privilegio  di 
batterla,  ma  bensì  ne    ammise     il 


LUC  21 

corso  nei  dominii  della  romana  Chie- 
sa. Pare  in  vece  certissimo  che  Lu- 
cio III  abbia  ottenuto  da  Federico  I, 
che  in  tutta  la  Toscana  non  vo- 
lesse in  corso  altra  moneta  che  la 
lucchese,  e  fosse  pure  ricevuta  ne- 
gli stati  pontifìcii.  Questo  Lucio  IH 
arricchì  la  chiesa  metropolitana  , 
ov'era  stato  canonico,  di  molti  cor- 
pi santi.  Denari  lucchesi  col  Volto 
santo  e  sua  epigrafe,  se  ne  trova- 
no antichissimi,  pel  frequente  uso 
ch'ebbero  i  lucchesi  di  batterli  in 
onore  del  simulacro  rappresentante 
la  vera  effigie  del  Salvatore,  che 
dicesi  fatta  da  s.  Nicodemo,  e  mi- 
racolosamente pervenuta  a  Lucca. 
Molte  monete  portarono  1"  epigra- 
fe Libertas,  e  all'  intorno  Otto 
Rex  il  III  o  il  IV  imperatore,  for- 
se per  riconoscenza  di  aver  ai  luc- 
chesi confermato  il  gius  di  battere 
moneta.  Altre  portarono  le  parole: 
Otto  Imperator;  Luca  Imperialis; 
Sanctus  Paulinus  vescovo  e  pro- 
tettore di    Lucca. 

Tra  le  fabbriche  destinate  al- 
l' uso  pubblico,  deve  rammentarsi 
la  torre  che  appellasi  delle  ore> 
perchè  sopra  di  essa  è  collocato 
uno  dei  più  antichi  orologi  a  peso, 
fatto  nel  1 39 1  dal  lucchese  La- 
bruccio  Cerlotti:  la  torre  fu  perciò 
dal  governo  acquistata  dalla  fami- 
glia Diversi.  Le  fabbriche  dei  pii 
stabilimenti  sono  le  seguenti.  I  luc- 
chesi diedero  antiche  e  cospicue 
prove  di  tali  istituzioni,  massime 
fondazioni  di  spedali  presso  le  porte 
della  città  e  lungo  le  strade  mae- 
stre del  contado.  Da  gran  tempo 
simili  ospizi  sono  cessati  o  riuniti  ne- 
gli spedali  superstiti.  Tale  si  è  quel- 
lo della  Misericordia,  dotato  dal- 
l'arte dei  mercanti  lucchesi,  sotto 
la  protezione  di  san  Luca  cui  è 
è  dedicata  la  chiesa.    Fu   edificato 


ai  LUC 

presso  i  beni  dei  marchesi  Adal- 
berto e  della  gran  Contessa  Matil- 
de (Fedi),  giacché  il  suo  locale 
trovasi  accosto  al  Prato  del  Mar- 
chese ossia  al  circo  di  porta  s.  Do- 
nato. Scrissero  alcuni  che  fu  fon- 
dato nel  1287  per  opera  ancora 
dello  spedalingo  Bonaccorsi;  ma  è 
certo  invece  che  fu  fondato  dalla 
corte  de' mercanti  nel  1262,  come 
si  legge  nella  Guida  sacra  di  Lue- 
fa,  edizione  del  i836,  a  p.  260. 
E  di  fatto  il  privilegio  di  fonda- 
zione di  Enrico  I  vescovo  di  Luc- 
ca, fu  spedito  a*  27  settembre  1263 
a  Bonansegna  rettore  e  agli  ope- 
rai della  Misericordia.  A  tenore  di 
questo  privilegio  il  rettore  dell'o- 
spedale doveasi  nominare  dai  con- 
versi ospitalieri,  e  confermare  dal 
vescovo,  come  dal  vescovo  riceve 
anche  oggigiorno  1'  istituzione  ca- 
nonica, benché  l'ospedale  sia  in 
potere  del  regio  governo.  Su  que- 
sto punto  il  chiaro  monsignor  Te- 
lesforo  Bini  bibliotecario  pubbli- 
co, ci  diede  molte  notizie  auten- 
tiche, nel  voi.  Vili  della  Pragma- 
logia  cattolica,  che  si  pubblica  in 
Lucca,  anno  1840,  a  p.  60.  Indi 
l'ospedale  nel  1 34o  sotto  il  vesco- 
vo fr.  Guglielmo  venne  ingrandito, 
e  più.  tardi  nel  1735  la  chiesa  fu 
rimodernata,  col  farne  in  gran  par- 
te le  spese  lo  spedalingo  Balbani. 
La  nomina  dello  spedalingo  di- 
pendeva probabilmente  dai  consoli 
della  curia,  ossia  dall'arte  de'mer- 
canti,  per  vigilare  sullo  stabilimen- 
to. Appena  sottentrò  io  Lucca  il 
reggimento  dei  principi  Baciocchi, 
quel  governo  avocò  a  sé  il  gius- 
patronato  di  questo  e  di  ogni 
altro  luogo  pio.  La  fabbrica  è  di- 
visa in  due  separate  e  spaziose 
corsie,  una  per  gli  uomini  e  l'al- 
tra   per    le    donne  ;    contiguo    al- 


LUC 

l'ospedale  degli  uomini  esiste  l'o- 
spizio dei  fanciulli  esposti,  e  quel- 
lo de'maschi  orfani.  Sino  dal  1809 
fu  ridotto  per  ricovero  delle  fem- 
mine orfane  l'antichissimo  mona- 
stero di  s.  Giustina,  già  di  s. 
Salvatore  in  Bresciano,  ove  per 
dieci  secoli  le  monache  vi  aveano 
professato  la  regola  di  s.  Benedet- 
to. Per  ospedale  de* pazzi  In  desti- 
nato sino  dai  1770  il  soppresso 
monastero  de'  canonici  regolari  la- 
teranensi_,  con  bel  claustro,  ed  in 
sito  ameno,  lunge  oltre  due  miglia 
dalla  città,  e  tale  luogo  chiamasi 
Fregionaia.  Il  deposilo  di  mendici- 
tà è  nel  vasto  palazzo  de'  Borghi, 
il  quale  fu  fondato  nel  1 41  ^  da 
Paolo  Guinigi  pei  divertimenti  del 
popolo;  indi  nel  1726  la  repubbli- 
ca vi  raccolse  gì'  invalidi  e  que- 
stuanti della  città,  divenne  poscia 
bagno  de' galeotti,  finché  nel  1823 
la  duchessa  Maria  Luisa  lo  ripri- 
stinò pei  poveri  vagabondi.  La 
confraternita  di  carità  cristiana  os- 
sia della  Misericordia  3  esistente 
già  da  più  secoli,  fu  riordinata 
nel  18 16  dal  generale  governatore 
austriaco,  e  quindi  avvalorata  dal 
duca  regnante  che  ne  prese  la  pro- 
tezione :  sembra  modellata  su  quel- 
la della  Misericordia  di  Firenze. 
Nel  1489  la  repubblica  per  ripa- 
rare alle  usure  degli  ebrei  fondò 
il  monte  di  pietà. 

Passando  a  parlare  degli  stabili- 
menti d'  istruzione  pubblica  inco- 
mincici emo  a  dire  che  tra  le  conces- 
sioni dall'imperatore  Carlo  IV  fat- 
te alla  repubblica  nel  1 36cj,  vi  fu 
quella  di  possedere  un'  università, 
la  quale  venne  poi  confermata  -nel 
1387  da  Urbano  VI.  Però  il  go- 
verno dì  Lucca  non  si  valse  di 
questo  privilegio  sino  al  1780; 
imperocché,  se  dalle  lauree  di  dot- 


LUC 

forati  state  conferite  dal  vescovo 
di  Lucca  mercè  i  privilegi  impe- 
riali e  pontificii,  trasparisce  1'  esi- 
stenza d'uno  studio  lucchese,  nondi- 
meno dalla  Storia  letteraria  dell'e- 
rudito Cesare  Lucchesini ,  pubbli- 
cata nei  volumi  IX  e  X  delle  Memo- 
rie lucchesi,  si  rileva  che  il  governo 
di  Lucca  si  limitò  a  chiamare  in 
città,  o  a  pensionare  qualche  mae- 
stro di  umane  lettere,  di  geome- 
tria, di  calcolo,  e  poco  più.  Però 
anche  in  tempi  di  barbarie  il  cle- 
ro lucchese  venne  istruito  in  teo- 
logia, e  sino  dal  principio  del  se- 
colo XIII  nella  canonica  del  duomo 
di  Lucca  tenevansi  scuole  pel  clero; 
come  ancora  fuori  del  clero  non 
si  mancò  di  scuole  ove  si  professa- 
vano le  umane  lettere.  Il  liceo  ebbe 
principio  nel  1780,  quando  la  re- 
pubblica domandò  ed  ottenne  da 
Pio  VI  la  soppressione  dei  canonici 
regolari  lateranensi  di  s.  Frediano, 
a  condizione  d'  impiegare  il  loro 
patrimonio,  e  destinare  il  vasto  e 
ben  disposto  locale  del  monastero 
per  pubblica  istruzione.  Il  nuovo 
liceo  portò  il  titolo  d'  Istituto  dei 
pubblici  sludi,  poi  nel  1802  quello 
di  Università.  Questo  liceo  attual- 
mente è  fornito  di  ventisei  catte- 
dre, compresevi  due  di  teologia 
dommatica  e  morale.  E  ripartito 
in  tre  facoltà,  legale,  medico-chi- 
rurgica, e  fisico  matematica,  con 
un  gabinetto  di  macchine  e  un  or- 
to botanico.  La  laurea  in  legge  si 
conferisce  dall'arcivescovo  ;  nelle  al- 
tre facoltà  la  dà  il  rettore  della 
pubblica  istruzione  ,  delegato  dal 
sovrano.  Vi  sono  scuole  de  Chieri- 
ci regolari  della  Madre  dì  Dio 
(Pedi)  nel  convento  di  s.  Maria  in 
Cortelandini  ,  dove  fu  trasportata 
dopo  ch'ebbe  origine  nel  1 583 
nella  chiesa  di  s.  Maria  della   Ro- 


LUC  a3 

sa  quella  dotta  e  benemerita  con- 
gregazione, ove  si  danno  pubbliche 
lezioni  di  umane  lettere.  Inoltre  e- 
siste  nel  convento  medesimo  una 
pregevole  biblioteca  corredata  di 
più  di  ventimila  volumi,  molti  dei 
quali  appartenenti  al  celebre  mon- 
signor Gio.  Domenico  Mansi,  al 
Franciotti,  al  Beverini,  al  Paoli,  che 
furono  altrettanti  luminari  di  quel- 
la famiglia  di  regolari.  Accanto  al- 
la chiesa  di  s.  Frediano  sino  dal 
1802  fu  aperta  una  scuola  di  di- 
segno diretta  da  un  professore  di 
pittura  lucchese,  provvista  di  suffi- 
cienti modelli  con  lo  studio  del 
nudo.  Nella  pubblica  biblioteca,  e- 
sistente  nelle  molte  sale  che  fanno 
parte  della  fabbrica  di  s.  Frediano, 
vi  sono  un  immenso  numero  di 
volumi  stampati  ,  molti  libri  mss., 
e  vi  furono  riunite  le  pergamene 
de'con venti  e  monasteri  soppressi 
al  tempo  de' principi  Baciocchi; 
l'incendio  del  1822  le  recò  gravi 
danni.  Questi  danni  in  ispecie  di 
manoscritti  sono  con  somma  accu- 
ratezza e  precisione  indicati  dal 
consigliere  di  stato  Vincenzo  Tor- 
selli direttore  delle  finanze  del 
ducato  di  Lucca,  amantissimo  pro- 
tettore delle  scienze  ed  arti  ,  socio 
di  varie  accademie,  nella  sua  eru- 
ditissima opera  :  Delle  scienze  in 
Lucca,  p.  io5  e  seg.,  pubblicata 
dal  tipografo  Giusti  nel  i843. 
Però  se  patì  in  tale  infortunio, 
andò  poi  tanto  aumentando  di  vo- 
lumi dal  i83o  in  là  dal  regio  go- 
verno, non  che  provveduta  di  una 
dote  fissa  di  mille  scudi  lucchesi 
annui,  che  oggi  conta  sopra  cin- 
quantamila volumi  in  ogni  genere 
di  lettere  e  di  scienze.  Fra  i  qua- 
li meritano  speciale  menzione  i  die- 
cimila volumi  della  biblioteca  del 
marchese  Cesare  Lucchesini,  acqui- 


*4  LUC 

stati  tutti  in  una  volta  dal  reale 
governo  con  molti  e  pregevoli  mss. 
Oltre  a  ciò  vi  è  una  bella  rac- 
colta di  mss.  di  cose  patrie  e  del- 
le famiglie  lucchesi,  raccolti  qua  e 
là,  di  circa  cinquecento  volumi. 
Altre  notizie  su  questa  insigne  bi- 
blioteca si  possono  leggere  a  p. 
110  della  Guida  di  Lucca  del 
eh.  Mazzarosa,  edizione  del  1 843. 
Sino  dal  1809  nel  claustro  di 
s\  Frediano  fu  aperto  un  collegio 
di  giovani  alunni,  cui  il  governo 
Borbonico  del  18 19  cambiando  il 
nome  di  Felice  in  quello  di  Colle- 
gio Carlo- Lodovico,  accrebbe  mez- 
zi e  locale,  quando  il  liceo  fu 
trasportato  nel  palazzo  già  Lucche- 
Mtn.  La  real  biblioteca  palatina, 
sebbene  da  pochi  anni  creata,  con- 
ta sopra  25,ooo  volumi  e  molti 
pregevoli.  Sebbene  Lucca  nei  se- 
coli scorsi  non  mancasse  di  stabi- 
limenti per  le  fanciulle  ,  conosciuti 
sotto  il  nome  ài  Ritirate,  di  Conver- 
tite, ec. ,  pure  mancava  di  un  con- 
servatorio per  l'educazione  delle 
fanciulle  civili.  Due  di  questi  si 
videro  sorgere  nel  corrente  secolo, 
il  primo  de'quali  prese  il  nome  di 
Istituto  Elisa,  poi  di  Maria  Luisa, 
dalle  due  sovrane  cui  doveva  la 
fondazione  e  la  protezione.  L' al- 
tro conservatorio  di  s.  Nicolao  fu 
appellato  di  Luisa  Carlotta,  dalla 
principessa  di  Sassonia  sorella  del 
duca  regnante;  ma  nel  ib34  il 
vasto  locale  dell'  Istituto  Maria 
Luisa  fu  restituito  alle  monache 
domenicane,  che  tornarono  ad  abi- 
tarlo, ed  il  conservatorio  Luisa 
Carlotta  venne  traslocato  nel  restau- 
rato monastero  di  s.  Ponziano,  per 
cedere  il  locale  alle  vicine  monache 
agostiniane  in  s.  Nicolao.  Non  vi  è 
erudito  che  non  conosca  per  fama 
il  ricchissimo  archivio  arcivescovile 


LUC 

e  quello  de'canonici.  Neil'  archivio 
poi  dello  stato  o  sia  delle  riforma- 
zioni della  repubblica  lucchese  fu- 
rono riuniti  i  documenti  officiali 
dello  stato  :  merita  pure  di  essere 
rammentato  l'archivio  pubblico  de- 
gli atti  notarili ,  esistente  nel  pa- 
lazzo Guidiccioni,  fabbricato  sul 
fine  del  XVI  secolo  con  disegno 
di  Vincenzo  Civitali  .  Resta  so- 
pra una  piazzetta  di  contro  al  pa- 
lazzo de'Sanminiati,  ora  detto  de- 
gli uffizi,  essendo  colà  attualmente 
riunite  le  segreterie  di  stato,  e  i 
primi  dicasteri  politici,  amministra- 
tivi e  finanzieri  del  ducato.  Quan- 
to alle  accademie  scientifiche  e 
letterarie  di  Lucca,  la  reale  acca- 
demia lucchese,  chiamata  per  due 
secoli  degli  Oscuri,  fu  tra  le  più 
illustri  di  quante  altre  società  let- 
terarie sorsero  in  Lucca  nei  tempi 
trapassati,  sotto  i  variati  vocaboli 
degli  accesi,  dei  Freddi,  dei  Ba- 
lordi, dei  Principianti,  e  dei  Raf- 
freddati, sino  a  quella  che  si  ap- 
pellò Accademia  dell'  Anca.  Que- 
st'  ultima  ottenne  cortese  ricovero 
fra  i  chierici  regolari  della  Madre 
di  Dio  in  Cortelandini,  dove  pur 
nacque  verso  la  metà  del  secolo 
XVIJI  un'  altra  società  dedicata 
alla  storia  ecclesiastica.  Il  gabinetto 
letterario,  l'associazione  destinata  a 
incoraggire  con  commissioni  gli  ar- 
tisti più  abili  della  città,  1'  istitu- 
zione della  cassa  di  risparmio  a- 
perta  nel  1837,  onorano  pure  Luc- 
ca. Questa  conta  tre  teatri  ;  il  tea- 
tro del  Giglio  per  la  musica,  il 
teatro  della  Pantera,  e  quello  di 
Nota  già  Castiglioncelli  per  la  prosa. 
Per  ciò  che  riguarda  le  mani- 
fatture nazionali,  dopo  l'agricoltura, 
una  delle  principali  industrie  dei 
lucchesi  e  di  antichissima  data  è 
l'arte  della  seta,  giacché  nel  IX  se- 


LUC 

colo  ivi  si  tessevano  drappi  in  se- 
ta e  lana,  e  tappeti  ;  e  nel  XII 
era  già  stabilita  la  corte  o  collegio 
de'mercanti  di  generi  e  di  prodotti 
lucchesi,  i  quali  tenevano  case  e 
società  di  commercio  nell'  alta  Ita- 
lia e  nelle  principali  città  d'Euro- 
pa. Si  distingue  in  Lucca  per  gu- 
sto e  precisione  l'arte  degli  eba- 
nisti, intarsiatori  e  lavoranti  di  mo- 
bilie di  legno.  Il  principale  e  più 
ricco  articolo  d'esportazione  consi- 
ste nell'olio  d'oliva,  la  di  cui  otti- 
ma qualità  è  bastantemente  fami- 
gerata, per  l'olio  in  ispecie  raccolto 
nel  distretto  de'  sei  miglia  attor- 
no alla  città.  L'  industria  vi  è  at- 
tivissima, onde  Lucca  può  dirsi 
una  delle  principali  città  industrio- 
se dell'Italia.  Lungo  sarebbe  tesse- 
re il  novero  degli  uomini  illustri 
lucchesi,  per  santità  di  vita,  di- 
gnità ecclesiastiche  e  civili,  che  si 
distinsero  nelle  scienze,  nelle  arti, 
nelle  armi,  nella  diplomazia,  ed  in 
altre  cospicue  doti  ;  laonde  ci  li- 
miteremo nominarne  i  principali. 
Imperocché  si  osserva  dagli  erudi- 
ti, che  in  proporzione  del  territo- 
rio e  del  numero  degli  abitanti 
forse  pochi  paesi  possono  vantare 
tanti  uomini  celebri  ,  quanti  ne 
fiorirono  tra  i  lucchesi.  Non  di- 
remo di  due  principi  assoluti  della 
propria  patria,  non  compresivi  il 
marchese  Bonifazio  ,  gli  Adalberli, 
e  la  gran  contessa  Matilde,  eroina 
il  cui  nome  è  splendido  elogio,  ne 
del  gran  numero  di  vescovi  ed 
arcivescovi  lucchesi.  Primieramente 
fiorirono  in  santità  i  vescovi  di 
Lucca  s.  Paolino  primo  vescovo  e 
discepolo  di  s.  Pietro,  s,  Valerio, 
s.  Dionisio,  s.  Massimo,  s.  Teodo- 
ro, s.  Follarlo,  s.  Frediano,  s. 
Corrado  e  s.  Anselmo,  i  cui  corpi 
riposano  nella    città    di  Lucca,  ec- 


-       LUC  25 

cetto  quello  di  s.  Anselmo,  di  cui 
solamente  si  ha  nella  cattedrale 
una  reliquia.  Celebre  poi  e  ricor- 
data ancora  da  Dante  è  la  ver- 
gine lucchese  s.  Zita,  il  cui  corpo 
intero  e  quasi  flessibile  si  conserva 
e  si  venera  in  una  cappella  di  s. 
Frediano,  patronato  della  nobile 
famiglia  Fatinelli,  nella  cui  casa 
s.  Zita  era  al  servizio.  Della  dio- 
cesi di  Lucca^  prima  de'suoi  smem- 
bramenti, erano  la  b.  Orenga  di 
s.  Croce  di  Val  d'Arno,  e  vissuta 
qualche  tempo  in  Lucca  al  servizio, 
la  b.  Verdiana,  s.  Benedetto  da 
Compito  diocesi  tuttora  lucchese  , 
ec.  ec.  Di  famiglie  originarie  di 
Lucca  erano  s.  Francesco  figlio 
eli  Bernardone  Monconi,  come  di- 
cono Dante  e  il  Gamurrini,  e  il 
b.  Alessandro  Sauli,  dappoiché  si 
conoscono  ancora  dove  fossero  in 
Lucca  le  case  dei  santi  dipoi  spa- 
triati. Morirono  in  Lucca  s.  Da- 
vino  armeno,  il  cui  corpo  intatto 
riposa  nella  collegiata  di  s.  Miche- 
le in  foro  ;  s.  Riccardo  il  cui  cor- 
po riposa  sotto  l'altare  del  ss.  Sa- 
gra mento  in  s.  Frediano;  s.  A  ver- 
ta ns,  ec.  ec.  Altri  lucchesi  godono 
del  titolo  di  venerabili,  meritando 
particolar  menzione  Giovanni  Leo- 
nardi fondatore  de' chierici  regolari 
della  Madre  di  Dio.  Molti  poi  so- 
no i  corpi  de'  santi  che  si  venerano 
nella  città  di  Lucca,  e  le  reliquie 
insigni,  il  cui  catalogo  si  riporta 
in  fine  del  Diario  sopra  citato. 

Furono  sublimati  al  sommo  pon- 
tificato, secondo  alcuni,  e  come  me- 
glio diremo  alla  sua  biografìa,  il  Pa- 
pa s.  Lucio  I  creato  nel  i55}  non 
che  Lucio  111  Alluncingoli  ,  che 
fatto  cardinale  nel  ii4o,  fu  eletto 
Pontefice  nel  1181.  Dei  seguenti 
cardinali  lucchesi  porremo  avanti 
ai    loro  nomi    1'  epoca    della     loro 


a6  LUC 

esaltazione,  riportandosi  in  questo 
Dizionario  le  rispettive  biografìe. 
772  Ubaldo  Cornelio.  io58  Uber- 
to di  Poggio.  io58  Ugobaldo  de- 
gli Obizi.  1088  Paolo  Gentili.  na3 
Luigi  Lucidi.  I  1 34  Ubaldo  di  Lu- 
nata. 1  1 53  Alberto.  1  182  Gherar- 
do Allucin-nli.  1182  Uberto  Allu- 
0ÌDgoli.iag5  Jacopo Santuccci.  i4o8 
Bandello  de  Randelli.  1 4-6 1  Jaco- 
po Ammannati  .  i5o3  Galeotto 
Franciotti-Rovere.  1 539  Bartolomeo 
Guidiccioni.  i585  Gio.  battuta 
Casti  ucci.  1598  Buonviso  Buonvisi. 
i633  Antonio  Franciotti  .  i654 
Giambattista  Spada.  1657  Girola- 
mo Buonvisi.  1681  Francesco  Buon- 
visi. 1706  Orazio  Filippo  Spada. 
1817  Lorenzo  Prospero  Bottini.  Il 
p.  Bartolomeo  Beverini  chierico  re- 
golare della  Madre  di  Dio,  poeta 
ed  oratore  rispettabile,  lasciò  fra  i 
suoi  mss.  gli  Elogi  di  tutti  gli  uo- 
mini illustri  della  città  di  Lucca, 
ed  una  raccolta  d'iscrizioni  sepol- 
crali della  città  di  Lucca,  con  le 
armi  delle  famiglie,  e  con  diverse 
osservazioni ,  che  recano  gran  lu- 
me all'antichità  della  patria,  come 
attesta  il  Mazzuchelli  t.  II,  par. 
II,  p.  1107.  M  P-  Alessandro  Pom- 
peo Berti,  altro  luminare  della  me- 
desima congregazione,  pubblicò  fino 
dal  17  16  nel  Giornale  de 'letterati 
d' Italia  t.  XXVII,  pag.  539,  il 
frontespizio  delle  Memorie  degli 
scrittori  e  letterati  lucchesi.  Il  pa- 
trizio Bernardino  Baroni  ,  come 
iu  annunziato  nel  t.  IIF,  p.  644 
della  Biblioteca  della  storia  lette- 
raria ,  sottentrò  a  questa  lodevole 
impresa,  che  però  non  ha  avuto 
miglior  fortuna  di  quella  delle  al- 
tre due,  che  sono  rimaste  tuttora 
inedite.  Fra  i  numerosi  mss.  di 
monsignor  Pier  Luigi  Galletti  e- 
*iste  :  Necrologium    romanum    lu- 


'  LUC 
censium  memoratu  dignorum,  R.me 
p.  Paulo  Ant.  Pauli  Incensi  con- 
gr.  cler.  reg.  Ma  tris  Dei,  Acade- 
miae  rom.  eccl.  nobilumi  praesidi 
dieatnm  anno    1786. 

Il  merito  e  le  gesta  de'  celebri 
lucchesi  finalmente  trovarono  nel 
dotto  lucchese  marchese  Cesare  Luc- 
chesini,  uno  de'  più  nobili  orna- 
menti d'Italia  che  fu  pianto  nel 
1 838  in  cui  morì,  un  degno  bio- 
grafo per  la  storia  che  ne  compi- 
lò in  due  volumi;  chi  volesse  per- 
tanto da  quella  lodevole  fatica  co- 
glierne il  più  bel  fiore,  troverebbe 
nel  primo  di  que'  volumi  moltis- 
simi letterati  anteriori  al  secolo 
XVI,  fra'  quali  per  opere  edite  di 
maggior  grido  meritano  di  essere 
citati  un  Bonaggiunta  Orbiciani 
poeta  del  secolo  XIII;  un  Teodo- 
rico Borgognoni  medico  di  gran 
fama  ;  un  Giacomo  Sercambi  sto- 
rico e  novelliere  ;  Flatninio  Nobili 
elegante  scrittore  latino  e  italiano; 
Andrea  della  Rena  poeta  latino  di 
vaglia;  Agostino  Ricchi  autore  d'u- 
na commedia  in  versi,  colla  quale 
intertenne  Clemente  VII  e  Carlo 
V  il  dì  della  coronazione  del  se- 
condo in  Rologna  ;  Chiara  Ma  trai- 
ni che  scrisse  gentilmente  in  prosa 
e  in  verso,  e  Laura  Guidiccioni 
che  per  la  prima  diede  esempi  di 
drammi  per  musica.  Come  ancora 
un  Castruccio  degli  Antelminelli , 
che  nella  scienza  della  guerra  splen- 
dè quasi  sole  nella  metà  del  secolo 
XIV,  e  del  quale  riparleremo  ;  un 
fr.  Tolomeo  Fiadoni  autore  dei  pri- 
mi annali  lucchesi;  un  Nicolao  Te- 
grini  primo  biografo  del  valoroso 
Castruccio;  un  Giovanni  Guidiccio- 
ni oratore  e  poeta  ;  un  fr.  Sante 
Pagnini  celebre  orientalista,  a  cui 
dobbiamo  la  prima  Bibbia  tradot- 
ta dall'ebraico  e  dal  greco  ;  un  Si- 


LUC 

mone  Cordella  e  un  Bartolomeo 
Civitali,  primi  tipografi  a  Roma 
e  a  Lucca  negli  auni  i47 1  e  i477  J 
finalmente  un  insigne  scultore  in 
Matteo  Civitali ,  come  lo  furono 
Nicolao  Civitali  per  Tornato,  ed 
altri.  Matteo  fu  pure  eccellente  ar- 
chitetto, arte  che  lodevolmente  e- 
sercitarono  Francesco  Marti,  Nico- 
lao  e  Vincenzo  Civitali,  Gherardo 
Finiteti ,  ed  il  celebre  Domenico 
Martinelli.  Incisori  in  rame  di  me- 
rito furono  Michele  Lucchesi  e 
Pietro  Testa:  tra  i  lavoratori  di 
tarsia  e  d'intaglio  in  legno  van- 
no mentovati  Matteo  Civitali,  Ago- 
stino Pucci,  Gasparo  Forzani  e  Sil- 
vestro Giannotto 

Nei  secoli  che  succederono  al 
XVI  la  lista  di  detti  lucchesi 
è  anche  più  copiosa  ;  basta  dire 
che  Bartolomeo  Beverini,  il  Fran- 
ciotti,  Gio.  Domenico  Mansi,  Se- 
bastiano Paoli  e  tanti  altri  eru- 
diti e  scienziati,  uscirono  tutti  dalla 
congregazione  di  Corleiandini,  che 
fu  per  Lucca  un  seminario  di  uo- 
mini di  merito  in  varie  dottrine. 
A  questi  giova  aggiungere  gl'illu- 
stri giureconsulti  Lelio  e  Giuseppe 
Allogradi;  tre  Palma,  Girolamo, 
Francesco  e  Girolamo  giuniore  ; 
Gio.  Ballista  Sanminiati,  Lelio  Man- 
si, Giovanni  Torre;  il  celebre  idrau- 
lico Attilio  Arnolfìni;  l'eruditissimo 
medico  ed  egregio  storico  France- 
sco Maria  Fiorentini,  uno  de'  risto- 
ratori della  critica;  Castruccio  Buo- 
namici  scrittore  di  storia  in  pur- 
gatissimo  latino  idioma;  Andrea 
Ammonio  poeta  latino;  Lodovico 
Marracci  versatissimo  nelle  lingue 
orientali;  Vincenzo  Lena  oratore 
sacro  in  francese;  Alfonso  Nicolai, 
Costantino  Roncaglia  ,  Jacopo  Bac- 
ci,  Andrea  Farnocchia,  Bartolomeo 
Pellegrini,  Pietro  Tabarrani,  Tom- 


LUC  27 

maso  Narducci,  Girolamo  Saladini, 
Gio.  Vincenzo  Lucchesini,  Pietro 
Filippo  Mazzarosa,  Francesco  Gaspa  - 
rini,  Luigi  Boccherini,  Lazzaro  Papi, 
Teresa  Bandeltini,  Pietro  Franchi- 
ni ,  Giacomo  Franceschi ,  Marti- 
no Poli  chimico;  ed  i  pittori,  oltre 
Auriperto,  che  per  l'eccellenza  del- 
l'arte pittorica  nel  secolo  Vili  eb- 
be in  dono  dal  re  Aistolfo  la  chie- 
sa e  monastero  di  s.  Pietro  Somal- 
di  ;  Bonaventura  Berlinghieri  e  Deo- 
dato  Orlandi  celebri  pittori;  anzi 
Angelo  Puccinelli  e  Giuliano  di  Si- 
mone si  segnalarono  tra  quelli  del 
secolo  XIV;  Francesco  d'Andrea  di 
Anguilla,  Zacchiail  vecchio,  Agosti- 
no Marti,  Agostino  da  Massa,  Michel- 
angelo Anselmi,  Paolo  Biancucci, 
Pietro  Testa,  Giovanni  Coli.,  Filippo 
Gherardi,  tutti  riputati  pittori,  mas- 
sime Pietro  Paolini,  Velutello,  Ber- 
nardo Nocchi,  e  Pompeo  Battoni 
di  bella  fama,  Gaetano  Vetturali, 
Stefano  Tofamlli  disegnatore  cor- 
rettissimo e  buon  coloritore  ,  ed 
altri  registrati  dal  eh.  marchese 
Antonio  Mazzarosa,  a  p.  1 5  e  seg. 
della  sua  beila  Guida  dì  Lucca  e 
de'  luoghi  più  importanti  del  duca- 
to,  Lucca  1843,  tipografia  di  Giu- 
seppe Giusti. 

Lucca  città  illustre,  di  origine 
etrusca,  poi  ligure,  quindi  romana 
prefettura,  colonia  e  municipio,  più 
tardi  residenza  dei  duchi  greci  e 
longobardi,  cui  sottentrarono  i  conti 
e  marchesi  imperiali,  sotto  i  quali 
Lucca  si  costituì  in  repubblica ,  e 
tale  quasi  continuamente  si  resse 
fino  al  principio  del  secolo  XIX, 
quando  fu  destinala  capitale  d'  uà 
principato  napoleonico,  siccome  at- 
tualmente lo  è  divenuta  d'un  bor- 
bonico ducato.  Senza  far  conto  della 
congettura  sull'etimologia  del  suo 
nome  ,    di    Lucca  etrusca  e    ligure 


*8  LUC 

$'  ignorano  non  solo  le  vicende,  ma 
qualunque  siasi  rimembranza  iste- 
rica al  pari,  se  non  più,  di  quelle 
che  si  desiderano  per  altre  città 
antichissime  della  Toscana.  Laonde 
quel  più  che  di  Lucca  si  può  so- 
spettare,  come  un  indizio  di  opera 
etrusca,  sarebbero  i  fondamenti  su- 
perstiti delle  sue  antiche  mura  ci- 
clopee,  che  in  qualche  parte  a  sci- 
rocco dentro  la  città  tuttora  fra  le 
muraglie  di  più  moderna  età  si 
nascondono.  Non  vi  sono  dati  po- 
sitivi per  conoscere  in  quale  anno 
le  armi  romane  cacciassero  da  Luc- 
ca i  liguri,  che  al  loro  arrivo  nella 
valle  del  Serchio  dominavano.  Luc- 
ra e  Pisa  sono  le  due  città  della 
Toscana  che  conservano  a  prefe- 
renza maggiori  memorie  tanto  dei 
tempi  romani,  quanto  dei  periodi 
più  oscuri  dell'  istoria  del  medio 
evo.  Non  mancano  scrittori  in  af- 
fermare che  Lucca  era  in  potere 
dei  liguri ,  quando  alla  testa  dei 
soldati  romani  Gneo  Domizio  Cal- 
vino l'assediò,  e  poi  con  semplicis- 
simo inganno  v'introdusse  le  sue 
genti.  Frontino  qualificò  Lucca  , 
oppiduin  Lìgurum,  volendo  proba- 
bil mente  riferire  alla  contrada  li- 
gustica, nella  quale  Lucca  fu  per 
molli  secoli  dai  romani  conservata  ; 
nella  stessa  guisa  che  Pomponio 
Mela,  coetaneo  di  Frontino,  chia- 
mò Luna  Liguruni,  per  quanto  que- 
sta ultima  città,  già  do  gran  tem- 
po innanzi  staccata  dalla  provincia 
ligure,  facesse  parte  della  Toscana. 
Sebbene  la  perdita  della  seconda 
decade  di  Tito  Livio  ci  privi  di 
documenti  meno  equivoci,  relativi 
a  chiarirci  rapporto  all'epoca,  nella 
quale  Lucca  venne  conquistata  dalle 
armi  romane,  altronde  i  fatti  isto- 
rici intorno  alle  prime  guerre  e  al 
pruno  trionfo  riportato  dai  consoli 


LUC 

nell'anno  5i6  di  Roma  e  quelli 
immediatamente  posteriori  ai  libri 
perduti,  ci  danno  a  divedere  che 
innanzi  alla  seconda  guerra  punica 
i  lucchesi  già  obbedivano  o  alme- 
no erano  alleati  di  Roma,  tostochè 
dopo  la  battaglia  della  Trebbia  , 
accaduta  nell'anno  di  Roma  530, 
in  Lucca  potè  con  sicurezza  fissare 
i  suoi  alloggiamenti  il  console  Sem- 
pronio, come  città  difesa  da  valide 
e  solide  mura.  Di  questa  antica 
città  (anno  menzione  tra  gli  altri, 
Slrabone,  Plinio,  Tolomeo  e  Tito 
Livio.  Nell'anno  di  Roma  577  vi 
fu  dedotta  una  colonia  di  diritto 
romano,  composta  di  duemila  citta  - 
dini,  a  ciascuno  de'  quali  venne- 
ro consegnati  jugeri  cinquantuno  e 
mezzo  di  terreno  stato  tolto  ai  li- 
guri, territorio  che  apparteneva  a- 
gli  antichi  etruschi ,  al  dire  di  Li- 
vio. 

Nove  anni  dopo  insorse  grave 
lite  che  fu  discussa  avanti  ai  padri 
coscritti  in  Roma,  quando  i  pisa- 
ni si  querelavano  di  essere  respinti 
dal  loro  contado  dai  coloni  roma  - 
ni  di  Lucca,  e  all'  incontro  i  luc- 
chesi affermavano,  che  il  terreno 
di  cui  si  contendeva  dai  triumviri 
della  colonia  era  stato  loro  conse- 
gnato. Non  conoscendosi  precisa- 
mente il  luogo  tra  i  due  popoli 
controverso ,  è  certo  che  la  città 
di  Lucca  anche  innanzi  la  deduzio- 
ne della  sua  colonia  possedeva  un 
territorio  suo  proprio,  siccome  aver 
doveva  una  magistratura  civica  e 
leggi  diverse  da  quelle  che  erano 
peculiari  della  sua  colonia.  Deve 
avvertirsi  che  il  terreno  donato  ai 
duemila  coloni  lucchesi  non  fu  tol- 
to ai  cittadini  indigeni,  ma  sibbene 
venne  ad  essi  distribuito  tutto  o  la 
maggior  parte  di  quello  montuoso 
lasciato  deserto  dal'e  guerre,  o  dal- 


LUC 

l'espulsione  dei  liguri    apuani ,    dei 
friniati,  e  di   altri  simili  congrega- 
zioni  di   appennigeni    fra  loro    limi- 
trofe.  La   colonia   frattanto  di  Luc- 
ca andò    prosperando    insieme    col 
municipio  lucchese  :    ne    pare    che 
dappoi  decimasse  o  che  la  sua  po- 
polazione andasse  declinando  ,     sic- 
come avvenne  di   tante  altre    città 
che    spontanee    chiesero,    e    forzate 
dovettero  accogliere  nel  loro    seno 
colonie  militari,  non  più  come  quel- 
le dei  tempi  della  repubblica.  Nar- 
ra Strabone  che  a'  tempi   suoi    da 
questa    contrada    si     raccoglievano 
grandi  compagnie    di    soldati    e  di 
cavalieri,  donde   il  senato    sceglie- 
va le  sue  legioni.  Uno  degli  ultimi 
avvenimenti   più  clamorosi,    di  cui 
Lucca,   mentre  era    città  della    Li- 
guria, divenne    teatro,    fu    quando 
Giulio   Cesare  proconsole  delle  Gal- 
lie  inviò  a  Lucca  Crasso  e  Pompeo, 
per    fissare    la    famosa    triumvirale 
alleanza  che  decise  della  sorte  po- 
litica dell'orbe  romano,  cinquanta- 
sei anni  avanti  l'era  volgare.  In  tale 
occorrenza  Lucca  accolse  tra  le  sue 
mura  i  primi   magistrati    di    varie 
provincie  romane,  moltissimi  sena- 
tori, e  circa  120  fasci  di  littori  che 
servirono  di   treno  ai  proconsoli,  ai 
propretori    ec.  Una    città    com'  era 
Lucca  al  tempo  dei  cesari,    centro 
di  un  paese  molto  esteso    e  popo- 
loso, doveva  necessariamente  essere 
fornita  e  decorata  di  grandiosi  mo- 
numenti e  di  pubblici  edilizi  sacri 
e  profani.  Che  se  ora  non  restano 
di    quelle    età    altro  che   rarissimi 
avanzi  e  sepolte    sostruzioni    d' in- 
formi mura,  vedesi   però  il  suo  an- 
fiteatro, specialmente  nei  muri   es- 
terni, in  gran  parte  conservato  si- 
no alla  nostra  età.  E  fu  ben  prov- 
vida la  misura  presa  da  quel  cor- 
po decurionale  di  liberare  da  tanti 


LUC  9.9 

imbarazzi  di  orride  case    l'interna 
arena,  per   convertirla   in   una   piaz- 
za  regolare,  e  tale  che  ne  richiami 
a   prima   vista   le  forme  dell' antico 
edilìzio.  La    più  gran   parte  dell'in- 
terno di    tale  anfiteatro  è  occupata 
dal    palazzo    della    nobile    famiglia 
Lippi,  ed   il    principale    entrone    è 
stato  costruito  sotto    il    medesimo. 
Ora  in  questa  famiglia  fiorisce  «non- 
signor Cesare  Lippi  in    Roma    av- 
vocato concistoriale  per  la  sua  na- 
zione, e  votante  del  supremo    tri- 
bunale della   segnatura   di  giustizia. 
Dal   congresso  di   Cesare    a     Lucca 
fino  alla  disfatta    de'  goti    data   da 
JN arsele,  cioè  durante   il  lungo   pe- 
riodo di    600  anni,  tace    la    storia 
sulle   vicende  speciali   di  questa  cit- 
tà.   Sotto   il   regno  di  Teodorico  gli 
ordini  delle  magistrature  continua- 
rono però  a  un  dipresso  come  quel- 
li  introdotti  durante  il  romano  im- 
pero ;     talché    si   può  ben    credere 
che  Lucca,   al  pari  di  Pisa  e  di  al- 
tre città    della  Toscana    annonaria, 
avesse  i  suoi  decurioni,    duumviri, 
edili,    questori,    censori,    quinquen- 
nali ed  altri  magistrati,    molti    dei 
quali    sono    rammentati    nell'editto 
di   quel  savio  re  de'goti.  Nell'anno 
553   dell'era    volgare  Lucca  sosten- 
ne un  lungo  assedio  contro   l'eser- 
cito de'greci,  condotto  dal  valoroso 
Narsete.  Cosicché  nel  tempo   in  cui 
le  altre  città  della  Toscana  in  viavanoi 
loro  ambasciatoli  incontro  all'arma- 
ta  vittoriosa,  Lucca  sola  osò  chiu- 
dere le  sue  porte    al    favorito    eu- 
nuco di  Giustiniano  I.    Dopo    una 
resistenza  di   tre  mesi,   la    città    fu 
costretta  a    capitolare,    con    onore- 
voli condizioni,  e   tali  da  poter  con- 
tare sino  da  quell 'epoca  un  gover- 
natore civile  e    militare    col    titolo 
di  duca,   titolo  che  venne  posterior- 
mente, e  forse  con  una  più  estesa 


3o  LUC 

giurisdizione,  «otto  il  regno  de'  lon- 
gobardi rinnovato. 

I  longobardi    sotto    la    condotta 
del  re  Alboino,  nell'anno   568  del- 
l'era   volgare,    scesero    in    Italia  e 
l'occuparono.   I  territorii    di    Pisa , 
di  Lucca  e  di  Limi  caddero  in  ba- 
lia de'  nuovi  conquistatori,  e  Guin- 
marit  loro  duce  verso  l'anno    574 
o  575  pose  a  ferro  e    a  fuoco    le 
maremme  di  Populonia,  sicché  quel- 
la contrada  fu  poi  riunita  alla  giu- 
risdizione politica  lucchese.  Non  si 
conoscono  i   magistrati  che  nel  pri- 
mo secolo  de'  longobardi    presiede- 
rono al  governo    delle    città    delia 
Toscana,  solo  si  nomina    un    duce 
Allo  visi  no.   Per  quanto   Lucca  pos- 
sa dirsi  fra  tutte  le  città  della  To- 
scana la  sede  prediletta    di    alcuni 
duchi,  per   quanto  essa  conservi  nei 
suoi    archivi    documenti    vetusti    e 
preziosissimi,    pure  di  Lucca  longo- 
barda e  de'  suoi  duchi  non  si  scuo- 
prirono  finora  memorie  sicure  an- 
teriori al  secolo  Vili,  nominandosi 
nel  7 1 3  il  duca  Walperto,    e    nel 
754  il  duca  Alperto  :   non  vi  sono 
documenti  sufficienti  a  fare  ammet- 
tere fra  i  duchi  lucchesi   Desiderio, 
che  fu   poi   re ,    e    il    di  lui   figlio 
Adelchi.   All'ultimo  periodo  del  re- 
gno dei  longobardi  dovrebbe  bensì 
appartenere  il  duca  Tachiperto  del 
773.  Fino  a  qui  dei  duchi  lucche- 
si   sotto    il    regno    de'  longobardi , 
durante  il  qual    regime    Lucca    ci 
fornisce  un  pittore  regio,    qualche 
orefice  e  dei  lavori  d'oro  e  di  ce- 
sello, mentre  al  medesimo  periodo 
gli  archeologi  assegnano  alcuni  dei 
più  vetusti  templi  esistenti    ora  in 
Lucca.    Finalmente    contasi     tra    i 
privilegi  più  segnalati  che  gli  ultimi 
re  longobardi  concederono  a   Luc- 
ca come  a  Pisa,  quello    della   zec- 
ca per  battere  moneta  di   argento 


LUC 

ed  oro,  ed  in  Toscana  sino  dal 
746  si  contraitava  a  soldi  buoni 
nuovi  lucchesi  e  pisani.  Nel  ponti- 
ficato di  Adriano  1  il  regni»  lon- 
gobardico ebbe  termine,  quando  di- 
sceso in  Italia  ad  istanza  del  Pa- 
pa, Carlo  Magno  vinse  ed  impri- 
gionò Desiderio  ;  laonde  Lucca  pas- 
sò sotto  il  dominio  dei  re  franchi, 
quindi  nel  775  n'era  duca,  e  in- 
sieme di  Pisa  e  loro  contadi,  Allo- 
ne  di  nazione  longobardo,  contro 
di  cui  reclamò  Adriano  I  presso 
Carlo  Magno,  a  motivo  che  non 
potè  mai  indurlo  ad  armare  una 
flottiglia  per  dare  la  caccia  e  in- 
cendiare le  navi  dei  greci,  i  quali 
scendevano  nel  lido  di  Toscana  per 
raccogliere  i  longobardi  .  Adone  vi- 
veva nel  785,  ed  a  lui  deve  Lucca 
la  chiesa  di  s.  Salvatore ,  poi  s. 
Giustina.  Ne  fu  successore  Wiche- 
rano  duca  e  conte.  Duca  e  conte 
nel  tempo  stesso  fu  il  famoso  conte 
Bonifazio  1,  il  quale  nel  marzo  del- 
l'8i2  intervenne  in  qualità  di  duca 
ad  un  placito  celebrato  in  Pistoia, 
dove  assistè  pure  come  delegato 
pontificio  di  s.  Leone  IH,  Pietro 
duca  romano;  mentre  in  altro  giu- 
dicato celebrato  in  Lucca  nell'a- 
prile 81 3  a  Bonifazio  I  fu  dato  il 
titolo  d'illustrìssimo  conte  nostro, 
cioè  di  Lucca.  Neil' 823  n'era  conte 
Bonifazio  li  ,  fratello  di  Richilda 
abbadessa  del  monastero  de' ss.  Be- 
nedetto e  Scolastica  di  Lucca.  Do- 
po l'anno  838  ne  fu  conte  Agano 
o  Aganone,  e  terminò  di  esserlo 
neh'  845,  che  come  i  predecessori 
presiedeva  pure  al  governo  di  Pi- 
sa. Neil'  847  era  conte  di  Lucca  il 
potente  marchese  Adalberto  I,  fi- 
glio di  Bonifazio  li,  che  pronunziò 
un  placito  nella  corte  ducale  di 
Lucca,  assistito  dal  vescovo  Am- 
brogio; dal  gastaldo,  da  vari    sca- 


LUC 

bini  giudici  e  da  altri  personaggi. 
Per  quanto  dai  documenti  risulta, 
pare  che  Adalberto  I  usasse  ora 
il  titolo  di  marchese,  ora  quello 
di  duca,  e  più  spesso  di  conte,  non 
sempre  però  riunì  le  doppie  inge- 
renze di  conte  della  città  di  Luc- 
ca e  di  marchese  della  Toscana  : 
da  lui  il  prato  di  s.  Donato  prese 
il  nome  di  prato  del  Marchese , 
ora  detto  del  Circo. 

Dopo  F858  Ildebrando  fratello 
di  Geremia  vescovo  di  Lucca  si  tro- 
va esercitare  le  funzioni  di  conte 
di  Lucca,  dove  il  di  lui  amico  A- 
dalberto  I  marchese  di  Toscana 
faceva  costante  residenza,  anzi  vie- 
ne detto  conte  assai  potente,  es- 
sendo da  lui  discesa  la  casa  prin- 
cipesca de'  conti  Aldobrandeschi  di 
s.  Fiora  e  di  Soana.  Dicemmo 
altrove  le  violenze  che  Adalberto 
I,  di  versatile  politica  negli  affari 
diplomatici  d'Italia,  usò  contro  il 
Papa  Giovanni  Vili,  per  favorire 
il  partito  di  Carlomanno,  insieme 
col  suo  cognato  Lamberto  duca  di 
Spoleto,  come  sposo  della  sua  so- 
rella Rotilde.  Nell'889  Adalberto  I, 
dopo  aver  giurato  fedeltà  a  Beren- 
gario I  re  d'Italia,  ribellò  la  To- 
scana affidata  al  suo  governo,  per 
favorire  il  re  Guido  zio  della  mo- 
glie e  poi  imperatore.  Avendo  Be- 
rengario I  invocato  il  patrocinio  di 
Arnolfo  re  di  Germania,  questi  nel- 
l'8g3  passò  in  Italia  e  costrinse  al 
giuramento  di  fedeltà  Adalberto  II 
detto  il  Ricco  marchese  di  Tosca- 
na, e  Bonifazio,  figli  di  Adalberto 
I.  Arnolfo  celebrò  il  Natale  del- 
l' 895  in  Lucca,  festeggiato  da  A- 
dalberto  II;  ma  poco  dopo  l'im- 
peratore Lamberto  fu  riconosciuto 
in  Lucca  per  supremo  signore,  ad 
onta  che  Arnolfo  era  stato  coro- 
nato imperatore  dal  Pontefice  For« 


LUC  3i 

moso.  Adalberto  lì  alienatosi  da 
Lamberto  per  opera  di  sua  moglie 
Berta,  figlia  di  Lotario  re  di  Lo- 
rena, e  vedova  di  Teobaldo  conte 
di  Provenza,  fu  armata  mano  fatto 
da  esso  prigione,  che  tornò  ad  es- 
sere riconosciuto  imperatore  in  Luc- 
ca e  nella  Toscana.  Morto  nel- 
l'anno 898  Lamberto ,  Lucca  e 
le  altre  città  della  Toscana  pre- 
starono a  Berengario  I  obbedienza 
ed  omaggio;  Adalberto  II  fu  libe- 
rato dal  carcere,  e  ritornò  alla  sua 
residenza  di  Lucca,  ed  al  governo 
della  marca  di  Toscana.  Nel  de- 
clinare del  secolo  IX  gli  ungheri 
scesero  a  devastare  l'alta  Italia,  ed 
al  di  qua  delle  Alpi  comparve 
un'armata  di  provenzali  e  borgo» 
gnoni ,  condotta  da  Lodovico  IH 
figlio  di  Bosone  re  di  Provenza, 
però  fu  respinto  da  Berengario  I 
assistito  da  Adalberto  II.  Ad  isti- 
gazione di  sua  moglie  l'ambiziosa 
Berta,  si  dice  che  Adalberto  II  con 
altri  principi  italiani  invitasse  Lo- 
dovico III  alla  conquista  del  regno 
d'Italia.  Certo  è  che  Lodovico  III 
l'occupò  ed  in  Roma  fu  coronato 
imperatore  da  Benedetto  IV;  indi 
con  tutta  la  sua  corte  si  trasferì  a 
Lucca.  Tale  fu  la    magnificenza   e 

10  sfarzo,  di  cui  in  questa  circo- 
stanza il  ricco  marchese  Adalberto 

11  volle  far  mostra,  che  l'impera- 
tore dovè  prorompere  in  non  equi- 
voche parole  di  sorpresa,  quasi  di- 
cendo, che  cotesto  signore  in  nulla 
cedeva  a  un  re,  toltone  il  nome. 
Allora  Lucca  era  la  sede  e  la  ca- 
pitale della  provincia  toscana.  Non 
andò  guari  che  Adalberto  II  ri- 
volse nuovamente  l' animo  a  Be- 
rengario I,  ed  a'  10  novembre  9  \  5 
l'accolse  in  una  sua  villa  suburba- 
na di  Lucca,  mentre  passava  a  Ro- 
ma a  ricevere  la  corona  imperiale 


3i  LUG 

•  i.i  Giovanni  X.  Intorno  a  questo 
tempo  il  marchese  per  rimèdio  del- 
l'anima sua  rilasciò  a  favore  «Iella 
cattedrale  lucchese  le  decime  di 
cinque  corti  ch'egli  possedeva  in 
Lucca,  a  Brancoli,  in  Garfaguana, 
a  Pescia  e  nel  borgo  s.  Genesio. 

Probabilmente  nel  917  in  set- 
tembre moiì  Adalberto  II  in  Luc- 
ca, già  terrore  dei  Papi,  degl'  im- 
peratori e  dei  re.  Molti  scrittori 
confusero  Adalberto  II  marchese 
di  Toscana,  col  marchese  Alberico 
di  Roma,  il  quale  sposò  la  famosa 
Marozia  patrizia  romana.  Più  tar- 
di Berengario  I  liberò  dalla  pri- 
gione di  Mantova  Berta  ed  il  figlio 
Guido,  vedendo  di  non  potergli 
levare  le  città  ed  i  popoli  della 
Toscana,  la  quale  però  governaro- 
no in  suo  nome  mediante  investi- 
tura. Guido  come  il  genitore  fece 
la  sua  residenza  in  Lucca,  ove  nel 
925  morì  Berta,  e  fu  sepolta  pres- 
so le  ossa  del  marito  nella  cattedra- 
le. Intanto  essendo  pur  morto  Be- 
rengario f,  gli  successe  nel  regno 
d'Italia  Rodolfo  di  Borgogna,  ma 
per  le  brighe  di  Ermengarda  ve- 
dova del  marchese  d'Ivrea,  e  figlia 
di  Adalberto  II  e  di  Berta,  i  prin- 
cipi italiani  ad  insinuazione  di  Gio- 
vanni X  elessero  re  d'Italia  Ugo 
conte  di  Provenza,  fratello  uterino 
di  Ermengarda  e  di  Guido,  come 
figlio  della  comune  madre  Berta  e 
di  Teobaldo  conte  di  Provenza. 
Guido  attese  Ugo  in  Pisa,  che  al- 
lora pare  avvicendasse  con  Lucca 
la  sede  dei  duchi  di  Toscana  ,  la 
quale  in  nome  del  re  continuò  Gui- 
do a  governare.  Il  marchese  nel 
928  passò  in  Roma,  e  colla  sua 
moglie  Marozia,  con  una  mano  di 
sgherri,  arrestarono  nel  palazzo  la- 
teranense  Giovanni  X,  ed  iniqua- 
mente lo    fecero    morire.    S' ignora 


LUC 

quando  Guido  tornasse  a  Lucca,  e 
dove  morisse.  Gli  successe  il  fra- 
tello Lamberto,  di  spirito  bellicoso^ 
con  dolore  di  Ugo  che  avrebbe 
amato  rimpiazzasse  il  defunto  il 
proprio  fratello  germano  Rosone. 
Volendo  Ugo  signoreggiare  anco  in 
Roma  sposando  Marozia  vedova  di 
due  se  non  di  più  mariti,  e  cer- 
cando il  modo  di  toglier  l' impe- 
dimento di  parentela,  a  disonore  di 
Berta  sua  madre  fece  spargere  la 
calunnia  che  Guido,  Lamberto  ed 
Ermengarda  erano  figli  di  altre 
donne,  ed  intimò  a  Lamberto  che 
non  ardisse  più  appellarsi  suo  fra- 
tello. Offeso  questo  nell'  onore,  a 
mezzo  di  un  campione  sfidò  Ugo 
a  duello  per  provare  essere  nati 
da  una  madre  medesima,  e  restò 
vincitore.  Tuttavolta  Ugo  impadro- 
nendosi dell'odiato  Lamberto  lo  fe- 
ce acceccare  e  cacciar  dal  suo  go- 
verno, e  lo  conferì  al  fratello  car- 
nale Bosone.  Così  dopo  la  quarta 
generazione  della  progenie  del  pri- 
mo conte  Bonifazio,  che  signoreg- 
giò senza  intervallo  circa  120  an- 
ni sulla  provincia  di  Toscana,  Luc- 
ca dovè  accogliere  un  principe  di 
Provenza.  Ebbe  Bosone  conforme 
ai  suoi  antecessori  il  titolo  di  mar- 
chese promiscuamente  a  quello  di 
duca.  Nel  936  Ugo  temendo  che 
l'amato  fratello  macchinasse  contro 
di  lui  delle  novità,  lo  fece  carce- 
rare, e  s' impadronì  delle  sue  ric- 
chezze. Dopo  la  caduta  di  Bosone 
mancano  per  molti  anni  i  nomi 
dei  governatori  che  ressero  la  To- 
scana; ma  nel  941  Uberto  figlio 
spurio  di  Ugo,  era  in  quel  tempo 
duca  della  Toscana  e  conte  del 
sacro  palazzo,  il  quale  dopo  due 
anni  fu  dal  re  innalzato  al  gover- 
no di  Spoleto  e  di  Camerino. 
La  fortuna  nel  944  cominciò  a 


LUC 

distaccarsi  da  Ugo,  reso  ormai    o- 
dioso  a   tutte   le  classi   della   nazio- 
ne; poiché  il  marchese  d'Ivrea  Be- 
rengario, nipote  dell' imperatore  di 
questo  nome,  con  poche  truppe  ca- 
lò   in    Italia,  fu    ovunque     accolto 
quale  liberatore,  e  tolse  ad    liber- 
to    Spoleto  e  Camerino.    Ugo    nei 
g47   tornossene  in  Provenza,  dopo 
aver    raccomandato    il    re  Lotario 
suo  figlio  alla   fede    dell'acclamato 
Berengario,  che  in   lui    qualche  al- 
tro   tempo    conservò    la    dignità    e 
potestà   regia,  restando  sovrano  pur 
di  Lucca.  Poco  dopo  nel    g5o  Be- 
rengario II  col  figlio    Adalberto    e 
con  Willa  di  lui    madre    nata    da 
Bosone    marchese    di    Toscana,  fu 
coronato  in  Pavia  come  re  d' Ita- 
lia ;  quando  già  sembra  che  Uber- 
to si   fosse  ritirato  dal  governo    di 
Lucca    e  della  Toscana.    Si    crede 
che  regnando  Berengario  II    e    A- 
dalberlo,    signoreggiasse    per    poco 
in  Lucca  il  conte  Albert'Azzo  figlio 
di   Sigifredo  illustre    magnate    luc- 
chese.   Questi    ben    presto    si    tirò 
addosso  l'odio  del  re  per  avere  ri- 
covrato  nella  sua  rocca  di    Canos- 
sa  Adelaide  vedova  del  re  Lotario, 
dallo  stesso  conte  offerta  ad  Otto- 
ne I  re  di   Germania,  che  sul  fine 
del  95 1    la  sposò    in   Pavia.    Tor- 
nato Ottone  I  in  Sassonia,   sapen- 
do Berengario  II  che  la  regina  era 
in  Canossa,  si  portò  ad  assediarla, 
in  cui  il  conte  Albert'Azzo  per  tre 
anni  e  mezzo  si  tenne  saldo,  finché 
furono    liberati    dall'  esercito   man- 
dato da  Ottone  I.  Non    si  conosce 
dal  95 1    al  960  quali   signori    do- 
minarono Lucca;  pare  che  un  Ugo 
fosse  marchese  di    Toscana ,    forse 
figlio  di  Uberto  od  Ugo  autore  dei 
marchesi    di  Petrella,    di    Sorbello 
e  del  Monte    s.   Maria.    Essendo  a 
cuore  di  Ottone  I  fare  ritorno    in 
vol.  it. 


LUC  33 

Italia,  ov'  era    per  la    sua  saggezza 
desiderato,  l'effettuò  nel    961,  ben 
accolto  dall'universale,  proclamato 
re  d'Italia  in  Milano,    e  coronato 
imperatore  in  Roma    da    Giovanni 
XII,  il  quale  era  stato  grandemen- 
te travagliato  da  Berengario    II    e 
dal   figlio.  Reduce  da  Roma ,    Ot- 
tone I   passò  in  Toscana,  ed  a'  i3 
marzo  962  era  in  Lucca,  ove  spe- 
dì due  diplomi,    uno    in  favore  di 
Uberto  vescovo  di  Parma    che  di- 
chiarò   conte     o  governatore  della 
città,  l'altro  ai  canonici    della  cat- 
tedrale   lucchese,    cui  confermò  le 
donazioni  delle  corti    lasciate    loro 
da   Ugo  e  Lotario  :    un    terzo  pri- 
vilegio a  favore  delle  monache    di 
s.  Giustina  di  Lucca,  l' imperatore 
compartì  a'  29   luglio  964,  in  oc- 
casione   d'un    secondo  suo  ritorno 
da  Roma  nella  città,  ch'era  passa- 
ta sotto  il  dominio  dei  re  sassoni. 
Anche  nel  3  agosto  dell'anno  964 
medesimo,  Ottone    I  continuava  a 
stare  in  Lucca.  Sotto  il  regno  dei 
due  primi  Ottoni    poche  notizie  si 
trovano  della   condizione    civile    di 
Lucca,  e    de'  suoi  governanti,  tran- 
ne   il    gran    conte    Ugo    figlio    del 
marchese  Oberto  salico  e  della  con- 
tessa Willa  nata  da  Bonifazio  mar- 
chese di  Spoleto.    Nel    detto    anno 
964  ebbe  luogo  in  Lucca  un  pla- 
cito del  marchese  Oberto  conte  del 
sacro  palazzo,   ossia  giudicato  della 
corte  suprema,  che   in  ultimo    ap- 
pello soleva  darsi  dai  messi  impe- 
riali   o  dai  conti  del  sacro    palaz- 
zo, i  quali  ad  intervalli  inviavansi 
dai  regnanti  a  render   giustizia    ai 
reclami  che  all'  imperatore   presen- 
ta vansi  nelle  varie  parti  dell'Italia. 
11  gran  conte  Ugo    pertanto    dovè 
governare ,    finché    visse,  la  Marca 
di  Toscana,  oltre   quella  dell'  Um- 
bria, e  fare  di  Lucca  la  sede  prin- 
3 


34  LUC 

cipale;  ivi  in  fatti  esercitò  atti  go- 
vernativi e  diede  prove  del  suo 
potere,  non  solamente  sopra  la  cit- 
tà, ma  sopra  tutta  la  Toscana  ,  e 
fece  battere  nella  zecca  di  Lucca 
moneta  in  nome  proprio.  Inoltre 
Ugo  figurò  sopra  ogni  altro  prin- 
cipe italiano  alla  corte  imperiale 
durante  il  regno  di  Ottone  II,  e 
la  reggenza  nella  minorità  di  Ot- 
tone III.  Ugo  ricevè  questi  in  Luc- 
ca nel  996,  reduce  da  Roma,  e  no- 
bilmente lo  festeggiò,  essendogli  di- 
lettissimo quale  inlimo  consigliere. 
Nell'ultimo  mese  dell'anno  ioor, 
essendosi  Ugo  recato  insieme  ad 
Ottone  III  in  Roma ,  insorse  una 
rivoluzione  nella  quale  molti  cor- 
tigiani ,  e  probabilmente  lo  stesso 
marchese,  per  salvar  l' imperatore, 
furono  fatti  prigionieri  o  rimasero 
dai  rivoltosi  trucidati.  Accaduta  po- 
co dopo  la  morte  eziandio  di  Ot- 
tone III,  molta  parte  dell'alta  Ita- 
lia e  forse  anche  Lucca  abbracciò 
il  partito  di  quei  principi  che  avea- 
no  chiamato  al  trono  d' Italia  il 
marchese  d' Ivrea  Arduino,  il  quale 
nel  1002  con  diploma  XI  kal.  di 
settembre  diede  da  Pavia  un  pri- 
vilegio alle  monache  di  s.  Giustina 
di  Lucca.  Su  di  che  può  vedersi 
il  cav.  Provana  negli  Sludi  storici, 
a  p.  362  delle  Memorie  della  rea- 
le accademia  di  Torino,  serie  se- 
conda, t.  VTÌ.  Però  nel  1004  il 
popolo  lucchese  e  le  altre  città  del- 
la Toscana  ,  cambiando  consiglio , 
risolvettero  di  riconoscere  in  legit- 
timo re  d'Italia  Enrico  II  di  Sas- 
sonia detto  il  Sanlo,  quindi  è  che 
a  nome  del  popolo  toscano,  nel 
mese  di  luglio,  una  deputazione 
recossi  in  Lombardia  a  prestare 
obbedienza  al  monarca  alemanno  ; 
Io  che  sembra  indizio  che  allora 
la  provincia  di  Toscana  fosse    sen- 


LUC 

za  un  capo,  duca  o  marchese  che 
la  governasse.  Realmente  in  detto 
anno  vi  fu  un  fatto  d'armi  com- 
battuto fra  i  lucchesi  ed  i  pisani, 
poco  lungi  da  Ripafratta,  fatto  che 
per  avventura  può  designarsi  per 
il  primo  embrione  di  due  nascenti 
repubbliche  e  di  due  città  che  ri- 
masero per  tanti  secoli  rivali.  Se 
per  altro  la  città  di  Lucca  restò 
qualche  anno  priva  del  suo  gover- 
natore, non  è  per  questo  che  alla 
maggior  parte  della  Toscana  man- 
casse il  suo  governante.  Tale  sem- 
bra il  marchese  Bonifazio  di  legge 
ripuaria,  figlio  del  conte  Alberto  , 
da  cui  discesero  i  conti  Alberti  di 
Mangona,  per  parte  della  contessa 
Willa  nipote  del  di  lei  marito  il 
marchese  tJgo;  ma  nel  1012  non 
era  più  tra'  vivi,  senza  aver  mai 
esercitato  alcun  dominio  nella  città 
e  contado  lucchese.  Ve  lo  esercitò 
bensì  il  marchese  Ranieii  figlio  del 
conte  Guido,  progenitore  dei  conti 
S.  Maria  e  di  Sorbello,  il  quale  siri 
dal  ioi4  figura  in  qualità  di  mar- 
chese di  Toscana.  Allorché  l'impe- 
ratore Corrado  II  nel  1026  si  a- 
vanzava  verso  Roma  per  sottomet- 
tere i  toscani,  Ranieri  che  coi  luc- 
chesi erasi  in  Lucca  fortificato , 
dopo  qualche  ostile  dimostrazione 
si  sottomise  a'  suoi  voleri  .  Nel 
1028  era  governatore  della  Tosca- 
na Bonifazio  III,  padre  della  con- 
tessa Matilde,  figlio  del  marchese 
Tedaldo  di  Lombardia,  e  ciò  nel 
tempo  in  cui  un  fratello  del  mar- 
chese Bonifazio  sedeva  nella  catte- 
dra aretina  :  Bonifazio  in  alcuni 
documenti  viene  chiamato  serenis- 
simó  duca  e  marchese  di  Tosca- 
na. Il  valore  militare,  le  ricchezze, 
l'estensione  dei  possessi  ed  i  cospi- 
cui  matrimoni  fecero  aumentale 
successivamente    il    potere    e    l' in- 


LUC 

fluenza  politica  del  marchese  sulle 
faccende  d' Italia,  a  segno  che  nei 
regni  di  Corrado  II  ed  Enrico  III 
figurò  coli' arcivescovo  di  Milano 
Eriberto  fra  i  primi  magnati,  sino 
ad  essere  qualificati  duo  lumina 
regni.  Bonifazio  se  non  nacque  in 
Lucca ,  traeva  però  V  origine  da 
Lucca  come  discendente  da  Sigis- 
fredo,  che  il  biografo  della  contes- 
sa Matilde  dichiara  principe  pre- 
claro del  contado  di  Lucca ,  equi- 
valente cioè  ad  un  conte  rurale. 
Nella  villa  sua  prediletta  di  Vivi- 
naia  nella  terra  di  Montecarlo,  nel 
febbraio  io38  Bonifazio  accolse  con 
magnificenza  reale  il  Papa  Bene- 
detto IX,  e  Corrado  lì  con  la  con- 
sorte e  il  figlio,  infra  comilatu  lu- 
cerne, emanando  l'imperatore  tre 
privilegi  a  favore  de'  canonici  e 
della  cattedrale  di  Lucca. 

Delle  esorbitanti  ricchezze  di  Bo- 
nifazio fece  pompa  strabocchevole 
egli  stesso,  sia  allorché  contrasse  le 
seconde  nozze  con  Beatrice  figlia 
di  Federico  duca  di  Lorena,  dalla 
quale  nacque  la  gran  contessa  ;  sia 
all'occasione  in  cui  il  marchese  me- 
desimo fece  presentare  in  Mantova 
dal  suo  visconte,  e  in  Piacenza  da 
altri  suoi  ministri,  sontuosissimi  re- 
gali all'imperatore  Enrico  III,  il 
quale  stupefatto  da  tal  pomposo 
procedere  in  un  principe  subalter- 
no, si  vuole  che  esclamasse:  Quis 
vìr  habel  servos  qualts  Bonifacius? 
Siccome  poi  Bonifazio  faceva  mer- 
cato riprovevole  di  molti  beni  di 
chiesa  e  molti  se  ne  appropriava 
con  vari  prelesti,  Guido  venerabile 
abbate  della  Pomposa  gli  ingiunse 
una  peuitenza  :  lo  slesso  Fiorentini 
indica  le  sevizie  ed  angarie  intro- 
dotte da  Bonifazio  a  danno  dei  luc- 
chesi. Morendo  egli  in  Mantova  nel 
ìuSi    per    uccisione,    fu   chiamalo 


LUC  35 

ricchissimo  e  tiranno.  Vuoisi  che 
la  sua  gran  potenza  cagionasse  ge- 
losia ad  Enrico  III;  tuttavolta  do- 
po la  morte  di  Bonifazio,  nella  ca- 
rica marchionale  di  Toscana  sot- 
tentrò pacificamente  la  sua  consor- 
te Beatrice.  Diede  bensì  ombra  al- 
l'imperatore  il  nuovo  matrimonio 
senza  sua  saputa  nel  io54  conchiu- 
so dalla  vedova  di  Bonifazio  con 
Goffredo  III  duca  di  Lorena  delto 
il  Barbuto,  tanto  più  che  il  secon- 
do marito  fu  ribelle  di  Enrico  III. 
IVon  potendo  questi  aver  nelle  ma- 
ni Goffredo,  nel  io 55  ritenne  in 
ostaggio  la  sua  moglie  coi  figli 
da  lei  partoriti  al  marchese  Boni- 
fazio. Quindi  Enrico  III  inviò  E- 
berardo  vescovo  di  Ptatisbona  suo 
rappresentante  a  Lucca ,  che  nel 
palazzo  dell'  imperatore  presso  le 
mura  della  città  pronunziò  un  pla- 
cito a  favore  del  vescovo  e  della 
cattedrale  di  Lucca.  Venne  poco 
dopo  in  Toscana,  passando  per 
Lucca  e  per  Pisa,  lo  stesso  impe- 
ratore, per  far  posare  le  armi  ai 
pisani  e  ai  lucchesi  ch'erano  tor- 
nati a  farsi  guerra  sotto  il  Monte 
Pisano.  I  lucchesi  sebbene  allora 
mancassero  di  un  proprio  gover- 
natore, stavano  in  pace  coi  loro 
vicini,  quando  Enrico  III  infer- 
mato in  Germania  e  assistito  dal 
Pontefice  Vittore  II,  cui  racco- 
mandò il  figlio  Enrico  IV,  a'  3 
ottobre  io56  passò  all'altra  vita. 
La  tenera  età  del  principe,  la  cui 
tutela  fu  appoggiata  all'  imperatri- 
ce madre,  fu  cagione  di  gravi  scon- 
volgimenti in  Italia,  come  in  Luc- 
ca ed  in  Toscana.  Fu  allora  che 
incominciarono  ad  emanciparsi  qua- 
si tutti  i  conti  e  marchesi  dal  loro 
monarca ,  i  sudditi  dai  marchesi , 
dai  duchi  e  dai  conti,  gli  uni  per 
governare  a  loro  arbitrio,  gli  altri 


36 


LUC 


per  costituirsi  a  poco  a  poco  in 
regime  repubblicano.  Ad  interces- 
sione di  Vittore  II  il  fanciullo  re 
perdonò  al  duca  Goffredo,  e  liberò 
dall'ostaggio  la  sua  moglie  conlessa 
Beatrice  con  la  superstite  figlia,  le 
quali  donne  dopo  due  anni  di  pri- 
gionia tornarono  a  dominare  in 
Toscana.  Accaddero  poco  appresso 
avvenimenti  gloriosi  a  Goffredo  e 
alla  città  di  Lucca.  Dopo  la  morte 
di  Vittore  II,  fu  eletto  Papa  a'  2 
agosto  io57  Stefano  IX  detto  X 
fratello  di  Goffredo,  al  quale  pro- 
venne non  piccolo  aumento  di  re- 
putazione e  di  potenza,  e  alla  con- 
tessa Beatrice  cognata  del  Pontefice; 
ma  quando  designavasi  far  di  Gof- 
fredo un  re  d'Italia,  morì  Stefano 
IX  in  Firenze  a'  29  marzo  io58. 
Altri  dissero  che  il  defunto  nutren- 
do non  favorevoli  disposizioni  per 
Enrico  IV,  avrebbe  elevato  all'im- 
pero il  fratello.  Insorgendo  l'anti- 
papa Benedetto  X  per  la  potenza 
di  una  fazione,  il  celebre  Ildebran- 
do poi  s.  Gregorio  VII  si  recò  in 
Germania  a  rappresentare  il  deplo- 
rabile stato  delle  cose  di  Roma. 
Enrico  IV  e  l'imperatrice  madre 
rimandarono  subito  in  Italia  Ilde- 
brando, perchè  col  suo  zelo  in  un 
al  potere  di  Goffredo  ponessero 
fine  allo  scisma.  Giunto  in  Tosca- 
na, di  consenso  del  clero  romano 
trattò  l'esaltazione  di  Gerardo  ve- 
scovo di  Firenze,  che  godeva  giu- 
stamente del  favore  di  Goffredo , 
mentre  nel  concilio  di  Siena  e  poi 
in  quello  di  Sutri  venne  deposto 
l'antipapa.  Allora  Gerardo  in  com- 
pagnia di  Goffredo  partì  per  Ro- 
ma, e  giuntovi  fu  intronizzato  nel- 
la sedia  di  s.  Pietro  col  nome  di 
Nicolò  lì,  che  dopo  circa  trentun 
mesi  di  pontificato  morì  in  Firen- 
ze a'  22  luglio   1061. 


LUC 

Favorito  dal  duca  e  duchessa 
di  Toscana ,  e  massime  da  Ilde- 
brando, che  vuoisi  della  famiglia 
de'  conti  Aldobrandeschi ,  ovvero 
romano  e  di  bassa  nascita,  diven- 
ne Papa  col  nome  di  Alessandro 
II,  Anselmo  Badagio  milanese,  ca- 
nonico regolare  lateranense  della 
congregazione  di  ».  Frediano  di 
Lucca ,  e  vescovo  di  questa  città  , 
il  cui  governo  spirituale  ritenne. 
Nel  seguente  anno  1062  comincia- 
no gli  Annali  di  Tolomeo  lucche- 
se, ne'  quali  trovansi  accennate  le 
principali  vicende  istoriche ,  e  più 
specialmente  quelle  di  Lucca  sino 
al  i3o4;  vicende  che  vennero  più 
tardi  con  aurea  latinità  ed  eloquen- 
za rifuse  dal  p.  Bartolomeo  Beve- 
rini, coll'aggiunta  dei  fatti  accaduti 
dal  i3o4  sino  al  declinare  del  se- 
colo XVII.  Adontato  Enrico  IV 
dell'elezione  di  Alessandro  II,  fece 
eleggere  l'antipapa  Onorio  II,  e  lo 
mandò  con  un  esercito  a  Roma. 
Accorse  in  aiuto  di  Alessandro  II 
Goffredo,  e  potè  fugare  l' antipapa 
ed  i  suoi  armati  :  tuttavolta  il  Pon- 
tefice riparò  in  Lucca.  Alessandro 
II  più  volte  si  recò  in  Lucca,  e 
più  mesi  vi  si  trattenne  nel  1064, 
accordando  privilegi  alla  cattedrale 
ed  alla  città;  vi  ritornò  nel  1067 
e  nel  1068  prima  e  dopo  aver 
presieduto  al  concilio  di  Mantova. 
Nella  quale  ultima  circostanza,  cioè 
nel  giugno ,  stando  nel  Inolio  o 
giardino  dell'episcopio  di  Lucca,  la 
duchessa  Beatrice,  alla  presenza  di 
molli  vescovi,  conti  e  visconti,  ema- 
nò un  placito  a  favore  della  men- 
sa vescovile  lucchese,  col  quale  fu 
confermata  l' investitura  di  alcuni 
beni  posti  ad  Asciano  ed  a  Vico 
Auseressole  nel  territorio  di  Pisa. 
Tornato  in  Lucca  Alessandro  II 
nel    1070  consecrò  e  concesse  nuo- 


LUC 

vi  privilegi  al  rinnovalo  tempio 
della  cattedrale  di  s.  Martino,  nel 
cui  episcopio,  se  non  continuamen- 
te, molti  mesi  degli  anni  1071  e 
1072  egli  abitò,  corteggiato  e  ono- 
rato dalle  due  governatrici  della 
Toscana,  Beatrice  e  Matilde  super- 
stite de' figli  di  Bonifazio,  e  che 
sino  dal  io63  avea  sposato  Gof- 
fredo o  Gottifreddo  o  Gozzelone 
il  Gobbo  duca  di  Lorena,  figlio  del 
patrigno  Goffredo  111,  il  quale  era 
morto  nel  1070.  Nell'aprile  1073 
santamente  finì  di  vivere  Alessan- 
dro II,  ed  immediatamente  gli  suc- 
cesse Ildebrando  che  fu  s.  Grego- 
rio VII,  al  quale  articolo  moltissi- 
me cose  si  dicono  riguardanti  la 
gran  contessa  Matilde.  Il  nuovo 
Pontefice  nelle  emergenze  tra  la 
Chiesa  e  I'  impero  ,  singolarmente 
per  r  investiture  ecclesiastiche  con- 
dannate, mostrò  tanta  eroica  for- 
tezza, tale  ardore  e  incorrotta  vir- 
tù, da  renderlo  celebre  a  tutti  i 
secoli  avvenire.  Frattanto  Matilde, 
ora  sola,  ora  in  compagnia  della 
madre,  esercitò  atti  di  dominio 
quasi  assoluto  sopra  Lucca  ,  e  su 
tutto  il  restante  della  Toscana,  a- 
Tendo  detto  alla  citata  sua  biogra- 
fia in  quali  stati  esercitasse  il  suo 
potere:  dissi  quasi  assoluto  domi- 
nio, perchè  ancora  un'ombra  di  di- 
pendenza regia  verso  Enrico  IV, 
in  qualche  modo  nella  celebrazio- 
ne dei  placiti  di  lei  traspariva. 
Goffredo  suo  marito  esercitò  in  di 
lei  nome  alcuna  autorità  in  To- 
scana, e  ne'  paesi  di  sua  domina- 
zione; nondimeno  si  afferma  che 
Matilde  avesse  fatto  voto  di  tenersi 
celibe  nel  maritaggio.  I  coniugi  non 
vissero  lunga  pezza  insieme,  perchè 
Goffredo  fu  sempre  devolo  di  En- 
rico IV,  indi  venne  assassinalo  nel 
febbraio   1076,  per  ordine  del  suo 


LUC  37 

nemico  Roberto  1  conte  di  Fian- 
dra. Dopo  due  mesi  Matilde  per- 
dette anche  sua  madre,  e  fin  d'al- 
lora l'amministrazione  trovandosi 
nelle  sole  sue  mani,  fu  veduta  in 
pari  tempo  ornare  i  suoi  stati  con 
edifìzi  magnifici ,  templi ,  castella  , 
ponti  di  una  architettura  ardita  e 
singolare,  ed  offrire  la  sua  potente 
protezione  a  s.  Gregorio  VII,  che 
allora  era  nel  bollore  delle  sue  con- 
tese con  Enrico  IV. 

Nel  concilio  di  Laterano,  aven- 
do il  Papa  scomunicato  Enrico  IV, 
e  dichiaratolo  decaduto  dal  regno, 
assolse  i  sudditi  e  vassalli  ed  i  mi- 
nistri di  lui  dal  giuramento  di  ob- 
bedienza e  di  fedeltà.  D'allora  in 
poi  la  devota  contessa  Matilde  co- 
minciò a  regnare  da  assoluta  pa- 
drona con  intitolarsi  negli  alti  pub- 
blici, che  se  ella  contava  qualcosa, 
era  tale  per  la  sola  grazia  di  Dio: 
Matilde  Dei  gratia  si  quid  est. 
Quantunque  i  lucchesi  ed  in  ge- 
nerale i  toscani  non  avessero  mo- 
tivo, per  la  sua  austera  virtù,  da 
lodarsi  del  suo  governo,  pure  essi 
dovettero  uniformarsi  ai  voleri  di 
quella  padrona;  non  però  potè  im- 
pedire che  Lucca  ed  altri  luoghi 
di  Toscana,  seguissero  le  parti  del- 
l'antipapa Clemente  III  e  di  Enrico 
IV.  Per  consiglio  di  s.  Gregorio  VII 
prese  Matilde  per  cappellano  ,  di- 
rettore spirituale  e  consigliere  s.  An- 
selmo nipote  di  Alessandro  II,  che 
a  lui  successe  nel  vescovato  di  Luc- 
ca, sebbene  viaggiasse  colla  contes- 
sa anche  dopo  la  sua  elezione  epi- 
scopale. Appena  morto  il  marito 
partigiano  di  Enrico  IV,  Matilde 
più  francamente  si  dichiarò  quasi 
propugnacolo  della  Sede  apostolica, 
e  il  braccio  forte  di  s.  Gregorio 
VII.  In  più  luoghi  narrammo  gli 
avvenimenti  politico-ecclesiastici    iu 


LUC 


:  ni     ella     prese     tanta     parte  ;    co- 
me nel    1077   accolse  il  Papa  nella 
sua   inespugnabile    fortezza    di    Ca- 
nossa, dove    a    Ini    presentò    sotto- 
messo    e    penitente     il    simulatore 
Enrico  IV;    e    come    donò    il  suo 
patrimonio  alla  Chiesa  romana,  dan- 
do in   feudo  di  essa  a  s.   Gregorio 
VII    la  Toscana    e  Lombardia,  di 
die  parlammo  pure  all'articolo  Gar- 
f<7gnana  (  Vedi  ).    A    sostegno    del 
Papa  e  della  Sede  apostolica,  Ma- 
tilde armò  più  eserciti,  quello  però 
che  oppose  ai  nemici   nel  1080  sul 
territorio    di  Mantova,    fu    battuto 
e  disfatto  dai    combattenti    fautori 
di  Enrico  IV.   A    questo    monarca 
piuttosto  che    alla    marchesana    di 
Toscana  aderiva  a  quei    tempi    in- 
telici e  di    scisma  un  buon  nume- 
ro di  lucchesi    e    una    gran    parte 
del   loro  clero,  dappoiché  molti  ca- 
nonici, trascurando  i  precetti  della 
disciplina  ecclesiastica,  che  combat- 
teva principalmente    l' incontinenza 
e  la  simonia  ,  ricusarono  obbedire 
al   loro  degno  pastore,    eleggendosi 
invece    un    vescovo    scismatico.    In 
falli  al  passaggio  che  fece  nel  1081 
per  la  Toscana  Enrico  IV.,  volle  la- 
sciare alle  sue  fedeli  città    di    Pisa 
e  di  Lucca    tali    generosi    privilegi 
che  possono  dirsi    i    primi    segnali 
della  loro  municipale  emancipazio- 
ne; quindi  in   mezzo    all'  urto    vio- 
lento di  tanti  avvenimenti    e    pas- 
sioni opposte,  incominciò  a  germo- 
gliare e  crescere  quello    spirito    di 
libertà,  che  andò  gradatamente  au- 
mentando, finché  giunse  a  costitui- 
re   in    repubblica    non    solamente 
Lucca,  ma  molte  altre  città  dell'I- 
talia. Fra  gli   elementi  primordiali 
che  contribuirono  a    predisporre    i 
lucchesi  a  regime  costituzionale  so- 
no da  coniarsi    i    diplomi    concessi 
fa  Enrico  IV  nel    1081,   dui    suo. 


LUC 

figlio  Enrico  V  nel  i  1  1  (>  e  da 
Lotario  II  nel  11 33  confermati  a 
favore  di  que'  cittadini.  Con  altro 
diploma  del  1100  Enrico  IV  con- 
validò le  concessioni  del  1081  ai 
lucchesi,  a  favore  dc'quali  aggiun- 
se il  diritto  di  potere  lenza  diffi- 
coltà navigare  nel  (lume  Serchio  , 
e  aver  libero  accesso  allo  scalo  di 
Motrone.  Nel  primo  diploma  del 
1081  Enrico  IV  diceva,  che  per 
ricompensare  i  lucchesi  della  loro 
fedeltà  e  dei  servigi  a  lui  resi  , 
vietava  a  qualunque  autorità  eccle- 
siastica o  laicale  di  demolire  il  re- 
cinto delle  mura  della  città,  di  c- 
dificar  castella  nel  distretto  delle 
sei  miglia;  aboliva  le  consuetudini 
perverse  imposte  loro  con  d  me  zza 
dal  marchese  Bonifazio  III;  esen- 
tava i  medesimi  dai  placiti  e  sen- 
tenze di  giudici  lombardi,  dal  ri- 
patico pisano,  dagli  obblighi  del  fo- 
dro  e  di  curatura  da  Pavia  linci 
a  Roma ,  non  che  degli  alloggi  ; 
prometteva  di  non  far  costruire 
dentro  la  città  o  ne'  sobborghi  al- 
cun palazzo  reale  o  imperiale ,  e 
filialmente  permetteva  ai  lucchesi 
di  recarsi  a  comprare  e  vendere 
nei  mercati  di  s.  Donnino  e  di 
Parma,  dichiarando  espressamente 
esclusi  da  questo  ultim,o  permesso. 
\  fiorentini. 

In  conseguenza  del  riportato  pri- 
vilegio, il  popolo  di  Lucca  comin- 
ciò dal  distruggere  nel  1086  il  vi- 
cino castello  eretto  in  Vaccoli  da 
alcuni  nobili  del  contado  ;  e  nel 
1 100  lo  stesso  comune  maudò  gen- 
te ad  atterrare  la  torre  di  Casta- 
gnole sulla  riva  destra  del  Serchio; 
quindi  nel  i  1  o^,  a  cagione  del  ca- 
stello di  Ripafrallu.,  i  lucchesi  rin- 
novarono contro  i  pisani  mi  juugq 
conflitto,  nei  campi  medesimi  dove 
cent'anni  itiuanzi  uvevan,o  combat- 


LUC 

tuto.    Intorno    al     1090    i     consoli 
maggiori  ossiano   municipali,    eser- 
citavano il  loro    uffizio    in    Lucca , 
al  pari  che  in  molte  altre    città  e 
terre  di  Toscana,  essendo  questa  la 
memoria  più  antica  di    magistrato 
proprio,  o    rappresentanti    munici- 
pali. In  diverse  scritture    de'  secoli 
XII  e  XIII    si    rammentano    varie 
classi  di  consoli    in    Lucca  ;    impe- 
rocché oltre  i  consoli  maggiori,  che 
tenevano  la  prima  magistratura,  vi 
erano  i  consoli  delle  curie,    cioè  i 
treguani  ossia  i  giudici  di  pace,  la 
di    cui    esistenza    è    antica    quanto 
quella  de'  consoli  maggiori  ;  vi  era- 
no i  consoli  de'  mercanti,  i  consoli 
foretani,  ed  ogni   vicinanza    o  con- 
trada aveva  i  suoi.    I  consoli  mag- 
giori, cui  spettava    1*  ingerenza  go- 
vernativa, venivano  eletti  ogni  an- 
no, costituivano  in  Lucca  il  corpo 
decurionale,  e  giurar  dovevano  fe- 
deltà   all'imperatore,    di     aiutarlo 
nel  possesso  del  regno  d' Italia,  non 
che  di   Lucca  e    suo  contado,    cosi 
pure  di  pagargli   le  regalie  che  gli 
si  dovevano;  ed  essendo    l'impera- 
tore in  Germania,  un  di    loro  do- 
veva per   tutti  recarsi    a    prendere 
l'investitura ,    che    s'  era    in    Italia 
dovevano  recarsi  tutti  a    riceverla  , 
dovendo  governare  il   popolo    e   la 
città  a  onor  di   Dio   ed    a  servigio 
dell'imperatore.   In   Lucca  vi  fu  la 
corte  o  curia    de'  banchieri ,    cam- 
bisti e  mercanti  ;  la  curia  per  giu- 
dicar le  cause    civili    della    città  e 
sobborghi  sino  al  merito  di    venti- 
cinque lire  j  la  curia  de'consoli   tre- 
guani per  cause  civili  ed  ecclesiasti- 
che, per  pene  incorse,  livelli  e  tregue; 
e  la  curia  de'  consoli  foretani  ossia 
foranei   per  le  cause    tra    forestieri 
e  lucchesi,  e  Ira    forestieri  e    fore- 
■  stieri.    In   una   parola,  Lucca  a  par- 
tire dal  privilegio  di    Enrico    IV , 


LUC  39 

godeva  di  magistrati  propri,  sicco- 
me d'allora  in  poi  possedè  di  buon 
diritto  un   territorio  di  sua    esclu- 
siva giurisdizione.  Nel     1086    a    s. 
Gregorio  VII  successe    Vittore  III, 
ed  a  lui  nel  1088  Urbano  II.  Que- 
sti   persuase    la    contessa    Matilde , 
affine  di  rafforzare  il  proprio  par- 
tito e  resistere  ad  Enrico  IV,  Cle- 
mente III  e  loro  fautori,    di    spo- 
sare Volfone  V  0  sia  Guelfo  figlio 
di  Guelfo  I  duca  di  Baviera,  colla 
condizione  di    rispettare   inlatto    il 
letto  maritale,    dichiarandolo    però 
suo  erede.  Non  andò  guari  che  Ma- 
tilde, non  essendosi  trovata    molto 
contenta  del  secondo  marito,  come 
non  lo  era    stata  del  primo,  allon- 
tanossi  dal  consorzio   di    Guelfo,  a 
segno  che    annullò    i    patti    dotali. 
Quindi  essa  a' 17   novembre   1102, 
essendo  Papa  Pasquale  li ,   stando 
nella  rocca  di    Canossa ,    alla   pre- 
senza del  cardinal    Bernardo    degli 
Uberti  legato  pontificio  in  Lombar- 
dia ,  e  di  altri  illustri   personaggi , 
volle  rinnovare  per  rogito  l'atto  di 
donazione    già    da    lei    fatta    nelle 
mani  di  s.  Gregorio  VII.  In  vigore 
del  quale  atto  ella  donò  alla  Chiesa 
romaua  tutti  i  suoi  beni  :  omnia  bo- 
na mea3  jure  proprietario 3  tam  quae 
mine  habeo}  quam  quem  in  poste.rum 
acquisitura  sum}  etc.  Nel  voi.  XII, 
pag.  289  del  Dizionario   facemmo 
menzione  di   un   frammento  dell'i- 
scrizione contenente  tal    donazione, 
ed  esistente  nelle  sacre    grotte  va- 
ticane.  V.  l'articolo  Sovranità'  dei 
romani  Pontefici,  Mantova,  e  Con- 
tessa  Matilde,  che  morì  a'  24  lu- 
glio 1  1  i5. 

La  donazione  di  Matilde  per  le 
pretensioni  degl'  imperatori  e  degli 
eredi  di  Guelfo  fu  più  volte  usur- 
pata alla  santa  Sede,  e  cagione  di 
gravissime  differenze^  coinè  uotaiU' 


4o  LUC 

mo  in  più  luoghi,  e  pei  primi  la 
usurparono  Enrico  V  e  Lotario 
11.  Appena  nel  ii5s  venne  innal- 
zato al  trono  lo  svevo  Federico  I, 
dichiarò  il  patrimonio  della  contes- 
sa proprietà  del  duca  di  Baviera 
Guelfo  VI,  come  nipote  per  parte 
di  padre  di  Volfone  V  o  Guelfo 
Bavaro- Estense.  Divenuto  Guelfo 
VI  marchese  di  Toscana ,  rilasciò 
nel  ii  60  ai  lucchesi  ogni  regalia 
marchionale  nel  contado  sei  miglia 
intorno  la  città,  e  rinunziò  a  fa- 
vore del  comune  di  Lucca  gli  al- 
lodiali di  Matilde,  di  cui  egli  si 
qualificava  legittimo  signore  ed  ere- 
de ,  purché  i  beni  della  contessa 
fossero  stati  dentro  Lucca  o  nel  di- 
stretto delle  sei  miglia.  Intanto  in- 
sorto fino  dal  1 1 5g  il  funesto  scisma 
di  Vittore  IV  detto  V,  che  Fe- 
derico I  sostenne  colle  armi  con- 
tro il  legittimo  Alessandro  II;  men- 
tre questi  trovavasi  in  Sens,  l'an- 
tipapa   Vittore    V    nel    novembre 

I  i63  si  abboccò  in  Lodi  coli' im- 
peratore, e  nel  seguente  anno  pas- 
sò in  Lucca,  ove  si  ammalò  e  di- 
venne frenetico,  indi  mori  impeni- 
tente a'20  aprile  e  fu  sepolto  a'22. 

II  padre  Papebrochio  in  Propyleo 
par.  II,  p.  25,  dice  che  fu  sepolto 
in  un  monastero  fuori  della  città 
perchè  i  canonici  della  cattedrale 
e  quelli  regolari  di  s.  Frediano , 
vollero  piuttosto  essere  scacciati  dal- 
le loro  chiese,  che  ricevervi  il  ca- 
davere di  uno  scismatico.  Nel  mo- 
nastero fu  portato  dai  soldati  del- 
l'imperatore, e  dalla  propria  fa- 
miglia. Interrogato  dai  Bollandisti 
Mario  Fiorentino,  qual  fosse  questo 
monastero,  rispose  che  congettura- 
va essere  quello  de'  ss.  Filippo  e 
Giacomo  e  Ponziano  de'  benedet- 
tini, del  qual  ordine  credeva  essere 
stato  l' antipapa,  il  qual  monastero 


LUC 

fu  poscia  levato  dal  Pontefice  ai 
benedettini,  e  dato  ai  monaci  Oli- 
vetani. I  lucchesi  a  mediazione  di 
Federico  I  si  riconciliarono  nel  1  1 75 
coi  pisani;  e  sebbene  l'imperatore 
nell'anno  seguente  promise  ad  A- 
lessandro  III  di  restituire  alla  san- 
ta Sede  le  terre  della  contessa  Ma- 
tilde, nella  memorabile  pace  fatta 
a  Venezia  nel  1177  se  'e  ^ierbò. 
Nel  1178  Federico  1  portatosi  io 
Lucca  alloggiò  nell'episcopio.  L'anno 
1181  fu  segnalato  dall'esaltazione 
al  trono  pontificio  del  lucchese  Lu- 
cio III,  e  dalla  rinnovazione  della 
pace  tra  Lucca  e  Pisa,  giurando  i 
rispettivi  consoli  che  sarebbero  ri- 
spettate le  giurisdizioni  de'  loro  pa- 
stori; si  convenne  inoltre  che  il  lu- 
cro delle  due  zecche  sarebbe  stato 
diviso  tra  le  due  città,  e  che  i  pi- 
sani non  avrebbero  più  coniato  mo- 
nete simili  alle  lucchesi ,  dovendo 
ognuno  batterle  differenti.  In  que- 
sto tempo  era  vi  in  Lucca  anche 
il  podestà  o  rettore  di  giustizia;  ed 
al  tempo  del  podestà  Alcherio , 
dopo  il  1  188,  furono  cacciati  i  con- 
soli da  Lucca,  perchè  contrariava- 
no i  suoi  ordini  e  quelli  del  ve- 
scovo. Dopo  tali  gare  civili,  altre 
se  ne  accesero  di  assai  maggior 
momento  per  la  morte  accaduta 
nel  1  197  dell'imperatore  Enrico 
VI  figlio  di  Federico  I,  stante  che 
il  trono  imperiale  fu  contrastato 
tra  il  fratello  Filippo  di  Svevia , 
Ottone  IV  e  Federico  li  figlio  del 
defunto:  Ottone  IV  di  Sassonia 
fu  sostenitore  dei  gudfi.,  i  principi 
svevi  nominati  de'  ghibellini,  am- 
bedue fazioni  che,  come  dicemmo 
ai  loro  articoli,  per  più  secoli  de- 
solarono la  Toscana   e  l'Italia. 

Dopo  la  morte  di  Enrico  VI  e 
nel  1  1 97  stesso  le  città  e  i  ma- 
gnati della  Toscana  inlimarono  una 


LUC 

dieta  nel  borgo  di  s.  Ginesio  sotto 
s.  Miniato,  cui  presiederono  il  car- 
dinal Bernardo  già  canonico  rego- 
lare lucchese,  ed  il  cardinal  Pan- 
dolfo  Massa  pisano.  Nella  dieta,  tran- 
ne i  sindaci  di  Pisa  e  di  Pistoia, 
concorsero  gli  ambasciatori  di  quasi 
tutte  le  città  e  terre  della  Tosca- 
na, fra  i  quali  furono  due  consoli 
di  Lucca.  Ne  fu  scopo  il  far  giu- 
rare non  riconoscere  alcuno  per  im- 
peratore, re,  duca  o  marchese,  sen- 
za espresso  consenso  della  Chiesa 
romana.  Ma  appena  Ottone  IV  nel 
1209  fu  riconosciuto  da  Innocenzo 
III  e  dichiarato  imperatore,  lo  ri- 
conobbero pure  per  legittimo  mo- 
narca diversi  comuni  e  magnati  del- 
la Toscana,  e  specialmente  la  città 
di  Lucca.  A  favore  di  questa  l'au- 
gusto spedi  da  Foligno  a'  12  di- 
cembre un  diploma  più.  largo  di 
quelli  compartiti  dai  suoi  anteces- 
sori ;  e  due  giorni  dopo  spedi  al- 
tro diploma  in  benefìzio  della  cat- 
tedrale lucchese.  In  s.  Miniato  poi 
a'  2  novembre  avea  confermato  il 
privilegio  da  Enrico  VI  concesso 
alla  chiesa  e  canonici  di  s.  Fredia- 
no. Verso  il  principio  del  secolo 
XIII  ebbe  luogo  in  Lucca  T  istitu- 
zione d'  una  magistratura  civile  e 
militare  per  provvedere  alla  difesa 
della  libertà  lucchese.  Adunatosi  nel 
1206  il  senato  nella  chiesa  di  s. 
Pietro  maggiore,  elessero  dodici  prio- 
ri o  tribuni  e  capitani  delle  mili- 
zie, i  quali  colle  loro  insegne  o 
gonfaloni,  insieme  coi  consoli  mag- 
giori, a*  22  marzo  nella  chiesa  di 
s.  Senzio  nominarono  in  podestà 
di  Lucca  Aldobrandino  Malpigli. 
Già  da  qualche  tempo  la  santa  Se- 
de,  massime  Onorio  III  e  Grego- 
110  IX,  reclamando  l'eredità  lascia- 
la al  patrimonio  di  s.  Pietro  dalla 
conlessa  Matilde,  nella    quale    ere- 


LUC  41 

dita  erano  comprese  molte  terre  e 
feudi  da  quella  principessa  e  dai 
suoi  maggiori  più  ,  che  altrove 
posseduti  nelle  parti  di  Garfa- 
gnana  (al  quale  articolo  dicemmo 
come  Gregorio  IX  non  vedendo 
restituirsi  dai  lucchesi  gli  usurpa- 
ti feudi ,  e  infestando  essi  anco  le 
chiese,  il  clero  ed  i  sudditi  ponti- 
fìcii, dopo  gravi  minacce  venne  al- 
la punizione,  ed  alle  sentenze  di 
scomunica  e  d'interdetto),  a'  27 
marzo  i23i  riparti  tutta  la  dio- 
cesi di  Lucca  alle  quattro  cattedrali 
limitrofe  ,  e  privò  il  capitolo  di 
Lucca  delle  prerogative  che  gode- 
va per  benefìcio  della  Sede  aposto- 
lica. In  questo  deplorabile  slato 
rimase  la  chiesa  di  Lucca  sino  al 
1234,  in  cui  ravvedutisi  i  lucchesi 
degli  eccessi  commessi,  imploraro- 
no ed  ottennero  con  diverse  con- 
dizioni il  perdono  e  la  reintegra- 
zione della  sede  vescovile  e  degli 
altri  privilegi  a'  1 2  dicembre.  Tut- 
to, il  ripetiamo,  insieme  ai  succes- 
sivi e  relativi  avvenimenti,  e  con 
qualche  diffusione,  all'articolo  Gar- 
pagnana  già  trattammo.  Il  consi- 
glio generale  di  Lucca  ascendeva 
in  quell'epoca  a  38o  persone,  cioè 
cinque  consoli  maggiori,  i  capitani 
o  tribuni  della  chiesa  di  s.  Pietro 
maggiore,  i  capitani  della  contrada 
di  s.  Cristoforo ,  venticinque  con- 
siglieri speciali  per  ogni  porta  o 
regione  della  città,  e  207  cittadini 
del  consiglio  maggiore.  Eravi  il 
podestà,  il  capitano  del  popolo,  gli 
anziani  e  priori  che  si  cambiavano 
spesso;  nel  i2  5o  i  detti  anziani 
rimpiazzarono  i  consoli. 

Dopo  la  pacificazione  colla  santa 
Sede  e  la  morte  di  Federico  li  , 
le  cose  dei  lucchesi  nei  primi  dieci 
anni  dell'impero  vacante  cammi- 
narono di  bene  in  meglio,  e  prospe- 


4*  LUC 

rarono  si  negli  affari  del  comune, 
tome  nel  conservare  i  paesi  che  i 
lucchesi  a  forza  danni  anelavano 
acquistando,  ad  onta  che  in  Lucca 
non  mancassero  a  distili  bare  la  pa- 
ce interna  le  malaugurate  fazioni 
dei  guell;  contro  i  ghibellini  ,  dei 
nobili  di  contado  contro  la  comu- 
nità, del  popolo  grasso  contro  il 
magro,  in  una  parola  dei  popolani 
contro  i  magnati.  Nel  secolo  XIII 
e  nel  principio  del  seguente,  i  luc- 
chesi per  uniformità  d'istituzioni 
municipali  e  di  sentimenti  politici 
coi  fiorentini,  erano  con  essi  tanto 
strettamente  uniti  e  collegati  ,  che 
ogni  alfronto  ricevuto  dai  due  po- 
poli era  affronto  comune;  quindi 
le  guerre,  le  tregue  e  le  paci  pro- 
cederono  d'accordo  quasi  costante- 
mente come  il  governo;  reciproca 
la  buona  corrispondenza  tra  i  si- 
gnori della  repubblica  fiorentina  e 
gli  anziani  lucchesi,  per  cui  i  due 
governi  furono  per  lunga  età  1'  a- 
nima  e  il  maggior  nerbo  della  le- 
ga guelfa  in  Toscana.  La  prova 
più  solenne,  più  generosa,  di  cui 
■  buon  diritto  il  governo  lucche- 
se deve  onorarsi  ,  fu  dimostrata 
(orse  all'occasione  della  battaglia 
di  Montaperto.  Avvegnaché  di  tren- 
tamila fanti  e  di  mille  trecento  ca- 
valli, di  cui  è  fama  che  nei  campi 
d' Arbia  si  componesse  V  esercito 
guelfo  innanzi  la  pugna,  dopo  Ja 
funesta  sconfitta  molti  di  quelli 
scampati  al  macello  vennero  im- 
molati alla  rabbia  del  vincitore  ghi- 
bellino., e  gli  altri  in  numero  di 
circa  undicimila  meschinamente  io 
dure  prigioni  cacciati.  Mai  rovina 
maggiore  avea  percosso  le  città 
guelfe  di  Firenze  e  di  Lucca;  mai 
più  M  pianse  in  Toscana  tanto, 
cpianlo  dopo  la  terribile  giornata 
l|e|  4   settembre    1260;    talché   si 


LUC 
disse  non  esservi  stata  famiglia  che 
non  avesse  a  deplorare  la  morte  di 
un  suo  congiunto.  Da  tanta  deso- 
lazione molte  città  e  terre  della 
Toscana  spaventate,  inermi  e  sco- 
raggile, dovettero  aprire  le  porte  e 
far  buon  viso  a'  vincitori  orgoglio- 
si e  sempre  caldi  d'  ira.  La  sola 
città  di  Lucca  tenne  forte,  e  nel 
tempo  che  vegliava  a  tener  lontani 
i  fuorusciti  ghibellini,  serviva  di  ri- 
fugio e  di  sostegno  ai  guelfi  che 
da  ogni  parte  oppressi  e  scacciati 
vi  accorrevano.  Il  perchè  tutti  i 
ghibellini  toscani  si  rivolsero  ai 
danni  di  Lucca,  che  avendo  talvol- 
ta potuto  respingere  alcuna  aggres- 
sione, giunse  a  tali  strette  che  i 
suoi  reggitori  furono  costretti  dopo 
quattro  anni  a  venire  ad  un  ac- 
cordo. Fu  pattuito  pertanto  che  i 
lucchesi,  salve  le  patrie  leggi ,  ad 
esempio  de' fiorentini,  riconoscereb- 
bero in  loro  vicario  Manfredi  re  di 
Napoli,  giurando  di  stare  nella  par- 
te ghibellina;  che  allontanerebbero 
i  guelfi,  a  condizione  di  riavere  il 
castello  di  Motrone  ed  i  prigio- 
nieri fatti  alla  battaglia  di  Monta' 
perto.  Tutta  volta  Lucca  guelfa  per 
genio  e  per  principii,  dalla  sola  ne- 
cessità obbligata  di  piegare  alla 
parte  ghibellina,  ritornò  ad  esser 
guelfa  appena  il  polente  sostenito- 
re del  ghibellinismo  Manfredi  nel 
1266  rimase  vinto  ed  estinto  nei 
campi  di  Benevento,  quindi  i  luc- 
chesi furono  riconciliati  colla  Chie- 
sa, giacché  Manfredi  era  da  essa 
separalo. 

Sebbene  d'  allora  in  poi  non 
mancassero  frequenti  guerre  batta- 
gliate per  tenere  in  moto  e  in  ar- 
me il  popolo  lucchese,  ora  nel 
1271  per  conquistar  il  forte  ca- 
stello di  Montecatini  in  Val  di  Nie- 
\ole,  fatto  ni4o  oY  ghibellini  i  ora. 


LUC 

nel  1275  per  unirsi  ai  genovesi  e 
fiorentini  contro  i  pisani,  co'  quali 
li  pacificò  il  Papa  Innocenzo  V  ;  ora 
nel  1288  per  inviar  aiuti  di  fanti 
e  cavalli  alla  lega  guelfa  in  Val 
d'Arno  aretino;  ciò  non  ostante  può 
dirsi,  che  le  cose  interne  dei  luc- 
chesi si  rimasero  tranquille  per  tut- 
to il  resto  del  secolo  XIII.  Si  co- 
struirono quindi  molti  edifizi  sacri 
e  profani,  strade  e  piazze.  Mentre 
la  repubblica  fiorentina  nel  1297 
dava  principio  al  suo  palazzo  detto 
della  signoria,  ed  ora  palazzo  vec- 
chio, il  comune  di  Lucca  prese  la 
deliberazione  d' ingrandire  il  pro- 
prio. Ma  era  appena  incominciato  il 
secolo  XIV,  quando  gli  antichi  odii 
di  famiglie,  ed  i  semi  di  cittadine 
discordie  germogliarono  in  guisa 
tale,  che  resero  oltracotante  il  par- 
tito ghibellino  contro  il  guelfo,  sot- 
to una  nuova  divisa  di  Bianchi  e 
di  Neri,  i  primi  uniti  ai  ghibellini, 
i  secondi  ai  guelfi,  la  cui  origine 
si  ripete  da  Pistoia  al  modo  che 
a  quegli  articoli  si  narra.  Vinse 
naturalmente  in  Lucca  la  fazione 
più  numerosa  del  popolo,  cioè  i 
neri,  di  cui  era  l'anima  un  poten- 
te anziano,  favorito  dalla  plebe  e 
reduce  da  una  legazione  al  Papa 
Bonifacio  Vili,  chiamato  Buonturo 
Dati,  caldissimo  guelfo.  Per  abbat- 
tere la  sede  donde  sotto  nuove  for- 
me era  partito  V  incendio  delle  po- 
litiche fazioni,  si  unirono  ai  fioren- 
tini i  lucchesi  per  attaccare  le  ca- 
stella di  Pistoia,  ed  assediare  la 
città  fatta  nido  de'  più  acerrimi  ghi- 
bellini. Debellata  Pistoia,  i  vincito- 
ri si  divisero  il  suo  governo,  ri- 
servandosi i  lucchesi  l'elezione  d'un 
loro  cittadino  per  podestà,  ed  i  fio- 
rentini la  nomina  del  capitano  del 
popolo.  Volendo  Benedetto  AI  pacifi- 
cate le  accanite  fazioni,  spedai  legalo 


LUC  43 

in  Toscana  il  cardinale  Albertini  di 
Prato,  che  per  essere  stato  oltrag- 
giato   in    Firenze,    il    Papa  ai  21 
giugno    1 3o4  scomunicò  i  guelfi  ed 
i  neri,  e  con  essi  i  cittadini  di  Luc- 
ca.  Ivi  poco  dopo  insorse  nel  i3o8 
un  tumulto  fra  il  popolo    e  i  no- 
bili,   in    conseguenza   del    quale    il 
governo  ,   che  per  principio  politi- 
co teneva  dalla  parte  popolare,  riu- 
scì di  far  escludere  dalle  borse  tutti 
i   magnati  o  potenti,  tranne    quelli 
che  ad  una  delle  compagnie    delle 
armi,  ossia  dei  venti    gonfaloni    di 
contrade,  si  trovavano  ascritti.  Tale 
fu  una  delle  ragioni  per  riformare 
gli    antichi    statuti    del  comune  di 
Lucca,  e  per  sostituire  quelli  com- 
pilati nel    i3o8,    che   sono    rimasti 
i  primi  fra  i  conosciuti.  In   quella 
riforma  più  di  cento  famiglie    no- 
bili furono  escluse  dalle  prime  ma- 
gistrature, oltre  i  nobili  di    conta- 
do chiamati  cattani.    Bonturo    con 
due  altri  popolani  furono  quelli  che 
formarono  in  Lucca  una  specie  di 
triumvirato,  regolando  quanto  spet- 
tava alla  signoria  e  al  governo  del- 
la repubblica.  Fu    tolta    l*  autorità 
agii  anziani    e    la    giurisdizione   ai 
giudici  delle  diverse  vicarie  del  ter- 
ritorio, per    sostituirvi    de'  popola- 
ni.   Quindi    è    che    molte  famiglie 
vennero  esiliate,    e  moltissime    dis- 
gustate abbandonarono  la  patria  con 
pregiudizio  della  città.  A  tanti  mali 
si  aggiunsero  per  colmo  le  rovine, 
le  oppressioni,    le    stragi    e    i  sac- 
cheggi che  Lucca    ebb»e    a   soppor- 
tare all'arrivo  impensato    ed    ostile 
nel   i3i4  «h  Uguceione  della  Fag- 
giuola capftano  generale    e  signore 
de'  pisani    sempre    nemici    de'  luc- 
chesi, e  terrore  de'  guelfi    pel    co- 
mando che    avea    de'  ghibellini    di 
Toscana.    Essendo    manca to  iy  vivi 
Clemente  Y  ^Hbz.iotiutp  a  Roberta 


44  luc 

rt  eli  Napoli  capo  de'  guelfi,  Uguc- 
cione  vide  agevole  la  conquista  di 
Lucca.  In  fatti  travagliò  tanto  i 
lucchesi  che  li  costrinse  alla  resti- 
tu/ione  delle  castella  già  cedute  dal 
conte  Ugolino,  ed  ottenne  che  gli 
usciti  rientrassero  in  Lucca,  tra'qua- 
Ji  Castruccio  di  Gerì  degli  Antelmi- 
nclli   rivide  la  patria. 

Castruccio  Castracani  degli  An- 
telminelli,  il  quale  alla  nobiltà  del- 
l'origine aggiunse  la  grandezza  del- 
l' imprese,  in  gioventù  avea  provato 
la  fortuna  contraria,  poiché  essendo 
ghibellino  foggi  co'  suoi  da  Lucca 
nel  i3oo,  avendo  allora  anni  die- 
cinove. Riparò  in  Ancona,  e  per- 
duti i  genitori  datosi  tutto  alla  mi- 
lizia guerreggiò  in  Francia,  in  In- 
ghilterra, e  di  più  in  Lombardia, 
contrae ndo  amicizia  coi  signori  di 
Milano,  di  Mantova  e  di  Verona. 
Quivi  stavasi  quando  per  la  pace 
conchiusa  da  Uguccione  tra'  pisani 
e  lucchesi  potè  fare  ritorno  all'a- 
mata patria.  Divenuto  capo  de' ghi- 
bellini ch'erano  rientrati,  volendo- 
si vendicare  de'  guelfi ,  fece  scop- 
piare una  sommossa  ,  e  gli  assali 
a'  i4  giugno  i  3  1 4-  •  mentre  si  com- 
batteva entrò  in  Lucca  Uguccione  al- 
la testa  di  undicimila  e  più  soldati, 
dal  quale  avea  chiesto  soccorso.  I 
lucchesi  sopraffatti  da  interni  ed 
esterni  nemici,  ne  potendo  resistere 
a  tante  forze,  videro  fuggir  la  ca- 
valleria catalana  a  loro  tutela  in- 
viata dal  re  Roberto,  e  la  città  fat- 
ta preda  degli  assalitori.  Con  spa- 
ventosa rabbia  ,  sfrenata  libidine  , 
ed  insaziabile  avarizia  si  manomi- 
se dal  nemico  e  calpestò  onore, 
pudore  e  religione .  La  tragedia 
del  più  crudele  saccheggio  durò  otto 
giorni,  ne  si  risparmiarono  le  case 
de'  privati,  le  chiese,  ed  il  ricco 
tesoro  che  a  Clemente    V    pollava 


LUC 

il  cardinal  Gentile  Parlino  da  Mon- 
tc/iorc,  del  quale  parlammo  a  quel- 
la biografia.  In  fine,  a  colmo  di 
tanti  mali,  si  aggiunse  un  incendio 
desolatole,  di  cui  restarono  preda 
non  solo  quattrocento  case,  ma  pre- 
ziose suppellettili  e  pubblici  archi- 
vi. In  tal  guisa  Lucca  fatta,  botti- 
no de'  ghibellini,  con  un'apparente 
formalità  legale  dovè  acclamare  ai 
i3  luglio  Uguccione  in  capitano 
generale  del  suo  popolo,  e  così  la- 
sciarsi governare  ad  arbitrio  dei 
bianchi  suoi  fuorusciti,  i  quali  a 
vendicarsi  de'  loro  emuli  o  li  cac- 
ciarono o  li  uccisero.  Dolenti  i  fio- 
rentini della  sciagura  di  Lucca  , 
vedendo  Uguccione  assoluto  domi- 
natore di  due  vicine  repubbliche  , 
procurarono  collegarsi  coi  guelfi 
delle  comuni  toscane  ,  sollecitando 
aiuti  da  Siena,  da  Bologna,  da  Pe- 
rugia, da  Gubbio  e  dal  re  Rober- 
to. Uguccione  a  combattere  i  fio- 
rentini, con  ventimila  fanti  e  due- 
mila cinquecento  cavalieri  mos- 
se verso  la  Val  di  Nievole  per 
conquistare  il  castello  di  Monteca- 
tini, benché  la  lega  guelfa  avea  riu- 
nito più  numeroso  esercito.  A' 29 
agosto  i3i5  i  nemici  scontraronsi 
nella  valle  sul  piccolo  torrente  bor- 
ra. Al  primo  assalto  Francesco  fi- 
glio del  Faggiuolano  e  podestà  di 
Lucca,  penetrò  con  tanto  impeto  nel 
campo  de'  fiorentini,  che  ferito  a 
morte  spirò  in  mezzo  alla  pugna  , 
e  già  gli  assalitori  indietreggiavano, 
quando  accorso  Uguccione  col  ner- 
bo della  sua  armata,  i  respinti  riani- 
mò, e  più  caldi  li  ricondusse  al  ci- 
mento. Allora  fu  che  la  giornata 
essendo  divenuta  campale,  dai  ghi- 
bellini si  combattè  con  tanto  ardi- 
re e  valore  da  portare  ovunque  la 
morte,  lo  scompiglio  e  il  terrore.  I 
primi  capitani  ira   i    guelfi    rimasti 


LtfC 
estinti  nella  pugna,  furono  un  fra- 
tello e  un  nipote  del  re  Roberto; 
Firenze,  Siena  e  molti  paesi  pian- 
sero i  loro  prodi.  Il  lucchese  Ca- 
struccio si  lece  conoscere  per  buon 
guerriero ,  avendo  in  questa  me- 
morabile giornata  date  prove  di 
coraggio  e  di  militare  perizia. 

La  vittoria  di  Montecatini  fruttò 
a   Uguccione    non  solo  un  più     si- 
curo dominio    in    Pisa,  ma  aprì  a 
lui  la  strada  per  rendere  totalmen- 
te ligia  al  suo    volere  la    città     di 
Lucca,  nominandone  podestà  l'altro 
figlio  Neri.  Trova  vasi  questo  in  uf- 
fìzio,   quando    pochi  mesi  dopo    la 
vittoria  di  Montecatini  occorse  che 
Castruccio  di  suo  arbitrio,  o  come 
altri  vogliono  d'ordine  d'Uguccione, 
essendosi  recato  con   dei  compagni 
nelle  parti  della  Versilia  e  di  Mas- 
sa Lunense,  pose    a  ruba  il  paese. 
Per  la  qual  cosa  appena  tornato  a 
Lucca  Castruccio,  accusato  di  fur- 
ti   e    di    uccisioni,  fu   carcerato    e 
sommariamente  condannato  ad  ave- 
re il  capo  reciso.  Già  la  scure  sta- 
va per  piombare  sul  collo  del  va- 
loroso capitano,    quando  il  popolo 
minacciò  sollevarsi  a  stormo,  in  gui- 
sa che  intimorito  il  podestà  ne  man- 
dò  avviso    al    padre    in    Pisa.    Si 
mosse    Uguccione  colle  sue   bande, 
ma  pervenuto  a  metà  del  cammi- 
no seppe  della  repentina  sollevazio- 
ne   de'pisani.   Nel    mentre    che  re- 
trocedeva per    ricuperare  il  perdu- 
to   dominio,  i    lucchesi    liberarono 
Castruccio,  gridandolo    insieme  ca- 
pitano    del     popolo      e     difensore 
della   città  di  Lucca    agli    1 1   apri- 
le  i3i6.     Così     Uguccione     in  un 
giorno  videsi  spogliato  della  signo- 
ria   di    due    importanti    città.    Ca- 
struccio fu  confermato  nella  digni- 
tà per  sei    mesi,    con  atto  solenne 
degli    anziani    e  del    consiglio  ge- 


LUC  4> 

nerale  ;  ma     innanzi     che     spirasse 
tal  termine    Castruccio    seppe  così 
destramente    operare,    che  dal    se- 
nato e     popolo  lucchese    con    deli- 
berazione del  4  novembre  fu  con- 
fermato nella  carica  per  un  intiero 
anno,  e  prima  che  spirasse  questo 
periodo  con   nuova  elezione  fu  de- 
ciso, che  Castruccio     col  titolo    di 
signore    e   difensore    della    città  e 
stato    di    Lucca    governasse   la    re- 
pubblica ancora  per  dieci  anni.  Fi- 
nalmente arrivato  il  26  aprile  i3?.o 
Castruccio  fu  da  tutti  concordemen- 
te proclamato  dittatore  della  repub- 
blica   a    vita,  onde  tutto    si    diede 
a    rendersene    degno,    ad     abbellir 
la  città,  a  far  ponti,   strade,  rocche 
e  fortificazioni  di  vario  genere,  spa- 
ventando col  suo    genio  intrapren- 
dente i  comuni  a    Lucca  limitrofi. 
Il  sigillo  da  lui  adoperato    in  una 
lettera  figura  nella  parte  superiore 
un  cane    avente     al  di     sotto     uno 
scudo,  e  intorno    al  blasone  I*  epi- 
grafe :     S.     Caslrucci     Fìcecomìlis 
Lunensis ,  essendo    anche     visconte 
lunense  ;  avendo    occupato  in   Lu- 
nigiana     Fosdinovo    e  gli   altri  ca- 
stelli di   qua  dalla  Magra.  A   Pon- 
tremoli  assegnò    magistrali  di   par- 
te guelfa  e    ghibellina,    facendo    e- 
rigere  nel  centro  del  luogo  la  tor- 
re    Cacciaguerra  :  in    sostanza  egli 
prese  a  regolare  i  ghibellini  di  To- 
scana  per    farli  operare  in  accordo 
con  quelli    di    Lombardia.    Benché 
occupato  in  diverse  militari  impre- 
se, il  dittatore  non    lasciava  di  far 
decreti   savissimi  pel  pubblico  bene, 
affinchè  sotto  un   dominio  assoluto, 
una  qualche  forma  di  libertà  tras- 
parisse.   Vi    sono    memorie    della 
sua  pietà     e    della  sua  giustizia ,  e 
fece    restituire   alla    santa  Sede     il 
tesoro   depositalo  in  s.  Frediano  di 
Lucca  dal  cardinal  Gentile.    Ebbe 


46  LUC 

per  vicario  un  fedelissimo  giure- 
consulto e  per  consiglieri  di  stato 
uomini  espertissimi  nella  politica. 
Così  nelle  cose  di  guerra  tenne  al 
suo  servizio  valenti  capitani  presi 
da  diverse  contrade;  tenendo  Ca- 
stracelo per  massima,  che  non  al- 
la patria  o  alla  schiatta,  ma  al- 
le virtù  bisogna  che  i  buoni  prin- 
cipi abbiano  l'occhio.  In  quanto 
poi  alla  costituzione  militare  da 
Castracelo  ordinata  per  fare  di 
tutto  il  territorio,  non  che  di  Luc- 
ca, un  esercito  mobile  pronto  ad 
ogni  occasione  ,  egli  ripartì  lo 
stato  in  tante  divisioni,  quante  e- 
rano  le  porte  della  città  di  Lucca, 
cioè  di  s.  Pietro,  di  s.  Donato, 
di  s.  Gervasio,  e  di  s.  Frediano 
ossia  del  Borgo;  e  ciascun  villag- 
gio, borgata  o  castello  organizzò 
in  compagnie  sotto  periti  uffiziali 
ed  insegne  proprie,  coli'  obbligo  di 
esercitarle  e  star  pronte  a  marcia- 
re al  primo  cenno.  Per  modo  che 
circa  venti  ore  dopo  l'avviso  dato, 
da  un  polo  all'  altro  della  repub- 
blica, dalla  Val  di  Magra  alla  Val 
di  Nievole,  le  milizie  lucchesi  com- 
parivano, assalivano,  e  i  più  mu- 
niti castelli  conquistavano  celere- 
mente. 

Dopo  tanti  ordinamenti,  dopo  esser- 
si assicurato  un  costante  potere,  Ca- 
struccio  alzò  i  suoi  pensieri  a  cose 
maggiori  ,  tendenti  niente  meno 
che  a  far  crollare  forti  città  co- 
stituite in  repubblica,  le  quali  per 
principii  e  per  natura  di  governo 
doveano  essere  naturalmente  sue  av- 
versarie. Ad  efletto  pertanto  di  abbat- 
tere la  più  polente  di  tutte,  Firenze, 
costrinse  nel  i322  Pistoia,  ch'era 
sotto  il  patrocinio  della  signoria,  a 
riconoscerlo  per  protettore,  salva  la 
libertà  pel  paese.  Nel  frattempo 
che  Castruccio  dimorava  nella  sua 


LUC 

capitale  fece  innalzar  un'opera  co- 
lossale per  servire  di  vasta  citta- 
della ,  nella  quale  rinchiuse  oltre 
il  suo  palazzo,  arsenali  d'armi,  ca- 
serme, chiese,  conventi,  abita/ioni 
private  e  intiere  strade,  in  guisa 
che  a  questa  piccola  città  circon- 
data dal  secondo  recinto  delle  mu- 
ra fu  dato  il  nome  di  Augusta, 
quasi  per  significare  essere  dessa 
un'impresa  degna  de'cesari.  Voleva 
impadronirsi  di  Prato,  e  con  ri- 
provevole modo  di  Pisa,  ma  non 
gli  riuscì.  A  dar  compimento  alla 
sua  ambizione  il  signor  di  Lucca, 
col  solito  mezzo  de' suoi  fautori, 
per  render  ereditario  nella  sua  fa- 
miglia il  supremo  potere,  nel  i32J 
fece  eleggere  il  suo  primogenito 
Enrico  suo  compagno  nella  signoria 
della  patria  a  vita.  Osservando  i 
fiorentini  che  Castruccio  mirava 
sempre  al  suo  ingrandimento  e  al 
conquisto  di  tutta  la  Toscana,  for- 
marono una  potente  lega  guelfa 
toscana.  Nel  settembre  i325  ad 
Altopascio  accadde  il  terribile  scon- 
tro fra  l' oste  fiorentina  e  la  luc- 
chese ;  ivi  fu  il  celebre  campo  di 
battaglia  nel  quale  Castruccio  fece 
prodigi  di  valore,  e  dove  diede  le 
più  evidenti  prove  della  sua  gran 
perizia  nell'  arte  della  guerra.  La 
battaglia  d'  Altopascio  fu  pei  luc- 
chesi gloriosa  e  completa.  Pochi 
nemici  che  avanzarono  all'  eccidio 
poterono  scampare  dai  vincitori;  si 
narra  che  i  prigioni  furono  i5,ooo, 
tra'  quali  il  generale  in  capo  del- 
l' esercito  e  moltissimi  personaggi 
cospicui  di  diverse  parti.  Castruc- 
cio piombò  su  Firenze,  e  depredò  il 
contado  ed  i  sobborghi  della  città. 
Il  dì  ii  novembre  fu  per  Lucca  me- 
morando, perchè  Castruccio  vi  entrò 
in  trionfo  colla  pompa  degli  anti- 
chi romani,  colle  ricche  prede  e  i 


LUC  LUC  47 
prigioni,  in  un  col  carroccio  dei  fu  uomo  non  solamente  raro  dei 
fiorentini  ;  rendendolo  più  solenne  tempi  suoi,  ma  ancora  per  molti 
con  molti  atti  di  magnanimità  e  di  quelli  che  innanzi  erano  passa- 
di  beneficenza.  Seguitarono  dopo  li,  e  perchè  l'arte  strategica,  la 
ciò  le  scorrerie  delle  masnade  dei  celerità  delle  marcie  e  la  destrezza 
venturieri,  die  Castruccio  teneva  nel  campeggiare  fu  meglio  cono- 
assoldate,  in  lutto  il  Val  d'Arno  si-  sciuta  e  trattata  da  lui  che  da  ogni 
no  alle  porte  di  Firenze,  finche  altro  capitano  della  sua  età,  e  fra 
la  parte  guelfa  della  Toscana  ,  tutti  coloro  che  avevano  da  gran 
Giovanni  XXII,  ed  il  re  Roberto  tempo  indietro  figurato  in  Italia, 
risolverono  di  far  lutti  gli  sforzi  Lodovico  il  Bavaro  gli  concesse  in 
per  frenar  la  baldanza  del  capila-  ducato  gli  stati  di  Lucca,  di  Lu- 
no  lucchese,  cui  dava  maggior  Itti»  nigiana,  di  Garfagnana,  di  Pistoia 
pulso  1'  amicizia  di  Lodovico  il  e  di  Volterra  :  il  diploma  di  Lo- 
Bavaro  giunto  in  Italia  e  scomu-  dovico  è  riportato  nella  Fila  di 
nicato  dal  Papa.  Recandosi  Lodo-  Castruccio  d'Aldo  Manuzio,  ripub- 
vico  in  Roma  nel  1 328,  Castruc-  blicata  con  nuovi  documenti  a 
ciò  lo  seguì,  indi  fu  creato  cava-  Lucca  nel  1 843,  nel  documento 
liere  e  conte  del  palazzo  di  Late-  n.  18  a  p.  207.  Quindici  anni 
rano,  e  destinato  a  porgergli  la  signoreggiò  senza  mai  cessar  di  com- 
spada  dell'impero  il  giorno  della  battere:  avea  mente,  cuore  e  brac- 
coronazione  nella  basilica  vaticana:  ciò  da  operar  grandi  cose;  accorto 
fu  anche  fatto  senatore  di  Roma,  e  dissimulatore  sapeva  farsi  amare 
dignità  che  per  se  erasi  riserba-  dai  soldati,  temere  dal  popolo  e 
ta  Lodovico.  Mentre  in  Roma  si  tener  soggetti  gli  avventurieri  che 
godeva  tanti  onori  ,  i  fiorenti-  teneva  al  suo  soldo.  Nuovo  Pelo- 
ni tolsero  ai  lucchesi  Pistoia.  La-  pida,  mostrò  quanto  possa  un  uo- 
sciato  cesare,  passò  a  Pisa,  ove  dìo  solo  ingrandire  la  patria  :  Luc- 
senza  rispetto  alcuno  al  nuovo  au-  ca  fu  grande  per  lui;  ma  al  suo 
gusto,  ne  al  di  lui  vicario,  cornili-  cadere  il  principato  fondato  da  lui 
ciò  a  farla  da  padrone,  e  mentre  fu  distrutto.  Castruccio  Castracane 
era  quieta  se  ne  impadronì.  degli  Antelminelli  morì  qual  visse, 
Tornato  Castruccio  nella  sua  capi-  cioè  da  uomo  forte,  e  conservò  fi- 
tale,  con  numerose  forze  si  recò  ad  no  all'estremo  suo  respiro  tran- 
espugnar  Pistoia,  e  la  prese  ai  3  quillità  di  spirilo  ,  cosicché  potè 
agosto;  se  non  che  le  molte  fatiche  dare  un  ultimo  saggio  del  suo 
sostenute  nel  lungo  assedio  gli  prò-  senno,  come  profondo  conoscitóre 
dussero  una  febbre  che  in  pochi  delle  cose  umane.  Che  sebbene  egli 
dì  lo  tolse  dai  vivi.  Mancò  que-  fosse  più  prode  capitano,  che  dot- 
st'uomo  straordinario  ai  3  set-  to  legislatore,  ciò  non  ostante  mo- 
lembre  i328,  nell'anno  quaran-  rendo  previde  e  predisse  quanto 
tasettesimo  di  sua  età,  lasciando  pur  troppo,  mancato  lui,  accadde 
di  sé  tale  opinione,  che  se  non  gli  di  Lucca  e  della  sua  vasta  signo- 
fosse  stala  così  breve  la  vita,  egli  ria.  Tra  le  opere  superstiti  che 
sarebbe  pervenuto  a  signoreggiare  rammentano  il  governo  di  Castruc- 
gran  parte  d' Italia_,  non  che  l'in-  ciò,  oltre  la  cittadella  Augusta, 
tiera    Toscana.    Per    virtù  militare  alla  costruzione    della  quale  s'  ini- 


48  LUC 

piegarono     i     materiali     di     undici 
grandi  toni  e    di    molti  casamenti 
pubblici  e  privati,  si  deve  aggiun- 
gere la  strada  che  dalla   porta   del- 
la città    guida    al  ponte  s.     Pietro 
sul  Serchio,    la    strada    e  il   ponte 
Squarci  abocconi  sulla  Pescia  di  Col- 
lodi, la    strada    costruita  alla   ma- 
rina    lucchese    da    Mon  tra  mito    a 
Viareggio,  la  nuova  torre  in    que- 
sto ultimo  luogo,  oltre  diversi  pon- 
ti    costruiti    o    restaurati    sopra     i 
fiumi  Serchio  e  Lima ,    senza  dire 
di  molte    rocche,    torri  e    fortezze 
sparse  in    vari  punti    del    dominio 
lucchese.  Enrico  figlio  primogenito 
di  Castruccio  ,  ricco    delle  gloriose 
doti  paterne,  con  tutti  i   saggi  av- 
vertimenti   ascoltati     da  lui    mori- 
bondo, fu  riconosciuto  più.  per  gra- 
titudine   del    popolo    verso  il  gran 
capitano  che  pei  meriti    propri     in 
signore  di  Lucca  e  degli  altri  stati 
acquistati  dal  padre.  Ma  Lodovico 
il  Bavaro,  per  un  tratto    d'ingra- 
titudine o    per  vendicarsi     di    Ca- 
struccio, perchè   dopo  la    sua  par- 
tita   da  Roma  tolsegli     Pisa,    spo- 
gliò   poco     dopo   T  erede     di     Ca- 
struccio degli    stati    di    Lucca  ,   di 
Lunigiana,  di  Pistoia  e     di  Garfa- 
gnana,    figurando    di     rimettere     i 
lucchesi  all'antico  regime  repubbli- 
cano mediante  però  Io  sborso  d'u- 
na vistosa  somma  di  denaro. 

Ben  presto  si  scuoprì  come  la 
promessa  libertà  fosse  un  vano  no- 
me, perchè  tutto  il  reggimento 
della  repubblica  fu  ridotto  nell'ar- 
bitrio di  un  vicario  imperiale,  e 
ciò  sinché  le  milizie  tedesche,  la- 
sciate dal  Bavaro  senza  il  soldo 
reclamato,  s'impadronirono  di  Luc- 
ca per  venderla  al  maggiore  offe^ 
rente.  I  fiorentini  offrirono  ottan- 
tamila fiorini,  ed  i  pisani  sessan- 
tamila, dandone  quindicimila  in  ca- 


LUC 

parrà  che  non  poterono  riavere.  Si 
recò  in  Lucca  Gherardino  Spinola 
ricco  genovese,  il  quale  ai  settem- 
bre 13*29  si  obbligò  pagare  ses- 
santaruila  fiorini,  un  terzo  subito, 
il  resto  nel  seguente  ottobre,  facen- 
do garanzia  il  comune  di  Lucca 
per  liberarsi  dal  governo  militare, 
e  vendendo  la  propria  libertà  ad 
un  ghibellino  genovese.  I  fiorentini 
di  ciò  dolenti,  incominciarono  dal 
togliere  al  nuovo  signore  di  Luc- 
ca una  parte  dei  paesi  da  Castruc- 
cio conquistati  nel  Pistoiese  e  in 
Val  di  Nievole,  e  mandarono  nu- 
merosa oste  ad  assediar  Lucca. 
Col  consenso  dello  Spinola  i  luc- 
chesi inviarono  ambasciatori  a  Gio- 
vanni re  di  Boemia  in  Lombar- 
dia, per  offrirgli  il  dominio  della 
loro  patria ,  purché  egli  sollecita- 
mente inviasse  forze  sufficienti  a 
liberarli  dall'assedio  de'fiorentini.  Il 
re  accettò,  costrinse  i  fiorentini  a 
ritirarsi  e  lo  Spinola  a  rinun- 
ziar  la  signoria  senza  rimborso,  e 
dichiarò  sua  la  città.  Il  dominio 
lucchese  consisteva  allora  in  9  vi- 
carie, con  288  comunelli,  compresi 
quelli  suburbani  ,  e  alcuni  altri 
popoli  situati  sulla  riva  sinistra 
dell'Arno ,  oppure  di  quelli  appar- 
tenenti al  territorio  pistoiese.  Il  re 
Giovanni  ordinò  agli  anziani  ed 
al  popolo  giuramento  di  suddi- 
tanza, e  nominò  un  vicario  luo- 
gotenente per  l'esercizio  della  au- 
torità regia,  e  da  cui  dipendevano 
gli  anziani,  il  consiglio  maggiore 
e  il  consiglio  generale.  Nel  1 333 
giunse  in  Lucca  Carlo  di  Lussem- 
burgo figlio  del  re  e  poi  impera- 
tore Carlo  IV,  il  quale  fu  accolto 
con  dimostrazioni  di  sincero  affet- 
to, ma  domandò  quarantamila  fio- 
rini d'oro.  Quindi  per  trarre  dalle 
borse  lucchesi  nuovi  denari,  lo  stes- 


LUC  LUC                      49 

so  re  Giovanni  passando  in  agosto  e  nemici  del  pari  dei  lucchesi  co- 

per  Lucca  moderò  l'autorità  regia  me  de'  fiorentini,  costrinsero  questi 

aumentando    la    municipale  ;    ma  a  capitolare    a'  4    luglio   i342,    e 

ad     onta  delle    regie  promesse    di  cedere     quasi  intatta    ai     pisani  la 

non  cedere    alcuna    parte  del    ter-  costosa  preda. 

ritorio  di  Lucca,  e  sempre  più  per  A  volontà  di   questi  novelli  mal- 
mugnere  i  lucchesi ,    Carlo  conferì  visti     padroni  ,    e     della     incresce- 
all'  anziano    Vanni    Forteguerra   il  vole    dominazione   pisana  ,    Lucca 
castello    di     Cotrosso .     Per    egual  dovette     soffrire    quel     misero  sta- 
modo  il  re  padre,  in  vece  di  resti-  to,    che    fu    dai    lucchesi  chiamato 
taire  al    comune    la  promessa    vi-  servitù  babilonica ,    la    quale  durò 
caria  di  Correglia    che    avea    tolto  ventisette  anni.     Giunse    finalmente 
a  Castracani  dei  Falabrini,  la  con-  il    1369  ,    in    cui    i   lucchesi     colla 
ferì  con  titolo  di  contea  a  un  altro  magia    dell'oro     poterono    indurre 
Castracani    del   ramo    degli    Antel-  l'imperatore  Carlo  IV    ad    esaudi- 
minelli.  Essendo     vicario  regio     in  re  i  loro   lamenti  e  liberarli    dalla 
Lucca  Marsilio  de'Rossi  di  Parma,  soggezione  dei    pisani  con  diploma 
nell'ottobre   1 333  il  re  impegnò  a  degli  8  aprile.  Essendo    suo  vica- 
Orlando  de'Rossi,  altro  suo  vicario,  rio    imperiale    in    Toscana    il    suo 
e  ai  di  lui  fratelli,  la  città  di  Lue-  parente  cardinal  Guido    di  Boulo- 
ca  con  tutto    il  distretto  per  tren-  gne,  questi  passò    a  far  la  sua  re- 
tacinquemila    fiorini,  e    nell'anno  sidenza  in  Lucca.  A  memoria  per- 
seguente  la  vendè  ai  medesimi,  ciò  petua   di  tale  liberazione  i  Iucche- 
che  alcuno  nega.    Non    poterono  i  si  edificarono  nella    loro  cattedrale 
nuovi  signori  possedere  Lucca  per  una  cappella    con    altare,  che  tut- 
lungo  tempo,    obbligati    per    inde-  torà  porla  il  nome  della    Libertà  : 
gne  vie  di  doverla  cedere  il  primo  Ara  Deo  liberatori,  ove  finché  du- 
novembre     1 335    a    Martino    della  rò  la  repubblica,  i    magistrati  e  il 
Scala  tiranno    di  Verona,  che   re-  popolo  vi  si  recarono   in  processione 
stituì    ai    Rossi  i     trentacinquemila  nella    domenica     in   Albis,    giorno 
fiorini  d' oro   pagati    per    tutto    lo  anniversario  della  liberazione.  Per- 
stato  lucchese.   Finalmente  lo  Sca-  che    questa    fosse    completa    e  non 
ligero,  dopo  aver  signoreggiato    in  inceppata  dal  vicario  imperiale,  col- 
Lucca quasi  per  un  lustro,  nel  lu-  la    mediazione    dei    fiorentini  e    lo 
glio  del    i34o    la   vendè  per  cento  sborso  di  centoventicinquemila  fio- 
ottantamila     o    secondo  altri    due-  rini  d'oro,  il  vicario  coll'assenso  di 
centocinquantamila    fiorini  d'oro  ai  Carlo  IV     rinunziò    il    suo  potere 
fiorentini.   Subito    i  pisani  per  gè-  nel  corpo  degli  anziani,  che  dichia- 
losia    assediarono    la    città,     e  solo  rò  vicari  perpetui  di  cesare.  Per  tal 
con  qualche    sagrifizio    i    fiorentini  guisa  Lucca  ricuperò  dopo  cinquan- 
d' accordo    coi     lucchesi     poterono  tasei  anni  la  libertà.  Una  delle  prime 
entrarvi  dopo  tre  mesi,  nominando  operazioni  dei  reggitori    della  risor- 
per  luogotenente  Giovanni  de  Me-  ta    repubblica     fu    quella    di    nor- 
dici, che     ricevette  dagli  anziani  e  ganizzare    il  governo  mediante  una 
senato    lucchesi     il     giuramento  di  nuova  costituzione,  sul  modello  del 
obbedienza  alla    repubblica    fioren-  governo     fiorentino,     già     ritorna- 
tine. Continuando  i  pisani  l'assedio,  to    dei    lucchesi  sinceramente  ami- 
vol.  xi.  4 


So  LUC 

co .  II  compartimento  territoriale 
venne  diviso,  come  Io  è  attual- 
mente, in  vicarie,  mentre  l'interno 
della  città  fu  ripartito  in  tre  for- 
zieri, che  presero  il  nome  dalle 
chiese  di  s.  Paolino,  di  s.  Salva- 
tore e  di  s.  Martino.  11  primo  ma- 
gistrato della  repubblica  ossia  degli 
anziani  si  compose  di  dieci  citta- 
dini, fra'  quali  si  eleggeva  un  ca- 
po, cui  fu  dato  il  titolo  di  gonfa- 
loniere di  giustizia,  coll'obbiigo  a 
tutti  gli  anziani  di  risiedere  sta- 
bilmente in  palazzo  ne'due  mesi 
che  durava  il  loro  offizio.  A  pub- 
blica difesa  furono  istituite  com- 
pagnie o  gonfaloni  ;  in  vece  del 
consiglio  del  popolo  già  composto  di 
cinquanta  individui,  se  ne  formò  uno 
di  soli  ventisei,  il  quale  insieme  ai 
goufalonieri  delle  compagnie  e  al- 
la signoria  o  magistrato  degli  an- 
ziani e  a  tutti  gli  altri  consiglieri, 
costituirono  i  primi  poteri:  final- 
mente il  consiglio  generale  fu  com- 
posto di  centottanta  cittadini  ;  laon- 
de sopra  tali  magistrati  si  aggirò 
tutto  il  pondo  della  repubblica.  Nel 
1369  lo  stato  lucchese  componevasi 
di  undici  vicarie,  comprese  quelle 
di  Massa  Lunense  e  Camporgiano, 
in  tutto  277  comuni,  fra  i  quali  i 
suburbani.  Nel  1870  fu  demoli- 
la l'antica  bastiglia,  cioè  la  citta- 
della Augusta,  emblema  della  pas- 
sata schiavitù,  con  tutti  gli  edilizi 
costruttivi  da  Castruccio;  indi  fu 
creato  un  consiglio  di  diciotto  cit- 
tadini chiamati  conservatori  della 
pubblica  sicurezza,  ridotti  nel  i3j5 
a  dodici  col  nome  di  conservatori 
della  libertà,  che  nel  1 385  cam- 
biatomi col  magistrato  dei  com- 
missari del  palazzo.  Lo  statuto  fu 
compilato  nel  1872,  sul  regime 
della  repubblica,  procedura  crimi- 
nale e    civile,  ec. ,  cui   poi  furono 


LUC 

fatte  delle  aggiunte.  Nello  statuto 
furono  escluse  quasi  affatto  dalle 
cariche  di  anziani,  diverse  casale 
nobili  lucchesi,  e  tra  queste  gli 
Obizi,  i  Salamoncelli,  i  Quartigiani, 
i  del  Poggio  e  tutti  gli  Autelmi- 
nelli  ;  precauzione  dettata  a  ca- 
gione dei  tentativi  fatti  contro  la 
quiete  pubblica  a  danno  della  pa- 
tria libertà.  Queste  disposizioni  di- 
rette al  pubblico  bene,  nel  succe- 
dersi degli  anni  non  ebbero  quel 
felice  successo  che  sembrava  dover- 
si conseguire  ;  sia  per  le  pestilenze 
che  nel  1371  e  1372  afflissero  la 
città  e  il  contado;  sia  per  le  mi- 
litari compagnie  di  'masnadieri  di 
varie  nazioni.,  le  quali  infestarono 
la  Toscana ,  e  specialmente  nel 
i38o  recarono  sommo  aggravio  e 
rovine  allo  stato  di  Lucca  ;  sia 
finalmente  per  le  intestine  civili 
discordie  che  tolsero  alla  repub- 
blica la  quiete  desiderata. 

Urbano  VI,  mentre  in  Avignone 
sosteneva  funesto  scisma  Clemente 
VII  antipapa,  partì  da  Genova  ai 
16  dicembre  1 386,  e  per  mare 
recossi  a  Lucca,  accoltovi  onorevol- 
mente nella  vigilia  del  s.  Natale,  e 
vi  si  trattenne  nove  mesi.  Al  porto 
di  Motrone  era  stato  magnifica- 
mente alloggialo  dagli  ambasciato- 
ri lucchesi.  Il  Papa  nella  notte  di 
Natale  celebrò  la  messa  e  fece  la 
benedizione  dello  stocco  e  berretto- 
ne, insegne  con  cui  onorò  la  re- 
pubblica in  persona  del  gonfalo- 
niere Forteguerra  Forteguerri,  che 
lo  avea  assistito  da  suddiacono  e 
cantata  l'epistola.  Nel  tempo  della 
sua  dimora  in  Lucca,  Urbano  VI 
con  tutta  la  corte  pontificia  fece 
la  benedizione  delle  candele,  palme, 
rosa  d'oro,  ed  agnus  Dei.  Tenne 
segnatura  di  grazia,  concistori  pub- 
blici e  segreti    uell'  episcopio  dove 


LUG 
era   alloggiato.  Fece     inoltre  molle 
grazie,  tra  le  quali  fu   l'elezione  di 
Roberto  Guinigi  in   protonotario  a- 
postoliuo  partecipante,    e     di   Bar- 
tolomeo   Forteguerri    in    avvocato 
concistoriale.  A?23  settembre    1387 
Urbano  VI     partì    da  i Lucca     per 
Perugia.   Intanto  sul    finire  del  se- 
colo XIV  perniciose  discordie  si  ac- 
cesero fra  le     famiglie  più  potenti 
di  Lucca  ;    e    dopo     replicate    agi- 
tazioni e  congiure  terminò  la   tra- 
gica scena    colla    morte    di    Barto- 
lomeo Forteguerri  e  poscia  di  Laz* 
zaro  Guinigi,  capi  entrambi  di  due 
contrarie  fa/ioni  ,     in     mezzo     alle 
quali  potè  farsi  innanzi  Paolo  Gui- 
nigi, per  cui  con  intrigo  nell'otto- 
bre   i4oo    fu    gridato    per    Lucca 
in  capitano  del  popolo.  Paolo  spe- 
dì subito    onorevole  ambasciata  al 
duca  di  Milano,  per  notificargli    il 
suo    esaltamento,    e  cercar  la  con- 
tinuazione di  sua  benevolenza.   Sul 
momento   Paolo    nulla  cambiò  ne- 
gli ordini  dello  stato,  moderazione 
die    lo    fece    giudicar    da     poco  e 
facile     ad     opprimersi,     il     percbè 
alcuni  cospirarono  contro  la  di  lui 
vita  :  discoperta  la   trama,  uno  dei 
congiurati  perde    la     vita,  gli  altri 
furono    o    esiliati  o    condannati     a 
breve  prigionia.    Da  questo    primo 
tentativo,  Paolo    seppe    trarre  op- 
portuno profitto,   crebbe  in  poten- 
za e    domandò    imperiosa  inente   di 
essere  nominato  ini    signore  assolu- 
to di    Lucca.     Ni  uno    osando    con- 
traddirlo, diede  principio  ad  un  go- 
verno   assoluto    con    abolire  il    se- 
nato degli    anziani    ed    ogni    cele- 
brazione di  comizii,  consueti  ad  a- 
dunarsi    per    l'elezione    de' collegi; 
facendo  supplire    alle    magistrature 
da  un  vicario  o  consiglio  da  lui  e- 
letti.  Mediante    una  somma  di  de- 
naro permise   il   ritorno    degli    e- 


LUC  Si 

sub  politici,  e  procurò  dall'antipa- 
pa Benedetto  XIII  l'assoluzione  del- 
le censure  ecclesiastiche  a  quei  luc- 
chesi, che  sino  dai  tempi  di  Ca- 
struccio  nJ  erano  allacciati  per  ca- 
gione di  Lodovico  il  Bavaro.  Pen- 
sando poi  alla  sua  sicurezza,  nel 
i4oi  ordinò  l'erezione  di  un  for- 
tilizio dentro  le  mura  della  città, 
nel  quartiere  che  porta  tuttora  il 
nome  di  Cittadella.  Poco  per  altro 
può  dirsi  del  governo  di  Paolo 
Guinigi,  sebbene  da  assoluto  signo- 
re per  trent'  anni  dominasse  nella 
patria.  Imperocché  ,  qualora  si  ec- 
cettuino le  misure  prese  per  prov- 
vedere ai  casi  di  carestia,  per  in- 
coraggile le  prime  sorgenti  della 
ricchezza  nazionale,  per  promovere 
la  coltivazione,  per  purgar  il  paese 
dagli  oziosi  e  vagabondi,  e  per 
aver  impedito  l'espatriazione  dei  la- 
voranti di  seta  ,  Paolo  seguì  la 
tattica  che  oggi  diciamo  giusto  mez- 
zo ,  mancandogli  forza  per  farsi 
temere  e  rispettare  dai  governi  e- 
steri.  Alcuni  dicono  che  sarebbe 
stato  degno  di  regnare  per  le  qua- 
lità del  cuore,  ma  difettava  per 
quelle  dello  spirito,  a  cui  si  aggiun- 
se l'avarizia.  Il  suo  carattere  fu 
adatto  ad  essere  mediatore  d'accor- 
di tra  principi  e  repubbliche,  e 
figurò  qualche  volta  anche  come 
politico. 

Nella  signoria  del  Guinigi,  Lucca 
fu  onorata  della  presenza  di  Gre» 
gorio  XII  (Fedi),  il  quale  per  ter- 
minar lo  scisma  sostenuto  dall'an- 
tipapa Benedetto  XIII  si  pose  in 
viaggio  con  dodici  cardinali.  Giunse 
a  Lucca  sul  fine  del  gennaio  1408, 
ove  a'  9  maggio  creò  quattro  car- 
dinali, cioè  il  b.  Gio.  Domenico 
Bianchini  fiorentino;  Antonio  Cor- 
raro  veneziano  suo  nipote,  Gabriel 
Condulmieri    veneziano    altro    suo 


5a  LUC 

nipote  e  poi  Eugenio  IV;  e  Jaco- 
po da  Udine.  Siccome  il  Papa 
per  l'estinzione  del  lungo  e  perni- 
cioso scisma  avea  giurato  in  con* 
clave  di  non  creare  cardinali,  ve- 
dendosi poco  amato  dai  cardinali 
vecchi 3  credette  nella  sua  autorità 
dispensarsi  dalle  promesse.  Ma  i 
cardinali  vecchi,  non  essendo  riu- 
sciti ad  impedire  tal  promozione, 
giurarono  di  non  riconoscere  mai 
i  nuovi  cardinali,  e  risolvettero  di 
abbandonare  Gregorio  XII.  Pel  pri- 
mo parti  da  Lucca  agli  i  i  mag- 
gio il  cardinal  di  Liegi,  appresso 
al  quale  inutilmente  corse  con 
gente  armata  Paolo  nipote  del  Pa- 
pa; nel  seguente  giorno  abban- 
donarono Lucca  sei  altri  cardinali, 
cioè  d' Aquileia,  Corrado  di  Mal- 
ta, Francesco  di  Bordeaux,  Gior- 
dano Orsini,  Rinaldo  Brancacci,  e 
Ottone  Colonna  poscia  Martino  V. 
Tutti  si  ritirarono  a  Pisa,  ove  uni- 
ti ad  altri  cardinali,  vescovi  ed  am- 
basciatori de'principi  celebrarono  il 
famoso  concilio  ove  deposero  Gre- 
gorio XII,  ed  elessero  Alessandro 
V.  Gregorio  XII  nel  giugno  o  ai 
i4  luglio  i/|o8  partì  da  Lucca 
per  Ancona;  ma  avvisato  dei  peri- 
coli che  poteva  incontrare,  passò 
in  vece  a  Siena.  Dimorando  Gre- 
gorio XII  in  Lucca  vi  celebrò  di- 
verse pontificie  funzioni  e  conci- 
stori, emanando  ordini,  bolle  e 
decreti  che  ne  portano  la  data. 

Finche  un  complesso  di  fortunate 
circostanze  favorì  il  sistema  del 
giusto  mezzo,  Paolo  Guinigi  potè 
riuscire  a  trarsi  d'impaccio  in  va- 
rie emergenze;  ma  quando  i  fio- 
rentini e  il  duca  di  Milano  Maria 
Visconti  gli  domandarono  de'soccorsi 
ne  cadde  vittima.  Schermendosi  in 
principio  colle  parti  guerreggianti, 
tu  poi  costretto  mandar  al  duca  sette- 


LUC 

cento  uomini  a  cavallo  sotto  la  con- 
dotta di    suo  figlio.  Questo  proce- 
dere   avendo    offeso    i     fiorentini  , 
giurarono  vendicarsi  alla  prima  oc- 
casione,   e    questa    venne    quando 
nel    i4^8  si  conchiuse  la  pace  tra 
loro  e  il  duca,  senza  comprendervi 
il  signore  di  Lucca.  Laonde  nell'an- 
no seguente  a'i5    novembre    la  si- 
gnoria   e  il     popolo  di  Firenze  di- 
chiararono   guerra    al    governo    di 
Lucca,   e  mandarono  sedicimila  uo- 
mini ad  assediar    la    città.  Guinigi 
non  potendo    esporsi  in    campo  a- 
perto,    fortificò  Lucca,  e    rivoltò  a 
danno  de'nemici  il    canale     che  a- 
veano    scavato  per    inondarla  colle 
acque  del  Serchio,  secondo  il  con- 
siglio   del  celebre    architetto    Bru- 
nelleschi.   Allagato  il  campo  de'fio- 
renlini ,  questi    fuggirono  pei  colli, 
abbandonando    armi  ,    bandiere     e 
macchine  da     guerra.    Ritornando 
però  all'assedio    i  fiorentini    dovet- 
tero contentarsi  di  largo  blocco  per 
lo  scontro    avuto  colle    genti  con- 
dotte pel  duca  di  Milano  da  Fran- 
cesco   Sforza.     Mentre    questi    era 
corucciato  col     Guinigi    per    avere 
in  vece  di  lui    domandato    il  riva- 
le Nicolò  Piccinino,    e  per  non  a- 
verlo    ricevuto  co'  suoi  nella    città, 
sospettando  alcuni  de'principali  luc- 
chesi che    Guinigi    volesse  venderli 
ai    fiorentini ,    ordirono    una  con- 
giura d'accordo   collo  Sforza,  e    si 
impadronirono  di  Guinigi  a'4  ago- 
sto  i43o.    Nella  mattina    seguente 
entrò  lo  Sforza  nella  città,  ricevu- 
to come  liberatore   colle  sue  solda* 
tesche,  alle  quali  bisognò  consentire 
il  sacco  del     palazzo    del     deposto 
signore,  benché  il  tumultuante  po- 
polo avesselo    rispettato ,  e  sborsar 
loro  dodicimila  fiorini  d'oro.  Paolo 
fu  consegnato    al  generale  Viscon- 
ù  per   inviarlo    a  Milano   a    quel 


LUC 

duca,  che  lo  fece  trasportare  e  rin- 
chiudere nel  castello  di  Pavia,  dove 
col  crepacuore  di  aver  perduto  la 
signoria  della  sua  patria,  nell'  età 
di  cinquantanove  anni  perde  la  vita 
nel    i432. 

Alla  rovina  di  Guinigi  concor- 
sero i  fiorentini  principalmente  con 
5o,  000  ducati  pagati  allo  Sforza 
acciò  ritirasse  le  sue  genti  dal  ter- 
ritorio di  Lucca,  e  cosi  oltre  il 
dittatore  allontanar  pure  il  protet- 
tore de'  lucchesi.  Tornati  questi 
ultimi  al  regime  repubblicano,  i  fio- 
rentini strinsero  di  nuovo  la  città  con 
assedio  perchè  li  ricusava  per  signo- 
ri. Ricorsero  i  lucchesi  al  duca  di 
Milano,  il  quale  per  impedir  l'ingran- 
dimento della  repubblica  fiorentina, 
e  non  mostrare  di  ledere  i  patti,  figu- 
rò che  i  genovesi  allora  suoi  sudditi, 
assoldato  il  Piccinino  con  genti  ar- 
mate l'inviassero  subito  a  Lucca.  In 
unione  coi  lucchesi  il  Piccinino, 
forte  di  novemila  uomini,  sbaragliò 
con  grande  uccisione  i  fiorentini  ai 
3  dicembre  i43o,  dopo  tredici 
mesi  d'assedio.  I  lucchesi  celebra- 
rono poi  con  festa  quel  giorno 
per  loro  faustissimo.  Nel  1432 
tornarono  i  fiorentini  per  tentare 
un  assalto,  ma  nel  seguente  anno 
si  pacificarono  con  Lucca  restituen- 
dole il  tolto.  Nel  1437  vedendo 
i  fiorentini  privi  di  aiuto  i  lucche- 
si ,  assoldando  Francesco  Sforza 
occuparono  Viareggio,  Camaiore  ed 
altri  luoghi  ;  quando  il  Visconti 
accorrendo  in  soccorso  di  Lucca 
mediante  un  esercito  comandato  da 
Piccinino,  e  richiamando  segreta- 
mente al  suo  servigio  lo  Sforza,  i 
fiorentini  convennero  alla  pace  nel 
i438,  indi  restituirono  i  luoghi 
conquistati,  meno  Monte  Carlo,  e 
la  fortezza  di  Motrone.  Godendo  i 
lucchesi  stabile  quiete,    rivolsero  le 


LUC  53 

loro  cure  a  dar  miglior  ordine  a* 
gli  affari  interni  per  la  conserva- 
zione di  un  vivere  libero,  promul- 
gando nel  i446  nuova  costituzione. 
Tranne  le  insidie  tentate  da  Ladis- 
lao  figlio  di  Paolo  Guinigi,  per 
riacquistar  la  paterna  signoria,  Luc- 
ca non  ebbe  più  scontri  pericolosi 
alla  sua  tranquillità  e  governo  fino 
alla  venuta  di  Carlo  Vili  re  di 
Francia  inJ Toscana  nel  i^5.  A- 
vendo  il  re  dato  per  denari  ai 
lucchesi  la  terra  e  rocca  di  Pietra- 
santa,  e  aiutando  essi  i  pisani  con- 
tro i  fiorentini,  si  riaccesero  1'  e» 
stinte  amarezze.  Lucca  avrebbe  per- 
duto la  sua  indipendenza,  senza 
l'aiuto  di  Massimiliano  I,  che 
mediante  lo  sborso  di  novemila 
fiorini  d'oro,  rilasciò  ampio  diplo- 
ma a  favore  della  lucchese  libertà; 
privilegio  che  nel  i522  confermò 
Carlo  V.  La  caduta  di  Firenze 
allarmò  il  popolo  lucchese,  e  sic- 
come i  grandi  abusavano  del  po- 
tere per  arricchire,  il  popolo  nel- 
l'aprile i53i  si  ribellò,  gridando 
morte  al  governo  aristocratico  ;  si 
impadronì  di  molti  luoghi  della 
città,  ma  quando  voleva  ristabilire 
il  governo  popolare  gli  anziani  coi 
senatori  dissiparono  gli  ammutinati 
con  mille  uomini  armati  nel  con 
tado  di  Camaiore,  ove  il  senato  e 
resse  poi  una  specie  d'arco  di  trion 
fo  ad   onore  de'  camaioresi. 

Avendo  1'  imperatore  Carlo  V 
destinato  partire  per  Algeri  con 
un  esercito,  pregò  il  Pontefice  Pao- 
lo III  nel  i54i  di  recarsi  a  Lue* 
ca  per  trattare  su  questa  spedizio- 
ne, e  del  concilio  generale  che  fu 
il  Tridentino.  Ad  onta  della  sua 
vecchiaia,  della  stagione  estiva  e 
contro  il  parere  de'medici ,  Paolo 
HI  parti  da  Roma  a'  27  agosto, 
ed  agli  8  settembre  entrò  in  Lue- 


54  LUC  LUC 

ca  accompagnato  da  sedici  cardi-  la  libertà  de' popoli  italiani:  per 
nali,  da  ventiquattro  prelati,  dagli  ordine  di  Carlo  V  fu  condotto  a 
ambasciatori  del  re  de'romani,  di  Milano,  e  giustiziato.  Nel  i556  il 
Francia,  di  Portogallo,  di  Firenze  gonfaloniere  Martino  Bernardini  fe- 
e  di  Ferrara,  dall'ammiraglio  dei  ce  pubblicare  una  leg^e,  che  per 
gerosolimitani  con  dieciotto  cavalie-  lui  fu  detta  Martiu<<nui  ,  nella 
ri,  da  centocinquanta  soldati  a  cavai-  quale  si  ammettevano  alle  cariche 
lo,  e  da  duecento  a  piedi.  Fu  ricevu-  del  governo  quelle  famiglie  che 
to  con  ogni  venerazione  ed  alloggiato  allora  le  godevano,  col  diritto  di 
neir  episcopio.  Quattro  giorni  do-  trasferirle  alla  loro  discendenza, 
pò,  reduce  dalla  dieta  di  Ratisbona,  tranne  quelli  nati  da  padre  fore- 
giunse  in  Lucca  Carlo  V,  accolto  stiere,  e  i  figli  di  persone  del 
con  molto  splendore.  Condotto  al-  contado,  meno  quelli  che  allora 
la  cattedrale  ritrovò  il  Papa  in  a-  erano  impiegati.  Perciò  la  repub- 
Lito  pontificale,  calato  dall'episco-  blica  di  Lucca  d' allora  in  poi  di- 
pio,  e  cesare  gli  baciò  i  piedi  .  venne  di  diritto  quello  che  già 
Sei  congressi  ebbero  luogo  tra  il  da  molto  tempo  eia  di  fatto, 
capo  della  Chiesa,  e  il  capo  del-  cioè  aristocratica  :  tuttavolta  la  quie- 
l'impero,  nell'appartamento  abita-  te  si  consolidò  concentrandosi  il 
to  da  Paolo  III.  Sì  parlò  del  con-  potere  in  chi  era  più  che  altri 
cilio  per  la  cui  celebrazione  i  ve-  interessato  alla  pubblica  felicità, 
neziani  non  erano  in  grado  di  Lucca  come  paese  libero  e  neu- 
accordare  Vicenza,  e  si  stabilì  che  trale,  nel  i55g  fu  riconosciuto  nel 
si  sarebbe  aperto  nell'  anno  se-  trattato  di  pace  tra  la  Francia  e  la 
guente.  Il  Papa  pregò  caldamente  Spagna,  il  cui  re  Filippo  li  au- 
l'imperatore  a  pacificarsi  colla  Fran-  mento  la  potenza  di  Cosimo  I  du- 
cia,  e  procurò  distoglierlo  dalla  ca  di  Firenze  ,  colla  cessione  di 
guerra  d'Africa,  ma  inutilmente,  e  Siena  e  suo  vasto  territorio.  Pio 
di  correggere  quelle  cose  statuite  IV  nel  i564  per  d.  Giulio  Cesa- 
nella  dieta  di  Ratisbona,  contrarie  re  Colonna  inandò  in  dono  alla 
ai  sacri  canoni.  Carlo  V  chiese  al  cattedrale,  altri  dicono  al  magistra- 
Papa  la  sua  benedizione  ,  e  parti  to  della  città  di  Lutea,  la  rosa 
per  Algeri,  e  Paolo  III  si  restituì  d'oro  da  lui  benedetta,  cioè  una  ra- 
in  Roma.  ma  contenente  più  rose  d'oro  con 
Neil'  anno  seguente  ,  per  le  molte  foglie.  La  rosa  d'oro  fu  ri- 
mene  di  Pietro  Fatinelli  ,  Lue-  posta  nel  palazzo  della  signoria,  fu 
ca  fu  in  procinto  di  perdere  la  ricevuta  con  gran  solennità,  l'ab- 
libertà  ;  imprigionato  1'  ambizioso  legato  portatore  della  medesima 
Pietro,  e  decapitato,  la  congiura  ebbe  in  dono  seicento  scudi  d'oro, 
svanì.  In  questo  tempo  s'introdus-  fu  aggregalo  alla  nobiltà  lucchese, 
se  in  Lucca  1'  empia  eresia  di  Lu-  e  tenuto  a  pranzo  dai  magistrati 
tero,  per  cui  si  procedette  contro  i  nel  giorno  della  cerimonia.  Tutto 
settatori  col  massimo  rigore.  Nel  descrive  il  Cartari,  a  p.  108  della 
i546  insorse  un  altro  Cola  di  Rosa  d'oro  pontificia. 
Rienzo,  in  Francesco  Burlamacchi  Tranquillo  il  governo  al  di  fuori 
di  cospicua  famiglia  lucchese,  che  e  in  casa,  potè  occuparsi  de' lavori 
niente  meno  agognò  di  rivendicare  di  pubblica  utilità,  fra' quali  nomi- 


LUC 

neremo  un  fosso  navigabile  per 
mettere  in  comnuicazione  Lucca 
coli' Ozzeri  e  il  lago  di  Sesto,  don- 
de poi  per  l'emissario  della  Seres- 
sa  sboccare  nell'Arno,  navigando 
verso  Firenze  o  Pisa.  Tante  spese 
depauperarono  l'erario,  per  cui  il 
governo  potè  dare  a  Massimiliano 
li  soli  quindicimila  scudi  dei  ses- 
santamila che  domandò  per  la  guer- 
ra contro  il  turco.  In  tutto  il  re- 
stante del  secolo  XVI  i  lucchesi 
ebbero  calma  interna,  e  pace  al 
di  fuori.  Per  turbare  quest'ultima 
cominciarono  nel  1607  a  risuscita- 
re antichi  dissapori  tra  i  reggitori 
della  repubblica  e  il  duca  di  Mo- 
dena, sulla  Garfagnana  ;  però  la 
guerra  fu  sospesa  per  ordine  del- 
l'imperatore, e  giudicata  la  causa  in 
Milano,  fu  risoluta  in  favore  di 
Modena.  Posate  le  armi,  il  go- 
verno lucchese  si  occupò  a  re- 
stringere la  borsa  degli  eleggibili  al- 
le pubbliche  cariche,  in  quelli  soli 
ch'erano  in  possesso  di  tal  prero- 
gativa all'epoca  della  legge  Marti* 
niana.  Quindi  è  che  in  ordine  alla 
stessa  provvisione,  nel  libro  d'oro 
furono  registrati  i  nomi  e  le  armi 
di  tutti  coloro,  cui  sino  a  quel 
giorno  si  apparteneva  tale  diritto,  cioè 
duecentoveutiquattro  famiglie.  Così 
le  antiche  famiglie  vollero  perpetuare 
tra  loro  il  comando,  ad  esempio  delle 
repubbliche  genovese  e  veneta.  La 
repubblica  soleva  spedire  oratori  in 
Roma  al  nuovo  Papa.  Il  Cancel- 
lieri nella  Storia  de* possessi  p.  196, 
dice  che  il  diarista  Gigli  registrò, 
che  ai  2  maggio  1621,  in  dome- 
nica, fecero  l'entrata  tre  ambascia- 
tori di  Lucca  con  bella  cavalcata, 
ed  ai  4  detto  i  medesimi  amba- 
sciatori di  Lucca  fecero  l'altra  ca- 
valcata, e  andarono  al  concistoro 
pubblico    a    rendere  obbedienza  al 


LUC  55 

Pontefice  Gregorio  XV.  Nel  i63i 
e  nel  1648  la  peste  infierì  in  Luc- 
ca e  nel  contado,  ed  il  magistra- 
to fece  quanto  suol  praticarsi  in 
simili  sventure  ;  esso  però  sempre 
si  mostrò  severo  contro  i  macchi- 
natori del  governo,  che  sino  al 
1700  visse  quieto.  Lievi  cagioni 
d'inconsiderata  violenza  e  di  par- 
ziali ingiurie  recarono  ai  senatori 
di  Lucca  nel  1700  un  qualche  im- 
barazzo per  parte  di  Cosimo  III 
granduca  di  Toscana,  e  sedici  anni 
dopo  per  conto  del  duca  di  Massa  e 
Carrara.  Clemente  XI  nel  171 3 
rimproverò  severamente  con  apo- 
stolico breve  il  gonfaloniere  e  gli 
anziani  della  repubblica,  per  aver 
pubblicato  un  decreto  apertamente 
contrario  ai  sacri  canoni,  alla  eccle- 
siastica giurisdizione  ,  e  principal- 
mente all' autorità  della  sacra  ro- 
mana inquisizione.  Impose  loro  che 
religiosamente  eseguissero  quanto  per 
lo  slato  lucchese  era  stato  pre- 
scritto da  Paolo  V  col  breve  de'i2 
ottobre  1606,  e  fino  allora  dal- 
l'uso costante  osservato,  non  tra- 
lasciando frattanto  di  provvedere 
cristianamente  alle  loro  coscienze. 
Diede  pur  motivo  di  qualche  ama- 
rezza fra  il  senato  lucchese  e  la 
santa  Sede  V  inchiesta  stata  dal 
primo  avanzala  per  avere  il  diritto 
di  presentare  al  Papa  una  terna 
di  tre  soggetti  idonei  ad  ogni  va- 
canza della  sede  vescovile  di  Lucca; 
inchiesta  che  finalmente  nel  1754 
dal  Pontefice  Benedetto  XIV  fu 
secondata.  Clemente  XIII  con  suo 
breve  apostolico  accordò  alla  na- 
zione lucchese  un  posto  nel  rispet- 
tabile ed  antichissimo  collegio  de- 
gli avvocati  concistoriali  ,  e  pel 
primo  ne  fu  investito  Prospero 
Lorenzo  Bottini  patrizio  lucchese, 
poi  cardinale.  Il    breve    Devolionìs 


56                     LUC  LUC 

vJLabsequii  erga,  de'28  luglio  1764,  dai  francesi  in  Italia  cambiarono 
m  Ugge  nel  t.  Ili,  p.  5  Bull.  Roni.  affatto  le  sorti  della  penisola,  sic- 
Co  riti  tuta  ti o.  che  i  padri  coscritti  di  Lucca  inu- 
Nel  1764  fu  dal  governo  de-  tilmente  con  l'ambascerie  e  con 
creta to  che  niuno  potesse  alle  cor-  l'oro  procurarono  di  guadagnar  la 
porazioni  morali  donare  o  testare  protezione  del  direttorio  di  Fran- 
ùn  valsente  superiore  alla  ventesi-  eia,  di  acquistare  la  benevolenza 
ma  parte  del  suo  patrimonio,  né  del  loro  generalissimo  in  Italia,  e 
mai  una  somma  maggiore  di  scu-  di  blandire  le  fervidissime  neonate 
di  duecento.  Tale  legge  fu  emanata  repubbliche  Cispadana  e  Traspa- 
dal  vedere  la  classe  degli  ecclesia-  dana.  L'occupazione  di  Lucca,  dai 
stici  a  sovrabbondanza  provvista  francesi  da  lungo  tempo  medi- 
di  beni,  i  quali  si  calcolò  che  tata  ,  ebbe  finalmente  il  suo  effet- 
superassero  il  valore  di  nove  mi-  to.  nef primi  giorni  dell'anno  1799, 
lioni  di  scudi,  goduti  da  circa  i5oo  quando  vi  entrò  con  una  parte 
individui  de'due  sessi;  lo  che  ve-  della  sua  divisione  il  generale  Ser- 
niva  a  equiparare  circa  la  metà  rurier,  quello  medesimo  che  aveva 
del  patrimonio  de'  privati  di  tutto  maltrattato  Venezia.  Spietate  requi- 
lo  stato,  il  quale  fu  calcolato  esse-  sizioni  di  vettovaglie,  di  pecunia 
re  di  venti  milioni  di  scudi,  in  e  di  vestiario,  accompagnate  da 
una  popolazione  di  circa  140,000  minacce  tenibili,  spaventarono  ed 
abitanti.  Intanto  un  tarlo  a  poco  avvilirono  i  lucchesi  d'ogni  celo.  I 
a  poco  rodeva  nelle  famiglie  sena-  senatori  nella  speranza  di  poter 
torie  il  sistema  aristocratico.  Le  continuare  a  dirigere  il  timone  dei- 
case  ascritte  al  libro  d'oro  nel  la  repubblica  tutto  sopportarono 
1 787  si  trovarono  ridotte  ad  ot-  anzi  deliberarono  di  fare  ritorno 
tantotto,  e  perciò  il  governo  con-  all'antica  costituzione  democratica, 
vertito  in  oligarchia.  In  detto  an-  cos'annullare  la  legge  Martiniana 
no  si  decretò  che  non  meno  di  del  i556  e  le  riforme  posteriori, 
novanta  dovessero  essere  gli  sti-  Essendo  le  elezioni  de'nuovi  magi- 
piti  di  famiglie  nobili  originarie,  strati  cadute  sopra  persone  meri- 
e  dieci  quelle  delle  famiglie  dal  tevoli  della  fiducia  del  comune,  i 
Senato  ascritte  alla  nobiltà,  con  fa-  fautori  de'francesi  se  ne  gravarono, 
colta  di  crearne  di  queste  ultime  scongiurando  il  generale  a  prov- 
a  proporzione  che  si  fossero  estin-  vedere  alla  causa  loro,  ch'era  pur 
te  le  prime.  Quanto  alla  politica  quella  della  Francia;  e  Serrurier 
esterna  dei  reggitori  di  Lucca,  fu  vi  provvide  all'orientale.  A' 4  feb- 
quella  de'  feudatari  ,  cioè  sempre  braio  1799  mi'ono  invitati  da  lui 
Jigii  al  supremo  dominatore  del-  a  palazzo  tanto  quelli  destinati  da 
l'Italia;  quindi  all'elezione  di  ogni  lui  a  prender  le  redini  del  nuovo 
imperatore  se  ne  domandava  la^  governo,  che  i  senatori  e  gonfalo- 
benevolenza,  e  |a  conferma  de'pri-  niere  della  vecchia  repubblica.  In- 
vilegj  di  Carlo  IV,  qualificandosi  i  di  Serrurier  dichiarò  in  nome  del 
signori  della  repubblica,  sino  a  generale  in  capo  dell'esercito  d'Ita- 
Francesco  II,  come  vicari  dell'ini-  lia  al  vecchio  senato,  che  d'  allora 
pero.  Filialmente  sulla  fine  del  se-  in  poi  restava  abolita  fra  i  lucche- 
cojo    XVJIÌ,  le    vittorie    riportate  si  la  nobiltà,  e    ogni  sorte    di    ca- 


LUC 

ste  privilegiate.  Nel  tempo  stesso 
soggiunse,  aver  scelto  da  ogni  clas- 
se de'  cittadini  quelli  destinati  a 
governare  in  un  modo  provvisorio 
la  repubblica  di  Lucca,  e  di  ave- 
re in  quella  scelta  creato  uomini 
virtuosi,  che  fossero  per  appagare 
il  voto  di  tutti  i  buoni.  Così  finì 
dopo  243  anni  il  governo  aristo- 
cratico di  Lucca. 

La  costituzione  data  da  Serru- 
rier  ai  lucchesi,  fu  la  stessa  della 
repubblica  ligure.  La  parte  orga- 
nica riducevasi  a  un  potere  legis- 
lativo diviso  in  due  consigli,  oltre 
un  potere  esecutivo  quinquevirale 
che  si  nominò  direttorio,  assistito 
da  cinque  ministri  di  stato.  I 
nuovi  rappresentanti  della  repub- 
blica di  Lucca  erano  diretti  dal 
comandante  francese,  e  maneggiati 
dai  pretesi  rigeneratori,  con  oppres- 
sione de'nobili,  degli  ecclesiastici  e 
de'cittadini,  onde  ben  presto  i  fran- 
cesi vennero  odiati  dall'  universale. 
Essendo  gli  animi  mal  disposti,  e 
molto  più  quei  del  contado  ,  si 
ammulinarono  al  primo  successo 
ottenuto  dagli  alleati  in  Lombar- 
dia, più  ancora  dopo  le  tre  giornate 
della  Trebbia,  17,  18,  19  giugno, 
contro  Macdonaid  battagliate.  Le 
falangi  tedesche  furono  accolte  in 
Lucca  con  entusiasmo,  ma  esiget- 
tero le  armi  da  fuoco  dell'arsenale, 
e  i  bellissimi  cannoni  di  bronzo, 
che  in  numero  di  120  guarnivano 
gli  undici  bastioni  sulle  mura  del- 
la città.  Non  andò  guari  che  i 
tripudi  si  convertirono  in  lagnan- 
ze, pegli  ordinamenti  de'nuovi  pa- 
droni. Ben  presto  le  sorti  di  Luc- 
ca e  dell'  intiera  Italia  tornarono 
in  favore  de'francesi,  dopo  che  Bo- 
ua parte,  speuto  il  direttorio,  qual 
fulmine  calò  in  Italia  ,  ed  a'  1 4 
giugno     1800   riacquistò  a   Mareu,- 


LUC  07 

go  quanto  i  generali  suoi  prede- 
cessori avevano  perduto  in  un  an- 
no; quindi  mutazioni  di  reggi- 
mento ed  imperiose  contribuzio- 
ni gravitarono  su  Lucca  dopo  il 
ritorno  de'francesi.  Nel  1801  piac- 
que a  Napoleone  di  ridonare  a 
Lucca  una  specie  di  esistenza  po- 
litica, mediante  un  governo  repub- 
blicano temperato,  eh'  entrò  in  at- 
tività nel  primo  del  1802;  ma 
nel  maggio  i8o5,  epoca  in  cui 
l' imperatore  Napoleone  s'incoronò 
re  d'  Italia,  i  lucchesi  furono  in- 
dotti a  redigere  una  costituzione 
semi-liberale,  e  a'  12  giugno  rice- 
vere per  capo  sua  altezza  serenis- 
sima Felice  Baciocchi  principe  di 
Piombino,  sposo  di  Elisa  sorella 
favorita  di  Napoleone,  giacche  i 
lucchesi  stessi  con  accorgimento  a- 
veano  domandato  all'  imperatore 
de'francesi  di  affidare  il  loro  go- 
verno ad  uno  de' principi  della 
sua  prosapia.  Fu  allora  redatto  un 
nuovo  statuto  organico,  nel  quale 
si  esentarono  i  lucchesi  dalla  co- 
scrizione militare  francese;  ma  la 
più  vecchia  delle  repubbliche  to- 
scane sparì.  Il  ducato  di  Massa  e 
Carrara  dichiarato  feudo  imperiale, 
fu  riunito  per  l'amministrazione  go- 
vernativa colla  Garfagnana,  eccet- 
to Barga,  al  principato  di  Lucca. 
Dopo  il  quale  accrescimento  si  or- 
dinò ai  principi  di  Lucca  di  porre 
iu  vigore  in  tutto  il  loro  dominio 
il  codice  di  Napoleone  ,  e  di  far 
valere  il  concordato  per  gli  affari 
ecclesiastici  fatto  per  la  Francia  al 
principato  di  Piombino,  e  pel  ducato 
di  Lucca  quello  fatto  e  sottoscritto 
tra  la  santa  Sede  ed  il  regno  italico, 
lo  che  non  riuscì  discaro  ai  lucche- 
si, massimamente  ai  corpi  religiosi 
dell'  uno  e  dell'alilo  sesso.  Inoltre 
il  principe  di  Piombino  e  di  Lucca 


58  LUC 

intimò  all'arcivescovo  che  cessavano 
atfatto  le  attribuzioni  del  tribunale 
ecclesiastico,  rimaner  dovendo  la 
giurisdizione  ecclesiastica  soggetta 
alla  politica,  e  dopo  altre  innovazio- 
ni si  chiamò  a  dare  il  giuramento 
prescritto  dal  concordato.  L'arcive- 
scovo di  Locca  monsig.  Sardi,  pri- 
ma di  obbedire  a  queste  intimazioni, 
si  rivolse  al  capo  della  Chiesa  per 
riceverne  le  necessarie  istruzioni  . 
Pio  VII  credette  espediente  diri- 
gere al  principe  di  Lucca  e  Piombi- 
no e  degli  ex  feudi  della  Luui- 
giana  una  lettera  paterna  e  fami- 
liare ai  9  maggio  1806,  colla 
quale  lo  ammonì  dell'  irregolarità 
dei  decreti  che  avea  emanalo  ai 
4  e  12  aprile,  mostrandogli  ad 
evidenza,  che  l'applicazione  de'due 
concordati  non  poteva  aver  luogo 
né  per  1'  uno  né  per  V  altro  dei 
due  principati  ,  poiché  que'  due 
concordati  erano  stati  conchiusi 
all'oggetto  di  riparare  i  mali  pro- 
dotti in  quelle  regioni  dalla  cala- 
mità de'  tempi ,  e  di  riordinare  le 
rose  con  uno  stabile  sistema,  e 
che  quindi  ogni  ragione  voleva 
che  nulla  s'innovasse  là  dove  que- 
sti mali  e  disordini  non  erano  ac- 
caduti. Napoleone  per  questa  lette- 
ra mostrò  un  fiero  risentimento,  a 
mezzo  di  una  nota  di  Talleyrand, 
pretendendo  che  a  lui  doveva  man- 
darsi la  lettera.  Non  si  contavano 
allora  in  Lucca  meno  di  32  con- 
venti, i5  d'uomini  e  1 7  di  don- 
ne; quindi  ad  eccezione  di  sette, 
spettanti  ad  ordini  mendicanti,  gli 
altri  pili  o  meno  possedevano  va- 
sti patrimoni.  Aggiungansi  i  beni  di 
vari  capitoli,  seminari,  confraterni- 
te e  benefizi,  egualmente  soppres- 
si e  indemaniati,  il  dominio  di 
Lucca  accora u lo  un  patrimonio  di 
sopra  venti  milioni  di  franchi.  Con 


LUC 

questa  vistosissima  risorsa  potè  il 
nuovo  governo  farsi  onore  senza 
imporre  contribuzioni,  e  la  princi- 
pessa Elisa  potè  fare  molti  van- 
taggi allo  stato,  a  diversi  stabili- 
menti, alle  arti,  alle  scienze,  all'in- 
dustria nazionale,  all'abbellimento 
«Iella  capitale  ed  altri  luoghi,  alle 
pubbliche  strade,  all'agricoltura,  al 
genio  naturalmente  industrioso  dei 
lucchesi;  finalmente  coli'  idea  di 
provvedere  Lucca  di  acqua  potabile, 
fu  dato  principio  alla  grandiosa  fab- 
brica degli  acquedotti,  oltre  una  più 
pronta  amministrazione  della  giu- 
stizia. Tutte  queste  ed  altre  cose 
faceva  Felice  Baciocchi  sovrano  di 
nome,  ed  Elisa  Bonaparte  di  fatto 
e  di  suo  arbitrio,  e  senza  consul- 
tare il  senato  lucchese,  come  la  co» 
stituzione  prescriveva. 

Dopo  trentaquattro  mesi  di  sta- 
bile dimora  nel  principato,  in  vir- 
tù di  un  decreto  di  Napoleone 
del  3  marzo  1809,  Elisa  recossi  a 
Firenze  col  titolo  di  granduchessa 
governatrice  di  Toscana.  Imperoc- 
ché il  regno  d'Etruria,  cominciato 
il  12  agosto  1801  ,  essendo  finito 
col  io  dicembre  1807,  fu  per  vo- 
lere di  Napoleone  levata  di  là 
Maria  Luisa  regina  reggente  quel 
regno  pel  tenero  figlio  infante  don 
Carlo  Lodovico  di  Borbone,  e  to- 
sto la  Toscana  dichiarata  provincia 
dell'  impero  francese.  Quantunque 
però  i  principi  Baciocchi  dall'aprile 
dell'  anno  1809  m  Pm  risiedessero 
in  Firenze,  Elisa  non  rinunziò  to- 
talmente al  suo  prediletto  soggior- 
no di  Lucca,  dove  gli  pareva  di 
essere  in  mezzo  alla  sua  famiglia  ; 
attribuendosi  tutti  i  miglioramen- 
ti al  grande  impulso  da  essa  dato, 
non  che  alla  docile  indole  del  po- 
polo lucchese.  Dopo  la  terribile 
campagna  di  Mosca,  il  mondo  par- 


LUC 

ve  desiarsi  per  avventarsi  cernirò 
Napoleone  che  lo  voleva  tutto  per 
sé,  e  ne  crollò  il  grande  edilìzio. 
Mentre  pericolava  in  Lombardia 
la  sorte  del  reguo  italico,  si  atfae- 
ciarono  davanti  alle  spiagge  di 
Viareggio  a*  9  dicembre  181 3  le 
navi  inglesi,  per  eseguirvi  lo  sbar- 
co di  una  fazione  di  armati,  quali 
liberatori  dell'indipendenza  italiana. 
La  popolazione  non  curò  le  loro 
parole,  ed  essi  tornarono  alle  navi. 
Dopo  poche  settimane,  il  re  Gioac- 
chino Murat,  di  recente  alleato  col- 
l'Austria,  inviò  una  divisione  na- 
poletana per  cacciarne  Elisa  sua 
cognata,  la  quale  dovè  abbandonare 
anche  la  sua  Lucca  prima  del  14 
marzo  1 8 1 4-  In  questo  giorno  vi 
entrarono  i  napoletani,  che  a'  5 
maggio  furono  rimpiazzati  dai  te- 
deschi ,  che  tennero  Lucca  da  pa- 
droni, finche  Maria  Luisa  di  Bor- 
bone già  regina  d'Etruria,  non  di- 
chiarò di  accettare  per  sé  e  per 
l' infante  don  Carlo  Lodovico  suo 
figlio,  Lucca  con  l'antico  suo  ter- 
ritorio sotto  il  titolo  di  ducato. 
Quindi  in  conformità  degli  arti- 
coli segreti  deliberati  col  trattato 
di  Vienna  del  9  giugno  181 5, 
si  stabilì  di  tener  fermo  di  sub- 
entrare nell'avito  ducato  di  Par- 
ma (Vedi),  quando  fosse  vacato 
per  morte  o  per  altra  destinazio- 
ne dell'ex  imperatrice  di  Francia, 
Maria  Luisa  d'  Austria.  Verificato 
che  sarà  un  tal  caso,  il  ducato 
di  Lucca,  salvo  alcuni  distretti  di- 
staccati, a  tenore  dello  stesso  trat- 
tato dev'essere  incorporato  al  gran- 
ducato di  Toscana,  e  i  delti  di- 
stretti si  aggiungeranno  al  ducato 
di  Modena.  Maria  Luisa  di  Bor- 
bone con  l'infante  suo  figlio  ed  e- 
rede,  entrò  in  Lucca  il  giorno  7 
dicembre   1817.  Le  prime  cure  di 


LUC  59 

quella  saggia  e  pia  sovrana  furono 
dirette  alla  ripristinazione  de'  con- 
venti, monasteri  e  compagnie  sop- 
presse; fu  pagato  ai  corpi  morali 
l'  usufrutto  de'  beni  ecclesiastici  in- 
venduti, il  cui  valore  ascendeva  al 
valore  di  circa  undici  milioni  di 
lire  lucchesi,  abolendosi  la  legge 
sulle  mani  morte.  Si  fecero  quelle 
altre  opere  ,  di  cui  superiormente 
facemmo  menzione,  dappoiché  sot- 
to il  governo  di  Maria  Luisa  se 
ne  fecero  molte  a  pubblica  utilità, 
proseguendosi  la  dispendiosissima 
fabbrica  degli  acquedotti  sopra  un 
piano  più  grandioso.  Nel  1820  eb- 
be in  comincia  mento  l'  orto  bota- 
nico; fu  terminato  il  regio  tea- 
tro del  Giglio  ;  fu  rimodernata, 
nobilitala,  ingrandita  e  resa  più 
bella  e  più  ornata  la  reggia  di 
Lucca  ;  fu  comprato  un  palazzo 
pel  liceo,  e  dalla  sovrana  dotato 
e  corredato  di  macchine  ,  e  fu  e- 
retto  un  osservatorio  astronomico  a 
Madia. 

il  duca  ed  infante  don  Carlo 
Lodovico  di  Borbone,  succeduto  nel 
1824  nel  trono  di  Lucca,  ha  pro- 
curato quieto  vivere  al  paese,  e 
migliorato  d'ogni  maniera  il  mate- 
riale della  città.  Uno  de'  provvedi- 
menti diretti  a  quest'ultimo  scopo, 
fu  il  moto-proprio  del  19  aprile 
1828,  col  quale  venne  ordinato, 
che  tutti  gli  edifizi  pubblici  e  pri- 
vati della  città  di  Lucca  dentro 
l'anno  i83o  fossero  intonacati,  e  da- 
to ad  essi  di  tinta  o  di  bianco,  e  che 
questa  ultima  operazione  ogni  de- 
cennio si  rinnovasse,  oltre  altre  ec- 
cellenti disposi/ioni  sulla  polizia  del- 
la città,  e  circa  al  murare  all'e- 
sterno. Inoltre  fu  creata  un'appo- 
sita commissione,  nominata  degli 
edili,  affinché  vigilasse  sulle  fabbri- 
che pubbliche  e  privale;  allo  zelo 


fio  LUC 

biella  quale  devesi  il  vantaggio  di 
aver  restituito  a  molti  vetusti  edi- 
lìzi sacri  la  loro  antica  fìsonomia  , 
sia  col  far  togliere  l' intonaco  so- 
vrapposto alle  interne  pareti  di  mar- 
ino, sia  coll'aver  ordinato  la  pristi- 
na sua  forma  all'antico  anfiteatro. 
11  duca  regnante  per  fomentare  nel 
mio  dominio  l' industria,  le  arti  e 
le  scienze,  e  promoverne  l'emula- 
zione ne'  suoi  sudditi,  come  la  fe- 
deltà e  la  disciplina  ne'  suoi  sol- 
dati, nel  1 833  fondò  l'ordine  eque- 
stre di  s.  Giorgio  (Vedi)j  quindi 
per  dare  una  decorazione  e  cospi- 
rilo segno  d'onoranza  a  quelli  che 
avessero  reso  ragguardevoli  servigi 
allo  stato  ed  alla  sua  real  perso- 
na, o  che  si  distinguessero  per  va- 
lore e  preeminenza  nelle  scienze , 
lettere  ed  arti,  ed  avessero  un  titolo 
alla  speciale  sua  considerazione,  nel 
i  836  istituì  l'ordine  cavalleresco 
di  x.  Lodovico  [Fedi).  Il  lodato 
sovrano  nel  1820  sposò  la  regnan- 
te duchessa  di  Lucca  Maria  Tere- 
sa, figlia  del  re  di  Sardegna  Vit- 
torio Emmanuele,  che  nel  1823  die 
alla  luce  il  principe  Ferdinando 
Carlo  che  nel  1 8^5  ha  sposato  la 
principessa  Luisa  Maria,  figlia  di 
Carlo  duca  di  Berry.  Sulla  storia 
di  Lucca  e  suo  stato  si  possono 
consultare  :  Machiavelli  ,  Somma- 
rio delle  cose  lucchesij  Cianelli  , 
Memorie  lucchesij  Mazzarosa,  Sto- 
ria di  Lucca,  e  Guida  del  fore- 
stiere per  la  città  e  contado  di 
Lucca;  Berlini,  Memorie  lucchesij 
Barsocchini,  Memorie  lucchesi;  Re- 
petti, Dizionario  geografico  fisico 
storico  della  Toscana,  ducalo  di 
Lucca,  Garfagnana,  ec.  ;  e  le  Me- 
morie per  servire  alla  storia  del 
ducato  di  Lucca,  che  vanno  pub- 
blicando i  deputali  dell'  accademia 
Jqcchese.  Palla  tipografia   di  Fran- 


LUC 

cesco  Baroni  nel  1829  si  comin- 
ciò a  pubblicare  l'interessante  gior- 
nale letterario  intitolato:  Pragma- 
logia  cattolica.  Una  seconda  serie 
incominciò  a  stamparsi  nel  i838. 
Il  ducato  di  Lucca  o  il  Lucche- 
se, regione  dell'Italia  centrale,  si 
distingue  in  due  parti,  una  unita, 
l'altra  disunita,  perchè  dalla  prima 
affatto  isolata.  Sono  in  tutto  un- 
dici comunità,  suddivise  in  i5i  se- 
zioni, ossiano  parrocchie.  Fra  i  ca- 
poluoghi delle  undici  comunità  si 
coniano  tre  città,  Lucca,  Viareg- 
gio, Camaiore:  le  altre  hanno  per 
residenza  delle  terre ,  dei  castelli , 
o  dei  villaggi.  Nel  territorio  unito 
del  ducato  lucchese  trovasi  la  sua 
capitale  con  nove  comunità.  Esso 
è  circondato  quasi  da  ogni  lato  dal 
granducato  di  Toscana,  meno  che 
da  settentrione  e  da  ponente.  Dal- 
la parte  di  tramontana  ha  a  con- 
fine la  Garfagnana  granducale  ed 
estense,  e  dal  Iato  di  ponente  ter- 
mina col  lido  del  mare  Tosco  per 
il  tragitto  di  dieci  miglia.  In  quan- 
to al  territorio  disunito  lucchese, 
esso  è  attualmente  ridotto  a  due 
vicarie  e  comunità,  Minucciano  e 
Monlignoso,  situate  sopra  due  fian- 
chi opposti  dell'Alpe  Apuana.  Mi- 
nucciano è  nel  lato  di  settentrione, 
e  Montignoso  dalla  parte  di  mez- 
zogiorno ;  la  prima  di  esse  fra  la 
Garfagnana  estense  e  la  Lunigia- 
na  granducale,  la  seconda  fra  il 
ducato  di  Massa  e  il  vicariato  gran- 
ducale di  Pietrasanta.  L'  Apennino 
toscano,  dal  lato  di  grecale  serve 
di  confine  al  territorio  unito  luc- 
chese, mentre  a  levante  viene  chiu- 
so dalle  diramazioni  che  dall'Apen- 
nino  medesimo  si  avvallano  fra  le 
fiumane  delle  due  Pescie  sino  al- 
TAltopascio.  Costà  il  territorio  luc- 
chese attraversa  da  greco    a  libec- 


LUC 

ciò  il  lago  di  Bientina  o  di  Sesto; 
quindi  volgendosi  a  ostro  serve  al 
pisano  e  al  lucchese  di  confine  la 
cresta  dentellata  del  Monte  Pisano 
sino  alla  ripa  del  Serchio  ;  alla  de- 
stra del  quale  inoltrasi  per  la  pa- 
lustre pianura  di  Massa  ciucco  li ,  e 
nella  direzione  da  levante  a  ponen- 
te attraversa  il  lago  omonimo,  per 
quindi  arrivare  alla  spiaggia  del 
mare.  Di  costà  andando  verso  mae- 
stro, percorre  il  littorale  fino  a  Mo- 
trone,  finché  voltando  direzione 
verso  settentrione  grecale  fra  Pie- 
trasanta  e  Camaiore  sale  per  uno 
sprone  meridionale  dell'Alpe  Apua- 
na, e  varcando  il  giogo  ritorna 
nella  valle  del  Serchio  lungo  il 
torrente  di  Torrita-Cava.  Passa  in 
mezzo  al  territorio  unito  del  du- 
cato di  Lucca  il  fiume  Serchio;  la 
porzione  più  settentrionale  è  ba- 
gnata dall'ultimo  tronco  della  Li- 
ma, e  da  quelli  della  Petrosciana 
e  della  Torri ta  Cava,  tre  fiumane, 
una  a  sinistra  e  le  altre  due  a 
destra  del  Serchio,  le  quali  tutte 
si  versano  nel  nominato  fiume  sul- 
l' ingresso  della  Garfagnana.  Stante 
la  variata  situazione  ed  elevatezza 
del  suolo  che  cuopre  il  territorio 
lucchese,  il  suo  clima  al  pari  dei 
suoi  prodotti  mostrasi  varia tissiino. 
Fra  le  produzioni  naturali  sono  ce- 
lebri per  l'Europa,  non  che  in  Ita- 
lia, le  acque  termali  di  Corsena, 
note  sotto  il  nome  generico  di  Ba- 
gni di  Lucca;  mentre  il  paese  ab- 
bonda di  marmi  e  di  macigni.  Si 
trovano  rocce  di  diaspro  nel  Mon- 
te Fegatese,  e  a  Gallo  sotto  il  Mon- 
te di  Pescaglia.  In  quanto  all'  in- 
dustria agraria  lucchese  ,  tipo  e 
modello  di  tutti  i  paesi,  essa  può 
dividersi  in  tre  porzioni  ,  secondo 
la  qualità  del  suolo,  la  posizione 
ed  elevazione  rispettiva    del    paese. 


LUC  6t 

11  territorio  lucchese  in  riguardo 
alla  sua  estensione  è  uno  de'  più 
popolati  che  contino  gli  stati  d'Eu- 
ropa, e  si  fa  ascendere  il  numero 
degli  abitanti  a  circa  170,000,  com- 
presi quelli  che  in  molta  parte  del- 
l'anno vivono  lungi  dalla  patria  o 
per  lavorare  in  altri  paesi,  anche 
lontani,  o  per  vendere  figurine  di 
gesso  e  di  stucco.  Osserva  il  eh. 
marchese  Mazzarosa,  Guida  di  Luc- 
ca pag.  41»  che  la  estensione  del 
ducato  è  di  miglia  quadrate  328, 
cioè  sopra  ogni  miglio  quadrato  vi 
sono  5*26  abitanti,  e  sopra  ogni  le- 
ga quadrata  se  ne  hanno  47^4  > 
numero  forse  maggiore  di  ogni  al- 
tro stato  in  ragione  della  superfi- 
cie. Il  sovrano  del  ducato  di  Luc- 
ca è  investito  dei  poteri  esecutivo 
e  legislativo  in  tutta  la  loro  am- 
piezza, ed  il  senato  più  non  sussi- 
ste. Vi  è  un  solo  ministro  segreta- 
rio di  stato  per  gli  affari  esteri,  ed 
incaricato  ancora  dell'  interno.  Da 
quattro  consiglieri  dipendono  i  di- 
partimenti della  giustizia,  finanze, 
buon  governo  ,  forza  armata  e 
pubblica  istruzione.  La  religione 
cattolica  è  la  dominante ,  ed  evvi 
un  solo  arcivescovato.  Il  duca  re- 
gnante tiene  in  Roma  presso  la 
santa  Sede  un  ministro  plenipoten- 
ziario. Ora  passeremo  a  dare  un 
cenno  della  città  di  Viareggio,  co- 
me luogo  principale  del  ducato,  e 
come  unico  porto  del  medesimo  ; 
della  città  di  Camaiore  ;  di  Bagno 
o  sia  de'  famosi  bagni  di  Lucca  ; 
e  di  Marlia  villa  reale;  quindi  par- 
leremo della  sede  ed  arcidiocesi  di 
Lucca ,  e  per  ultimo  della  chiesa 
ed  ospedale  che  hanno  in  Roma  i 
lucchesi. 

Viareggio ,  Via  Regia  .  Città 
moderna  e  ognor  crescente,  nella 
valle  inferiore  del   Serchio,    presso 


6i  LU  C 

la  riva  del  mare  con  Porto  Cana- 
le, n I tua I mente  con  due  chiese  par- 
rocchiali, s.  Antonio  e  s.  Andrea. 
capoluogo  di  comunità  e  di  giu- 
risdizione, nell'ai'cidincesi  e  ducato 
di  Lucca.  Risiede  tra  Pietrasanta 
e  la  foce  del  Serchio,  tredici  mi- 
glia a  ponente  da  Lucca.  Questa 
città  tagliata  a  guisa  di  paralello- 
gramina  ha  strade  larghe  e  dritte, 
con  regolari  edifizi.  Il  suo  nome 
deriva  dalla  Fia  Regia  che  nel 
medio  evo  fu  tracciata  lungo  il  lit- 
torale  passando  da  Viareggio.  Gli 
apparteneva  la  vastissima  tenuta  di 
Migliarino,  che  un  dì  faceva  parte 
ed  era  compresa  nella  Selva  regia, 
la  quale  con  tutte  le  altre  macchie 
che  incontra vansi  lungo  il  littorale 
toscano  apparteneva  alla  corte  regia 
ossia  alla  corona  d'Italia,  da  cui  pre- 
se il  titolo  di  regia.  Nel  secolo  XII 
già  Viareggio  era  un  luogo  di  con- 
siderazione, col  nome  di  castello,  e 
fu  preso  dai  pisani;  ma  nel  1172 
i  lucchesi  fugarono  gli  occupatoli 
e  distrussero  il  castello.  Vuoisi  che 
nel  1221  Federico  II  con  diploma 
lo  dasse  in  feudo  a  messer  Pagano 
di  Baldovino  di  Lucca  col  suo  di- 
stretto, e  che  restasse  in  quella  fa- 
miglia sino  al  i2<S3,  epoca  in  cui 
il  comune  di  Lucca  col  favore  del 
conte  Ugolino  della  Gherardesca , 
allora  signore  di  Pisa,  potè  riacqui- 
starlo. Verso  il  secolo  XIV  fu  edi- 
ficata la  forte  torre  che  serve  di 
bagno  carcerario  ai  condannati  di 
Lucca,  diversa  però  da  quella  fab- 
bricata sino  dal  1  171  presso  la  fo- 
ce del  Serchio.  Fu  oggetto  fre- 
quente di  contrasto  tra  i  genovesi, 
i  lucchesi  ed  i  fiorentini,  che  il  tol- 
sero vicendevolmente  ai  primi  'do- 
minatori pisani,  Castruccio  la  unì 
stabilmente  ai  suoi  dominii ,  e  vi 
formò  la  bella  strada  che  da  Luc- 


LUC 

ca  vi  conduce.  Quell'eroe  avea  con- 
cepito il  disegno  di  fabbricare  un 
ampio  porto,  e  la  forre  di  Molro- 
ne  un  poco  al  nord-ovest  di  Via- 
reggio indica  il  sito  ove  doveasi 
il  vasto  progetto  mandare  ad  ese- 
cuzione. In  Viareggio  si  gode  este- 
sa veduta  del  mare,  la  spiaggia 
essendo  inclinatissitna  e  aperta  per 
lutto  intorno.  Ai  vascelli  di  alto 
bordo  non  solo  è  impedito  V  in- 
gresso nel  suo  Porto  Canale,  oli 
non  ponno  dar  fondo  in  quei  pa- 
raggi. Solamente  i  legni  a  vela  la- 
tina trovano  costà  un  buon  suolo 
per  gettarvi  l'ancora,  ed  anche  in- 
ternarsi nella  città  per  mezzo  del 
suo  Canale  corrispondente  colla  Fos- 
sa Burlamacca  ed  altre  fosse  emis- 
sarie  del  lago  di  Massari  uccoli ,  o 
che  raccolgono  gli  scoli  di  quella 
pianura.  Lo  che  per  altro  basta 
pel  vantaggio  della  pesca,  che  suole 
essere  ricca  assai,  e  per  il  comodo 
del  commercio.  L'aria  attualmente 
è  cotanto  sana  in  tutte  le  stagioni 
dell'anno,  e  così  temperata  nell'in- 
verno, che  molte  deile  principali 
famiglie  lucchesi  vi  possiedono  pa- 
lazzoni e  casini,  mentre  nell'estate 
vi  accorrono  anche  dall'estero  per- 
sonaggi per  far  uso  de'  suoi  bagni 
di  mare.  Quando  il  paese  non  con- 
tava che  poche  capanne,  vi  fu  eret- 
to un  convento  francescano  con 
chiesa  annessa  sotto  l'invocazione 
di  s.  Antonio,  quindi  vi  passarono 
i  riformati,  fu  dichiarata  cura  la 
chiesa,  sulTraganea  della  pieve  d'  11- 
lice.  Considerando  il  duca  regnan- 
te il  notabile  aumento  della  popo- 
lazione, la  cui  comunità  ascende  a 
circa  12,000,  nel  1839  decretò 
l' erezione  di  una  seconda  chiesa 
parrocchiale,  e  quando  fu  dal  Papa 
Gregorio  XVI  emanato  l' analogo 
breve  a  21   luglio   1840,   fu   fab- 


LUC 

bricalo  presso  la  spiaggia  un  tem- 
pio a  tre  navate  ed  un  convento 
contiguo  di  servi  di  Maria,  essen- 
do la  chiesa  intitolata  a  s.  Andrea 
apostolo,  a  croce  latina  ,  e  adorna 
di  statue  nella  facciata.  Ninno  fra 
i  territorii  commutativi  della  To- 
scana forse  offre  tanta  messe  allo 
studioso  delle  scienze  fisiche  e  idro- 
statiche, quante  ne  fornisce  la  comu- 
nità di  Viareggio  nella  sua  pianu- 
ra. In  Viareggio  risiede  un  gover- 
natore,  un  comandante  militale, 
un  giusdicente  civile  e  criminale , 
ed  una  dogana  principale  per  lo 
scalo  del  Porto  e  la  via  del  litto- 
rale.  La  conservazione  delle  ipote- 
che, la  direzione  delle  acque  e  stra- 
de, ed  il  tribunale  di  seconda  istanza 
sono  in  Lucca. 

Camaiore  dì  Versilia.  Città  nella 
marina  lucchese,  con  in>igne  colle- 
giata di  s.  Maria  Assunta,  capoluo- 
go di  comunità  e  di  un  giusdicen- 
te. Giace  nella  pianura  presso  la 
base  meridionale  dell'Alpe  Apuana, 
che  diramasi  dai  monti  Gabbali 
e  Pruno,  alla  confluenza  dei  tor- 
renti Lombricese  e  di  Nocchi,  dove 
questi  prendono  il  nome  di  Ca- 
maiore. E  di  forma  rettangolare , 
circondata  da  tonile  mura  ca- 
stellane e  da  antifossi,  con  stra- 
de regolari  ben  lastricate.  La  me- 
moria più  antica  di  Camaiore  co- 
mincia a  conoscersi  dopo  la  metà 
del  secolo  Vili,  pel  monastero  che 
presso  vi  esisteva,  poi  abbazia  dei 
benedettini,  di  s.  Pietro  di  Cama- 
iore. Prese  Camaiore  forma  di  re- 
golare borgata  nel  1255,  mentre 
era  podestà  di  Lucca  Guiscardo 
Pietrasanta,  e  nel  1271  vi  alber- 
garono i  figli  di  Carlo  I  d'Angiò. 
Sottomessi  dal  comune  di  Lucca  i 
nobili  della  valle  di  Camaiore ,  il 
borgo  crebbe  di  popolazione    e  di 


LUC  63 

fabbricato,  onde  nel    i3y4  fu  chilo 
delle  menzionate  mura  e  toni.  Nel 
1429  i  fiorentini   l'occuparono  con 
tutta  la    valle    sino    al  mare:    nel 
i43o  soffrì  altri  disastri   dall'eser- 
cito del  Piccinino.  Nel  i436  e  14^7 
presa    e  ritolta    ora    dai    milanesi , 
ora  dai  fiorentini,  questi  ultimi  per 
accordo    nel     i442   riconsegnarono 
ai   lucchesi  il  castello  di  Camaiore, 
con   tutti  quelli  della    sua    vicaria, 
dalla    quale     dipendeva     Viareggio 
con  tutto  il  suo  littorale.  Per  avere 
i  camaioresi  liberato  gli   anziani  di 
Lucca  assediati  nel  palazzo  pubblico, 
la  repubblica  fece  innalzare  in  Cama- 
iore un  arco  trionfale,  in  benemerenza 
di   tanta  fedeltà.   Restata  Camaiore 
costantemente  sotto  il  dominio  della 
sua  capitale,  ne  segui   sempre  i  de- 
stini. Per  la  industria  dei    coltiva- 
tori, il   territorio  rende  un  prodot- 
to superiore  alia    qualità    del    ter- 
reno. La  chiesa    principale    è    am- 
pia, a  tre  navate,  ornata    di  cupo- 
la,    con    spaziosa    tribuna;    antica- 
mente   fu    dipendente    dalla    pieve 
di  s.  Giovanni    Battista    posta    nel 
sobborgo,  col   grado  di  prioria  :  fu 
edificata  nel   1278   ed  eretta  in  col- 
legiata da  Leone  X  nel    i5i5,  che 
Pio  VI  aumentò    sino    al    numero 
di  quattordici  canonici ,    otto    cap- 
pellani, e  la  dignità  del  priore  col- 
l'uso  de'  pontificali.    Le  rozze  scol- 
ture del  fonte  battesimale,  eseguite 
nel  1387,  sono  osservabili.   Il  qua- 
dro dell'altare    maggiore    è    buona 
pittura  di  Brandimarte;  la  ss.  An- 
nunziata nella  cappella  del  Rosario 
è  lavoro  del   valente    Stefano    To- 
fanelli   lucchese.   Nel    1260  non  esi- 
steva  dentro  Camaiore  che  la  par- 
rocchia di  s.   Michele,  ora    pubbli- 
co   oratorio.    Dall'  antica    pieve    di 
Camaiore  nel    secolo    XIII    dipen- 
devano diecisette   chiese:  dipendono 


64  LUC 

attualmente  dalla  collegiata  quat- 
tordici chiese  succursali.  Nel  sob- 
borgo occidentale  di  Camaiorc,  do- 
ve fu  l'ospedale  di  san  Lazzaro^ 
esiste  un  convento  di  francescani 
riformali  con  chiesa  dedicata  alla 
ss.  Concezione.  Cauiaiore  ha  un 
teatro,  due  pubbliche  scuole  ele- 
mentari, un  magistrato  coni  unita- 
ti vo  ed  un  podestà.  Camaiore  fu 
patria  di  vari  uomini  distinti  in 
dottrina,  fra  i  quali  lo  storico  Ni- 
colao  Donati  benedettino  nel  mo- 
nastero di  s.  Eugenio  presso  Siena, 
che  fiorì  nel  secolo  XVI.  Poco  di- 
stante da  questa  città  esiste  un 
luogo  deliziosissimo  detto  le  Piano- 
re,  ove  in  mezzo  alle  feraci  colli- 
ne, tutte  ricoperte  di  alberi  d'  oli- 
vo, sorge  la  villa  di  delizia ,  che 
insieme  a  non  piccola  quantità  di 
terreni  acquistò  la  duchessa  regnan- 
te di  Lucca  ,  che  vi  suole  passare 
la  maggior  parte  dell'  anno. 

Bagno  o  Bagni  di  Lucca ,  Bal- 
nea  Corsenae  et  Villae.  Comune 
in  Val  di  Lima,  due  a  tre  miglia 
lungi  dalla  confluenza  di  questo 
fiume  nel  Serchio,  capoluogo  di  co- 
munità nel  piviere  di  Controne , 
giurisdizione,  e  quattro  miglia  a 
greco  dal  Borgo  a  Mozzano,  dio- 
cesi e  ducato  di  Lucca,  eh' è  i4 
o  i5  miglia  a  grecale.  I  contorni 
de'  Bagni  di  Lucca  possono  anno- 
verarsi fra  le  più  seducenti  pro- 
spettive del  bel  cielo  d'  Italia,  che 
in  molte  vallate  s'incontrano  pure 
della  bellissima  Toscana.  Alla  fa- 
vorevole situazione  de'  Bagni  di 
Lucca,  in  un'aria  elastica  e  pura, 
accrescono  pregio  le  eleganti  fab- 
briche ivi  sparse,  la  diligente  cul- 
tura che  a  guisa  d' un  anfiteatro 
si  mostra  nelle  adiacenti  colline, 
la  caduta  delle  acque  che  scendo- 
no dai  torrenti  nella  Lima ,    e    la 


LUC 

fama  delle  efficacissime    terme,    di 
cui    il   luogo  dalla   natura  fu  arric- 
chito. Sono  tre  o   quattro    villaggi 
uno  prossimo  all'altro,  tutti    va^in, 
tutti  comodi,  tutti  pregevoli    e  ac- 
creditati    per     qualche    scaturigine 
minerale .    All'  insieme     di    .queste 
ville  e  sorgenti  termali  è  stato  da- 
to il  nome  generico  di  Bagno,  nel 
modo  stesso  che  sotto  un  egual  ti- 
tolo fu  compresa  tutta  la  comuni- 
tà già  conosciuta   nella  storia  della 
repubblica  di  Lucca   come    vicaria 
di  vai  di   Lima.   Il   primo  a  incon- 
trarsi,    partendo    da    Lucca,    è    il 
villaggio    del    Ponte     a    Serraglio , 
borgo  situato   in  parte  alla  sinistra 
del   fiume  Lima,  e  porzione  alla  sua 
destra,  sulle  due  testate  di  un   bel 
po+He    di    materiale    da    cui    ebbe 
nome.   Questo  borgo    deve    la     sua 
maggior  fortuna  a   una  nuova  fon- 
te termale  usata    nel    secolo    XVI 
da   un  pistoiese  per    nome   Berna- 
bò; il  quale  essendo   attaccato    da 
pertinace    malattia    cutanea,    dopo 
aver    sperimentato    senza     profitto 
gli   altri    bagni ,    risanò    coli'  usare 
per  immersione  la  sorgente    vicina 
del   Ponte  a  Serraglio,  dove  fu  poi 
costrutto  il  bagno  denominato  tut- 
tora di  Bernabò.   A  brevissima  di- 
stanza da  queste  terme  sono    altri 
due    stabilimenti ,    cioè     le     Docce 
basse,  e  i  Bagni  caldi.  Quelli  detti 
alla    Villa    si    trovano    un    mezzo 
miglio  discosti  sulle  falde  orientali 
della  stessa  collina.  La  più    antica 
terma,  quella  che    diede    il    nome 
ai    bagni    di    Lucca,    è    il    Bagno 
caldo,  più  nolo  col  nome  di    Cor- 
sena,  dalla  chiesa  e   villaggio  omo- 
nimo.  Cominciò  la  celebrità  di  que- 
sto bagno  sino  dal  secolo    XII,  ed 
è  opinione  che  la  contessa  Matilde 
costruisse    sul    Serchio ,    presso    al 
borgo,  il  ponte  chiamato  della  Mad- 


LUC 

dalena,  onde  agevolare  agli  abitanti 
della  Garfagnana  il  viaggio  di  Luc- 
ca, e  l'accesso  ai  bagni  ;  coniechè 
sia  più  sicuro  fatto,  che  lo  stesso 
ponte  fosse  innalzato  per  ordine  di 
Castruccio,  siccome  due  altri  furo- 
no costruiti  sul  fiume  Lima  nel 
i  3  i  7  ,  nell'anno  appunto  che  quel 
famoso  capitano  faceva  uso  del  ba- 
gno di  Corsena.  Questo  è  alimen- 
tato da  quattro  sorgenti,  una  delle 
quali  il  Doccione  è  la  più  abbon- 
dante e  la  più  calda  di  tutte.  La 
sua  sorgente  provvede  le  Docce 
alle,  le  Docce  temperate  e  i  bagnet- 
li,  che  si  distinguono  col  nome  di 
acqua  di  s.  Lucìa.  Alle  scaturigi- 
ni del  Doccione  stabilironsi  i  Ba- 
gni a  vapore,  ossia  stufe,  sino  dal 
più  remoto  uso  dei  bagni  di  Cor- 
sena.  Questo  bagno  vaporoso ,  di 
cui  forse  non  si  conosce  in  Italia 
né  il  più  utile,  ne  il  più  comple- 
to, trovasi  modellato  alla  foggia  del 
Calidario  delle  antiche  Terme,  for- 
nito anch'esso  del  suo  Tepidario. 
Ne'  contorni  del  bagno  caldo  sono 
stati  recentemente  costruiti  vari 
pubblici  edifizij  un  ospedale  e  un 
nuovo  tempio  elegantissimo,  con 
varie  abitazioni  a  maggior  agiatez- 
za de'  concorrenti.  Il  secondo  sta- 
bilimento, quello  delle  Docce  bas- 
se, appartiene  al  bagno  denominato 
una  volta  Bagno  ross®,  dove  un- 
dici sorgenti  versano  le  loro  bene- 
fiche acque,  fra  le  quali  sono  di- 
venute famose  e  reputatissime  le 
Docce  trastulline,  quelle  della  Dispe- 
rata e  la  Doccia  rossa.  In  piccola 
distanza  trovasi  il  Bagno  di  s.  Gio- 
vanni, le  cui  sorgenti  come  meno 
mineralizzate  sono  credute  più  utili 
ai  deboli  e  ai  fanciulli.  Il  locale 
delle  Docce  basse  è  fornito  di  ba- 
gni a  comune,  oltre  i  bagnetti  pri- 
vali, mentre  a  pochi  passi  è  stata 

VOL.    XL. 


LUC  65 

eretta  la  fabbrica  del  Casino.  I 
Bagni  alla  Villa,  costituenti  il  ter- 
zo stabilimento  termale,  non  cedo- 
no ai  descritti  per  celebrità  e  ma- 
gnificenza delle  abitazioni  :  le  acque 
termali  della  Villa  sono  ad  oprate 
in  bevanda  anche  in  lontani  paesi. 
Presso  a  queste  terme,  e  lungo  la 
strada  rotabile  sulla  destra  riva 
della  Lima  trovasi  il  teatro,  e  qua 
fu  innalzato  dalle  ultime  sovrane 
di  Lucca  un  palazzo  principesco  , 
poco  lungi  dal  borgo  dove  risiedo- 
no le  autorità  civili  e  amministra- 
tive nella  stagione  della  bagnatu- 
ra. Quasi  tutti  gli  autori  che  trat- 
tarono delle  terme,  parlarono  delle 
lucchesi  :  fra'  quali  meritano  distin- 
zione, il  Trattato  de'  bagni  di  Luc- 
ca pubblicato  nel  1792  dal  dottor 
Moscheni  ;  e  l' Igea  de'  bagni  e  più 
particolarmente  di  quelli  di  Lucca, 
del  direttore  de'  medesimi  profes- 
sor Franceschi.  A  questi  due  au- 
tori devesi  altresì  le  analisi  chimi- 
che delle  slesse  acque.  Le  terme 
lucchesi  sono  state  riconosciute  di 
costante  efficacia  nelle  febbri  lente 
e  nelle  ostinate  intermittenti;  alle 
malattie  nervose,  alle  ostruzioni  del 
basso  ventre,  alle  renelle  e  calcoli, 
alle  affezioni  d'utero,  e  vantaggio- 
se alla  fecondità,  per  tralasciare  al- 
tri buoni  effetti.  Il  governo  alla 
cura  de'  bagni  provvede  con  una 
deputazione,  con  un  medico,  un 
chirurgo,  un  farmacista,  e  diversi 
altri  impiegati.  La  popolazione  a- 
scende  a  circa  9,000  abitanti,  com- 
presi quelli  del   territorio. 

Madia  già  Marìlla  nella  pia- 
nura orientale  di  Lucca ,  contrada 
con  villa  reale  e  chiesa  plebana 
di  s.  Maria,  nella  comunità  giuris- 
dizione di  Capannori.  Risiede  alla 
base  meridionale  del  monte  delle 
Pizzorne,  in  mezzo  a  una  campa- 
5 


6G  LUC 

gna  attraversata  dal  torrente  Sa- 
na. È  un  paese  aperto,  sparso  di 
ville,  di  giardini,  di  laghetti  arti- 
ficiali, di  parchi,  di  viali.,  e  di  ra- 
re piantagioni,  fra  le  quali  primeg- 
gia la  real  villa  dello  stesso  nome. 
Marlia  ne'  secoli  anteriori  al  mille, 
portava  vari  nomi,  essendo  il  più 
antico  quello  di  Vico  Elingo.  Il 
giuspatronato  della  pieve  di  Mar- 
lia con  l'annessa  corte  di  s.  Teren- 
zio, e  con  quella  della  distrutta 
chiesa  di  s.  Martino,  innanzi  e  do- 
po il  mille  appartenevano  ai  ve- 
scovi di  Lucca,  insieme  ad  un  ca- 
stello e  villa  signorile.  Il  marche- 
se Ugo  di  Toscana  nell'  estate  del 
996  ed  in  quella  del  998  accolse 
e  festeggiò  1'  imperatore  Ottone 
III.  In  progresso  di  tempo  la  villa 
e  il  parco  di  Marlia  pervenne  nella 
famiglia  lucchese  Orsetti,  dalla  qua- 
le dopo  il  1806  fu  comprata  dai 
principi  Baciocchi,  che  ampliarono, 
circondarono  di  mura ,  e  d' ogni 
maniera  abbellirono  si  delizioso  luo- 
go, il  quale  servi  loro  bene  spesso 
di  residenza,  siccome  serve  tutta- 
via di  frequente  abitazione  alla  rea- 
le famiglia  Borbonica,  che  gli  ha 
fatto  ulteriori  abbellimenti.  In  que- 
sta villa  si  compresero  varie  vil- 
le, fra  le  quali  anche  quella  dei  ve- 
scovi. 

La  religione  cristiana  fu  annun- 
ziata in  Lucca  nel  primo  secolo 
dell'era  volgare  da  s.  Paolino  di 
Antiochia ,  discepolo  di  s.  Pietro 
principe  degli  apostoli,  il  quale  Io 
spedì  a  Lucca  per  convertire  i  luc- 
chesi dal  paganesimo  e  battezzarli, 
laonde  s.  Paolino  è  venerato  qua- 
le apostolo  e  primo  vescovo  di  Luc- 
ca. Fu  egli  che  nella  città  fece  co- 
struire una  chiesa  dedicata  alla  ss. 
Trinità,  come  dice  la  tradizione,  la 
qual    chiesa    fu    poi    riedificata    e 


LUC 

consecrata  prima  in  onore  di  s. 
Antonio,  e  finalmente  scoperto  mi- 
racolosamente il  corpo  di  s.  Pao- 
lino nel  1260,  fu  dedicata  a  lui, 
ossia  prese  il  suo  nome;  poscia  nel 
secolo  XVI  fu  rifatta  a  spese  della 
repubblica  sul  disegno  di  Baccio 
da  Monte  Lupo,  come  ora  si  vede. 
La  cattedrale  antica  di  Lucca,  pro- 
babilmente del  VI  secolo  della  Chie- 
sa, e  dei  tempi  di  s.  Frediano,  fu 
riedificata  e  aggrandita  dal  Papa 
Alessandro  II,  e  dedicata  ad  onore 
di  s.  Martino  arcivescovo  di  Tours, 
sotto  la  quale  invocazione  è  anco- 
ra. La  diocesi  di  Lucca  dunque  è 
una  delle  più  antiche,  siccome 
era  una  delle  più  vaste  della  To- 
scana, il  di  cui  pastore  prima  di 
essere  arcivescovo,  fu  esente  e  sem- 
pre immediatamente  soggetto  alla 
Sede  apostolica,  come  lo  furono  fino 
dal  IV  secolo  tutte  le  cattedrali 
della  provincia  etrusca.  Quindi  è 
che  i  vescovi  di  Lucca  si  trovano 
talvolta  sottoscritti  nei  sinodi  roma- 
ni del  secolo  IV  come^  suffraga  nei 
del  sommo  Pontefice.  E  noto  che 
le  diocesi  ecclesiastiche  all'  epoca 
della  loro  prima  istituzione  costi- 
tuironsi  sul  perimetro  distrettuale 
delle  giurisdizioni  civili,  nel  modo 
che  allora  trovavansi  ripartiti  i  di- 
stretti delle  città  provinciali,  laon- 
de resta  incerto  quali  fossero  i  li- 
miti giurisdizionali  di  Lucca  nel 
IV  secolo,  mentre  esisteva  pure  a 
Pisa  il  suo  vescovo.  Certo  è  che 
dal  III  all' VIII  secolo  le  notizie 
sono  incerte,  non  sembrando  sicu- 
ro il  perimetro  che  dimostrava  la 
diocesi  lucchese  sotto  il  regno  dei 
longobardi  ;  cioè  allorquando  un 
medesimo  personaggio  col  titolo  di 
duca  presiedeva  al  governo  di  Pi- 
sa, di  Limi  e  di  Lucca.  Aggiungasi 
ancora,  qualmente  le  persone   ani- 


LUC 

ni,  e  persino  i  figli  dei  ciuchi  ve- 
nivano promossi  alla  prima  digni- 
tà della  chiesa  lucchese,  in  guisa 
che  essi  a  preferenza  degli  altri  ve- 
scovi furono  beneficati  e  protetti 
a  scapito  forse  delle  vicine  diocesi. 
Infatti,  trovandosi  nel  secolo  Vili 
la  diocesi  di  Lucca  nelle  colline 
di  s.  Miniato,  di  Palaia  e  di  Lari, 
non  pare  che  tali  luoghi  apparte- 
nessero a  quel  territorio  lucchese 
dell'epoca  romana.  Inoltre  la  dio- 
cesi lucchese  si  estese  dentro  i  con- 
tadi di  Luni,  di  Pistoia,  di  Vol- 
terra, di  Pisa,  ed  in  altre  separate 
diocesi.  Il  perchè  nelle  diocesi  di 
Volterra,  di  Populonia,  di  Roselle 
poi  Grosseto  e  di  Soana,  si  trova- 
rono delle  chiese,  oratorii  e  cap- 
pelle di  giuspatronato  de*  vescovi 
di  Lucca,  cui  erano  pervenute  per 
donazioni  o  per  diritto  ereditario. 
Sembra  che  il  limite  dell'antica  dio- 
cesi di  Lucca  sia  dimostrato  in  un 
catalogo  delle  sue  chiese,  monaste- 
ri e  pivieri,  redatto  nel  1260  per 
ordine  del  Pontefice  Alessandro  IV. 
Dal  medesimo  risulta,  che  nel  se- 
colo XIII  la  diocesi  di  Lucca  con- 
tava 5i6  chiese;  58  di  esse  den- 
tro la  città,  fra  le  quali  la  metro- 
politana, dietro  alla  quale  e  in  pic- 
cola distanza  dal  palazzo  arcive- 
scovile esiste  il  seminario,  i  di  cui 
alunni  vestono  per  concessione  ono- 
rifica la  veste  e  zimarra  rossa  co- 
me in  Koma  quelli  del  collegio 
Germanico- Ungarico.  Questo  luogo 
d'istruzione  ha  dato  alla  Chiesa  ed 
allo  stato  moltissimi  uomini  illu- 
stri e  pei  talenti  e  per  le  scienze 
ed  arti  belle  che  professarono.  Vi 
è  pure  un  altro  seminario  dello 
di  s.  Michele  in  Foro,  ove  gli  alun- 
ni non  coabitano  che  le  ore  del 
giorno,  dovendo  in  ogni  sera  ri- 
tornare alle   loro    rispettive    abita- 


LUC  67 

zi oni.  Al  seminario  arcivescovile  fu 
dai  principi  Baciocchi  nel  1807  riu- 
nito un  nuovo  collegio  di  giovani 
secolari  da  essi  istituito,  e  chiama- 
to Collegio  Felice  dal  nome  del 
principe  che  in  quel  tempo  regna- 
va :  nel  1809  fu  collocato  nella 
gran  fabbrica,  un  giorno  convento 
de'  canonici  lateranensi ,  soppresso 
dal  governo  aristocratico  del  1780, 
con  l'approvazione  della  santa  Se- 
de. Nel  1819  dalla  duchessa  Ma- 
ria Luisa  già  regina  d'Etruria,  ri- 
cevette nuovo  lustro  e  incremento, 
facendolo  dirigere  dai  sacerdoti  i 
più  distinti  per  la  loro  morale  sa- 
viezza. I  convittori  vi  ricevono  la 
istruzione  nelle  belle  lettere,  e  in 
quanto  alle  scienze  vanno  ad  ap- 
prenderle al  real  liceo.  Dal  men- 
tovato catalogo  pure  risulta ,  che 
eranvi  quattro  canoniche,  tredici 
ospedaletti  e  cinque  monasteri;  al- 
tre ventidue  chiese  erano  suburba- 
ne, con  sei  monasteri  e  tre  ospe- 
dali ;  mentre  nel  restante  della 
diocesi  esistevano  4*9  chiese,  fra  le 
quali  cinquantanove  pievi ,  trenta- 
due spedaletti  e  trentotto  fra  mo- 
nasteri, celle  e  romitorii ,  stiman- 
dosi tutto  il  patrimonio  ecclesiasti- 
co dare  la  rendita  di  120,000  scu- 
di di  lire  sette  per  scudo. 

A  favorire  le  pie  istituzioni  di 
Lucca  concorsero  i  devoti  magnati 
della  città  e  molti  vescovi  eletti  fra 
le  principali  famiglie,  per  cui  non 
deve  far  meraviglia  se  la  catte- 
drale lucchese  giunse  ad  acquista- 
re molti  beni  e  giuspalronati  di 
chiese,  non  solo  dentro  i  confini 
della  sua,  ma  ancora  nei  territorii 
di  altre  diocesi  della  Toscana,  e 
specialmente  nelle  maremme  pisa- 
ne e  rosellane;  grandi  furono  le  ric- 
chezze possedute  dalla  cattedrale 
di  s.  Martino,  e  dalle  chiese,  aio- 


68  LUC 

nasteri  ed  ospedali  dentro  e  fuori 
di  Lucca,  laonde  fu  dato  a  Lucca 
l'epiteto  di  Città  devota.  Il  patri- 
monio della  chiesa  lucchese  si  au- 
mentò in  guisa,  che  per  causa  di 
livelli  si  resero  dai  vescovi  tribu- 
tarie non  solo  le  primarie  famiglie 
della  città  e  del  contado,  che  figu- 
rano dopo  il  mille  nella  storia,  ma 
molti  altri  cittadini  e  perfino  de- 
gli ebrei,  i  quali  ottennero  in  en- 
fiteusi beni  di  chiesa.  Essendo  i  ve- 
scovi riguardati  fra  i  primi  digni- 
tari del  regno  longobardo,  incom- 
beva ad  essi  l'obbligo  in  tempo  di 
guerra  di  recarsi  all'armata  per 
far  la  corte  al  re,  o  per  incorag- 
gire  colla  loro  presenza  i  soldati. 
Fu  di  questo  numero  il  vescovo 
lucchese  Walprando,  nato  dal  du- 
ca Walperto,  il  quale  innanzi  di 
partire  per  l'esercito,  nel  luglio  del 
754  fece  il  suo  ultimo  testamen- 
to in  Lucca,  che  più.  non  rivide. 
Con  tale  alto  egli  assegnò  il  suo 
pingue  patrimonio  sparso  in  Limi- 
giana,  in  Garfagnana,  in  Versilia, 
e  nelle  pisane  maremme,  per  metà 
alla  mensa  vescovile  di  s.  Martino, 
e  per  l'altra  metà  alle  chiese  di  s. 
Frediano  e  di  s.  Reparata  di  Luc- 
ca, dichiarando  il  testatore  che  i 
suoi  fratelli  superstiti  si  contentas- 
sero di  un  legato  in  denaro.  Ne 
da  meno  in  ricchezze  e  per  lustro 
di  natali  fu  il  vescovo  Peredeo  suc- 
cessore di  Walprando,  il  quale  de- 
stinò alla  sua  chiesa  cattedrale  il 
vasto  patrimonio  ch'egli  avea  ere- 
ditato dal  di  lui  padre  Pertualdo, 
posto  nel  lucchese,  nel  pisano,  vol- 
terrano, populoniese,  nel  rosellano 
e  saonese  territorio.  La  giurisdizio- 
ne ecclesiastica  lucchese  nel  secolo 
XIII,  al  pari  di  quella  di  Arezzo, 
era  senza  dubbio  la  più  estesa  in 
Toscana.  Tale  si  conservò    sino    a 


LUC 

Leone  X  che  nel  1^19  vi  distac- 
cò la  pieve  di  Pescia.  Maggiore  e 
più  vasto  smembramento  operò  nel 
1622  Gregorio  XV,  per  erigere  la 
sede  vescovile  di  s.  Miniato.  La 
terza  riduzione  della  diocesi  di  Luc- 
ca segui  sotto  il  pontificato  di  Pio 
VI,  il  quale  per  bolla  de'  1 8  lu- 
glio 1789  distaccò  dalle  parrocchie 
lucchesi  quelle  dei  vicariati  gran- 
ducali di  Barga  e  di  Pietrasanta, 
oltre  il  distretto  di  Ripafratta,  che 
assegnò  tutti  all'arcidiocesi  di  Pisa, 
dalla  quale  la  lucchese  ebbe  in 
cambio  sette  chiese  costituenti  il 
piviere  di  Massaciuccoli.  Finalmen- 
te l'ultimo  smembramento  fu  de- 
cretato nel  1823  da  Leone  XII, 
nel  tempo  in  cui  fu  eretta  in  cat- 
tedrale la  collegiata  di  Massa  di 
Carrara  a  carico  delle  diocesi  di 
Luni-Sarzana  e  di  Lucca;  l'ulti- 
ma delle  quali  dovè  perdere  tutte 
le  chiese  comprese  negli  antichi  pi- 
vieri della  Garfagnana,  cioè  quelle 
di  Pieve  Fosciana  e  di  Caregine 
con  una  porzione  del  piviere  di 
Gallicano.  Il  Pontefice  Gregorio 
XVI  col  breve  Sununus  Ponti fexs 
de'  21  giugno  e 833,  diretto  all'ar- 
civescovo di  Lucca,  confermò  il  de- 
cretato da  Pio  VJIe  da  Leone  XII 
sulla  restituzione  de'  beni  ecclesia- 
stici rimasti  invenduti,  prescrisse  la 
distribuzione  da  farsene,  non  che  il 
modo  di  pagare  i  vitalizi  stabiliti 
su  di  essi,  e  di  rimettere  i  debiti 
che  li  gravano,  formando  una  com- 
missione di  cinque  individui,  ed  in- 
caricandola dell'esecuzione. 

Al  primo  vescovo  s.  Paolino , 
nell'  anno  69  successe  s.  Valerio 
lucchese,  che  vuoisi  compisse  il  tem- 
pio dedicato  alla  Beata  Vergine, 
già  incominciato  dal  predecessore, 
e  che  edificasse  due  chiese  una  in 
onore  di  s.  Pietro,  l'altra  di  s.  Pao- 


LUC 

Io.  Fu  martirizzato  a'  29*  gennaio 
nell'anno  90.  Non  si  hanno  me- 
morie, secondo  1'  Ughelli,  Italia  sa- 
cra, tom.  I,  pag.  789  e  seg.,  di 
altri  vescovi  sino  a  Teodoro  eletto 
verso  l'anno  3 24?  cne  governò  san- 
tamente. Il  vescovo  Massimo  nel 
347  assistè  al  concilio  di  Sardica, 
celebrato  contro  gli  ariani,  negli  atti 
del  quale  si  trova  segnato  :  Maxì- 
rnus  a  Thuscìa  de  Luca.  Paolino 
li  intervenne  al  concilio  di  Rimi- 
ni del  359,  e  venne  succeduto  da 
Fullano  o  Fullario.  Nel  4^5  fu  al 
concilio  romano  il  vescovo  Felice. 
Nel  546  lo  era  Obsequenzio ,  indi 
Io  fu  Geminiano.  Immediatamente 
fiorì  s.  Fridiano  o  Frediano  che 
dicesi  figlio  d'un  re  d' Irlanda,  che 
morì  a'  i3  marzo  nel  578,  e  di- 
venne insigne  patrono  de'  lucchesi. 
L'Ughelli,  la  cui  serie  riportiamo , 
lo  dice  X  vescovo,  il  Buller  XI. 
Gli  successero  Valeriano,  Paterno, 
Pisano,  Vindicio,  Probino,  Massi- 
mo lì,  Aureliano,  Normoso,  Dicem 
zio,  Avenzio,  Abundanzio  e  Loren- 
zo. Leto  si  trovò  nel  649  al  con- 
cilio lateranense,  ed  Eleuterio  a 
quello  del  680.  Felice  fiorì  nel 
685,  Balsario  nel  700  che  ricupe- 
rò molte  chiese.  Taporperiano  se- 
dette dal  714  al  730,  essendo  il 
fratello  Sigismondo  arciprete  della 
cattedrale.  Walprando  fu  eletto  nel 
732,  benemerito  per  le  narrate  do- 
nazioni, e  nel  780  Peredeo  altro 
vescovo  benemerito.  Nel  781  gli 
successe  il  beato  Giovanni  figlio  di 
Teuperto  lucchese ,  e  collocò  nella 
cattedrale  il  Follo  santo.  Nell'8o3 
divenne  vescovo  il  fratello  Giaco- 
mo arcidiacono  della  cattedrale  : 
nell'819  occupò  la  sede  l'altro  fra- 
tello Pietro,  diacono  della  chiesa  di 
Lucca,  che  si  recò  al  concilio  adu- 
nato dal  Papa  Eugenio  li.  Nell'843 


LUC  69 

era  vescovo  Berengario,,  nell*  844 
Ambrogio  che  collocò  i  corpi  di  s. 
Cassio  e  di  s.  Fausta  nella  chiesa 
di  s.  Frediano.  Gli  successe  nell'852 
Girolamo  nobilissimo  lucchese,  fra- 
tello del  conte  Ildebrando.  Ghe- 
rardo dell'  868  vendicò  quanto  era 
stato  tolto  alla  chiesa  di  Lucca,  e 
gli  successe  nell'896  Pietro,  che  Io 
imitò  nello  zelo  di  ricuperare  quan* 
to  apparteneva  alla  sede,  e  ricevet- 
te in  dono  dal  Pontefice  Giovanni 
X  il  corpo  di  s.  Ponziano,  la  cui 
festa  si  celebra  a'  2.5  agosto.  Ja- 
copo arcidiacono  della  cattedrale 
fiorì  nel  934;  e  nel  seguente  an- 
no Corrado  che  fu  sepolto  nella 
chiesa  di  s.  Frediano,  nella  cap- 
pella da  lui  eretta  a  s.  Vincenzo 
martire.  L' imperatore  Ottone  I  di- 
chiarò i  vescovi  di  Lucca  principi 
e  conti  dell'  impero.  Indi  furono 
vescovi,  nel  967  Aghino  lucchese, 
nel  968  Adalongo,  nel  981  Guido 
lucchese  traslato  da  Populonia,  nel 
982  Teodigrimo  lucchese ,  nel  987 
Isalfredo,  nel  990  Gherardo  luc- 
chese, nel  ioo5  Rodilando,  nel 
1014  Grimizzo  o  Teogrimo  Tucci, 
e  nel  1023  Giovanni  lucchese  che 
con  l'autorità  di  s.  Leone  IX  in- 
dusse i  canonici  alla  vita  comune. 
Anselmo  Badagio  o  Baggio  mila- 
nese, fu  fatto  vescovo  nel  io56,  e 
pei  suoi  grandi  meriti  il  primo  ot- 
tobre 1061  fu  creato  Papa  col  no- 
me di  Alessandro  II.  Egli  ricevette 
tale  notizia  in  riva  al  Serchio , 
mentre  tornava  da  consecrare  la 
chiesa  in  allora  de'  monaci  bene- 
dettini di  s.  Quirico  in  Monticello. 
Si  narra  che  raccolta  colla  mano 
dell'arena  e  gittatala  in  aria,  con- 
cesse tanti  giorni  d'indulgenza  quan- 
ti potevano  essere  quegli  atomi,  a 
chiunque  visitasse  quella  chiesa  te- 
sté consecrata,  nell'anniversario  del- 


7o  LUC 

lu  sua  esaltazione  al  pontificato. 
Ritenne  per  dieci  anui  il  vescova- 
to di  Lucca;  rifabbricò  e  consacrò 
la  cattedrale;  concesse  al  comune 
per  gli  atti  pubblici  un  sigillo  con 
bolla  di  piombo  coli'  impronta  del 
santo  patrono,  il  quale  venne  usa- 
to sinché  durò  la  repubblica;  ai 
canonici  della  cattedrale  accordò 
nelle  processioni  1'  uso  della  mitra 
di  tela  bianca,  non  però  le  vesti 
cardinalizie  come  scrisse  il  Novaes, 
bensì  la  mitra  V  usano  i  canonici 
anche  nelle  altre  solenni  funzioni 
ecclesiastiche.  Ornò  il  vescovo  della 
dignità  di  primate,  col  privilegio 
di  farsi  precedere  dalla  croce  asta- 
ta, e  di  usare  il  pallio,  il  quale 
confermarono  Pasquale  II ,  e  nel 
il 20  Calisto  II  mediante  la  bolla 
Ex  caritalis,  presso  l'Ughelli  tom. 
IX,  pag.  819.  Questi  inoltre  nel 
tom.  I,  pag.  809  riporta  le  bol- 
le di  Alessandro  II:  Cimi  divina; 
Quamvis  ecclesiasticae  j  Quamvis 
circa,  per  la  chiesa,  canonici,  clero 
e  popolo  di  Lucca,  che  ricolmò  di 
onori  e  privilegi.  Fu  tenuto  in 
Lucca  un  concilio  in  presenza  di 
Alessandro  li,  e  da  lui  sottoscritto 
nel  1062.  In  esso  venne  presa  ad 
esame  la  condotta  di  Eritta,  abba- 
dessa  del  monastero  di  s.  Giustina 
in  Lucca,  accusata  d'aver  introdot- 
to un  ecclesiastico  nel  suo  mona- 
stero ,  e  di  aver  peccato  con  lui. 
La  causa  fu  deferita  al  sommo  Pon- 
tefice nel  concilio,  ed  Eritta  vi  as- 
sistette in  persona  :  esaminate  le 
deposizioni  delle  sue  accusa  tri  ci , 
vennero  le  loro  testimonianze  giu- 
dicate insufficienti  e  calunniose  ; 
l'abbadessa  fu  assolta,  ed  alle  sue 
accusatrici  venne  inflitta  la  pena 
del  taglione,  essendo  stute  scaccia- 
te dal  monastero  e  chiuse  in  uua 
prigione,  come  viene    ordinato  dai 


LUC 

sacri  canoni  in  simili  casi.  Mansi , 
Sujìplrm.  alla  raccolta  de  concila , 
t.  I,  col.  1267.  Alessandro  lì  inol- 
tre creò  cardinale  il  nipote  s.  An- 
selmo Baggio,  e  gli  conferì  pure  la 
sede  lucchese,  ovvero  dichiarò  chi: 
lo  avrebbe  succeduto  ;  e  s.  Grego- 
rio VII  subito  lo  consacrò  e  poscia 
lo  destinò  consigliere  della  contes- 
sa Matilde,  indi  prima  di  morire 
gli  mandò  la  sua  mitra  pontifìcia, 
per  mezzo  della  quale  il  santo  per 
virtù  divina  operò  molti  miracoli. 
Alla  sua  biografìa  che  come  santo 
riportato  dal  Butler  facemmo,  e  co- 
me cardinale,  si  è  detto  quanto  Io 
riguarda,  che  alcuni  canonici  si  ri- 
bellarono perchè  voleva  ritornarli 
alla  vita  comune,  che  perciò  eles- 
sero vescovo  l'arcidiacono  Pietro 
capo  dello  scisma,  ed  il  santo  si  ri- 
tirò per  non  essere  vittima  della 
cospirazione.  Nel  1074  s.  Gregorio 
VII  punì  i  canonici  colle  censure 
nel  concilio  lateranense,  e  nel  sino- 
do che  si  celebrò  in  s.  Genesio  dal 
legato  cardinal  Igneo  con  s.  Ansel- 
mo e  molti  altri  vescovi,  furono 
scomunicati.  Allora  i  canonici  fecero 
ribellare  la  città  alla  contessa  Ma- 
tilde, ricorrendo  ad  Enrico  IV.  II 
Papa  incaricò  s.  Anselmo  del  go- 
verno di  più  diocesi  in  Lombar- 
dia eh'  erano  prive  de'  loro  pastori 
per  sinistre  circostanze,  e  morendo 
gli  mandò  la  sua  mitra  pontificale, 
che  il  Donesmondi  nell'Istoria  ec* 
clesiastica  di  Mantova  chiama  re- 
gno, e  vi  aggiunge  altri  ornamenti 
papali,  quasi  lo  designasse  a  suc- 
cedergli nel  pontificato,  di  che  si 
vuole  averne  anche  tenuto  propo- 
silo colla  possente  Matilde.  Ansel- 
mo pieno  di  modestia  non  volle 
neppure  sentir  parlare  di  dignità 
pontificia,  e  morì  a'  18  iiiarz.0  1086 
in  Mantova,  che  lo  scelse  per  suo 


LUC 

protettore.  Gli  successero  nella  sede 
di  Lucca,  nel  1089  Goffredo,  nel 
1098  Ringerio,  nel  11 12  Rodolfo, 
nel  1 1 1 8  Benedetto  arcidiacono 
della  cattedrale,  a  cui  die  il  pallio 
Calisto  II,  nel  1 128  Uberto  che  fa- 
vori le  parti  dell'antipapa  Anacleto 
II,  nel  ii4o  Ottone,  nel  1  1 4^ 
Gregorio,  al  cui  tempo  Eugenio  III 
consacrò  la  chiesa  di  s.  Frediano, 
nel  1 1 64  Plebano  che  segui  lo 
scisma  dell'  antipapa  Vittore  V,  e 
Pasquale  III  successore  di  questo, 
vedendo  che  Plebano  era  ritornato 
all'obbedienza  di  Alessandro  111,  in- 
truse nella  cattedra  vescovile  Cu- 
llilo. Mori  Plebano,  e  gli  successe- 
ro nel  1  166  Enrico,  nel  1 171  Lan- 
dò, nel  1 1 75  Guglielmo  Roffredi 
primicerio  della  cattedrale,  che  in- 
tervenne al  concilio  generale  La- 
teranense  III  :  morì  nel  119^  e  fu 
eletto  a  succedergli  il  cardinal  Ghe- 
rardo Allucingoli  lucchese,  ma  oc- 
cupato in  gravi  affari  della  santa 
Sede  non  accettò ,  laonde  divenne 
vescovo  Guidone. 

Nel  1201  fu  eletto  vescovo  Ro- 
berto canonico  di  Lucca;  nel  1225 
M.  R.  altro  canonico,  ed  assicura 
il  Mansi  nel  suo  Diario  che  colle 
sole  lettere  M.  R.  si  trova  memo- 
ria di  questo  vescovo  al  registro 
vaticano  riportato  dall'Ughelli  ;  nel 
1227  Opizo,  sotto  del  quale  Grego- 
rio IX  privò  Lucca  del  seggio  ve- 
scovile: mori  nel  i23i,e  quel  Pa- 
pa nel  1236  fece  vescovo  Wercio  o 
Guercio  Testa  sanese  che  ottenne 
la  reintegrazione  delle  prerogative 
che  godevano  i  vescovi  e  canonici 
di  Lucca,  mediante  la  bolla  Re- 
dernptor  nosler.  Nel  1253  egli 
tenne  in  Lucca  un  sinodo  diocesa- 
no, in  cui  furono  emanali  venti 
regolai— oti  relativi  alla  disciplina 
ed  altre  materie  ecclesiastiche,  co- 


LUC  71 

me  dal    Mansi  tom.  II,  col.    1171. 
Successivamente  furono  vescovi,  nel 
1257  Enrico,  nel    1268  Paganello 
I,  nel  1272   fr.  Pietro  Angelelli  di 
Lucca    domenicano  e  maestro    del 
sacro  palazzo;  nel    1275  Paganel- 
lo II    zelantissimo  ;    nel    i3oo  fr.* 
Enrico  de'minori    francescani,  elet- 
to da    Bonifacio    Vili    dopo   aver 
cassato    1'  elezione    di  Raniero    da 
Monte  Magno  canonico    di  Lucca, 
fatta  dal  capitolo:  a  tempo  di  que- 
sto  ultimo  nel   i3o8  fu  tenuto  in 
Lucca    un    concilio    in    cui    furo* 
no    fatti    settantasette    regolamenti 
diversi,    che    potranno    leggersi  nel 
Mansi  toni.  HI,    col.  307     e   seg. 
Sotto  Lodovico    il    Bavaro    l'anti- 
papa Nicolò  V    intruse  nella  sede 
Rocchigiano  Tadolini;  ed  in  morte 
di  Enrico  nel  i33o  Giovanni  XXII 
fece  vescovo  fr.  Guglielmo  di  Monte 
Albano,    procuratore    generale  dei 
domenicani.    Ne  furono   successori, 
nel  1 349  Berengario  arciprete  del. 
la  cattedrale,  nel  i368  Guglielmo, 
nel    1 374  Paolo  Gabrielli  di  Gub- 
bio, nel  1 38 1    Antonio  de  Riparia, 
nel   i383  fr.  Giovanni  francescano, 
eccellente  dottore  e  predicatore,  già 
vescovo  di  Betlemme,  che  restaurò 
l'episcopio.  Bonifacio  IX  nel    i3q4 
nominò  vescovo  Nicola  Lazzaro  de 
Guinigi  nobilissimo  lucchese,  paren- 
te di    Paolo    signore    di  Lucca  ;  e 
dopo  di  lui  vennero  elevali  a  que- 
sta   sede,  nel     i436   Lodovico   de 
Maurini  nobile  lucchese,  nel   1 44 r 
Baldassare  Manni  lucchese,  arcipre- 
te della  cattedrale,  che  unì  le  mo- 
nache cisterciensi  di  s.  Cerbone  con 
quelle  di    s.  Giustina,  e    consacrò 
la    chiesa    de'  gesuati.     Nel     i44$ 
Stefano  Trenti  nobilissimo  lucchese, 
arcidiacono    della    cattedrale,  dotto 
nelle  leggi,    erudito    e  di  eccellenti 
costumi  ;    celebrò    il    sinodo,  e    fu 


72  LUC  LUC 

nunzio  e  legato  in  più  luoghi.  Si-  fece  vescovo  e  creò  cardinale  Mur- 
ato IV  nel  1477  fece  vescovo  il  ce-  co  Antonio  Franciotli  di  Luco. 
lebre  cardinal  Jacopo  Ammannati  Per  sua  rassegna,  Innocenzo  X  nel 
ili  Lucca,  detto  Piccolomini  perchè  1646  dichiarò  successore  Giani  bai 
Pioli  lo  aggregò  alla  sua  famiglia,  lista  Rainoldi  milanese,  degno  di 
e  Papiense  per  essere  stato  vesco-  ogni  lode;  dopo  di  lui  lo  furono 
vo  di    Pavia,  che    restaurò  il    pa-  nel     i65o    Pietro    Rota    nobile    d 


lazzo  del  vescovo;  e  nel  i479  ^l"  Ravel,na>  nel  1657  ^  cardinal  Gi- 
cola  de'conti  di  s.  Donnino  di  Lue-  rolarao  Bonvisi  lucchese,  nel  1677 
ca,  vescovo  di  Modena,  che  celebrò  il  cardinal  Giulio  Spinola  genovc- 
il  sinodo,  fu  benemerito  dell' epi-  se.,  nel  1690  Francesco  Bonvisi 
scopio,  eresse  1'  altare  di  s.  Cle-  lucchese,  nei  1704  Orazio  Filip- 
1  non  te  uella  cattedrale,  fornì  i  car-  pò  Spada  lucchese  poi  cardinale, 
melitani  di  biblioteca,  fece  altre  nel  1 7 1 4  Ginnesio  Ambrogio  Cai- 
belle  cose,  e  morì  compianto  da  co  nobile  milanese.  Fin  qui  arriva 
tutti  nel  i499-  Gli  successe  il  eoa-  la  serie  dell' Ughelli,  quale  conti- 
diutore  Felino  Maria  Sandeo  lue-  nueremo  colle  annuali  Notìzie  di 
chese,  vescovo  di  Atri  e  Penne,  Roma.  Innocenzo  XIII  nel  conci- 
dotto  ed  egregio,  che  servì  la  san-  storo  de' 29  dicembre  1723  trasla- 
ta Sede  in  diversi  uffizi.  Nel  i5o3  tò  a  questa  sede  Bernardino  Gui- 
Giulio  II  dichiarò  vescovo  il  nipo-  nigi  di  Lucca,  eh'  era  vescovo  di 
te  Galeotto  Franciotti  lucchese,  fi-  Rieti.  Volendo  Benedetto  XIII  di- 
glio  di  sua  sorella  Luchina  della  mostrare  la  sua  considerazione  ver- 
Rovere,  della  quale  era  pur  figlio,  so  questa  distinta  città,  in  cui  nac- 
ma  di  altro  padre,  il  cardinal  Si-  que  la  gran  contessa  Matilde  tan- 
sto  Gara  della  Rovere  lucchese,  che  to  benemerita  della  romana  Chie- 
il  Papa  zio  fece  vescovo  nel  i5o8,  sa,  con  bolla  de'i5  febbraio  1726, 
e  poi  rinunziò  a  favore  del  cardi-  Rornanus,  presso  il  Bull.  Rom.  t. 
nal  Leonardo  Grosso  della  Rove-  XIII,  p.  74,  scrive  nella  sua  vita 
re.  Nel  i5iy  ne  divenne  ammini-  il  Novaes,  che  non  solo  confermò 
stratore  il  cardinal  Raffaele  Riario  ai  canonici  della  cattedrale,  come 
che  lo  rassegnò  al  nipote  Francesco  aveano  fatto  Alessandro  III,  Lucio 
Sforza-Riario  ,  figlio  di  Girolamo  III,  Martino  V  e  Giulio  III,  i  pri- 
signore  d'Imola  e  di  Forlì,  ottimo  vilegi  che  godevano;  ma  vi  aggiun- 
e  prudente  pastore.  Nel  1 546  Pao-  se  loro  all'uso  della  mitra,  quello 
lo  III  nominò  il  cardinal  Bartolo-  ancora  di  tutti  i  paramenti  vesco- 
meo  Guidiccioni  lucchese  e  gli  sue-  vili  ed  abbaziali ,  come  croce,  a- 
cesse  il  nipote  Alessandro  Guidic-  nello,  ec.  Con  bolla  poi  dei  2 
cioni  nel  i55o:  celebrò  diversi  settembre  eresse  la  cattedrale  al 
sinodi ,  consacrò  la  chiesa  di  s.  grado  di  metropolitana  ,  come  si 
Chiara  e  s.  Nicola,  divenne  il  de-  legge  nella  costituzione  Inscrutabili \ 
cano  de' vescovi,  e  morì  pieno  di  loco  citato  pag.  i38;  ma  senza 
meriti  nel  i6o5.  suffraganei,  confermando  negli  ar- 
Alessandro  Guidiccioni  il  giunio-  civescovi  i  privilegi  e  prerogative 
re,  parente  e  coadiutore  del  prece-  godute  dai  vescovi  ,  comprensiva- 
dente,  gli  successe  degnamente.  In  mente  al  distintivo  del  berrettino 
sua  morte  nel   1637   Urbano  VIII  rosso  cardinalizio  ne'pontificali,  di- 


LUC 

chiara ndo     per    primo    arcivescovo 
nel     1726    il     vescovo     Bernardino 
Guinigi  (sebbene   anche  prima  che 
fosse    innalzato    a  tal    dignità,    go- 
desse del   privilegio    del  pallio,  af- 
fermandolo pure    il  Mansi  nel  suo 
Diario  a  p.  5),  al  quale  nel    1729 
diede    in  successore     fra  Tommaso 
Cervioni    di   Montalcino    che  tras- 
lato  da    Faenza  ;  e  siccome  i  ma- 
gistrati della    repubblica    per  anti- 
ca consuetudine  non    permettevano 
che   un  invidilo    toscano  fosse  loro 
pastore,,    costantemente     lo    ricusa- 
rono,  né  mai  g  li  dierono  l'ingres- 
so.    Divenuto    Pontefice     Clemente 
XII  fiorentino,  per  togliere  queste 
dissensioni,  fece  il  Cervioni  sagrista 
del  palazzo     apostolico,     ed    a*  19 
novembre     1781      nominò    arcive- 
scovo   di    Lucca    don    Fabio    Col- 
loredo     filippino     della     diocesi     di 
Aquileia,  che  sebbene  non  fosse  di 
quella  di  Lucca   fu  ricevuto  benis- 
simo. Ecco  gli  arcivescovi  suoi  suc- 
cessori :    1743    Giuseppe  Palma  di 
Lucca;    1764,    dopo     qualche  anno 
di  sede    vacante,     Gio.     Domenico 
Manzi     de'  chierici     regolari     della 
Madre  di   Dio,  di  Lucca,    dotto    e 
benemerito.  Prima  dell'  elezione  di 
tale    arcivescovo  ,     Clemente     XIII 
col   breve,    Etsi   aitae   per  occasio- 
nem  vacantis  archiepiscopali s  _,  pres- 
so il  Bull.  Rom.  Continualio,  t.  II, 
p.    442>  encomiò     la     docilità     del 
magistrato    di    Lucca,     che     nella 
controversia  del  patronato  della  no- 
mina   dell'arcivescovato    di    Lucca, 
si  erano  rimessi     al    giudizio  della 
santa    Sede.    Dichiarò    quindi    che 
l'indulto  di     Benedetto  XIV     sulla 
presentazione    del  nuovo  arcivesco- 
vo in  sede    vacante,  era  ben  diffe- 
rente dal  giuspatronato    che  l'esclu- 
deva; talché  conchiuse  che  la  san- 
ta Sede  eia  nel  suo  diritto  di  sce« 


LUC 


73 


gliere  1'  arcivescovo  fra  quelli  che 
la  repubblica  presentava,  non  che 
di  riservarsi  sopra  i  frutti  della 
mensa  arcivescovile  una  discreta 
pensione.  1770  Martino  Bianchi 
di  Lucca;  1789  Filippo  Sardi  di 
Lucca  che  governò  lungamente  con 
lode  ;  18 9.6  Giuseppe  Nobili  di 
Brusselles  patrizio  lucchese,  abbate 
decano  dell'insigne  collegiata  di  s. 
Michele  Arcangelo  di  Lucca  e  ca- 
valiere gerosolimitano.  Il  Pontefice 
Gregorio  XVI,  nel  concistoro  degli 
1  1  luglio  i836,  fece  arcivescovo 
monsignor  Gio.  Domenico  Stefa- 
nelli di  Lucca  domenicano,  che  tras- 
latandolo  in  quello  de'20  genna- 
io i845  al  titolo  arcivescovile  in 
partibus  di  Traianopoli,  finalmente 
nel  concistoro  de'  21  aprile  del 
medesimo  anno,  dichiarò  arcivesco- 
vo monsignor  Pier  Luigi  Pera,  na- 
to in  s.  Gennaro  arcidiocesi  di  Luc- 
ca, canonico  della  cattedrale,  esa- 
minatore pro-sinodale  e  prefetto 
della  biblioteca  reale  del  duca  che 
regna.  Questo  rispettabile  prelato 
cessò  di  vivere  agli  8  luglio  1846, 
con  dispiacere  de'diocesani,  ed  ora 
la  sede  è  vacante.  Nelle  solenni 
funzioni  l'arcivescovo  usa  il  berretti- 
no o  zucchetto  rosso  cardinalizio, 
per  inveterata  consuetudine.  Usa 
ancora  di  una  simbolica  cerimonia 
allorché  intuona  nella  messa  pon- 
tificale il  Gloria  in  excelsis,  nel 
fare  cioè  abbruciare  in  mezzo  alla 
cattedrale  una  quantità  di  stoppa 
di  canape  disposta  sopra  una  gra- 
tella di  ferro. 

La  cattedrale,  edifizio  di  elegante 
struttura,  è  sacra  a  Dio  sotto  l'in- 
vocazione di  s.  Martino,  con  cura 
parrocchiale,  amministrata  da  un 
prete  custode  e  da  due  curati  :  non 
vi  è  il  fonte  battesimale,  il  qua- 
le però   esiste  nei  prossimo  tempio 


74  luc 

di  s.  Giovanni  Battista  e  di  s. 
lustituta.  La  cattedrale  ha  tre  sa- 
grestie, una  pei  cauonici,  1'  altra 
pei  beneficiati,  la  terza  pel  restan- 
te del  clero  :  il  palazzo  arcivescovile 
gli  è  aderente.  11  capitolo  si  compo- 
ne di  quattro  dignità,  cioè  del- 
l'arciprete, eh'  è  la  prima,  dell'ar- 
cidiacono, del  primicerio  e  dell'ab- 
bate: i  canonici  sono  quattordici, 
comprese  le  prebende  del  teologo 
e  del  peuitenziere;  i  beneficiati  tren- 
ta, e  vi  sono  pure  altri  preti  e 
chierici  addetti  al  servizio  divino. 
Nella  città  vi  sono  altre  nove  chie- 
se parrocchiali,  e  quella  di  s.  Fre  - 
diano  è  munita  del  sacro  fonte, 
oltre  due  collegiate  con  canonici 
e  dignità.  Vi  sono  inoltre  diversi 
monasteri  di  monache  e  conventi 
di  religiose,  cioè  le  monache  bene- 
dettine nel  fu  convento  de'servi  di 
Maria;  le  benedettine  di  più  stret- 
ta osservanza,  nel  fu  conservatorio 
della  zecca;  le  gesuate  a  s.  Giu- 
seppe; le  cappuccine;  le  domenica- 
ne; le  agostiniane  a  s.  Nicolao  No- 
vello; le  francescane  all'Angelo;  le 
altre  a  s.  Michele  arcangelo  ;  le  sa- 
lesiane, e  le  suore  de'servi.  Fuori 
della  città  sono  altri  monasteri  di 
monache,  uno  al  Borgo  a  Mozza- 
no; due  a  Camaiore,  uno  in  città 
e  l' altro  alla  Pieve  di  Camaiore, 
in  città  sonovi  le  teresiane  ultima- 
mente approvate.  I  conventi  di  re- 
ligiosi nella  città  di  Lucca  sono  a- 
desso  i  seguenti:  i  canonici  rego- 
lari del  ss.  Salvatore,  i  chierici 
regolari  della  Madre  di  Dio ,  gli 
agostiniani ,  i  domenicani,  i  car- 
melitani ,  i  francescani  osservanti , 
ed  i  cappuccini.  Fuori  di  città  i 
servi  di  Maria  a  Viareggio,  ultima- 
mente introdottici  passionisti  nel 
ritiro  di  s.  Angelo  in  Monte;  i 
francescani  a    s.    Gerbone;    i  cap- 


LUC 

puccini   a  Villa  Basilica;  i  france- 
scani riformati  al  Borgo  a  Mozza- 
no, a    Viareggio    ed  a    Camaiore. 
Negli  antichi    tempi   poi  sono  stati 
successivamente  in  Lucca  quasi  tut- 
ti gli  ordini  religiosi  d'ambo  i  ses- 
si  tranue  i  gesuiti,  gli  scolopi,  ed  i 
signori    della    missione,    e    fra  le 
donue  le  salesiane    venute  ultima- 
mente, e  le    suore   della  carità,  le 
quali    per   decreto    sovrano     si    a- 
spettano  per  servigio    e  consolazio- 
ne degl'infermi  nello  spedale.   Inol- 
tre   in   Lucca  vi  sono   quegli    altri 
pii    stabilimenti  e  seminari  con  a- 
lunni,    di    cui  parlammo  di  sopra, 
essendo  un  seminario    addetto  alla 
cattedrale,  l'altro  alla  collegiata   di 
s.  Michele.  Nello  stato  presente  l'ar- 
cidiocesi  di  Lucca  conta  i5i   chie- 
se parrocchiali  ,  con  32   pievi  ma- 
trici. A     Camaiore  vi  è  un'insigne 
collegiata  con    quattordici    canonici 
e  una  dignità,  il  priore,  che  ha  il 
privilegio  de'  pontificali.  Jl    Mura- 
tori   nella    dissert.    LXI    sopra    le 
Antichità  italiane,  dice  che  la  chie- 
sa di  Lucca  ebbe  i  suoi  preti  car- 
dinali,   riportando   un    documento 
del  92 3    ove    ne    sono  sottoscrit- 
ti sei.  Ad  ogni    nuovo  arcivescovo 
la  mensa     è    tassata    ne'  libri  della 
camera  apostolica    in  fiorini  2008, 
corrispondenti     alle     rendite  ,     che 
consistono  in    scudi    cinquemila   di 
moneta     romana,  coll'obbligo    per- 
petuo di    somministrare  annui  scu- 
di centoquaranta  alla  chiesa  ed  al- 
l'ospedale   nazionale  sotto    il  titolo 
della  ss.   Croce,  e    s.  Bonaventura 
dei  lucchesi  di  ftoma,  di  cui  andia- 
mo a  dare  un   cenno. 

Nel  rione  Trevi  alle  falde  del 
Quirinale  esiste  detta  chiesa  con 
contiguo  ospedale,  che  dà  nome 
alla  contrada.  Nel  declinare  del  se- 
colo Xil  fu  edificata  in  questo  luo- 


LUG  LUG  75 
go  una  chiesa  dipendente    e  filiale  tetto  che  la  rinnovò,  dicesi  Mattia 
della  basilica  de' ss.    XII   Apostoli,  de  Rossi,  che  diresse  pure  il  dise- 
sotto  l' invocazione   di  s.  Nicolò  di  gno   del   soflhto    messo   a  oro,  nei 
Bari,  e  dal    sito    occupato  già  dal  quale  i  due  lucchesi  Giovanni  Co- 
foro  Suario  o  mercato  de'  porci,  fu  li    e  Filippo    Gherardi    fecero    le 
chiamata  s.   Nicolò    de   Porcis    ed  pitture.   Nell'altare  maggiore  si   ve- 
anche  in  Porcilibus,  o  de  Olivete,  nera  il  ss.  Crocefisso  di  Lucca,  di- 
o  de    Portiis  3  o    Mi  Portili,   o   de  pinto     in     tela,    regalato    dalla  se- 
Forbitaribus.    Gregorio    XIII     nel  renissima  repubblica  di  Lucca.  Del- 
i5j5  la  fece  rifabbricare  in  onore  le  cappelle  quella  dedicata  alla  bea- 
di  s.     Bonaventura    cardinale    più  ta   Zita  vergine  di  Lucca,  il  di  cui 
ampia,  ed    annesso  eresse  un  con-  culto  immemorabile  approvò  Inno- 
vento  che    consegnò  col  tempio  ai  cenzo    XII   nel     1697,    è  ricca    di 
minori     cappuccini,    ove     rimasero  inarmi    e    fu    dipinta     da    Lazzaro 
sino  al    1 63 1 ,  essendovi    abitato  e  Baldi:   i  due  putti  di  marmo  sono 
morto  s.  Felice  da    Cantalice.  Ur-  di  Lorenzo    Ottoni ,  tutto   fatto   a 
bano  Vili    a    concedere    al  bene-  spese  del     lucchese    monsignor  Fa- 
merito    ordine  una    chiesa    ed    un  tinello  Fatinelli  votante  di  segnatu- 
convento     più     grande  ,     1'  una    e  ra,  che  fece    onore    alla  patria,  ed 
l'altro  fece  fabbricare    sulla  piazza  arricchì  la  curia  romana  d'utili    o- 
G  ri  mani ,    poi    Barberini    dal    suo  pere,  essendo    slata  la  beata  serva 
cognome  e  palazzo,    al     modo  che  delia  sua  nobile  famiglia.    La  cap- 
dicemmo   nel    voi.    IX,    p.    208  e  pella  della  Concezione  fu  eretta  da 
209  del   Dizionario.  Quindi  Urba-  Frediano  Castagnoli,    che    vi  spese 
no  Vili  con    breve  de' 22   maggio  cinquemila    scudi,  con    disegno    di 
i63i   concesse   parte   del   convento  Simone     Costanzi  :    il    quadro    di 
antico,  e  la  chiesa  di    s.  Bonaven-  mezzo  è  di  Biagio  Puccini  Iucche- 
tura  nationi  lucanae  in  Urbe  coni-  se;  il  laterale,  rappresentante  il  rni- 
moranti,  ex  plurium  romanae  cu-  racolo  di  s.  Frediano,  che  con  un 
riae   praelatorum,    aliorumque    vi-  rastrello  si    tira    appresso  il    fiume 
rorum  doctrina   pielate,  rerum  gè-  Serchio  che  minacciava    Lucca  per 
rendarum  usu,  aliisque  egregiis  vir-  divertirlo,  è  di  Francesco  del  Tin- 
tutum  ornamenlis  praeslantium  me-  tore  pure  lucchese  ;  e  l'altro  di    s. 
ritis  insigni.  Ricevutasi  dai  lucchesi  Lorenzo   Giustiniani  è   di  Domeni- 
la  chiesa  colle  case  annesse,  la  na-     co  Maria  Muratori.  Dall'altra  par- 
zione  rinnovò    la  chiesa     pressoché  te  la  cappella  Pierleoni  colla  tavo- 
inleramente  e  la  ornò,  siccome  og-     la  che    rappresenta   la   Beata  Ver- 
gi si  vede,     edificando  ancora  l'at-     gine,  s.    Girolamo  e  s.  Francesco, 
tuale  facciata,     dedicandola  alla  ss.     è  della  scuola    del     Domenichino  ; 
Croce     e     Volto    santo    di    Lucca,     prima  eravi    il    quadro    della  Pre- 
ed   a  san     Bonaventura  titolare  di     sentazione     di     Maria,     dipinto  da 
essa  ,     come    si    legge  nella     iscri-     Pietro    Testa.    In  questa  chiesa     si 
zione  sopra  la  porta  interna.  Della     celebra  la  festa  della    ss.  Croce  ai 
antica  chiesa  di  s.    Nicolò    si   veg-     3   maggio    ed    ai     14  settembre,  e 
gemo  ancora  superstiti     la    tribuna     quella  del   francescano    s.  Bonaven- 
ed  alcune  parli  esterne,  altra   par-      tura    ai     i4    luglio.    Dopo     che  la 
te  essendone    la  sagrestia.  L'archi-     nazione  lucchese  prese  possesso  del- 


76  LUC 

li  chiesa  e  delle  annesse  case,  to- 
sto si  applicarono  ad  istituirvi  una 
confraternita  nazionale,  e  con  be- 
neplacito apostolico  di  Urbano  VII! 
nel  i634  la  stabilirono  con  regole 
e  statuti  approvati  da  monsignor 
Tornielli  che  fu  poi  vescovo  di 
Novara,  per  ordine  della  visita  apo- 
stolica ;  gli  statuti  furono  poi  stam- 
pati in  Roma  nel  1684.  Ed  ac- 
ciocché i  poveri  nazionali  nelle  infer- 
mità trovassero  ospizio,  nel  1649  ^ 
sacerdote  lucchese  Giovanni  Gual- 
tirotto  applicò  il  pietoso  animo  a 
fondare  nelle  dette  case  un  ospe- 
dale. Il  Piazza  tratta  della  con- 
fraternita e  dell'  ospedale  de'  luc- 
chesi, nelle  Opere  pie  di  Roma, 
trat  II,  cap.  XXIII,  e  trat.  VII, 
cap.  XVI li;  e  neh'  Eusevologio 
romano,  trat.  Il,  cap.  XXIII,  trat. 
Vili,  cap.  XVIII.  Ivi  pure  parla 
del  cardinale  protettore  e  del  go- 
vernatore che  suole  essere  un  pre- 
lato della  nazione  lucchese,  come 
lo  fu  da  ultimo  monsignor  Cesare 
Lippi  nobile  di  Lucca,  al  presente 
avvocato  concistoriale  ,  votante  di 
segnatura  ec.  L'  ospedale  ora  ha 
quattro  letti  e  uno  spedaliere;  rice- 
ve a  preferenza  que'  lucchesi  che 
sono  aggregati  alla  confraternita,  e 
che  intervengono  all'oratorio.  Uno 
de'guardiani  è  il  superiore  che  di- 
rige ed  amministra  la  chiesa  e 
l'ospedale,  per  ordine  del  quale  si 
ammettono  gl'infermi  di  febbre,  e- 
sclusi  i  cronici  e  le  febbri  inter- 
mittenti. Il  sagrestano  della  chiesa  é 
il  superiore  ecclesiastico. 

LUCEOLI  o  LUCCOLI.  Città 
vescovile  non  più  esistente  dello 
stato  pontifìcio,  nella  legazione  di 
Urbino,  dalle  cui  rovine  vuoisi  che 
sorgesse  l'odierno  Cantiano,  distret- 
to e  diocesi  di  Gubbio.  Luceoli 
ebbe   i  suoi   vescovi.,  fra'  quali  nel 


LUC 

A  i.\  si  trova  Leonzio  ,  e  credesi 
che  si  conservasse  la  sede  vescovi- 
le fino  al  1007;  onde  allora  la 
sua  diocesi  fu  divisa,  e  data  ai  ve- 
scovi di  Gubbio  e  di  Nocera.  Si 
dice  che  la  città  fosse  edificata  dai 
pelasgi  l'anno  1 3 1 1  avanti  l'era 
cristiana.  Tenendo  le  parti  di  To- 
tila  re  de'goti,  nella  caduta  di  quel 
principe  venne  distrutta  dal  vin- 
citore Narsete  capitano  di  Giusti- 
niano II.  In  progresso  di  tempo 
pare  che  tornasse  a  risorgere,  poi- 
ché Eleuterio  esarca,  che  si  era  fat- 
to imperatore  d' Italia,  fu  ucciso 
dai  suoi  soldati  nel  619  in  Luceo- 
li. Dopoché  il  Papa  Stefano  II 
detto  III  invocò  il  soccorso  del  re 
Pipino  contro  Aistulfo  re  de' lon- 
gobardi, il  primo  costrinse  il  se- 
condo a  restituire  alla  Chiesa  ro- 
mana le  usurpate  terre,  ed  aumen- 
tò il  principato  di  essa  con  altre 
città  e  terre,  tra  le  quali  Anasta- 
sio Bibliotecario  novera  Luceolos, 
detto  pure  Luculli  e  Lucciolo:  ciò 
avvenne  l'anno  755.  Di  Luceoli 
ne  parlammo  pure  nel  voi. XXXIII, 
p.    1 65  del  Dizionario. 

LUCEORIA  o  LUCK  (Lucco- 
rin).  Città  con  residenza  vescovile 
della  Russia  europea,  nel  governo 
di  Wolinia.  Appartiene  alla  Rus- 
sia nera,  e  fu  già  del  granduca- 
to di  Lituania  nella  Polonia:  è  ca- 
poluogo di  distretto,  sulla  riva  de- 
stra dello  Styr.  Evvi  un  castello 
e  diversi  altri  belli  edilizi,  il  re- 
stante della  città  non  consiste  che 
in  case  di  legno,  la  maggior  par- 
te abitate  dagli  scismatici  e  dagli 
ebrei,  i  quali  vi  fanno  un  grande 
commercio,  e  vi  tengono  delle  fie- 
re. Rinchiude  molte  chiese  greche 
e  poche  cattoliche.  Questa  città 
fu  importante  sotto  il  governo  po- 
lacco,   essendo    stata     alternali  va- 


LUC 

mente  con  Wladimiria  la  sede  di 
una  dieta,  e  perchè  vi  risiedeva  il 
palatino.  Nel  14^9  vi  si  tenne 
una  brillante  assemblea,  ove  si  tro- 
varono l'imperatore  Sigismondo, 
due  re  e  molti  altri  principi.  La 
maggior  parte  della  città  fu  ab- 
bruciata nel  1782,  ed  ecco  perchè 
si  rifabbricò  di  legno.  Il  distretto 
di  Luck  o  Luceoria  sta  nel  nord- 
ovest del  governo.  La  parte  setten- 
trionale è  ripiena  di  paludi  ;  quel- 
la del  sud  bagnata  dallo  Styr  è 
fertilissima  ed  intersecata  di  bo- 
schi. Luceoria  è  chiamata  anche 
Luck,  Lucko  o  Lutsk,  in  latino 
Luscum  o  Luceoriuni.  Sotto  la  de- 
nominazione di  Luceoria  le  an- 
nuali Notizie  di  Roma  indicano 
il  vescovato  di  Luceoria  o  Zyto- 
rneritz,  o  meglio  Zytomierz  uniti 
nella  Wolinia,  Luceorien  et  Zy- 
lomierien:  sotto  quella  di  Luck  ed 
Ostrog  di  rito  greco-ruteno  nella 
Wolinia,  Luceorien3  le  medesime 
Notizie  registrano  i  due  vescovati 
uniti  di  Luck  e  di  Ostrog  di  rito 
ruteno,  il  cui  vescovo  come  quello 
latino  di  Luceoria  o  Luck  risiede 
in  questa  città.  Accenneremo  le 
principali  notizie  di  ambedue  le 
diocesi  latina  e  greco-rutena  qui 
appresso  separatamente. 

Luceoria  e  Zytomierz  uniti, 
vescovati  di  rito  latino. 

La  sede  vescovile  di  Luceoria 
fu  istituita  dal  Pontefice  Urbano 
IV  del  1261,  già  legato  apostoli- 
co in  queste  regioni,  e  la  dichiarò 
suffraganea  della  metropoli  di  Gnes- 
na:  il  vescovo  divenne  senatore 
del  regno  di  Polonia.  Ne  furono 
tra  gli  altri  vescovi  ,  Bernardo 
Macieiowski  o  Marzieowski  polac- 
co, creato   cardinale   da    Clemente 


LUC  77 

Vili  nel    i6o3;  e  Giovanni    Ales- 
sandro  Lipski     polacco,    che    Cle- 
mente   XII   traslatò  poscia    a   Cra- 
covia,   e    nel     1737    dichiarò    car- 
dinale, egli  fu  il  XXXVI  vescovo 
di  Luceoria     o  Lucko.    Il  medesi- 
mo Papa  nel     1736    fece  '  vescovo 
di  Luceoria  Andrea    Koslka  Zalu- 
ski,    traslatandolo     da  Plosko:     ne 
furono  successori,  nel    1739  Fran- 
cesco   Robielski,    traslato    da    Ca- 
mieniec;    1759  Antonio  Wolowicz 
della  diocesi  di  Gnesna;  1771  Pao- 
lo Turski   della  diocesi  di  Gnesna, 
traslato  da  Chelma  ;    1790   Adamo 
JNaruszewicz  della    diocesi    di   "Wil- 
na_,  traslato     da      Smolensko  :     nel 
1781   Pio  VI     avea     fatto  vescovo 
di   Cariopoli  in  parti  bus,  Gio.  Cri- 
sostomo Kaczkowski    della    diocesi 
di  Gnesna,  indi  suffraganeo  di  Lu- 
ceoria. Il   suo  vescovato    soppresso 
dall'  imperatrice    Caterina     JI,    fu 
ripristinato  da  suo  figlio  l' impera- 
tole Paolo  I,  a  persuasione  di  mon- 
signor Litta  ambasciatore    e    dele- 
gato    apostolico    di    Pio     VI     alla 
corte  di  Russia,  allorquando  il  Pa- 
pa nel    1 798  dichiarò    la    sede   di 
Luceoria  suffraganea    della    metro- 
poli   di  Mohilow    da  lui    istituita, 
della  quale  è  tuttora    suffraganea: 
il  vescovato  latino  di  Luceoria  di- 
venne  dominio    della    Russia    sino 
dal  1793,  pel  secondo  spartimento 
della  Polonia.  Inoltre  Pio   VI  unì 
al  vescovato  di   Luceoria  quello  di 
Zyt  omeri  tz  o  Zilomierz  (Vedi)   ca- 
pitale della  Volinia,    ed  a'  16    di- 
cembre  1798  vi   traslatò    da  Kio- 
via  Gaspare  Casimiro  Colonna    di 
Wolitz  diocesi  di  Posnania,  che  fu 
il  primo  ad  intitolarsi    vescovo  di 
Luceoria    e   Zytomierz.    Per   Lu- 
ceoria   fu  destinato    suffraganeo    il 
suddetto  vescovo  di  Cariopoli;  per 
Zytomierz  fu  nominato  suffraganeo 


78  LUG 

Giovnnni  Canzio  Beozodar-Podho- 
rodecki  della  diocesi  di  Luceoria, 
fatto  da  Pio  VII  nel  1804  vesco- 
vo in  partìbus  di  Polemonia.  Al 
vescovo  Gasparo,  Leone  XII  nel 
concistoro  de' 3  luglio  1826  diede 
in  coadiutore  con  futura  succes- 
sione monsignor  Michele  Piwni- 
cki  della  diocesi  di  Luceoria ,  ed 
arcidiacono  della  cattedrale,  che 
fece  vescovo  di  Ramata  iti  partibus, 
benché  vivessero  i  due  nominati 
suffraganei.  Nel  1828  monsignor 
Piwnicki  divenne  vescovo  elFettivo, 
e  lo  è  tuttora,  ma  senza  suffraganei. 
La  cattedrale  di  Luceoria  è  de- 
dicata alla  ss.  Trinità,  con  fonte 
battesimale,  e  cura  d'anime,  la 
quale  è  amministrata  da  un  sacer- 
dote del  capitolo.  Questo  si  com- 
pone di  sette  dignità,  la  prima 
delle  quali  è  il  proposto,  di  dieci 
canonici  comprese  le  prebende  del 
teologo  e  del  penitenziere,  di  otto 
vicari,  con  alcuni  mansionari.  Avvi 
l'episcopio, il  seminario  con  alunni, 
monasteri  di  monache,  e  conventi 
di  religiosi.  La  diocesi  è  amplissi- 
ma; ed  ogni  nuovo  vescovo  è  tas- 
sato ne' libri  della  camera  aposto- 
lica in  fiorini  66,  corrispondenti 
alla  rendita  di  16,000  rubli.  Que- 
sto stato  è  desunto  dalla  proposi- 
zione concistoriale  per  l'odierno  ve- 
scovo :  aggiungeremo  le  seguenti 
notizie.  La  diocesi  di  Luceoria  e 
Zytomierz  comprende  it  governo 
della  Volinia,  non  che  la  diocesi 
di  Riovia,  il  cui  vescovo  risiedeva 
aZytomierz.  Le  parrocchie  sono 87, 
le  chiese  succursali  6,  le  cappelle 
12  5.  I  preti  nel  1834  erano  169. 
I  canonicati  sono  di  tenui  rendite. 
I  religiosi  erano,  agostiniani,  fran- 
cescani, servi  di  Maria,  scolopi  e 
trinitari;  in  tutti  498 ,  che  aveano 
5j  conventi.  Una  casa  delle  sorel- 


LUG 

le  della  carità;  due  monasteri  con- 
45  religiose,  carmelitane  e  di  san- 
ta Brigida  ;  e  tredici  scuole.  L'ar- 
civescovo scismatico  della  Volinia 
ha  delle  chiese  in  questa  città.  Il 
vescovo  avea  la  facoltà  di  confe- 
rire ai  canonici  i  benefìzi  sempli- 
ci per  accorrere  ai  loro  bisogni. 
I  servi  addetti  ai  villaggi  del  cle- 
ro secolare  erano  5562  :  i  fondi 
del  medesimo  si  valutarono  rubli 
432,337,  che  rendevano  annui  ru- 
bli 44^37.  I  servi  addetti  al  cle- 
ro regolare  dei  due  sessi  erano 
4865.  I  suoi  capitali  si  valutava- 
no a  rubli  568,667,  che  ne  ren- 
devano annualmente  32,892. 

Luck  ed  Ostrog  uniti,  vescovati 
di  rito  greco  ruteno. 

La  sede  vescovile  di  Luck  di 
rito  greco  ruteno  fu  eretta  nel 
secolo  XIII,  prima  della  latina,  e 
venne  fìtta  suffraganea  del  metro- 
polita di  Kiovia  [Vedi)',  il  vesco- 
vo fu  dichiarato  esarca  della  Rus- 
sia, nella  Volinia.  Tra  i  suoi  ve- 
scovi nomineremo  i  seguenti.  Ci- 
rillo Terlecki,  Uno  degl'inviati  del 
concilio  di  Russia  al  Pontefice  Cle- 
mente VIII  per  l'unione  nel  i5g5: 
avendo  sino  allora  professato  lo 
scisma,  abiurò  gli  antichi  errori, 
fece  la  professione  di  fede,  e  fu 
ricevuto  dal  Papa  nel  grembo  del- 
la santa  romana  Chiesa.  Girolamo 
monaco  russo,  nominato  dal  Pon- 
tefice Urbano  VIII.  Atanasio  sci- 
smatico, assistette  nel  1642  al  con- 
cilio tenuto  in  Moldavia  da  Par- 
tenio,  contro  Cirillo  di  Lucar,  e 
lo  sottoscrisse.  Wihowski,  già  re- 
ferendario del  granducato  di  Li- 
tuania, abbate  commendatario  di 
Siecikow  in  Volinia,  ordinato  nel 
i7or,  morì  nel  171 4-  Gioacchino 
Przebendowski,  ordinato  nel  1  7  1 5, 


LUC 

morto    nel     1720.    Stefano    Rup- 
niewski  eletto  nel    1721.    Silvestro 
Lubienicki  Rudniki  di  Volinia,  del- 
l'ordine di  s.  Basilio,  fatto  vescovo 
nel    1750     di  Luck  e    di    Ostrog, 
Ostroginen  (Fedì),  che  già  era  uni- 
to al  vescovato  di  Luck.    Cipriano 
Stecki    del    palatinato    di    Kiovia, 
dell'ordine    di    s.  Basilio,    vescovo 
nel   1777.    Matteo    Stadnicki    mo- 
naco   basiliano,    eletto    nel    1783. 
Pio  VI    nel    1784    gli   diede    per 
coadiutore    con    futura    successione 
Stanislao  o  Stefano  Lewinski,  che 
fece  vescovo  in  partibus  di  Tegea, 
il  quale    nel    1797     a' 26    giugno 
divenne  vescovo  effettivo    ed  esar- 
ca della  Russia.    Ma  V  imperatrice 
Caterina  II  nel    1795,  perla  terza 
divisione  della  Polonia  avendo  ri- 
cevuto sotto  il    suo  dominio    tutti 
i  vescovi    ruteni,    salvo    quelli    di 
Leopoli    e  di  Premislia,    li    volle 
tutti  soppressi,  fuorché  la    sede  di 
Polock ,    incamerando   e    donando 
i  beni  ai  suoi  generali    ed  uffiziali 
pubblici  ;  e  siccome  assegnò  scarse 
rendite  ai  vescovi    cui    avea    tolto 
diocesi  e  rendite,  provvide  Lewin- 
ski vescovo  di  Luck    e    di  Ostrog 
con  tremila  scudi  annui.  Divenuto 
imperatore  nel    1796  Paolo  I,  nu- 
trendo   sentimenti    umani    per    la 
Chiesa    cattolica ,    con    monsignor 
Li  Ita  stipulò  una  convenzione,  che 
Pio  VI  approvò    nel     1798,    nella 
quale  si  ricompose  pure  il  vescova- 
to di    Luck    delle    provincie    della 
Volinia,  della  Podolia  e    del  pala- 
tinato di  Kiovia.  Stanislao  Lewin- 
ski, già  espulso  da  Caterina  li,  fu 
richiamato  a  questa  antica  sua  se- 
de; riassunse  il  titolo  -di  eparca  o 
esarca  della  chiesa  greco-unita,  ebbe 
un  snffraganeo    con    assegnamento 
di  seimila  scudi,  e    fermò    la    sua 
residenza  nel   rinomato    monastero 


LUC  79 

basiliano  di  Poczajow,  poiché  il 
palazzo  vescovile  era  stato  nelle  ul- 
time guerre  incendiato.  Indi  me- 
diante la  benignità  dell'imperatore 
Alessandro  I,  l'ottimo  vescovo  con- 
corse che  al  collegio  cattolico  latino 
fossero  aggiunti  quattro  assessori  del 
clero  ruteno  nel  1804.  Quindi  dopo 
la  morte  di  Lewinski  fu  nominato 
vescovo  di  Luck  il  zelante  prelato 
Giacomo  Matuszewicz,  cui  fu  dato 
a  suffraganeo  nel  1825  il  piissimo 
sacerdote  Cirillo  Sierocinski,  col  ti- 
tolo di  vescovo  di  Pinsco  e  Tu- 
rovia  unite  nella  Lituania;  ma  in- 
felicemente nel  1828  l'imperatore 
Nicolò  I  abolì  la  sede  vescovile  di 
Luck,  incorporandola  alla  metro- 
poli di  Polock,  riunendo  nel  col- 
legio ecclesiastico  greco-unito  il 
concistoro  di  Luck.  Nel  i832  per 
le  disposizioni  imperiali  la  chiesa 
rutena  diventò  semplice  parte  della 
scismatica,  e  la  sede  scismatica  di 
Volinia  sottentrò  alla  cattolica  di 
Luck,  ed  ebbe  poco  appresso  un 
suffraganeo:  lo  scisma  si  propagò 
ed  ebbe  lagrimevole  compimento 
nel  1839.  Qui  appresso  riportere- 
mo lo  stato  di  questa  chiesa,  co- 
me si  trovava  prima  del  disgra- 
ziato avvenimento. 

La  sua  giurisdizione  si  estende- 
va non  solo  a  tutta  la  Volinia  e 
Podolia,  ma  comprendeva  anche 
il  governo  di  Kiovia.  Conteneva 
molte  chiese  greco-cattoliche  ;  Ostrog 
città  vescovile  era  concattedrale.  I 
cattotici  dei  due  sessi  maggiori  del- 
la pubertà  erano  111,598.  Le 
chiese  parrocchiali  ascendevano  a 
i5i.  11  clero  secolare  era  di  266 
individui,  quello  regolare  compo- 
nevasi  di  343.  I  basiliani  vi  avevano 
trentatre  monasteri.  Le  monache 
basiliane,  ch'erano  55,  vi  possede- 
vano quattro  monasteri.  In  Ostrog 


80  LUC 

si  trovava  aperto  un  seminano.  Vi 
era  anco  un  convento  di  basiliani. 
Il  clero  secolare  possedeva    in    ca- 
pitali  7897   rubli.    I  servi    addetti 
ai   villaggi  di    questo    clero    erano 
168.  Il  clero  regolare  aveva  in  beni 
stabili  rubli  207,180;  di  annua  ren- 
dita 39,256.  I  servi  ne' suoi  villaggi 
erano  6374.  Il  vescovo  portava  il  ti- 
tolo di  esarca  della  Russia  sopra  gli 
arcivescovi  di   Smolensko  e  di  Po- 
lok.   In  questa  città  era  stato  sta- 
bilito il  concistoro,  secondo  le  nor- 
me delle  altre    città.    I   beni    del- 
l'abbazia Zydyczinense  erano    stati 
destinati  pel  mantenimento  del  con- 
cistoro   e  del  sulnaganeo,  che   pe- 
rò non    si  potè    mai  ottenere    dal 
governo,  e  dell' istesso  vescovo  dio- 
cesano, oltre  i  seimila  rubli  che    pa- 
gavagli  il  fisco  imperiale.   Avanti  la 
presente  apostasia,  il  governo  ave- 
va tolto  ai    cattolici    e     dato     agli 
scismatici  32  chiese.  I  parrochi  nel- 
le    loro    case     amministravano   al 
numeroso  popolo  i  sagramenti.   In 
Kamieniec  ne  ai  latini,  ne  ai    ru- 
teni  restava  una  chiesa.   Vi  era  in- 
oltre    proibizione    di     fabbricarne 
delle  nuove  senza  esserne  autoriz- 
zati. Luck  ed  Ostrog  alla    erezio- 
ne di  Mohilow  in  metropoli  diven- 
nero  di  essa  suffraga  nei. 

LUCERÀ  (Lucerin).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  delle 
due  Sicilie,  nella  provincia  di  Ca- 
pitanata, distretto  di  Foggia,  da  cui 
è  distante  quattro  Jeghe,  e  capo- 
luogo di  cantone.  E  posta  su  di 
un'alta  collina  fra  il  Volgano  ed 
il  Salzola,  influenti  del  Candelaio, 
al  termine  occidentale  della  pia- 
nura di  Puglia  Daunia.  Ivi  sono 
i  tribunali  civili  e  criminali  ,  non 
che  il  real  collegio  per  tutta  la 
provincia  di  Capitanata.  La  gran 
fortezza  ed  il   magnifico   palazzo  in 


LUC 

essa  costruito  sul  più    elevalo    cli- 
vo, non  formano  oggi  che  un  am- 
masso di  ruderi    che   servono    alle 
greggie  di  ricovero,    e    fra'  rottami 
vedesi  la  torre  quadrata    di   pietra 
erettavi  da  Carlo    II    nella    libera- 
zione di   Lucerà.  Nella  remota  an- 
tichità   vi    era    un    celebre  tempio 
consacrato  a  Minerva,  ov'eransi  ra- 
dunate per  la  liberalità  pagana  im- 
mense   ricchezze  :   negli  scavi   vi  si 
trovarono  molte  medaglie.    E  que- 
sta l'antichissima  Luceria,  una  del- 
le   più    famose    città    del    Sannio, 
che  Strabone  dice  fondala  da  Dio- 
mede re  de^li  etolii.  Quivi  i  roma- 
ni andando  al  soccorso    di    questa 
città,  che  credevano  assediata,  cad- 
dero in  un'    imboscata    e    passaro- 
no sotto  le  forche  caudine;   ma  un 
tale  affronto  venne  poscia  vendica- 
to da  Lucio  Papirio  Cursore,   320 
anni   avanti   la  nostra  era,  facendo 
passare  i  sanniti  sotto  il  giogo  me- 
desimo. Livio  dice  che  vi  fu    con- 
dotta  una  colonia  romana  nel  con- 
solato di  M.  Petilio  Libone,    e  di 
Caio    Sulpizio    Longo ,    l' anno    di 
Roma    439 ,    avanti    la  nostra  era 
3r4-  Nella  guerra  civile  tra  Cesa- 
re e  Pompeo,  questi  se  la  elesse  per 
sede,  come  appare   dall'epistola  di 
Cicerone  ad  Attico.  Dopo    la  rovi- 
na e  divisione  dell'  impero  romauo 
fu    occupata    e    manomessa    prima 
dai  goti    e  poi  dai  longobardi ,    ai 
quali    nel    663  dell'eia    nostra    la 
tolse  l'imperatore    greco    Costante 
II,  nel  pontificato  di  s.  Vitaliano, 
e  venne  allora  saccheggiata  ed  in- 
teramente distrutta,  con  eccidio  di 
lutti   i  cittadini.  L' imperatore  e  re 
di    Napoli    Federico    II    nell'anno 
1227  la    popolò    di    saraceni,    che 
avea   fatto  venire  dall'Africa,    col- 
l'obbligo  di  rifabbricarla,  rimanen- 
dovi   il    solo    vescovo     cattolico    e 


LUC 

pochi  del  suo  clero.  Inoltre  Fede  rico 
II  diede  ai  medesimi  saraceni  le 
pianure  di  Capitanata  perchè  le 
coltivassero,  mediante  un  annuale 
censo.  Da  questi  nuovi  abitanti,  la 
città  fu  comunemente  chiamata 
Lucerà  de'  saraceni.  In  queste  vi- 
cinanze e  presso  Foggia  mori  Car- 
lo I  d'Angiò  re  di  Napoli  nel  1285. 
Intanto  i  saraceni  di  Lucerà,  fatti 
ogni  di  più.  orgogliosi,  infestarono 
lungamente,  e  posero  a  ruba  le  vi- 
cine contrade,  finche  non  riuscì  a 
Carlo  II  re  di  Napoli  di  farne  ma- 
cello, e  di  snidarli  da  Lucerà  in  nume- 
ro di  ventimila  ;  s'impadronì  della 
città,  e  per  grata  memoria  la  chiame) 
s.  Maria  della  littoria.  In  questa 
occasione  sorse  il  gran  tempio  dedi- 
cato alla  Beata  Vergine,  nel  quale 
pose  il  vescovo  la  sua  cattedra,  aven- 
dola fatta  edificare  il  re  vincitore. 
L'evangelio  credesi  sia  stato  an- 
nunziato in  Lucerà  fino  dai  primi 
secoli  della  Chiesa  ;  trovansi  in  fat- 
ti nominati  alcuni  suoi  vescovi  ver- 
so l'anno  3oo.  Il  primo  vescovo 
di  Lucerà  conosciuto,  è  s.  Basso 
martire,  cui  succedette  s.  Pardo, 
come  afferma  il  Sarnelli  in  Chro- 
nol.  epìsc.  Sypontinorum  a  p.  2 1  e 
26,  citato  dagli  annotatori  dell'U- 
ghelli,  Italia  sacra  t.  X,  p.  279. 
L'Ughelli  nel  t.  Vili,  p.  3i3,  ed 
il  medesimo  Sarnelli  nelle  Memorie 
degli  arcivescovi  di  Benevento  pag. 
246,  aveano  registrato  pei  due  pri- 
mi vescovi  di  Lucerà,  Giovanni  del 
3oo,  e  s.  Marco  che  gli  successe 
nel  3o2,  e  visse  sino  a'  i4  giugno 
del  328;  il  suo  corpo  fu  trasferito 
a  Bovino,  com'egli  avea  ordinato, 
ed  è  il  patrono  di  questa  città.  V. 
Ada  ss,  junii  t.  II,  p.  800.  L'an- 
notatore dell'  Ughelli,  Coleti,  crede 
che  s.  Marco  fosse  stato  ordinato 
dal  Papa  s.  Marcellino.  Aggiunge 
voi,.  XI. 


LUC  Si 

il  Sarnelli  che  a  Lucerà  si  uniro- 
no le  sedi  vescovili,  verso  il  i4,0> 
di  Tortivoli  e  Ferentinum  o  Fio- 
rentino (Fedi).  Tra  i  successori  di 
s.  Marco  nomineremo  i  piti  cospi- 
cui. 743  Marco  II,  intervenne  al 
concilio  romano  celebrato  dal  Pa- 
pa san  Zaccaria.  957  Adelchisio 
lucerino.  964  Alberto  intervenne 
al  concilio  lateranense  del  mede- 
simo anno.  1099  Benedetto.  11 79 
Rinaldo  che  fu  al  concilio  generale 
Lateranense  III.  1 128  Alberto  che 
il  Pontefice  Alessandro  IV  dichia- 
rò legittimo  nel  1255:  gli  succes- 
sero Nicola  lucerino  nunzio  nel 
1261  all'imperatore  greco,  e  nel 
1265  Bartolomeo;  questi  tre  ve- 
scovi ressero  la  chiesa  di  Lucerà 
quando  nella  città  dominavano  i 
saraceni.  I  seguenti  vescovi  si  chia- 
marono di  s.  Maria,  dal  nome 
imposto  alla  città  da  Carlo  II  dopa 
che  la  tolse  ai  saraceni.  Guglielmo 
che  rinunziò  nel  12951.  Aimando 
arcidiacono  della  cattedrale,  trasla- 
to nel  i3o2  a  Salpi.  i3o4  Stefa- 
no. i3o8  Giovanni.  i3i7  beato 
Agostino  dalmatino  domenicano,  da 
Giovanni  XXII  traslato  da  Zagra- 
bia,  che  morì  a'  3  agosto  i323: 
egli  fabbricò  la  chiesa  ed  il  con- 
vento ai  frati  del  suo  ordine ,  do- 
v'  è  seppellito  in  Lucerà,  chiaro  per 
miracoli.  i324  Jacopo  civitatts  s. 
Mariae  episcopus,  e  fu  l'ultimo  ad 
essere  con  questo  nome  registrato, 
i  successori  intitolandosi  vescovi  di 
Lucerà,  incominciando  da  Marino 
del  i348.  Dopo  di  questi  nomi- 
neremo Antonio,  che  eletto  in  detto 
anno  dai  canonici  per  morte  di 
Marino,  Clemente  VI  cassò  tale 
atto  e  di  sua  autorità  lo  nominò. 
1378  Tommaso  da  Urbano  VI  in- 
viato nunzio  in  Boemia.  1422  Bas- 
sastaehio  de'  Bassastachi  de  Formi- 
6 


82  LUC 

ca  nipote  del  vescovo  di  egual  no- 
me fatto  da  Bonifacio  IX  ;  nel  14*22 
da  Martino  V  fu  elevato  a  questa 
sede:  sotto  questo  prelato  nel  i/|3() 
Eugenio  IV  unì  a  Lucerà  il  vesco- 
vato di  Civitate.  i45o  Antonio  An- 
glo  napoletano,  che  traslato  nello 
stesso  anno  a  Potenza,  gli  successe 
Ladislao  Dentice  napoletano,  sotto 
di  cui  nel  1478,  Sisto  IV,  o  dopo 
la  sua  morte,  separò  Civitate  da 
Lucerà ,  e  ne  nominò  il  vescovo  : 
del  vescovato  di  Civitate  ne  par- 
leremo all'articolo  s.  Severo  [Vedi), 
al  quale  fu  unita  da  Gregorio  XIII. 
1478  fi*.  Pietro  Ranzano  siciliano 
domenicano  dotto  ed  eloquente.  Fer- 
dinando I  re  di  Napoli  Io  fece  pre- 
cettore del  figlio ,  e  legato  al  re 
d'Ungheria  Mattia  :  morì  nell'anno 
1492.  Egli  scrisse,  De  urbis  Pa- 
norrni  antiqui  tate y  de  laudibus  Lu- 
cermele civitalis;  Annales  tempora mì 
et  alia  sui  ingenii  monumenta  pò- 
steris  mandavit.  i5i2  Alfonso  Ca- 
raffa napoletano,  vescovo  di  s.  Aga- 
ta e  patriarca  d'Antiochia,  traslato  a 
Lucerà,  nel  qual  anno  intervenne 
al  concilio  generale  lateranense  V. 
In  sua  morte  nel  i534  venne  fat- 
to amministratore  il  cardinal  An- 
drea Palmieri,  indi  nel  i535  di- 
ventò vescovo  Michele  Visconti  mi- 
lanese. i54o  Fabio  Mignanelli  pa- 
trizio sanese,  da  Giulio  III  nel  i55i 
creato  cardinale  e  traslato  a  Gros- 
seto. i553  cardinal  Fulvio  della 
Cora  ia  per  alcun  tempo  ammini- 
stratore, e  si  dimise  a'  16  maggio 
1 553,  succedendogli  Pietro  del  Mon- 
te parente  di  Giulio  III,  che  fu  al 
concilio  di  Trento.  i582  Scipione 
Bozzulo,  chiaro  per  scienza,  al  quale 
nel  1593  successe  l'ottimo  Mar- 
co Ugnacervo  teatino,  che  nel  1601 
ebbe  in  successore  Fabio  A  resti  pa- 
trizio camerinese,  lodato  per  diver- 


LUC 

se  doli.  1642  f»'-  Tommaso  de 
Avalos  napoletano  de' marchesi  del 
Vasto,  domenicano.  1 663  Gio.  Bat- 
tista Eustachi  di  Troia,  canonico 
della  cattedrale.  17 18  Domenico 
Maria  de  Ligurro  chierico  regolare 
teatino:  con  questo  1' Ughelli  ter- 
mina la  serie  de'  vescovi ,  la  cui 
continuazione  si  può  leggere  nelle 
annuali  Notizie  di  Roma.  Alfonso 
M.  de'  marchesi  Freda  di  Foggia 
da  Pio  VI  fatto  vescovo  nel  1798, 
le  lodi  del  quale  scrisse  e  pubbli- 
cò  colle  stampe  di  Napoli  nel  1 835 
il  eh.  Tommaso  Maria  Vigilanti 
canonico  della  basilica  cattedrale , 
con  due  opuscoli  intitolati  :  Cenno 
biografico  ed  accademico  in  lode,  ec. 
De  obitu  Ildephonsi  ec.  episcopi 
el  condiloris  excullissimi  seminarii 
Lucermi  Academia,  cui  litulus:  il 
pianto  delle  pecore  per  la  morie 
del  pastore^  ab  ejusdem  seminarii 
alumnis  recilanda.  Per  morte  di 
tale  ottimo  e  benemerito  vescovo , 
Pio  VII  gli  diede  in  successore  nel 
concistoro  de'  6  aprile  18 18  An- 
drea Portauova  di  Napoli  ,  quindi 
colla  lettera  De  utiliori,  V  kal.  julii 
18  18,  soppresse  le  sedi  di  Voltura 
o  Voltai aria 3  e  di  Monte  Corvino 
[Vedi),  e  le  xuù  al  vescovato  di  Lu- 
cerà, che  confermò  sulfraganeo  del- 
la metropoli  di  Benevento,  com'e- 
ra sempre  stato.  Il  Pontefice  Gre- 
gorio XVI,  per  morte  del  vescovo 
precedente,  nel  concistoro  de'  19 
giugno  i843  dichiarò-  vescovo  l'o- 
dierno monsignor  Giuseppe  Jannuz- 
zi  di  Andria,  e  canonico  di  quella 
cattedrale. 

La  cattedrale  di  Lucerà,  antico 
ed  ottimo  edilìzio,  è  dedicala  alla 
Beata  Vergine  assunta  in  cielo,  con 
cura  parrocchiale,  che  si  esercita 
da  un  mansionario  deputato  dal 
capitolo.  Ivi  si  venera  il   corpo    di 


LUC 

s.  Agostino  vescovo  di  Lucerà  ,  ed 
è  munita  di  fonte  battesimale;  l'e- 
piscopio è  rimpetlo  alla  cattedrale. 
Il  capitolo  si  compone  di  quattro 
dignità,  la  maggiore  delle  quali  è  il 
decano,  di  sedici  canonici,  di  otto 
preti,  di  otto  chierici,  di  dieci  man- 
sionari, e  di  altri  preti  e  chierici 
addetti  ai  divino  servigio.  Nella  cit- 
tà vi  sono  tre  altre  parrocchie , 
tutte  col  baltisterio  ;  quattro  con- 
venti di  religiosi ,  un  monastero  di 
monache,  due  conservatorii,  diversi 
sodalizi,  l'ospedale,  il  seminario,  ed 
il  monte  di  pietà.  La  diocesi  si 
estende  in  circa  centocinquanta  mi- 
glia, e  contiene  più  luoghi.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassato  nei  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
200,  corrispondenti  alle  rendite  del- 
la mensa  che  sono  3o4o  ducati , 
moneta  del  reame. 

LUCERNA,  Lucerna,  Lychnus. 
Vaso  di  diverse  maniere,  e  per  lo 
più  di  metalli,  nel  quale  si  mette 
olio  e  lucignolo,  che  s'accende  per 
far  lume.  11  Sarnelli  nelle  Lett.  eccl. 
t.  IV,  lett.  Perche  nell'antico  tem- 
pio si  adoperasse  l'olio  non  la  ce- 
ra, osserva  che  la  candela  si  usò 
prima  della  lucerna  dagli  antichi, 
perchè  delle  lucerne  nella  sacra 
Scrittura  non  si  fa  menzione  pri- 
ma che  Dio  le  ordinasse  nell'Eso- 
do, e.  2.5,  v.  3  7,  dov'egli  dice  a  Mosè: 
Facies  et  lucernas  septem,  et  pones 
eas  super  candelabrum,  ut  luceant 
ex  adverso,  etc.  Benché  Eusebio, 
De  prarparat.  evang.,  lib.  X,  dica 
che  gli  egizi  avessero  inventato  le 
lucerne,  forse  quelle  di  creta,  per- 
chè in  Egitto  erano  fornaci  per 
cuocere  la  creta,  e  quelle  di  Mosè 
erano  d'oro ,  come  dicemmo  agli 
articoli  Gandelliere,  ove  pure  si 
dice  delle  lucerne,  e  Gerusalemme 
parlando  del  tempio  di  Salomone: 


LUC  83 

il  Sarnelli  aggiunge  varie  spiega- 
zioni simboliche  sulle  lucerne.  Ero- 
doto, in  Euterpe  e.  62,  narra  che 
gli  egiziani  istituirono  la  festa  delle 
lucerne,  e  ciò  nacque  o  dall'  idea 
del  fuoco  perpetuo  e  sacro  de'  tem- 
pli, ed  usato  dagli  antichi  nelle  ce- 
rimonie e  misteri,  e  cogli  stessi  de- 
funti per  espiazione  a  mezzo  d'uà 
lume  perpetuo  ;  oppure  dalle  sette 
lucerne  del  gran  candelabro,  o  per 
rammentare  quella  infausta  notle$ 
qua  Deus  omnem  primogenitum  in 
Aegypto  percussit.  Infatti  lo  stesso 
Erodoto  accenna,  che  gli  egiziani 
facevano  delle  nenie  per  la  morte 
de'primogeniti,  e  celebravano  anco 
la  festa  dell'accensione  delle  lucer- 
ne, in  memoria  della  partenza  d'u- 
na nazione  magica,  cioè  degli  ebrei. 
Era  poi  nota  la  festa  de'  lumi ,  o 
1'  Encenia  {Vedi),  presso  i  Macca- 
bei, e.  4?  v«  5o,  di  cui  parlano  altresì 
tutti  i  rabbini ,  quia  illuminaverat 
Deus  Israel  sedenlem  in  tenebris, 
ed  era  noto  l' olio  santo  o  consa- 
crato che  i  pontefici  ebrei  sigilla- 
vano pei  lumi  del  tempio,  su  di 
che  si  può  vedere  1*  Hotfman  alla 
voce  Luminaria.  Da  questa  origine 
sacra  per  il  popolo  eletto,  ed  usur- 
pata per  li  pagani  ,  gli  uni  e  gli 
altri  mantennero  l'uso  de'  lumi  se- 
polcrali e  perpetui.  Fortunio  Lice- 
to  dotto  archeologo,  nella  sua  ope- 
ra De  reconditis  antiquorum  lucer- 
nìs  lib.  II,  cap.  26,  riporta  trenta- 
due fatti  storici  di  lucerne  o  lumi 
perpetui  cavati  da  monumenti  pro- 
fani. Anzi  parlando  il  Liceto  del 
fuoco  sacro  delle  vestali,  sostiene 
al  cap.  3o,  con  l'autorità  di  Plu- 
tarco in  Numa,  non  in  rogo  ligneo, 
sed  in  lucernis  lampadibusque  per- 
petuis  exarsisse.  E  Lodovico  Vi- 
ves  attesta  di  essere  stalo  presente 
in  Parigi  allo  scavo  di   un  monu- 


84  LUC 

mento  di  i5oo  anni  antico,  dove 
vide  una  lucerna  ardente  che  si 
sciolse  poi  in  minutissima  polvere. 
Il  p.  Menochio  nel  toro.  Ili  delie 
Stuore,  cap.  XLI:  Varie  osserva- 
zioni circa  le  lucerne  e  lumi,  e  uso 
loro  appresso  gli  antichi.  Cap.  XL1I: 
Delle  lucerne  ardenti  ritrovate  nei 
sepolcri  antichi.  Egli  riporta  tre 
esempli  di  lucerne  ardenti  rinve- 
nute ne'  sepolcri,  due  de'  quali  nel 
secolo  XVI.  Ottavio  Ferrarlo  ci 
diede  un'opera  intitolata:  De  ve* 
ter.  lucernis  sepulchrorum. 

Il  Marangoni,  Delle  cose  genti- 
lesche  e  profane }  trasportale  ad  uso 
e  adornamento  delle  chiese,  nel  cap. 
LXX1V  tratta  di  alcune  lucerne  di 
terra  cotta  con  figure  gentilesche, 
che  talora  ritrovatisi  ai  sepolcri, 
anche  de'  sacri  cimiteri.  Il  Guasco, 
/  riti  funebri  di  Roma  pagana,  a 
pag.  84  e  seg.  discorre  delle  lu- 
cerne, della  loro  specie  e  forma,  e 
spiega  il  perchè  si  posero  ne'  se- 
polcri. Antichissimo  fu  l'uso  di  col- 
locare a'  sepolcri  de'  defunti  le  lu- 
cerne di  varie  sorti  e  specialmente 
di  terra  cotta,  poiché  se  ne  ritro- 
varono anche  in  quelli  degli  egi- 
ziani, come  riporta  il  p.  Rircher , 
De  Oedip.  Aegypt.  t.  Ili,  p.  53 1, 
ove  ne  fa  lungo  discorso.  Lo  stesso 
poscia  praticarono  i  greci  e  i  ro- 
mani gentili,  adornandole  con  im- 
pressioni di  varie  immagini,  si  di 
loro  deità,  come  di  animali  e  con 
vari  geroglifici.  E  vero  che  i  ro- 
mani usavano  porre  lucerne  accese 
ne'  sepolcri,  anzi  adoperavano  più, 
frequentemente  le  lucerne  che  le 
candele,  e  nelle  loro  illuminazioni, 
che  sovente  facevano  anche  di  gior- 
no ,  appendevano  le  lucerne  alle 
porte  ed  alle  finestre  delle  case.  Il 
Ficoroni  nelle  sue  Maschere  sce- 
niche,  cap.   io,  11,  79,  dice  che  le 


LUC 

lucerne  erano  per  la  maggior  parte 
di  terra  cotta,  bizzarramente  lavo- 
rate, ed  aventi  la  forma  or  tonda, 
or  bislunga,  ora  ovale.  Alcune  rap- 
presentavano maschere  comiche,  tut- 
te con  la  bocca  assai  larga  e  l'ac- 
conciatura del  capo  molto  ridicola; 
altre  raffiguravano  uomini  e  fan- 
ciulli, ora  in  piedi,  ora  seduti,  ora 
distesi.  Quelle  che  avevano  nel  brac- 
ciolino  la  figura  della  luna  cre- 
scente, sono  quelle  che  ponevano 
nel  sepolcro  de'  patrizi,  i  quali  por- 
tavano fitte  nelle  scarpe  certe  lu- 
nette, che  formando  la  lettera  C  , 
denotavano  aver  essi  tratta  la  loro 
origine  da  qualcuno  dei  cento  se- 
natori, de'  quali  fu  composto  il  se- 
nato di  Romolo.  Non  manca  però 
chi  sostiene,  che  i  romani  portas- 
sero queste  lunette  alle  scarpe  per 
aver  sempre  dinanzi  agli  occhi  un 
simbolo  della  instabilità  e  fralezza 
delle  umane  cose  :  altri  vogliono 
che  accennasse  lo  stato  delle  a- 
nime  nel  cielo,  le  quali  avranno 
sotto  i  piedi  la  luna  :  comunemen- 
te se  ne  attribuisce  l'origine  agli 
arcadi ,  i  quali  si  credettero  più 
antichi  della  luna,  perchè  furono  i 
primi  a  vederla  dopo  il  diluvio  uni- 
versale. Dice  inoltre  il  Marangoni 
che  alcuni  hanno  preteso,  che  varie 
di  queste  lucerne  ardenti  fossero  sta- 
te chiuse  entro  i  sepolcri  coi  cada- 
veri, e  che  si  mantenessero  sempre 
accese,  in  virtù  di  certo  olio  estrat- 
to dalla  pietra  amianto  (della  qua- 
le parlammo  nel  voi.  XXVIII,  p. 
19  e  20  del  Dizionario ),  dimodo- 
ché passando  questo  primo  alimen- 
to in  fumo,  questo  a  guisa  dell'ar- 
gento vivo,  ritornando  al  suo  essere 
primiero  di  nuovo  alimento,  perpe- 
tuamente mantenesse  viva  la  fiam- 
ma; e  perciò,  presso  il  volgo,  tali 
lucerne  presero  il  titolo   di  perpe- 


LUC 

lue.  Di  questo  sentimento  fu  l'Al- 
dovrando,  De  metallis  1.  4>  e.  a5, 
scrivendo:  Romae  in  mullis  sepul- 
chris  repertae  sunt  lucernae  seni- 
per  ardentes,forsitan  cum  elychniisi 
et  oleo  ex  materia  amiantina  pa- 
ratis.  Ma  questa  opinione  è  falsa, 
come  prova  il  citato  Ferrano,  poi- 
ché è  contro  l' ordine  di  natura , 
non  potendo  sussistere  la  fiamma 
senza  alcun  moto  dell'aere,  come 
l'esperienza  lo  dimostrai  e  gli  esem- 
pi che  adduconsi  da  Liceto  e  da 
altri  non  provano  d'essersi  realmen- 
te veduta  la  fiamma  da  alcuno, 
ma  che  nell'aprirsi  qualche  sepol- 
cro è  sembrato  di  vedere  come  un 
fumo,  dal  credersi  che  nel  primo 
ingresso  dell'aere  esteriore  si  fosse 
estinta  la  fiamma. 

Parlando  il  Guasco  suir  umore 
che  alimentava  le  lucerne  sepolcrali, 
protesta  non  poterlo  accertare;  ma 
siccome  l'olio  era  in  Roma  comu- 
nissimo, cosi  crede  che  dell'olio  si 
valessero  gli  antichi  romani ,  im- 
mergendovi forse  qualche  poco  di 
sale,  perchè  ardesse  meglio.  Ne' se- 
polcri ponevasi  vicino  alle  lucerne 
un  fiasco,  il  quale  probabilmente 
era  ripieno  d'olio  :  ma  chi  andava 
a  rifonderlo  nella  lucerna?  Potea- 
no  bensì  i  romani  figurarsi  o  i 
pontefici  de' gentili  spacciare  che  il 
genio  o  il  lare  guardiano  del  morto 
si  pigliasse  cotal  briga,  non  già  noi 
che  di  sì  fatte  superstizioni  ridia- 
mo, riflettendo  come  poter  bastare 
un  sol  fiasco  d'olio  per  tanti  secoli, 
ancorché  si  volesse  ammettere  la 
ridicola  prestazione?  Tali  fiaschi 
o  vasi  erano  di  creta,  di  mediocre 
grandezza  e  di  forme  semplici,  rin- 
chiudendo un  liquore  oleoso.  I  lu- 
cignoli delle  lucerne  sepolcrali  era- 
no di  lino  vivo  o  di  amianto  fila- 
to, il  quale  avea  la  prerogativa  di 


LUC  85 

non  abbruciar  mai.  Anche  il  Gua- 
sco confuta  con  naturali  e  buone 
ragioni  le  asserzioni  di  gravi  scrit- 
tori, i  quali  dicono  aver  veduto  al- 
l'aprimento  de'  sepolcri  lucerne  che 
tuttavia  ardevano,  mentre  osserva 
Plutarco,  sympos.  7,  quaest.  3,  che 
l'olio  a  cui  viene  meno  l'aria ,  fa- 
cilmente s' indebolisce  e  corrompe. 
Conviene  che  i  romani  in  Roma  e 
nelle  colonie  ponessero  ne' sepolcri 
le  lucerne  accese;  ma  queste.,  non 
avendo  spiraglio  alcuno  donde  ri- 
cevere l'aria,  si  spengevano  im- 
mantinente. Afferma  il  Ruscelli  che 
le  lucerne  si  riaccendessero  allorché 
apertisi  i  sepolcri  vi  penetrava  l'a- 
ria, la  quale  agitando  l'umor  in- 
cendevole  o  la  polvere  artefatta , 
di  cui  riempivasi  il  corpo  della  lu- 
cerna, ne  eccitava  violentemente  le 
parti  ignee  e  sulfuree,  dal  congiun- 
gimento ed  aggregamento  delle  qua- 
li generavasi  una  fiammella,  o  piut- 
tosto un  fuoco  pazzo  o  razzo.  Di 
questi  composti,  che  rinchiusi  si 
conservano  spenti,  e  che  posti  al- 
l'aria si  accendono,  parla  assai  eru- 
ditamente il  Ruscelli.  I  nominati 
ed  altri  scrittori  eruditamente  ri- 
portano i  diversi  fini  ch'ebbero  i 
gentili  nel  collocare  a'  sepolcri  le 
lucerne,  volendo  alcuni  che  ve  le 
ponessero,  giudicando  che  l'anime 
stassero  intorno  ai  corpi  loro ,  e 
perchè  essendo  esse  come  di  sostan- 
za ignea,  non  dovesse  mancarvi  o 
il  fuoco  o  il  suo  simulacro  ;  altri 
che  ve  li  collocassero  in  ossequio 
degli  Dei  infernali,  come  destinati 
alla  cura  de'  morti.  Altri  che  que- 
ste lucerne  fossero  di  distintivo  di 
nobiltà  del  defunto,  cioè  di  quelle 
ornate  della  lunetta,  perchè  le  lu- 
cerne si  ponevano  anche  ne'  sepol- 
cri de'  plebei  ;  e  che  giudicando 
che  l'anima  stasse  col  corpo  e  col- 


86  LUC 

le  sue  ceneri,  ella  senza  lume  non 
giacesse  fra  quelle  tenebre  :  a  que- 
sti due  ultimi,  rigettando  tutti  gli 
altri,  aderisceLiceto.il  Sarnelli,  Lelt. 
acci.  t.  X,  p.  i3i,  dice  che  gli  an- 
tichi con  Milani  lumi  perpetui  vol- 
lero denotare  l'immortalità  dell'a- 
nima, e  la  chiarezza  del  sangue  o 
delle  opere  di  chi  giaceva  sepolto. 
Riporta  l'opinione  di  quelli  che  di- 
cono essere  state  le  lucerne  di  due 
sorta,  una  che  si  lasciava  accesa  e 
l' altra  smorzata,  ma  con  un  com- 
posto chimico  ,  che  all'  aprirsi  del 
sepolcro  s'  incendiava  ;  ne  descrive 
la  composizione,  e  riporta  diverse 
erudizioni  sulle  lucerne.  Una  ne 
ricorderemo ,  cioè  la  disposizione 
della  matrona  romana  Mevia,  che 
nel  suo  testamento  concesse  la  li- 
berta ai  suoi  servi,  coll'obbligo  che 
ogni  mese  alternativamente  accen- 
dessero la  lucerna  del  suo  sepolcro. 
Il  Guasco  è  di  parere  che  i  roma- 
ni probabilmente  ponessero  queste 
lucerne  ardenti,  per  la  grande  ve- 
nerazione che  portavano  al  fuoco  ; 
Minerva  avea  una  lucerna  accesa 
nelle  mani  ;  negli  sponsali,  Pronuba 
accendeva  una  lucerna,  la  quale 
non  era  lecito  chiudere  nel  sepol- 
cro; e  le  lucerne  o  lampade  came- 
rali, mai  si  spegnevano,  ma  si  la- 
sciavano estinguere  da  per  sé.  Nei 
conviti  funebri  erano  escluse  le  lu- 
cerne, che  solevansi  però  accendere 
nelle  case  quando  taluno  nasceva. 
Finalmente  scrive  il  p.  Manuzio, 
che  gli  egiziani  usassero  simboleg- 
giare la  vita  umana  colla  lucerna, 
giudicando  l'umana  vita  somigliare 
ad  una  lucerna  accesa  alimentala 
con  olio. 

Qualunque  siasi  il  fine  per  cui 
gli  antichi  ponevano  lucerne  acce- 
se ne*  sepolcri,  è  certo  che  queste 
lucerne  di  terra  cotta  si   trovarono 


LUC 

e  trovatisi  in  quasi  tutti  gli  anti- 
chi sepolcri  de'  gentili ,  anche  di 
liberti  e  plebei,  ed  eziandio  fra  la 
semplice  terra.  Questo  costume  non 
fu  abbonito  dagli  antichi  cristiani, 
ne*  cimiteri,  sepolcri  e  catacom- 
be, come  si  può  leggera  nel  Boiio, 
nel  Boldetti,  e  nel  Bianchini}  Hist. 
quadripart.  secolo  I,  lelt.  A,  9,  e 
secolo  li,  lett.  B,  5,  6,  7.  Ordina- 
riamente ne'  cimiteri  e  catacombe 
di  Roma  nelle  pareti  si  trovano 
affisse  somiglianti  lucerne,  talvolta 
di  bronzo  e  generalmente  di  terra 
cotta,  alcune  delle  quali  adorne  di 
varie  figure  come  di  animali,  e  di 
simboli  di  varie  sorti,  ed  altre  se- 
gnate col  monogramma  Cristo  [Ve- 
di), con  le  lettere  greche  XP  in- 
trecciate ,  col  monogramma  espri- 
mente la  croce ,  colla  figura  del 
pastore,  con  palme  e  colombe.  Il 
Buonarroti  nelle  Osservazioni  sui 
vasi  antichi  di  vetro 3  p.  1 2  5,  dice 
che  i  cristiani  per  rappresentare  le 
anime  uscite  dal  corpo  in  pace , 
costumarono  di  fare  in  forma  di 
colomba  alcune  lucerne,  delle  quali 
si  servivano  per  accenderle  in  certi 
giorni  ai  sepolcri.  Alcuno  volte  si 
sono  rinvenute  ne'  sacri  cimiteri 
lucerne  con  figure  gentilesche  e 
profane  ;  ma  se  si  riflette  alla  sem- 
plicità, colla  quale  i  primi  cristia- 
ni ve  le  posero,  talvolta  staccando- 
le da'  sepolcri  de'  gentili ,  che  o 
vicini  o  pure  sopra  gli  stessi  cimi- 
teri si  trovavano,  o  comprandole 
dalle  officine  se  ne  servivano,  non 
dee  portare  meraviglia;  mentre  lo 
stesso  facevano  sovente  de'  vetri 
con  figure  profane,  e  colle  iscrizio- 
ni de'  gentili  svelte  dai  loro  sepol- 
cri ,  e  adattate  ai  sacri  cimiteri. 
Veramente  lucerne  con  figure  gen- 
tilesche di  rado  si  trovarono  ne'se- 
polcri    cristiani ,    molte    bensì   con 


LUC 

simboli  d'animali  ed  allre  cose.  In 
questo  costume  però  gli  antichi  cri- 
stiani, altro  diverso  fine  ebbero  da 
quello  de'  gentili,  ed  infinitamente 
più.  commendabile.  Imperciocché, 
essendo  in  que'  tempi  delle  perse- 
cuzioni i  cimiteri  e  catacombe  le 
loro  chiese,  ove  celebravansi  i  di- 
vini misteri,  ed  ove  adunavansi  a 
parteciparli,  ed  a  lodare  l'Altissimo, 
conoscevano  doversi  illustrare  colle 
lucerne  accese,  nella  stessa  guisa  che 
Dio  le  avea  tante  volte  prescritte  nel- 
l'Esodo ,  nel  Levitico,  e  ne'Numeri 
per  illuminare  il  suo  Tabernacolo, 
e  come  poscia  fece  Salomone  nel 
tempio.  Sapevano  gli  antichi  cri- 
stiani ,  che  nella  lucerna  figurasi 
l'umanità  e  la  divinità  del  Salva- 
tore ;  e  che  dopo  asceso  al  cielo, 
qual  lucerna  diffonde  il  lume  della 
sua  gloria  a  quella  beata  patria. 
Quindi  conobbero  que'  primi  fedeli 
convenevole  cosa  raccenderne  molte 
ne'  santuari  loro,  per  avere  occa- 
sione ad  ogni  passo  di  contemplar 
quella  divina  e  celeste  lucerna,  da 
cui  erano  illuminati  nella  loro  fe- 
de; e  nel  vederle  seminate  per 
quelle  vie  sotterranee ,  rammenta- 
vansi  del  precetto  dei  medesimo  Cri- 
sto ,  Luca  e.  1 2  :  Lucernae  arclen- 
tes  in  manibus  veslrisj  e  da  quelle 
lingue  di  luce  infiammavansi  non 
meno  a  confessare  generosamente 
il  nome  di  lui  innanzi  ai  tiranni, 
che  ad  impiegar  le  loro  mani  nelle 
opere  più  eccellenti  di  carità;  e 
finalmente  oltre  a  moltissimi  altri 
riflessi  morali s  non  v'ha  dubbio  che 
intesero  anche  di  onorare  i  corpi 
de'  santi  martiri  coli'  apporre  ai  lo- 
ro sepolcri  le  lucerne. 

A  questo  antichissimo  costume 
de'  primi  fedeli,  può  riferirsi  quel- 
lo de'  secoli  a  noi  più  vicini ,  di 
scolpirsi  sopra   le  lapidi    sepolcrali 


LUC  87 

entro  le  chiese  la  forma  di  un 
candelliere,  come  si  vede  in  molte 
di  Roma,  tra  le  quali  nomineremo 
le  chiese  di  s.  Maria  di  Aracoeli, 
di  s.  Maria  Nova  e  di  s.  Maria 
ad  Martyres;  volendosi  con  ciò 
significare,  che  il  defunto  ivi  sepol- 
to passò  all'  altra  vita  colla  can- 
dela accesa  della  vera  fede  cristiana; 
benché  altri  vogliano  che  sia  ancora 
un  contrassegno  di  nobiltà.  Negli 
Annali  ecclesiastici  del  Rinaldi  so- 
no riportale  varie  erudizioni  sulle 
lucerne.  La  stola  del  sommo  sacer- 
dote custodivasi  in  Gerusalemme 
nella  torre  Antonia,  ed  il  castellano 
ogni  giorno  accendeva  innanzi  ad 
essa  una  lucerna  ;  gli  ebrei  di  Roma 
celebravano  il  natale  di  Erode  A- 
grippa  loro  ultimo  re,  col  porre 
lucerne  alle  finestre;  tante  lucerne 
ardevano  in  tutta  la  notte  dell'A- 
scensione nel  monte  Gliveto,  che 
pareva  ardesse  il  monte  e  i  sotto- 
posti luoghi  :  forse  da  quel  costu- 
me derivò  l'altro  vigente,  che  nella 
notte  dell'  Ascensione  quasi  ogui 
casa  pone  alla  finestra  un  lume 
per  tutta  la  notte,  ed  alcuni  insie- 
me ad  acqua,  pane  ec,  nella  pia 
credenza  che  il  Signore  li  benedi- 
ca, come  benedì  tutto  il  mondo 
nell'ascendere  al  cielo.  I  cristiani  co- 
me i  gentili  costumarono  in  tempi 
determinati  accomodare  i  lumi  ai  se- 
polcri, accendere  la  lucerna  il  sab- 
bato,  e  distribuire  al  popolo  le  can- 
dele; talmente  erano  abbondanti  le 
offerte  de' fedeli  ne' tempi  delle  per- 
secuzioni ,  che  si  provvedevano  i 
sacri  templi  di  preziose  suppellettili 
e  di  lucerne  di  argento;  con  lu- 
cerne accese,  frondi  e  foglie  si  a- 
dornavano  in  Roma  i  templi  e  le 
case  nelle  pubbliche  allegrezze,  ec. 
Antonio  degli  Effetti  nelle  Memo- 
rie di  s.   Nonnoso    abbate    riporta 


68  LUC 

diverse    crudizioni    sulle     lampade 
meravigliose,  e  dell'efficacia  dell'o- 
lio (della  divozione  poi  che  se  ne 
ha     ne     parlammo     altrove  )     di 
quelle    che     ardono    innanzi    alla 
Beata    Vergine    ed    ai    santi.    Ag- 
giunge  che   la    festa   delle    lampa- 
de fu  istituita  dagli  ateniesi  in  o- 
nore  di  Vulcano,  Minerva  e    Pro- 
meteo ;  che  gli  antichi  romani  usa- 
rono   le    luminarie    nelle    feste   di 
Flora,  le  quali  feste  furono  poi  dai 
cristiani  permutate  in  celebrare  le 
memorie  de'  martiri ,    della   Beata 
Vergine,  e  nella  notte    dell'  Ascen- 
sione, citando   le    testimonianze   di 
Tertulliano,  di  Beda  e  di  Baronie 
Il  p.  Menochio  dice  che   le  lucer- 
ne per  alimento  del  lume,  in  vece 
d'  olio   ebbero  talora  il  butirro,  o 
altra  sorta  di  materia   ontuosa,    e 
che  in  onore  de*  santi    si    adoperò 
talvolta    il   balsamo    odoroso.    Che 
nelle  chiese  anticamente    si  adope- 
rarono anche  lucerne   d'oro    e    di 
argento,  lo  abbiamo  dal    Severano 
nelle  Memorie  sacre:  tra    le    sup- 
pellettili sacre  donale  da    Costanti- 
no imperatore  alla  basilica    latera- 
pense,    si  novera  una  lucerna  d'o- 
ro detta  faro,  che  ardeva  con  quin- 
dici lumiciui  di  libbre  venticinque; 
quaranta  lucerne  o  fari  di  argen- 
to, ciascuno  di  libbre  venti.  Il  Pa- 
pa   s.    Silvestro  I    avanti     l'altare 
della  basilica  di  s.  Lorenzo  in  Va- 
rano, ove  collocò  il  corpo  del  san- 
to, pose  una  lucerna  d'oro  con  die- 
ci   lumicini    di    trenta    libbre.   V. 
gli  articoli  Lampada  e  Lumi.  Si  pos- 
sono consultare,  Luca  Fanciulli,  De 
lucernis  ssivelampadibus  pensilibus  in 
sacris  Christiane-rum  aedibus,  Mace- 
ratae   1802,  con  figure.  Gio.  Pietro 
Bellori,  Le  antiche  lucerne  sepolcra- 
li\  disegnate  ed  incise  da  Pietro  San- 
te Bartoli,  Roma   1729  con  rami. 


LUC 

LUCERNARIO ,    Lucernarium , 
lucernalis  hora;  termine    liturgico. 
11  lucernario  è  una  specie    di    du- 
plicato responsorio,  composto  di  al- 
cuni versetti,  tutti  ricavati  dai  sai* 
mi.  Fu  cosi  detto,  poiché   recitan- 
dosi anticamente  i  vesperi  sull'im- 
brunir  del  giorno,  ed  accendendosi 
perciò  nella  chiesa    le    lampade    o 
le  lucerne,  che  vi  si  usavano  allo- 
ra in  vece  delle    candele    successi- 
vamente introdotte,  allusione  si  fa- 
ceva con  quel  lucernario  all'accen- 
dimento  di  esse.  Benché    il    lucer- 
nario non  sia  sempre  lo  stesso,  con 
tuttociò  vi  si  fa  sempre   cenno    di 
luce    o    d'illuminazione.    11    lucer- 
nario dei  greci  consiste  in  un  gran 
numero  di  preghiere  molto  più  lun- 
ghe de*  vesperi  de'  latini,    e    simili 
alle  preghiere  che  si  recitano  a  pri- 
ma, ed  ai  vesperi  ne'  giorni  feriali. 
Il  Macri  nella  Notizia  de'  vocaboli 
ecclesiastici  dice  che    Lucernarium 
viene  chiamato  nel  rito  ambrogia- 
no  certo  responsorio    od   antifona  , 
che  si  canta  nel  principio    del  ve- 
spero,  e  che  anzi  questo  medesimo 
vocabolo  appresso  gli  scrittori  eccle- 
siastici significa  il     Vespro  (Vedi), 
una  delle   sette    ore    canoniche.    11 
Rinaldi,  dopo  aver  qualificato  il  lu- 
cernario ,  ufficio  ,  salmi ,    orazioni , 
rendimenti  di  grazie,   all'anno  5i, 
n.  70,  dice  che  s.  Girolamo  scris- 
se 1'  epist.  7  a  Leta,  nella  quale  si 
legge  :  Assueverat  exemplo  ad  ora- 
tiones  et  psalmos  nocte  consurgere, 
mane  hymnos   canere,    accensaque 
lucerna  reddere  sacrificium  vesper- 
tinum.  Però  s.  Epifanio,  in    Comp.t 
chiama     lucernali    i    salmi   che    in 
quella  prima  ora  della  notte  si  so- 
levano   cantare;    con    che    ottima- 
mente si  conviene  il  detto  di  s.  Ba- 
silio :  At  quinam  fuerit  pater  ilio- 
rum  verborum    lucernariae  gratta- 


LUC 

rum  actìonis,  dicere  non  possumus: 
populus  tamen  antequam  edit  vo- 
cerà, età,  dando  ad  intendere  tal 
rito  aversi  nelle  chiese  per  aposto- 
lica tradizione.  Delle  istesse  preci 
lucernarie  si  fa  menzione  appresso 
Clemente  e  Cassiano  che  compose 
un  libro  del  modo  di  far  orazione 
la  notte.  Anche  s.  Giovanni  Cri- 
sostomo chiama  lucernario  1'  ufficio 
del  quale  lasciò  scritto  in  psalm. 
1 1 8  :  Ad  solis  occasum,  quod  e- 
tiam  lucernarium  appellamus,  oran- 
dum  scilicet;  quia  Lum  ob  diei  tran- 
sitimi Deo  gratias  agimusj  enume- 
ra sette  ore  canoniche  per  orare , 
e  distesamente  discorre  delle  tre 
ore  notturne  di  fare  orazione.  Ter- 
tulliano le  chiamò  notturne  con- 
vocazioni, perchè  non  si  recitavano 
privatamente  in  casa,  ma  pubbli- 
camente in  chiesa.  Il  Sarnelli  nel 
tom.  I,  p.  1 1 3  delle  Lett.  eccles. 
parlando  del  can.  IX  del  concilio 
Toletano  I,  riporta  queste  parole  : 
Lucernarium  vero,  nisi  in  Ecclesìa, 
non  legatur  j  aut  si  legatur  in  villa, 
praesente  episcopo,  vel  presbitero, 
vel  diacono  legatur.  Spiegandone 
poi  il  sentimento,  dice  che  in  quan- 
to al  lucernario,  che  non  si  legga 
se  non  in  chiesa,  dichiara  che  lu- 
cernarium dice  vasi  in  quei  tempi 
il  vespero,  ora  dell'ufficio  così  det- 
ta dalla  stella  vesper,  poiché  anti- 
camente dicevasi  verso  il  tramon- 
tare del  sole,  onde  bisognava  in 
chiesa  accendere  le  lucerne.  Ecco 
come  Balsamone  spiegò  il  can.  XCI 
del  sesto  sinodo  :  et  desinere  ad 
complementum  lucernarii,  idest  ves- 
pertini offìciì  dominìcae  ;  così  pa- 
rimenti Prudenzio,  avendo  compo- 
sto alcuni  inni  per  tutte  le  ore  ca- 
noniche, il  quinto  sopra  il  vespe- 
ro intitolò  ad  accensionem  lucer- 
naej  dopo  il  quale  seguita  V  altro 


LUC  89 

inno  intitolato  ad  sommtm ,  cioè 
per  la  compieta.  La  Compieta  (Ve- 
di) poi  recitavasi  dopo  cena,  ver- 
so un'ora  di  notte,  secondo  l'uso 
monacale  di  quel  tempo.  Conchiu- 
de il  Sarnelli,  che  per  spiegare  le 
parole  del  citato  canone  Toletano, 
cioè  che  il  Lucernario  non  si  leg- 
ge che  in  chiesa,  ciò  fu  decretato, 
perchè  dopo  vespero  il  vescovo,  il 
prete,  o  in  assenza  il  diacono  loro, 
spiegava  le  sacre  scritture,  come  ri- 
porta Niceforo  1.  12,  e.  34.  In  Cy- 
prò,  et  in  Caesarea  Cappadocìam 
in  sabbato,  et  dominica  die  vespe- 
ri,  et  post  lucernarum  accensionem, 
episcopi  et  presbiteri  sacras  scriptu- 
ras  populi  exponunt.  Ed  acciocché 
ognuno  vi  fosse  presente,  furono 
tutti  obbligati  a  recitare  il  vespero 
in  chiesa,  o  se  fosse  in  villa  alla 
presenza  del  vescovo,  del  prete  o 
del  diacono ,  acciocché  alcuni  di 
loro  esporre  potessero  ai  recitan- 
ti nel  divino  ufficio  le  sacre  scrit- 
ture. 

LUCHI  Michelangelo,  Cardina- 
le. Michelangelo  Luchi  nato  in  Bre- 
scia a'  20  agosto  1  744>  «'potè  del 
francescano  Bonaventura  che  Cle- 
mente XIII  voleva  creare  cardina- 
le, e  fratello  del  benedettino  Luigi, 
ambedue  chiari  nella  repubblica 
letteraria,  dimostrò  fino  dall' infan- 
zia felici  disposizioni  per  le  lettere. 
Dopo  aver  terminato  i  suoi  studi 
abbracciò  la  vita  monastica  nell'ab- 
bazia di  Monte  Cassino,  indi  ebbe 
T  incarico  d' insegnarvi  contempo- 
raneamente filosofia  e  teologia,  il 
che  fece  nel  modo  più  distinto.  Co- 
prì poscia  diverse  cariche  nella  sua 
congregazione  cassinese ,  e  non  ot- 
tenne che  a  stento  il  permesso  di 
dedicarsi  nel  ritiro  al  suo  gusto 
per  lo  studio.  Egli  si  mostrò  ben 
presto  degno  di    camminare    sulle 


9o  LUG 

traccie  dei  Mabillon  e  dei  Mont- 
faucon;  visitò  le  principali  biblio- 
teche d'Italia,  ne  esaminò  attenta- 
mente gli  antichi  manoscritti,  e 
pervenne  così  a  radunare  una  gran 
quantità  di  documenti  interessanti 
sfuggiti  alle  ricerche  de'  suoi  pre- 
decessori. JVel  1783  pubblicò  in 
greco  ed  in  latino  a  Roma  :  Scel- 
ta de  migliori  scritti  di  appiano 
e  di  Erodi  a  no.  Una  edizione  delle 
Opere  di  Venanzio  Fortunato  ve- 
scovo di  Poitiers,  riveduta  e  cor- 
retta sui  mss.  del  Valicano,  ivi 
1786-87,  che  riuscì  la  migliore 
non  che  la  piti  compiuta  opera  di 
questo  scrittore.  Questo  lavoro  egli 
lo  fece  ad  insinuazione  e  sotto  gli 
auspici  del  vescovo  di  Padova  Ni- 
colò Antonio  Giustiniani.  Vi  com- 
prese le  opere  non  pubblicate  dal 
Browero,  e  stabilì  che  Venanzio 
fosse  della  Marca  Trevigiana  e  di 
Duplavili,  piuttosto  che  di  Aqui- 
Jeia:  l'Effemeridi  di  Roma,  num. 
XLH  del  1786,  lodano  l'edizione 
del  nostro  Luchi.  Mentre  era  profes- 
sore di  lingua  greca  ed  ebraica  nella 
badia  di  Firenze,  Y  antico  confratel- 
lo Pio  VII  lo  chiamò  in  Roma  ,  e 
dopo  averlo  creato  cardinale  del- 
l'ordine de'  preti  nel  concistoro  dei 
2  3  febbraio  1801,  lo  pubblicò  in 
quello  de'  28  settembre.  11  celebre 
p.  Fontana  poi  cardinale  pubblicò 
colle  stampe:  Versi  greci  per  la 
promozione  alla  porpora  del  car- 
dinal d.  Michelangelo  Luchi,  con 
la  traduzione  in  terza  rima  del  p. 
d.  Antonio  Grandi.  Quindi  Pio  VII 
gli  conferì  per  titolo  la  chiesa  di 
s.  Maria  della  Vittoria,  lo  dichia- 
rò abbate  commendatario  ed  ordi- 
nario di  Subiaco,  lo  annoverò  a  di- 
verse congregazioni  cardinalizie,  e  lo 
fece  prefetto  di  quella  dell'indice. 
Mentre  con  zelo  faceva  la  sua  visita 


LUG 

pastorale  nell'abbazia,  fu  sorpreso 
dalla  pioggia,  per  la  quale  gli  soprag- 
giunse la  febbre  e  la  podagra.  Au- 
mentandosi il  male,  i  carmelitani 
scalzi  del  suo  titolo  fecero  orazio- 
ne a  quella  prodigiosa  immagine 
della  Madonna  per  la  sua  guarigio- 
ne, e  da  Subiaco  si  domandò  al 
Papa  la  benedizione  in  articolo  di 
morte.  Finalmente  munito  di  tutti 
i  sacramenti  della  Chiesa,  morì  ai 
28  settembre  1802,  nella  fresca 
età  d'anni  cinquantotto.  Egli  era 
semplice  ne'  suoi  costumi,  amabile 
nella  sua  pietà,  saggio  e  modera- 
to nel  suo  zelo,  ed  infaticabile  nei 
suoi  studi.  Il  cadavere  fu  esposto 
nelle  stanze  abbaziali  del  palazzo 
della  Rocca,  da  dove  con  pompa 
funebre  fu  trasportato  in  portan- 
tina nera  nella  chiesa  di  s.  Scola- 
stica de' benedettini,  accompagnato 
da  gran  copia  di  torcie,  dalla  sua 
famiglia  in  abito ,  e  dal  parroco 
arciprete  di  s.  Maria  della  Valle. 
Al  principio  della  clausura  del  mo- 
nastero fu  ricevuto  dagli  abbati  e 
monaci  del  medesimo,  con  torcie 
accese  e  croce  inalberata,  col  mo- 
naco sagrista  in  piviale.  Portato  il 
cadavere  in  chiesa,  gli  furono  can- 
tate solennemente  le  consuete  pre- 
ci, ed  esposto  in  mezzo  di  essa  su 
maestoso  letto,  circondato  di  molti 
cerei,  e  vestito  pontificalmente.  Ol- 
tre l'ufficio  de'  defunti  e  numerose 
messe,  la  cantata  fu  celebrata  dal 
p.  abbate,  ed  accompagnata  con 
buona  musica  di  orchestra.  Ter- 
minato il  funerale,  alla  presenza 
del  cancelliere  ecclesiastico,  che  ne 
fece  rogito ,  il  cadavere  fu  posto 
nelle  tre  consuete  casse,  e  giusta  la 
sua  disposizione  tumulato  nel  cen- 
tro della  chiesa,  ove  poi  gli  fu  po- 
sta onorevole  iscrizione  in  marmo. 
Compianto  dai  diocesani    e  dai  suoi 


LUC 

antichi  correligiosi,  i  primi  col  lo- 
ro clero    ne    suffragarono    Y  anima 
nelle  XVII  chiese  dell'abbazia  con 
solenni  esequie  ed  orazioni  funebri  ; 
i  secondi  in  Roma  con  decoroso  fu- 
nerale nella  patriarcale  basilica  di  s. 
Paolo.  Luigi  Ciolli    pubblicò    colle 
slampe  :   Orazione  funebre  in  lode 
dei  cardinal    Michelangelo    Lucìa, 
Roma    1N02.  Il    Diario   di    Roma 
oltre  le  notizie  della  malattia,  mor- 
te, ed  onori  funebri  del  cardinale, 
nel  num.    186  ci    diede    l'estratto 
del  suo  testamento.  Lasciò    i    libri 
e  la    pianeta     paonazza    al    mona- 
stero di  s.  Paolo;  la  pianeta  bian- 
ca con  tutto  il  finimento,  compre- 
so il  pastorale,  a  quello  di  s.  Sco- 
lastica; alla  chiesa  collegiata  di  s. 
Andrea    la    pianeta    rossa;    al  suo 
titolo  la  mitra  preziosa  ;   diversi  le- 
gali ai  fratelli;  al  Papa  i  suoi  scrit- 
ti    per    collocarsi    nella    biblioteca 
vaticana,  ed  un  quadro   della  Bea- 
ta   Vergine,    raccomandandogli    la 
famiglia,  alla  quale  bramò    che    si 
pagasse  il  solito  corruccio,  quaran- 
tena e  spartizione,  oltre  le  somme 
che  assegnò  a  molti  individui  della 
medesima.  Scrissero  alcuni  che    la 
collezione  degli  scritti  è  formata  di 
193  opere,  delle  quali  7  4  in  greco, 
e    119  in  latino,  versanti   tulle  so- 
pra argomenti  eruditi ,    di  critica  , 
di  teologia  e  di  morale.  Egli  avea 
il  progetto  di  pubblicare  una  nuo- 
va Bibbia  poliglotta,  che    giusta  il 
suo  piano  avrebbe  formato    trenta 
volumi   in  foglio,  siccome  perito  in 
diverse  lingue.  Proponevasi  di  riu- 
nire in  essa  il  testo  ebraico   rista- 
bilito nella  sua  primitiva  purezza, 
due  nuove  versioni  greche   e  latine 
letterali,  il  testo  e  la  versione    la- 
tina dei  Settanta,  e  la  Volgala,  non 
che  le   osservazioni    dei    più    dotti 
interpreti,    e    finalmente    un   com- 


LUC  91 

mentano ,    nel    quale  egli  avrebbe 
schiarite  tutte  le  difficoltà  che  può 
presentare  la  lettura  de'  sacri  libri. 
Però    dalle    indagini    che  abbiamo 
fatto  sulle  opere  dei  cardinale,  ri- 
sulta quanto  riportiamo.  Esiste  tra 
i   mss.  della   biblioteca    vaticana    la 
aiaggior  parte  delle  opere  maggio- 
ri   e    minori    del    cardinal    Luchi , 
che  in  tutto  sono    1 5o,  e  la   mag- 
gior parte  autografe.  Fra  queste  è 
da  annoverarsi  la  sua  grand'opera 
sulla  Bibbia    che  dovea    stamparsi 
in  Roma  dal  Fulgoni  in  tomi  XXI V 
in  foglio,  al  prezzo  di  scudi    tre  il 
tomo.  Il  foglio  è  diviso    in  sei  co- 
lonne nel  Vecchio   Testamento  :    la 
i."  contiene  il  testo  ebraico;  la  2.a 
una  traduzione  greca  ;  e  la  3.a  una 
traduzione  Ialina  del   testo   ebraico 
fatta    letteralmente    dall'autore;  la 
4-d  la  versione  greca  dei  LXX,  se- 
condo   i    codici    Vaticano   e    Ales- 
sandrino; la   5.a  la   traduzione    la- 
tina dal  greco  dei    LXX,  fatta    di 
nuovo  dall'autore;    e  finalmente  la 
6/  la  Volgata  latina  illustrata  con 
perpetue    annotazioni    e    commen- 
tari. Il  Nuovo   Testamento  è    divi- 
so   in  quattro    colonne;    la   prima 
delle  quali  contiene  il  testo  greco, 
la  seconda  e  la  terza  le  traduzio» 
ni  ebraica    e  latina  dello  stesso  te- 
sto greco  fatle  dall'autore;  la  quar- 
ta la   Volgata  latina  con    perpetuo 
commentario,  lì  lavoro  sul    Nuovo 
Testamento  per  l' immatura  morte 
dell'autore  termina  nel    v.  3j    del 
cap.  VI  dell'evangelio  di  s.  Marco. 
Di  lui  abbiamo  ancora  alcuni  Dia- 
loghi greci   stampati  a    Firenze;    e 
diversi   Discorsi  e  della  Causa  del- 
la  Chiesa  difesa    contro    l'ingiusti- 
zia de'  suoi  nemici,    1799. 

LUCIA  (s.),  vergine  e  martire. 
Uscì  di  nobile  e  ricca  famiglia  si- 
racusana, e  fu  allevata   nella    reli- 


0i  LUC 

gione  di  Cristo.  Essendole  morto  il 
padre  menti*'  era  ancora  fanciulla  , 
Eutichia  sua  madre  ebbe  cura  d'in- 
spirarle i  più  vivi  sentimenti  di 
pietà ,  che  produssero  in  lei  mera- 
vigliosi edelti.  Avendo  fatto  voto 
in  segreto  di  conservare  la  sua  vir- 
ginità, cercò  tutti  i  mezzi  per  im- 
pedire il  progetto  della  madre,  che, 
ignara  di  ciò,  le  propose  di  mari- 
tarsi. Intanto  Eutichia  fu  assalita 
da  una  infermità,  che  ad  onta  di 
tutti  i  rimedi  persistè  per  quattro 
anni.  Lucia  la  persuase  d'andare 
a  Catania  per  implorare  la  guari- 
gione sulla  tomba  di  s.  Agata  ,  e 
le  loro  preci  furono  esaudite.  Ella 
manifestò  allora  a  sua  madre  il 
voto  che  avea  fatto,  e  ne  riportò 
il  di  lei  consenso;  ma  il  giovane, 
a  cui  Lucia  era  stata  destinata, 
montò  in  furore,  e  siccome  era  pa- 
gano accusolla  per  cristiana  al  go- 
vernatore Pascasio.  11  giudice  con- 
dannò la  santa  vergine  ad  essere 
esposta  in  un  luogo  d'impudicizia; 
ma  Iddio  vegliò  sopra  il  suo  pu- 
dore, e  nessuno  ebbe  ardimento  di 
recarvi  offesa.  I  tormenti  usati  per 
vincere  la  di  lei  costanza  riuscirono 
egualmente  senza  successo:  laonde 
fu  rimessa  in  prigione  tutta  coper- 
ta di  piaghe,  ove  mori  circa  l'an- 
no 3o4,  cioè  al  tempo  della  per- 
secuzione di  Diocleziano.  Il  corpo 
di  s.  Lucia  rimase  parecchi  anni  a 
Siracusa;  fu  poscia  trasferito  in  Ita- 
lia, indi  a  Metz.  Una  porzione  del- 
le sue  reliquie,  ch'era  anticamente 
a  Costantinopoli,  è  di  presente  a 
Venezia,  e  vi  è  onorata  con  peeu- 
liar  devozione  nella  chiesa  del  suo 
nome  intitolata.  La  sua  festa  si  ce- 
lebra il  1 3  dicembre.  Provasi  col 
Sacramentario  di  s.  Gregorio  e  con 
altre  opere  antiche,  ch'ella  onora- 
vasi  a  Roma  nel  sesto  secolo,    ed 


LUC 

era  annoverata  fra  le  più  illustri 
vergini  che  abbiano  suggellato  la 
fede  col  proprio  sangue. 

LUCIA  di  Vene7ia  (beata).  Pre- 
servata nella  sua  fanciullezza  da 
una  morte  che  sembrava  inevita- 
bile, prese  di  buon'ora  la  risoluzio- 
ne di  darsi  a  Dio.  Abbracciò  il 
terz'  ordine  di  s.  Francesco  nel  mo- 
nastero di  Salerno  sua  patria,  ed 
attese  assiduamente  all'acquisto  del- 
le virtù  del  suo  stato.  Rifinita  per 
le  sue  grandi  austerità,  provò  una 
lunga  e  fiera  malattia,  della  quale 
morì  l'anno  izjoo.  È  onorata  di 
un  culto  pubblico  nel  suo  ordine 
il  giorno  26  settembre,  dopo  il  pon- 
tificato di  Leone  X. 

LUCIANISTI  o  LUCANIST7, 
Lucianistae  o  Lucani stae.  Eretici 
del  secondo  secolo,  che  presero  il 
nome  da  un  certo  Luciano  o  Lu- 
cano discepolo  di  Marcioné ,  agli 
errori  del  quale  ne  aggiunse  altri. 
Ammetteva  tre  principii  o  princi- 
pati, il  Padre,  il  Figlio,  Dio  dei 
cristiani,  e  lo  Spirito  Santo ,  Dio 
de' gentili.  Negava  lf  immoralità 
dell'anima,  che  credeva  materiale, 
ricusava  l'antico  Testamento  e  l'e- 
pistola agli  ebrei  ;  escludeva  il  ma- 
trimonio e  la  concezione  del  Ver- 
bo nel  seno  di  Maria.  Ammetteva 
finalmente  due  divinità,  una  buo- 
na e  l'altra  cattiva.  Anche  gli  a- 
riani  furono  chiamati  lucianisti , 
perchè  questi  erroneamente  ritene- 
vano che  s.  Luciano  prete  di  An- 
tiochia e  martire,  avesse  professato 
i  loro  sentimenti. 

LUCIANO  e  MARCIANO  (ss.), 
martiri.  Nati  nelle  tenebre  del  gen- 
tilesimo, vivevano  perduti  nello  stu- 
dio della  magia  ;  ina  si  converti- 
rono vedendo  l' inutilità  de'  loro 
incantesimi  sopra  una  vergine  cri- 
stiana, e  la    sconfitta    degli    spiriti 


LUG 

maligni  per  virtù  del  segno  della 
croce.  Aperti  gli  occhi  alla  luce  del 
vangelo,  abbruciarono  tosto  i  loro 
libri  di  magia  in  mezzo  alla  piaz- 
za di  Nicomedia,  ricevettero  il  bat- 
tesimo, distribuirono  i  loro  beni  ai 
poveri,  e  si  ritirarono  nella  solitu- 
dine. Passato  lungo  tempo  nella 
penitenza ,  si  misero  a  predicare 
Gesù  Cristo  ai  gentili;  ma  appena 
fu  pubblicato  in  Bilinia ,  nell'anno 
25o,  l'editto  di  Decio  contro  i  cri- 
stiani, furono  arrestati  e  condotti 
dinanzi  al  proconsole  Sabino,  che 
trovandoli  fermi  nella  loro  fede , 
dopo  averli  fatti  tormentare  sopra 
l'eculeo,  ordinò  che  fossero  bruciati 
vivi.  Essi  spirarono  in  mezzo  alle 
fiamme,  lodando  e  benedicendo  il 
Signore.  Sono  nominati  nel  marti- 
rologio romano  il  26  ottobre. 

LUCIANO  (s.),  martire.  Da  Ro- 
ma si  recò  nel  terzo  secolo  a  pre- 
dicare il  vangelo  nelle  Gallie,  e 
suggellò  col  proprio  sangue  la  dot- 
trina che  annunziava.  Alcuni  lo 
fanno  discepolo  di  s.  Dionigi  ve- 
scovo di  Parigi,  altri  di  s.  Quintino. 
Soffrì  forse  il  martirio  a  Beauvais 
verso  l'anno  290,  ove  alcun  tempo 
innanzi  erano  stati  martirizzati  Giulia- 
no e  Massiano  o  Massimiano,  compa- 
gni di  sue  fatiche.  Le  reliquie  di 
questi  tre  martiri,  celebri  per  molti 
miracoli,  si  custodiscono  nella  ba- 
dia di  s.  Luciano  di  Beauvais.  S. 
Luciano  non  ha  che  il  titolo  di 
martire  nella  maggior  parte  dei  ca- 
lendari prima  del  decimo  secolo,  e 
nel  martirologio  romano  ;  ma  un 
calendario  dei  tempi  di  Lodovico 
il  Bonario  Io  qualifica  col  titolo  di 
vescovo,  e  sotto  questo  titolo  egli 
è  onorato  a  Beauvais.  Celebrasi  la 
sua  festa  agli  8  gennaio. 

LUCIANO  (s.),  detto  d'Antio- 
chia, martire.  Nativo  di  Samosata 


LUC  93 

in  Siria,  avendogli  la  morte  rapiti 
i  genitori,  egli  distribuì  ai  poveri 
tutti  i  suoi  beni,  e  sostituì  lo  stu- 
dio delle  sante  Scritture  a  quello 
della  reltorica  e  della  filosofia,  in 
cui  avea  già  fatto  rapidi  avanza- 
menti. Fatto  sacerdote,  in  nessuna 
altra  cosa  si  occupò  più,  che  nel 
guidare  gli  altri  alla  virtù  coi  suoi 
esempi  e  discorsi,  ed  imprese  a  da- 
re una  nuova  edizione  dei  libri 
santi,  correggendovi  gli  errori  ch'e- 
rano incorsi  nel  testo  dell'antico  e 
nuovo  Testamento.  Questa  edizio- 
ne meritossi  la  stima  universale,  e 
fu  di  grand'uso  a  s.  Girolamo ,  il 
quale  dice  che  era  la  più  esatta , 
e  che  per  conseguenza  era  delta 
sovente  in  senso  assoluto  la  Bib- 
bia dei  settanta,  o  la  versione  co- 
mune. Si  è  avuto  alcun  sospetto 
della  fede  di  s.  Luciano,  dietro  la 
svantaggiosa  testimonianza  che  ne 
rende  s.  Alessandro  vescovo  d' A- 
lessandria,  il  quale  riferisce  ch'esso 
visse  fuor  della  comunione  della 
Chiesa ,  pel  suo  attaccamento  al 
partito  di  Paolo  di  Samosata;  ma 
ci  ha  tutta  l'apparenza  ch'egli  fos* 
se  stato  ingannato  per  non  aver 
potuto  conoscere  ben  addentro  gli 
empi  dommi  di  quello  scaltro  ere- 
siarca. Inoltre  d.  Ceillier  è  d'avvi- 
so con  alcuni  altri  critici ,  che  il 
Luciano  di  cui  parla  s.  Alessandro 
sia  diverso  dal  nostro  santo,  poi- 
ché non  gli  dà  il  titolo  ne  di  pre- 
te, ne  di  martire.  Aggiungasi  che 
Eusebio,  s.  Gio.  Crisostomo,  s.  Gi- 
rolamo, non  dicono  che  sia  mai 
slato  separato  dalla  comunione  del- 
la Chiesa,  ne  che  sia  caduto  negli 
errori  di  Paolo  di  Samosata.  Certo 
è  che  s.  Luciano  morì  in  seno  alla 
Chiesa  cattolica.  Avvegnaché  sacer- 
dote d'Antiochia,  trovavasi  Lucia- 
no a  Nicomedia,  quando  Dioclezia- 


94  LUC 

no  vi  fece  pubblicare  i  suoi  primi 
decreti  contro  i  cristiani,  ed  egli 
fu  nel  numero  degli  arrestali  per 
|a  fede.  Sembra  che  sia  rimasto 
nov*  anni  in  prigione,  poiché  secon- 
do la  relazione  di  Eusebio  non  ri- 
cevette la  corona  del  martirio  che 
dopo  la  morte  di  s.  Pietro  d' A- 
Icssandria  avvenuta  nel  3  i  i .  Con- 
dotto in  fine  davanti  al  tribunale 
del  governatore  o  dell'imperatore 
stesso,  presentò  una  dotta  apologia 
della  religione  cristiana,  laonde  fu 
rimandato  in  prigione,  e  tenuto  più 
giorni  a  digiuno  per  indurlo  a  man- 
giare delle  vivande  ch'erano  state 
oilerte  agli  idoli  ;  ma  egli  rifìutolle 
costantemente.  Tratto  un'altra  vol- 
ta dinanzi  al  giudice,  invano  si  a- 
doperarono  i  tormenti  per  ismuo- 
vere  la  sua  fermezza,  e  stette  sem- 
pre costante  nella  confessione  di  Ge- 
sti Cristo.  Alcuni  dicono  che  fu  po- 
sto di  nuovo  in  prigione  e  che  vi 
mori.  S.  Gio.  Crisostomo  ci  assi- 
cura che  fu  decapitato.  Rufino  di* 
ce  che  fu  segretamente  sgozzato  in 
prigione  per  ordine  di  Massimino  , 
che  non  osò  farlo  morire  pubbli- 
camente. Si  legge  ne'  suoi  atti  ch'e- 
gli fece  molti  miracoli,  e  che  es- 
sendo legato  e  coricato  supino  nella 
prigione,  vi  consacrò  i  divini  misteri 
sul  proprio  petto  e  dispensò  la  co- 
munione ai  fedeli  ch'erano  presen- 
ti. Secondo  s.  Gio.  Crisostomo  ed 
alcuni  altri  antichi  autori  il  mar- 
tirio di  s.  Luciano  avvenne  il  dì 
7  di  gennaio,  che  dovette  essere 
del  3 1 2,  giacche  soffrì  nella  per- 
secuzione di  Massimino.  Il  suo  cor- 
po fu  seppellito  nel  borgo  di  Dre- 
pano  in  Bitinia,  ove  dipoi  Costan- 
tino il  Grande  fece  fabbricare  la 
città  di  Elenopoli.  La  chiesa  d'Ar- 
les  pretende  avere  le  reliquie  di 
s.  Luciano.  Ella  crede    che    Carlo 


LUC 

Magno,  a  cui  furono  portate  d.-d- 
l'orierite,  ne  facesse  il  trasporto  nel- 
la chiesa  eli*  egli  avea  fatto  fabbri- 
care in  onore  del  santo  ad  Arlcs. 
B   onorato  a'  7   di   gennaio. 

LUCIDI  Luigi,  Cardinale.  Lui- 
gi Lucidi  di  Lucca  dal  Pontefice 
Calisto  II  nel  dicembre  del  iis3 
fu  creato  cardinale  dell'ordine  dei 
preti,  e  litolare  della  chiesa  di  s. 
Clemente,  non  che  legato  della  san- 
ta Sede.  Non  mancano  scrittori  che 
d nliitano  senza  fondamento  del  car- 
dinalato di  Lucidi,  e  tra  gli  altri 
il  Rondinini  nella  storia  Des.  Cle- 
mente ejatque  basilica  p.   345. 

LUCI  FERI  ANI  .  Furono  così 
chiamali  quei  che  aderirono  allo 
scisma  di  Lucifero  vescovo  di  Ca- 
gliari in  Sardegna,  d'  altronde  il- 
lustre per  dottrina  e  virtù,  scisma 
che  accadde  nel  IV  secolo  della 
Chiesa.  Dopo  la  morte  dell'impera- 
tore Costanzo  fautore  degli  ariani, 
Giuliano  l'Apostata  che  gli  successe 
nell'anno  36 1,  restituì  ai  vescovi 
esiliati  la  libertà  di  ritornare  alle 
loro  sedi.  Nell'anno  seguente  s.  A- 
tahasio  di  Alessandria,  ed  Eusebio 
di  Vercelli,  con  intenzione  di  ri- 
stabilire la  pace,  congregarono  un 
concilio  in  Alessandria,  nel  quale 
fu  deciso  di  ricevere  nella  comu- 
nione i  vescovi  che  in  quello  di 
Rimini  aveano  per  debolezza  tradi- 
to la  verità  cattolica,  ma  che  con- 
fessavano la  loro  colpa.  Questa  ra- 
dunanza deputò  Eusebio  acciò  si 
portasse  a  calmare  le  divisioni  che 
regnavano  nella  chiesa  d'Antiochia, 
dove  alcuni  erano  attaccali  al  lo- 
ro vescovo  Eustazio,  eh'  era  stato 
scacciato  dalla  sua  sede  per  la  sua 
adesione  alla  fede  cattolica,  gli  altri 
a  Melezio,  i  quali  dopo  essere  sta- 
ti del  partito  de'semi-ariani,  erano 
ritornati  a  questa  slessa  fede.  Luci- 


LUG 
fero  invece  di     portarsi    con  Euse- 
bio al  concilio    di  Alessandria,  era 
andato  direttamente   ad  Antiochia, 
ed   avevavi    ordinato    per     vescovo 
Paolino,  sperando  che  le  di  lui  vir- 
tù    accorderebbero     i   due     partili. 
Questa  scelta  spiacque  alla  più  par- 
te de'vescovi  di  oriente,  ed  accreb- 
be la  turbolenza  ;  poiché  invece  di 
due  vescovi    e    due    partiti,    se  ne 
formò     un    terzo.     Lucifero     offeso 
perchè  Eusebio  e  gli  altri  non  ap- 
provarono   ciò    che    aveva    fatto, 
separossi  dalla  loro  comunione,   ne 
volle  aver  alcuna  società  coi   vesco- 
vi ammessi  alla  penitenza,    né  con 
quelli  che  ad  essi  avevano  fatta  la 
grazia.  Pure  i  segni  di  pentimento 
che    aveano    dato    i    primi    rende- 
vanli  degni  della   indulgenza  de'lo- 
ro    col  leghi.    In    tal     guisa     questo 
prelato  turbò  la  Chiesa  con  un  ec- 
cedente rigorismo,  e  perseverò  nel- 
lo scisma  sino  alla  morte,  mentre 
avvi  chi    sostiene    che    si     riunisse 
alla  Chiesa   prima  del  punto  estre- 
mo.   Quelli    che  lo    difendono    di- 
cono che  non    gli  si     rinfacciò  al- 
cun errore  sul  domma,  perchè  i  di 
lui  aderenti  furono    meno    riserva- 
ti; uno  tra  essi  nominato  Ilario,  dia- 
cono in  Roma,  asseriva  che  gli  a- 
riani,  come    gli  altri  eretici    e  gli 
scismatici,  dovessero  essere  ribattez- 
zati,   quando  ritornavano    nel  seno 
della  Chiesa  cattolica.  Solidamente 
s.    Girolamo    lo    confutò    nel    suo 
dialogo  contro    i  lucìjerianì  ;    sos- 
tenne   che    i  padri  di  Rimini  non 
aveano    peccato  che    per  sorpresa  ; 
e  che  il  loro  cuore  non    era  stato 
complice    della     loro    debolezza,  le 
quali  sue  prove  sono  principalmen- 
te tratte  dagli  atti  dello  stesso  conci- 
lio.    I     luci  feria  ni     erano    dispersi 
nella  Sardegna  e  nella  Spagna  ;  altri 
dicono  anche  nelle  Gallie,  a  Treve- 


LUC  95 

ri,  in  Roma,  in  Egitto,  in  Africa  in 
picciol  numero.  In  un  memoriale 
che  presentarono  agl'imperatori  Teo- 
dosio ,  Valentiniano  ed  Arcadio, 
professarono  di  non  voler  comu- 
nicare né  con  quelli  che  avea- 
no acconsentito  all'  eresia,  ne  con 
quei  che  accordavano  loro  la  pace; 
asserivano  che  il  Papa  s.  Damaso 
I,  s.  Ilario  di  Poitiers,  s.  Atanasio 
e  gli  altri  confessori,  ricevendo  al- 
la penitenza  gli  ariani  aveano  tra- 
dito la  verità.  Siccome  lo  scisma 
degenera  ordinariamente  in  eresia, 
i  luciferiani  avrebbero  potuto  esse- 
re accusati  di  tutti  gli  errori  che 
furono  attribuiti  a  Lucifero  da  di- 
versi scrittori,  per  esempio  di  cre- 
dere che  l'anima  era  generata  per 
transfusione,  nata  dalla  carne  e 
dalla  sostanza  eterna.  In  una  pa- 
rola, molti  hanno  accusato  Lu- 
cifero e  molti  lo  hanno  difeso.  In 
Sardegna  viene  a  lui  tributato  un 
culto  pubblico  e  religioso,  senza  che 
la  Chiesa  romana  l'approvi  o  disap- 
provi :  la  sua  festa  è  celebrata  a'20 
maggio  ,  ma  alcuni  congetturano 
che  tale  culto  abbia  per  oggetto 
un  altro  vescovo  dello  stesso  nome, 
che  fu  confessore  e  martire  duran- 
te la  persecuzione  de' vandali. 

LUCIFERO.   V.    Demonio. 

LUCINI  Luigi  Maria,  Cardinale. 
Fr.  Luigi  Maria  Luciti i  nobile  di 
Como,  ma  nato  in  Milano  da  rag- 
guardevoli genitori  a'i5  luglio  1666, 
professò  nell'ordine  domenicano,  e 
dopo  esservisi  distinto  pe'suoi  ta- 
lenti, fu  giudicato  capace  d'  inse- 
gnare sopra  le  cattedre  del  mede- 
simo. Chiamato  a  Roma,  fu  asse- 
gnato per  compagno  del  p.  com- 
missario del  s.  oMìzio,  e  poi  spe- 
dito inquisitore  a  Novara,  dove  es- 
sendosi diportato  con  integrità  e 
valore  ,    venne     da    Clemente    XI 


96  LUG 

nel  1714  eletto  commissario  ge- 
nerale della  santa  romana  inquisi- 
zione. Dopo  trenta  anni  di  tale 
impiego,  Benedetto  XIV  a' 9  set- 
tembre 1743  lo  creò  cardinale  pre- 
te, col  titolo  di  san  Sisto,  anno- 
verandolo alle  eongregazioni  del  s. 
oflìzio,  de'riti,  dell'indice,  e  ad  altre. 
Innalzato  a  tale  eminente  dignità, 
si  mantenne  costantemente  simile 
a  se  stesso,  ritenendo  la  medesima 
religiosa  umiltà  ed  affabilità.  Ma 
dopo  solo  sedici  mesi  di  cardina- 
lato morì  placidamente  in  Roma 
a' 17  gennaio  174^,  d'anni  ottanta 
non  compiti,  ed  ebbe  la  tomba 
nella  sua  chiesa  titolare  di  s.  Si- 
sto ,  con  un  magnifico  epitaffio. 
Questo  cardinale  diede  alla  luce 
parecchie  opere,  per  la  più  parte 
teologiche,  che  non  ebbero  però 
l'applauso  di  tutti,  come  si  espri- 
mono il  Cardella  ed  il  Novaes.  Di 
lui  abbiamo  pure  :  Esame  e  dife- 
sa del  decreto  pubblicato  in  Pori- 
dichery  da  monsignor  Carlo  Tom- 
maso di  Tournon,  patriarca  di 
Antiochia  ,  commissario  e  visita- 
tore apostolico  con  podestà  di  le- 
gato  a  latere  nelle  Indie  orientali^ 
impero  della  Cina  ed  isole  adiacen- 
ti,  Roma    1728. 

LUCIO  (s.),  re  nella  Gran  Bre- 
tagna. Ignorasi  in  qual  parte  di 
questa  isola  abbia  regnato  ;  ma 
sappiamo  da  Beda,  che  sotto  gli 
imperatori  Marco  Antonino  Vero 
ed  Aurelio  Commodo,  un  re  breto- 
ne di  nome  Lucio,  scrisse  al  Papa 
s.  Eleuterio  per  pregarlo  di  pro- 
curargli i  mezzi  d'  istruirsi  nella 
religione  cristiana.  Ciò  dev'essere 
avvenuto  circa  l'anno  182.  Beda  ag- 
giunge, che  il  Papa  corrispose  al- 
la sua  domanda,  e  che  i  bretoni 
professarono  tranquillamente  il  cri- 
stianesimo infiuo  alla    persecuzione 


LUC 

di  Diocleziano.  Lucio  fu  dunque 
il  primo  re  cristiano  dell'  Europa, 
quantunque  il  cristianesimo  fosse 
già  penetrato  nella  Gran  Bretagna 
al  tempo  degli  apostoli.  Alcuni 
moderni  pensano  che  Lucio  sia  un 
prenome,  e  che  il  re  bretone  non  lo 
abbia  preso  che  dopo  aver  rice- 
vuto il  lume  della  fede.  I  gallesi 
lo  chiamano  Lever  Maur,  cioè  a 
dire  gran  luce.  Parecchi  storici  di 
Baviera  e  d' Alemagna  pretendono 
che  Lucio,  avendo  rinunziato  alla 
corona,  predicasse  la  fede  nel  No- 
rico,  nella  Vindelicia  e  principal- 
mente ad  Augusta;  che  essendo 
stato  cacciato  di  là,  annunziasse  il 
vangelo  nella  Rezia,  e  soprattutto 
a  Coirà.  Ma  l'opinione  più  proba- 
bile è,  che  non  si  sa  quale  sia  il 
Lucio  che  predicò  la  fede  nei  pae- 
si di  cui  parlasi  qui,  e  che  fon- 
dò   la  chiesa    di  Coirà,    la    quale 

10  ha  sempre  onorato  tra'  suoi  pri- 
mi apostoli.  Mentre  egli  esercitava 
le  funzioni  di  missionario  presso  i 
grigiori  ,  questi  infedeli  lo  sforza- 
rono a  darsi  alla  fuga.  Dicono  che 
alla  fine  cadde  in  mano  de'  per- 
secutori, e  fu  decapitato  nella  for- 
tezza di  Martiola,  circa  la  fine  del 
secondo  secolo.  Avvi  presso  Coirà 
un  antico  monastero  che  porta  il 
nome  di  s.  Lucio.  Ad  Angusta  si 
custodisce  parte  delle  sue  reliquie. 

11  martirologio  romano  fa  menzio- 
ne di  s.  Lucio  re  nella  Bretagna 
ai  3  dicembre,  e  in  tal  giorno  la 
diocesi  di  Coirà  ne  celebra  la  festa 
con  grandissima   solennità. 

LUCIO  (beato).  Era  un  mer- 
cante dei  dintorni  di  Firenze,  e 
viveva  occupato  nelle  coutese  po- 
litiche dei  guelfi  e  dei  ghibellini 
che  laceravano  allora  l'Italia,  quan- 
do avendo  udito  un  sermone  che 
fece  s.  Francesco,  rinunziò  al  coni- 


LUC 

mercio  e  alla  politica,  prese  l'abito 
del  terzo  ordine  della  penitenza, 
di  cui  fu  il  primo  membro,  e  si 
dedicò  interamente  al  servigio  di 
Dio.  Passò  il  resto  de'  suoi  giorni 
nella  pratica  delle  virtù  cristiane, 
esercitando  le  opere  di  misericor- 
dia, e  facendo  abbondanti  elemosi- 
ne. La  sua  beata  morte  avvenne 
l'anno  1232.  Innocenzo  XII  per- 
mise di  farne  1'  uffizio  3  e  la  sua 
festa  è  posta  ai    i5  d'aprile. 

LUCIO  (s.),  martire.   V.  Tole- 

MEO    (S.). 

LUCIO  (s.),  martire.  V.  Monta- 
no (s.). 

LUCIO  I  (s.),  Papa  XXIII.  Eb- 
be per  padre  Porfirio,  romano  di 
nascita,  altri  Io  dicono  prete  roma- 
no. Tuttavolta  s.  Lucio  I  si  chiama 
natìone  tuscus,  de  civilale  Luca 
ex  patre  lucìno,  nel  codice  vati- 
cano 3764  delle  Vite  dei  romani 
Pontefici  da  s.  Pietro  fino  ad  Adria- 
no II.  Tanto  pur  leggesi  nella  sua 
vita,  t.  I  marti i,  Bolland.  p.  3oi. 
Fu  creato  probabilmente  Papa  a 
Civitavecchia,  ove  avea  seguito  il 
Papa  s.  Cornelio  nell'esilio,  ai  20 
ottobre  dell'  anno  i55.  Si  vuole 
che  egli  comandasse  nuovamente 
che  i  ministri  dell'altare  si  eleggesse- 
ro continenti,  e  determinasse  che 
niuno  di  essi  potesse  abitare  con 
femmine,  delle  quali  non  fossero 
parenti  in  prossimo  grado;  e  che 
niuno  de'medesimi  entrasse  solo  in 
casa  di  donne,  riè  parlasse  con  es- 
se da  solo  a  solo,  sotto  pena  di 
essere  deposto  esso  dal  grado,  ed 
essa  esclusa  dall'ingresso  nella  chie- 
sa. Dicesi ,  che  ad  esempio  di  s. 
Evaristo,  volle  che  due  preti  e  tre 
diaconi  accompaguassero  il  Ponte- 
fice romano  per  servire  di  testimo- 
ni della  sua  vita;  al  qual  decreto 
diedero  cagione  le  calunnie  del  pri- 

TOL.    IL. 


LtC  97 

mò  antipapa  NovaZiano,  contro  il 
Santo  Pontefice  Cornelio.  Le  due 
lettere  a  s.  Cipriano,  ed  ai  vescovi 
della  Francia  e  della  Spagna,  sono 
tenute  apocrife.  Ch'egli  abbia  scrit- 
to lettere  decretali,  si  ha  dàWepist. 
67  di  s.  Cipriano,  ma  esse  sono 
perile:  s.  Lucio  scrisse,  al  dire  di 
alcuni,  anche  un'  altra  epistola* 
a  s.  Cipriano;  nella  prima  Io  con- 
solò della  sua  sciagura,  nella  se- 
conda si  congratulò  del  suo  ritor- 
no alla  propria  sede.  Irì  due  or- 
dinazioni nel  dicembre  creò  set- 
te vescovi,  quattro  preti  e  quattro' 
diaconi.  Governò  un  anno,  quattro 
mesi  e  dodici  giorni,  e  durante 
questo  breve  spazio  di  tempo  mol- 
to soffrì  per  parte  dei  persecutori 
che  lo  scacciarono  dalla  sua  sede; 
vi  ritornò  e  mori  a'  4  marzo  del 
257,  e  fu  sepolto  nel  cimiterio  dì 
Calisto.  Il  Pagi,  Brev.  Roni.  Pont. 
in  Lucio,  lo  annovera  tra  i  confes- 
sori, perchè  nel  piccolo  indice  del- 
la deposizione  de'martiri,  presso  il 
Bucherio,  non  si  ritrova  ;  bensì  iti 
quello  della  deposizione  de' vescovi; 
e  però  quando  s.  Cipriano  Io  dice 
martire,  ciò  deve  intendersi  per 
aver  egli  sofferto  l'esilio  per  Gesù: 
Cristo,  ma  non  la  morte.  Celebrasi 
la  sua  festa  in  diversi  luoghi  ai 
4  di  marzo,  ed  in  altri  ai  25  a- 
gosto.  Il  suo  corpo  si  venera  nel- 
la chiesa  di  s.  Cecilia  di  Roma. 
Vacò  la  santa  Sede  sei  giorni. 

LUCIO  II,  Papa  CLXXIII.  Ghe- 
rardo  o  Giraldo  della  nobile  fami- 
glia Caccianemici  dell'Orso,  nacque 
in  Bologna.  Tra  le  più  antiche  fami- 
glie di  tale  illustre  città  figurò  ivi 
grandemente  la  famiglia  Orsi.  I  di- 
scendenti d'un  Alberto  d'  Orso  si 
suddivisero  in  diversi  rami  e  furo- 
no cognominati  Caccianemici,  Savi, 
Savioli,  Odaldi,  Figliuocari,"  Bvai- 
7 


98  LUC 

guerra,    da  sani'  Alberto,  ed  Orsi. 
Lucio  II   fu  del  ramo  de  'Caccia  ne- 
mici,  ed  ebbe  sua    casa  nella     via 
de'  Toschi,  presso  la  via  Foscarari. 
In    giovanile  età    si  fece    canonico 
regolare  di    s.    Maria    del    Reno, 
ovvero  di  s.  Agostino,  o  della  con- 
gregazione di  s.   Frediano  di  Luc- 
ca, essendo  diverse  le  opinioni  degli 
scrittori.  Per  le  sue  eccellenti  qua- 
lità   meritò    che  Onorio  II,    nelle 
tempora    di     dicembre    ii?,5,     lo 
creasse    cardinale    dell'ordine    dei 
preti ,    colla  chiesa  di    s.  Croce  in 
Gerusalemme  per  titolo,  al  dire  del 
Besozzi  nella  storia  di  essa  a  p.  i34, 
mentre  a  p.    101   scrive  che  vi  fu 
ordinato  prete  e    che  la    fece  rin- 
novare dai  fondamenti,  aggiungendo 
il  Cardelia  che  l'accrebbe  di  rendi- 
te,  di  edilizi  e  di  ricche  suppellet- 
tili., fondandovi    un  monastero  pei 
canonici    regolari  ch'ei    riformò    e 
ridusse    alla    monastica    disciplina, 
sulla  norma   di    quelli  di  s.    Fre- 
diano di  Lucca.  Siccome  uomo  in- 
signe per    umiltà,  mansuetudine    e 
dottrina,     lo  stesso    Onorio  II  nel 
1127    lo  adoperò  con    grandissimo 
vantaggio    della    cattolica   religione 
nella  legazione  di  Germania,  dove 
tra  le  altre  cose  che  sapientemente 
vi  stabilì,  merita  s'ingoiar  riflessio- 
ne l'aver    collocato  sulla    cattedra 
arcivescovile  di  Magdeburgo  s.  Nor« 
berto  fondatore  de'premonstratensi. 
Nell'anno  seguente  lo  stesso  Onorio 
II  gli    appoggiò  la    rettoria  di   Be- 
nevento, quantunque    altri  pensino 
che  tal   commissione    fosse  affidata 
a  Gerardo    diacono  cardinale  di  s. 
Lucia  in    Septisolio;  ad    onta   che 
quella  città    fosse    travagliata    dal- 
l' autipapa    Anacleto  II  e  da  Rug- 
giero  re  di    Sicilia,  non  isgoraenlò 
però  lo  zelo    dell'  intrepido    cardi- 
nale, che  nel   1137  la  ridusse  alla 


LUC 

piena  obbedienza  d'  Innocenzo  II. 
Quotiti  Papa  di  nuovo  lo  spedì  in 
qualità  di  legato  apostolico  alla  die- 
ta di  Spira,  insieme  con  Pietro 
cardinale  del  titolo  di  s.  Marcello. 
Tornato  da  essa,  venne  in  gravi  e 
rilevanti  affari  occupato,  e  promos- 
so alla  carica  di  cancelliere  e  bi- 
bliotecario di  s.  romana  Chiesa.  Ol- 
tre a  ciò  si  adoperò  gagliardamen- 
te per  ri  movere  Rainaldo  abbate 
di  Monte  Cassino  fautore  dell'anti- 
papa, dal  governo  di  quel  famoso 
cenobio,  come  dopo  molti  contra- 
sti e  fatiche  alla  fine  ne  venne  a 
capo,  essendosi  dato  luogo  alla  e- 
Iezione  del  nuovo  abbate,  che  cad- 
de nella  persona  di  Guidobaldo,  ed 
alla  quale  egli  presiedè  in  nome  di 
Innocenzo  li  che  prontamente  lo 
confermò.  Alla  morte  di  tal  Papa  si 
vuole  che  lo  eleggesse  camerlengo, 
affidandogli  i  beni  della  Chiesa  ro- 
mana. Per  attestato  di  Ottone  di 
Frisinga,  il  cardinale  dimostrossi 
in  ogni  circostanza  di  tanta  pru- 
denza, sapere,  magnanimità  e  de- 
strezza in  ogni  affare,  che  a  pre- 
ferenza di  ogni  altro  fu  giudicato 
degno  del  supremo  pontificato  . 
E  di  fatti,  dopo  aver  favorita  col 
suo  voto  l'elezione  d'  Innocenzo  II 
e  di  Celestino  II,  egli  pure  venne 
proclamato  Papa  a' 12  marzo  1  1 44» 
e  col  nome  di  Lucio  II  consacra- 
to nello  stesso  giorno,  eh'  era  di 
domenica. 

Ricevette  Lucio  II  dal  re  di  Por- 
togallo Alfonso  I,  eh'  egli  chiama 
soltanto  conte,  il  suo  stato  feuda- 
tario alla  Chiesa  romana,  coli'  an- 
nuo censo  di  quattro  oncie  d'  oro. 
Avendo  i  saraceni  nel  1  1 44  preso 
Edessa  o  Orfa,  il  Pontefice  ne 
pianse  la  perdita.  Terminò  la  con- 
tesa insorta  tra  V  arcivescovo  di 
Tours  ed  il  vescovo  di  Dol,  intor- 


LUC 

no    all'  autorità    de'  metropolitani; 
diede  vinta  la  causa    all'arcivesco- 
vo, e  confermò  così  la  sentenza  di 
Urbano  II.    Nel    1 1 45T    chiamò  di 
Francia  in  Roma  i  monaci  cliinia- 
censi, e  diede  loro  il  monastero  di 
s.  Saba,  fondato  da    s.  Gregorio  I, 
nel  quale  mancava  l'osservanza  del- 
la regola  di  s.  Benedetto.  Trovansi 
dieci  epistole  di  Lucio  II  nelle  col- 
lezioni dei    concilili    nella  cronaca 
dell'abbazia  di  Vezelay,  ed  altrove. 
Colla  prima  comunica  egli  a  Pietro 
di  Cluny,  che  ha  fatto  una  tregua 
per  la    guerra  di     Ruggiero    re  o 
duca  di  Sicilia.  Colla  seconda    im- 
plora il  soccorso  del  re  Corrado  III, 
contro  il  popolo  romano  ch'erasi  ri- 
bellato a  sommossa  degli  arnaldisti. 
Nella  terza    e    quarta    conferma  la 
primazia  della  chiesa  di  Toledo  su 
tutte  quelle  di    Spagna.  La  quinta 
è  un  privilegio    accordato  all'abba- 
zia di    Cluny.    Nella     sesta    assog- 
getta il  monastero    di  s.  Saba   alla 
detta  abbazia.  Le    quattro  altre  ri- 
guardano l'abbazia    di  Vezelay,  ed 
il  suo  abbate  che  era  stato  ucciso. 
Ribellatisi  dunque  a  Lucio  II   i  ro- 
mani arnaldisti,  ebbero  l'ardire  di 
restaurar  l'antica  dignità  senatoria, 
ed  insieme    quella    di  patrizio   cui 
volevano  obbedire  cornea  principe, 
avendo  rivestito  di  tal  carica  Gior- 
dano, uomo  potentissimo,  con  asse- 
gnargli tutte  le  rendite  della  Chie- 
sa,   mentre    dicevano    al   Pontefice 
bastare    le    decime    e  le   oblazioni. 
Volendo    dunque    Lucio  li    repri- 
mere i  ribelli  e  scacciarli  dal  Cam- 
pidoglio,   allorché  vi  saliva  con  un 
esercito,  fu  colpito  da  una  sassata, 
per  la    ferita    della  quale    morì  ai 
s5    febbraio     1 1 4^9  e    fu    sepolto 
nella    basilica    lateranense  .     Lucio 
li    governò  undici  mesi  e  quattor- 
dici giorni,   e    in  due    promozioni 


LUC  99 

creò  undici  cardinali,  e  pel  primo 
il  suo  parente  Ubaldo  Caccianemi- 
ci  bolognese.  Piò  copiose  notizie  su 
questo  Pontefice  si  leggono  negli 
Scrittori  bolognesi  del  Fantuzzi,  voi- 
V,  p.  87  e  seg.  Vacò  la  santa  Se- 
de un  giorno. 

LUCIO    HI,    Papa    CLXXVIII. 
Ubaldo  o  Umbaldo  Allucingoli   nac* 
que    in    Lucca    da     famiglia    assai 
ragguardevole^    e     figlio  di     Bona- 
giunta.    Personaggio  rispettabile  per 
Petà,    per  senno  e    per    prudenza, 
supplì   colla    illibatezza  de' costumi 
e  con     I'  esperie/za    negli  affari,  al 
difetto  e    mediocrità  di  letteratura, 
come    avverte  Guglielmo    di  Tiro. 
Datosi  allo    stato    ecclesiastico,    fu 
fatto  canonico  della  cattedrale  nella 
propria     patria ,    quindi   fu     degno 
di  essere  da  Innocenzo  II  nel  me- 
se di  dicembre   11 4°  creato  cardi- 
nale prete    col  titolo  di  s.    Prasse- 
de,  e  poi  nel   1  1 58   fu  da  Adriano 
IV  fatto  vescovo  d'Ostia    e  Velie- 
tri,  laonde  divenne  decano  del  sa- 
cro collegio.  Distinguendosi  il  car- 
dinale per  lo  spirito  di  conciliazio- 
ne,   Innocenzo  II    Io  spedì    prima 
legato    in    Lombardia    nel     1 1 43, 
dove    in    Piacenza    decise    con  suo 
decreto    del  primo  agosto   una  li- 
te che  agitavasi  tra  il  capitolo  del- 
la   cattedrale    di    Piacenza ,    e    la 
mensa  vescovile   di    Pavia,  circa  il 
diritto    delle    decime    del    distretto 
e    della    corte    di    Portalbera    sul 
Pavese,  pronunciando  due  delle  tre 
parti  di  essa  spettare  al  detto  capi- 
tolo di  Piacenza,  e  ciò  al  cospetto 
de' vescovi  Alfano  di  Pavia  e  Ardoi- 
110  di  Piacenza,  non  che  di  Giovan- 
ni   proposto    della    cattedrale,  e  di 
altri  personaggi    sì  ecclesiastici  che 
secolari.  Quindi  collo  stesso  carat- 
tere   fu    inviato    da    Innocenzo  II 
nelle  Gallie,  e  poi  da  Eugenio  III 


ioo  LUC 

in  Sicilia  insieme  col  cardin.il  Gio- 
vanni napoletano,  il  quale  Lisciato- 
si sedurre  e  corrompere  dall'  oro, 
pronunziò  sentenza  favorevole  a 
prò  di  chi  lo  avea  guadagnato; 
lo  che  saputosi  dal  cardinale  Al- 
lucingoli,  non  volle  prendere  parte 
nel  di  lui  giudicato.  In  seguito  lo 
spedì  Alessandro  III  insieme  con 
due  altri  cardinali,  col  medesimo 
titolo  di  legato  all'imperatore  Fe- 
derico I,  fautore  ostinato  dello  Sci- 
sma di  Vittore  V  antipapa.  Nien- 
te però  potè  ottenere  per  allora 
da  quel  principe,  ma  quando  ri- 
tornò alla  sua  corte  in  compagnia 
del  cardinal  Raniero  di  s.  Giorgio, 
gli  riuscì  felicemente  di  ridurlo 
in  Pavia  all'obbedienza  del    Iccritti- 

o 

rao  Pontefice.  Indi  ricusò  quell*  o- 
ro  che  Enrico  li  re  d'Inghilterra 
fece  offrirgli,  oltre  al  cardinal  Gia- 
cinto Bobone ,  per  mezzo  del  suo 
ambasciatore  in  Roma,  affinchè  lo 
favorisse  nella  causa  che  quel  prin- 
cipe agitava  contro  s.  Tommaso 
arcivescovo  di  Cantorbery.  Questo 
santo  fece  di  ciò  onorevole  menzio- 
ne in  una  sua  lettera,  dicendo  che 
l'Allucingoli  ed  altro  cardinale,  an- 
ziché ricevere  denari  dal  re,  impie- 
gavano le  proprie  sostanze  in  sol- 
lievo de'poveri  cattolici  perseguita- 
ti in  quel  reame.  Alla  fine  dopo 
aver  contribuito  col  proprio  suffra- 
gio all'  elezione  dei  Pontefici  Cele- 
stino II,  Eugenio  III,  Anastasio  IV, 
Adriano  IV,  ed  Alessandro  III,  al- 
le bolle  de'  quali  come  a  quelle 
pure  d'Innocenzo  II  appose  la  sua 
soscrizione ,  egli  medesimo  rimase 
eletto  Papa  in  Velletri  il  dì  pri- 
mo settembre  1181,  dai  cardinali 
senza  Y  intervento  del  clero  e  del 
popolo,  ed  ivi  coronato  col  nome 
di  Lucio  III  ai  G  settembre,  ben- 
ché  per    la    vecchiaia    ripugnasse 


LUC 

accettare  :  dicesi  che  il  nome  Io 
prese  per  onorare  la  patria  Lucca 
o  Luca. 

Giunto    in    Roma,    poco    tem- 
po vi    dimorò,     temendo    qualche 
affronto    dai   romani    che  si  rivol- 
tarono  contro    di    lui,    per  non  a- 
ver  egli  voluto  osservare  certi  costu- 
mi praticati  dai    predecessori,    cioè 
non  volle  contribuire   que*  presenti 
che  solevansi  fare  al  popolo  dal  nuo- 
vo Papa  ;  altri  dicono  essere  il  po- 
polo malcontento  perchè  l'immedia- 
to    predecessore     1*  avea    spogliato 
dell'intervento  all'elezione  pontificia. 
Tuttavolta  per  una  sedizione  mos- 
sa dal  senatore  di  Roma,  non  dai 
consoli,  ritornò    Lucio    III   in  Vel- 
letri,  dove  nel     1 182    assolvè    Gu- 
gliemo  re  di   Scozia,    dalla  scomu- 
nica  lanciatagli  dall'  arcivescovo  di 
York,     perchè     erasi     opposto  alla 
consacrazione    di     Giovanni    eletto 
vescovo    di  s.  Andrea  nella  Scozia. 
Canonizzò  in  Segni  s.  Brunone  ve- 
scovo di     quella  città.   Il  Gigli  nel 
Diario  sanese    p.  4^2,     scrive  es- 
servi fondamento  da  credere  che  il 
b.   Giacomo    Piccolomini  romitano 
di  Lecceto  sanese,  fosse  ancora  an- 
noverato tra'  santi  da  questo  Pon- 
tefice, insieme  con   s.  Galgano,    di 
cui  fu    grande  amico;    ma  il  No- 
vaes  desiderò    che    il  Gigli    avesse 
prodotto    documenti    più.  autentici. 
Nel    11 83  Lucio  III  eresse  in  me- 
tropoli la  chiesa   vescovile  di  Mon- 
reale. Da  Velletri  il  Papa  si    recò 
in  Anagni,  dove  celebrò  la  festa  di 
Natale,  e  quindi   tornato  in  Roma 
per  pacificare  gli  abitanti,  per  nuo- 
ve  discordie  fu    costretto   partirne, 
avendo  inutilmente  tentato  amicarsi 
i  malcontenti    con  abbellire  la  cit- 
tà ;  ed  a   molti  suoi  seguaci    furo- 
rono  cavati   gli  occhi.    11  Muratori 
dice  che  agli    8  luglio  11 85   con- 


LUC 

secrò  la  cattedrale  di  Bologna,  ed 
il  Fellone  che  ai  22  di  detto  me- 
se consecrò  in  Modena  la  nuova 
cattedrale,  quindi  proseguì  il  viag- 
gio per  Verona.  In  questa  città  si 
abboccò  colfimperatore  Federico  I 
sopra  gli  affari  della  repubblica 
cristiana,  e  di  suo  concerto  emanò 
una  bolla  per  1'  estirpazione  del- 
l'eresie, e  suir  Inquisizione  [Fedi) 
da  lui  più  formalmente  stabilita. 
Continuando  la  sua  dimora  in 
Verona  vi  celebrò  un  concilio:  in 
esso  il  Papa  scomunicò  coloro  che 
in  Roma  l'avevano  oltraggiato,  od 
aveano  usato  crudeltà  contro  certi 
chierici;  ammise  nel  concilio  gli 
inviati  di  Palestina  ,  eh'  esposero 
il  tristo  stato  degli  affari  de'crociati. 
Lucio  III  non  potè  ottenere  che 
delle  lettere  pei  re  di  Francia  e 
d'Inghilterra;  ma  le  dissensioni  dei 
principi  latini  di  oriente  si  oppo- 
sero al  prediletto  suo  disegno  di  con- 
giungere fra  loro  i  principi  d'occi- 
dente, per  vigorosamente  resistere 
ai  saraceni,  che  già  erano  penetrati 
a  poca  distanza  da  Gerusalemme. 
Emanò  un  decreto  contro  gli  ere- 
tici catari  e  patarini,  i  quali  erano 
una  nuova  setta  di  manichei.  Na- 
ta questione  tra  due  pretendenti 
nella  vacanza  della  chiesa  di  Tre- 
veri,  la  controversia  non  fu  decisa, 
dappoiché  l'imperatore  sostenne  Ro- 
dolfo cui  die  l'investitura,  e  Vol- 
maro  ricorse  al  Papa,  onde  sette 
anni  durò  lo  scisma  in  quella  chie- 
sa. Federico  I  voleva  altresì  che 
Lucio  III  coronasse  colle  insegne 
imperiali  Enrico  VI  suo  figlio; 
ma  il  Pontefice  non  volle  farlo, 
dicendo  che  sarebbe  cosa  mostruo- 
sa, in  un  sol  corpo  veder  due  ca- 
pi. L'arcivescovo  di  Magonza  Cri- 
stiano, che  venuto  era  in  suo  soc- 
corso  con  un  esercito    di  tedeschi, 


LUC  101 

morì  tra  le  sue  braccia,  e  le  sue 
truppe  furono  battute.  Il  Papa  chie- 
se de'sussidi  all'Inghilterra,  che  gli 
mandò  alcun  denaro  pel  soccorso 
della  crociata.  Altra  discordia  col- 
l'imperalore  fu  l'argomento  dell'in- 
dipendenza dei  monasteri  delle  mo- 
nache, e  le  possessioni  della  con- 
tessa Matilde.  Or  mentre  Lucio 
III  tutto  si  applicava  all'  ottima 
amministrazione  del  suo  pontificato, 
e  non  cessava  d'invitare  i  principi  al 
soccorso  di  Terrasanta,  dopo  il  go- 
verno di  quattro  anni,  due  mesi, 
ventitre  o  dieciotto  giorni  computati 
dalla  consecrazione,  morì  in  Verona 
ai  25  novembre  1 185.  Il  Papebro- 
chio  in  Propylaeo  par.  II,  p.  28,  di- 
ce che  fu  creato  a'  29  agosto,  co- 
ronato ai  3o  deli  181,  che  gover- 
nò quattro  anni,  due  mesi  e  ven- 
totto  giorni.  Nella  cattedrale  con 
gran  pompa  fu  tumulato  col  se- 
guente epitaffio,  che  fa  conoscere 
la  miseria  delle  lettere  a  quell'età. 

Luci  Luca  dedit  orlum  ,  ponti- 
ficatimi 

Ostia,  papatum  Roma,  Verona 
mori. 

Immo  Verona  dedit  veruni  ubi 
vivere,  Roma 

Exilium ,  curai  Ostia ,  Luca 
mori. 

Obiit  s.  Pater  D.  D.  Lucius 
Papa  IH. 

A.  MCLXXXV  die  XXV  no, 
vembris. 

Questo  epitaffio  si  legge  nel  Tin- 
to lib.  V,  De  nobilitate  Veronensi; 
nell'Aldoino  addii,  ad  Ciacconiuni 
coll'aggiunta  del  tempo  della  morte 
om messa  dal  Tinto  ;  ed  in  Tolomeo 
da  Lucca,  Hist.  eccl.  lib.  XX,  cap. 
34,  ìnter  Script,  rerum  Italie,  p. 
112,   tomo    XI ,  ove   si   legge   la 


102  LUC 

sua  vita.  Il  p.  Giacobbe  riporta  l'e- 
pitaffio, ma  con  qualche  differenza 
nella  sua  Bibl.  Pont.  p.  1 55.  Do- 
vendosi poi  trasferire  le  sue  cene- 
ri nella  nuova  fabbrica  della  chie- 
sa, circa  la  metà  del  secolo  XVI, 
gli  fu  posto  altro  epitaffio,  riferito 
dal  medesimo  Tinto,  e  da  Girola- 
mo della  Corte,  Histor.  Veron.  lib. 
VI.  Lucio  IH  dovette  occupare  il 
luogo  di  Alessandro  IH,  che  avea 
finito  gloriosamente  il  suo  lungo  e 
memorabile  regno,  dopo  averlo  in 
mezzo  a  tanti  strazi  incominciato. 
Lucio  HI  avrebbe  forse  governa- 
to con  maggior  fermezza  e  pru- 
denza la  Chiesa,  in  tempi  meu 
fortunosi;  ma  egli  si  trovò  in  cir- 
costanze eh'  erano  più  forti  di  lui. 
La  rabbia  degli  eretici,  provocata 
dai  provvidi  suoi  decreti,  lo  para- 
gonarono al  luccio,  latinamente  In- 
cius,  con  sciocco  epigramma ,  es- 
sendone il  concetto,  che  il  luccio  è 
il  re,  anzi  il  tiranno  delle  acque, 
e  che  Lucio  gli  si  assomigliò  pel  no- 
me e  pel  carattere.  Lucio  HI,  giu- 
stamente encomiato  da  molti  scrit- 
tori, in  due  promozioni  creò  quat- 
tordici cardinali,  tra' quali  l'imme- 
diato successore  Urbano  HI,  e  due 
parenti  Uberto  e  Gherardo  Allu- 
cingoli  di  Lucca.  Non  vacò  la  Se- 
de apostolica. 

LUCK  (Z^/reorré/t).  V.  Luceoria. 
LU^ON  (Lucioncn).  Città  con 
residenza  vescovile  di  Francia  ,  nel 
basso  Poitou  nella  Guascogna,  ca- 
poluogo di  cantone  del  diparti- 
mento della  Vandea ,  è  situata  in 
mezzo  alle  paludi,  distante  due  le- 
ghe dal  mare,  e  centoventi  da 
Parigi.  Sorge  in  una  pianura  fertile, 
sopra  un  canale  navigabile,  che  fa 
comunicare  questa  piccola  città  col- 
la cala  di  Aiguillon,  una  delle  più 
sicure  di  questa  costa.  Le  sue  stra- 


LUC 

de  sono  generalmente  strette  e 
male  lastricate,  e  le  case  vaste  e 
comode  hanno  quasi  tutte  una  cor- 
te ed  un  giardino.  La  cattedrale 
di  gotico  siile  è  osservabile.  Vi 
sono  fabbriche  di  tele.  11  porto  può 
ricevere  i  navigli  da  8o  a  ioo  ton- 
nellate. Il  commercio  è  attivo.  Cre- 
desi  corrispondere  a  Limonimi  o 
Lucionct  de'  latini  :  chiamasi  anche 
Lusson  .  Deve  la  sua  origine  ad 
un'antica  abbazia  di  benedettini 
sotto  ['  invocazione  della  Madonna, 
che  si  pretende  fondata  da  un  cer- 
to Lucius  che  vecchie  cronache  di- 
cono, ma  a  torto,  fratello  dell'im- 
peratore Costantino.  Questa  città 
molto  soffrì  nelle  guerre  di  religio- 
ne. I  protestanti  se  ne  impadroni- 
rono nel  i568;  i  cattolici  la  ri- 
presero e  la  fortificarono,  ciò  che 
però  non  impedì  che  La  Nove  , 
capo  dei  protestanti,  non  la  sac- 
cheggiasse. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel 
1 3  i  7,  quando  il  Papa  Giovanni 
XXII  dichiarò  cattedrale  la  chiesa 
dell'abbazia,  e  collo  smembramento 
di  parte  della  diocesi  di  Poitiers 
ne  formò  un  vescovato  sulfraganeo 
della  metropolitana  di  Bordeaux,  di 
cui  lo  è  tuttora,  colla  rendita  di 
ventimila  lire.  Il  vescovo  era  si- 
gnore della  città  ed  assumeva  il 
titolo  di  barone  di  Lucon.  11  capi- 
tolo restò  regolare  sino  al  1 534  > 
in  cui  Paolo  111  lo  secolarizzò.  Era 
composto  di  undici  dignità  e  di 
ventinove  o  trenta  canonici.  La 
città  aveva  i  cappuccini  e  le  mona- 
che orsoline.  La  diocesi  contava 
duecentotrenta  parrocchie.  Il  primo 
vescovo  di  Lucon  fu  Pietro  della 
Veyne,  nominato  da  Giovanni  XXII 
nel  i3 1 7  ;  governò  la  chiesa  per 
dieciotto  anni,  e  morì  nel  1 334- 
Renalo    figlio  di    Ugo    signore    di 


LUC  LUD                   io3 

Perzages  e  terzo   visconte  di  Tho-  miliario ,    oltre    due    piccoli   semi- 

vars  fu  eletto  a  successore  di   Pie-  nari    nella    diocesi.    Questa    coni- 

tro  nel    maggio    1 334,  e  raori  ne^  prende  il  dipartimento  della  Van- 

1 353 .    Quanto    ai    successori    di  dea,  e    si  estende  per    venticinque 

Renato,    veggasi    la     Gallio,    diri-  leghe,    contenendo    diversi    luoghi. 

sliana    t.    II.     Il    celebre    cardinal  Ogni  nuovo    vescovo  è  tassato  nei 

Armando    Giovanni  du  Plessis  Ri-  libri  della  camera  apostolica  in  fio- 

chelieu    fu    vescovo   di  Lucon.  Al-  lini   370. 

l'epoca  del  concordato  di  Pio  VII  LUCUCE  o  LUCUCIA,  Lucu- 
del  1802  era  vescovo  Maria  Car-  censis  civìtas.  Sede  vescovile  della 
lo  Isidoro  de  Mercy  della  diocesi  provincia  di  Zecchia  nella  Scizia, 
di  Vienna  nel  Delfinato,  preconiz-  sotto  l'arcivescovato  di  Matriga.  Il 
zato  da  Pio  VI  a'  29  gennaio  Papa  Clemente  VI  l'eresse  in  ve- 
1776.  Soppressa  dal  Papa  a  quel-  scovato  con  alcune  altre  città  nel 
l'epoca  la  sede,  il  prelato  fu  nomi-  i349,  e  nominovvi  per  vescovo 
nato  arcivescovo  di  Bourges.  Dipoi  Giacomo  de' frati  minori.  Oriens 
il  medesimo  Pio  VII,  ad  istanza  christ.  tom.  Ili,  pag.  1 1 1 3. 
del  re  Luigi  XVIII,  nel  1817  ri-  LUDGERO  (s.),  vescovo  di 
stabilì  la  sede  vescovile  di  Lucon,  Munster.  Nato  verso  l'anno  743, 
quindi  nel  1820  no  fu  fatta  la  d'una  delle  principali  famiglie  di 
formale  erezione,  e  nel  concistoro  Frisia,  fu  educato  da  s.  Gregorio 
de'24  settembre  1821  dichiarò  ve-  d'Utrecht,  che  gli  diede  la  tonsu- 
scovo  Renato  Francesco  Soyer  del-  ra  clericale.  Ludgero  passò  poi  in 
la  diocesi  di  Angers,  già  vicario  gè-  Inghilterra,  e  vi  stette  quattr'anni 
nerale  di  Poitiers,  morto  ai  5  mag-  e  mezzo  presso  il  celebre  Alcuino, 
gio  i845.  Il  Papa  Gregorio  XVI  che  allora  reggeva  le  scuole  di 
gli  diede  per  successore,  nel  con-  York.  Ritornò  in  patria  nel  773, 
cistoro  de'  24  novembre  di  detto  e  posciachè  fu  innalzato  alla  di- 
anno,  l'odierno  vescovo  monsignor  gnità  del  sacerdozio,  impiegò  mol- 
Giacomo  Bailles  della  diocesi  di  ti  anni  a  predicare  il  vangelo  nel- 
Toulouse  e  vicario  generale  di  la  Frisia,  ove  convertì  una  mol- 
quell'arci  vescovo.  La  cattedrale,  ot-  titudine  d'infedeli  e  di  cattivi  cri- 
timo  edilìzio  di  mista  struttura,  è  stiani,  fondò  molte  chiese  e  mo- 
sotto  l'invocazione  della  Beata  Ver-  misteri.  I  guasti  che  i  sassoni  fe- 
gine  Maria.  Avvi  il  fonte  battesi-  cero  in  Frisia  Io  costrinsero  ad 
male  e  la  cura  d'anime  col  par-  abbandonare  il  paese.  Si  recò  a 
roco.  Annesso  è  il  palazzo  vescovi-  Roma,  e  rimase  tre  anni  e  mezzo 
le,  ampio  e  decente.  Il  capitolo  si  nel  monastero  di  Monte  Cassino, 
compone  di  otto  canonici  titolari,  praticandovi  tutte  le  austerità  di 
senza  dignità  e  senza  prebende  teo-  quella  casa,  sebbene  non  ne  avesse 
logale  e  penitenziaria.  Vi  sono  mol-  fatto  i  voti.  Frattanto  avendo  Carlo 
ti  canonici  onorari  ,  i  pueri  de  Magno  vinti  i  sassoni  e  conquista- 
choroy  e  gli  alunni  del  gran  semi-  ta  la  Frisia  nel  787,  Ludgero  tornò 
natio,  tutti  addetti  al  divino  servi-  nel  suo  paese,  per  continuarvi  le 
gio.  Nella  città  non  esistono  altre  sue  missioni.  Indi  annunziò  il  van- 
parrocchie,  vi  è  un  monastero  di  gelo  ai  sassoni,  e  ne  converti  un 
religiose,  l'ospedale,  ed  il  gran    se-  grandissimo  numero.    Portò  anche 


jro4  LUD 

il  lume  della  fede  nella  provincia 
di  Sudergou  ora  Westfalia,  e  vi 
fondò  il  monastero  di  Werden  nel- 
la contea  della  Marca.  Nell'anno 
802  fu  consacrato  vescovo  di  Mi- 
migardeford,  che  prese  in  seguito 
il  nome  di  Munster  dal  monastero 
ch'egli  vi  fabbricò  ad  uso  dei  ca- 
nonici regolari  che  officiarono  nel- 
la cattedrale.  Il  nuovo  vescovo  ag- 
giunse alla  sua  diocesi  cinque  can- 
noni di  Frisia  eh'  egli  aveva  acqui- 
stato a  Gesù  Cristo,  e  fondò  ezian- 
dio nel  ducato  di  Brunswick  il 
monastero  di  Helmstad,  appellato 
dipoi  dal  suo  nome.  Assai  esperto 
nella  cogniziope  della  Scrittura, 
pou  lasciava  passare  alcun  giorno 
senza  spiegarne  qualche  passo  a'snoi 
discepoli.  Egli  mortificava  il  suo 
porpo  con  rigorosi  digiuni  e  lunghe 
yeglie,  e  portava  nascostamente  il 
cilicio.  Era  dolce,  affabile  verso  i 
poveri,  ma  fermo  e  risoluto  contro 
i  ricchi  alteri  per  le  loro  dovizie, 
e  rigoroso  contro  i  peccatori  im- 
penitenti. Non  pigliando  del  suo 
patrinionio  e  delle  rendite  del  suo 
vescovato,  se  non  quanto  gli  era 
strettamente  necessario  per  vivere, 
distribuiva  il  resto  in  limosine.  Fino 
all'ultimo  momento  del  viver  suo 
continuò,  anche  ammalato,  le  funzio- 
ni del  suo  ministero,  e  mori  la  notte 
susseguente  alla  domenica  di  pas- 
sione dell'anno  809.  Ebbe  il  do- 
no dei  miracoli  e  quello  della  pro- 
fezia. Le  sue  reliquie  sono  ancora 
a  Werden,  ove  volle  esser  seppel- 
lito, e  la  sua  festa  si  celebra  ai 
26  di  marzo. 

LUDOMIRO  o  LUDMIERO  (s.), 
vescovo  di  Chalons  o  Sciallon  sulla 
Marna.  Successe  a  s.  Elafio  che  fior* 
circa  la  fine  del  sesto  secolo.  Non 
essendo  che  diacono,  sottoscrisse  coi} 
suo  fratello  l'atto  con  cui  donaro- 


LUD 

no  ambedue  alla  chiesa  di  Scial- 
lon le  terre  che  possedevano  nel 
vicinato  di  Limoges.  La  carità  e 
l'amore  della  castità  furono  le  vir- 
tù che  risplendettero  in  lui  in 
particolare  maniera.  Passò  di  que- 
sto mondo  circa  l'anno  626.  Le 
sue  reliquie  si  venerano  nella  chie- 
sa abbaziale  intitolata  a  tutti  i  san- 
ti, e  la  sua  festa  si  celebra  a  3 
d'ottobre. 

LUDOVISI  Famiglia.  V  Amy- 
denio  ci  assicura  che  la  famiglia 
Ludovisi  viene  di  Germania,  non 
solo  rispetto  all'  arme  gentilizia 
semplice  alemanna,  cioè  tre  bande 
d'oro  in  capo  dello  scudo,  il  qua- 
le è  rosso;  ma  ancora  rispetto  al 
nome,  poiché  Ludovis,  senza  mu- 
tar lettera,  in  lingua  fiamminga 
vuol  dire  savio  del  popolo;  ed  è 
cosa  facile  ne'tempi  antichi,  quan- 
do gl'imperatori  alemanni  domi- 
narono in  Italia,  che  tra  le  altre 
famiglie  che  li  seguirono  e  nel  bel 
paese  si  stabilirono,  vi  si  fermasse 
ancora  un  Ludovisi  che  vi  formò 
nobile  casa.  Ma  Pompeo  Scipione 
Dolfi  che  nel  1670  pubblicò  in 
Bologna  la  Cronologia  delle  fami- 
glie nobili  di  Bologna,  parlando  a 
p.  4^ I  della  Ludovisi,  dice  diesi 
tiene  essere  venuta  da  Firenze  in 
Bologna,  fiorendo  per  molti  uomi- 
ni savi,  essendovene  stati  nel  con- 
siglio sino  dall'anno  982^  come 
consta  da  documenti,  e  nel  quale 
con  grado  nobile  si  conservò  in 
ogni  tempo  ;  anticamente  portò  il 
titolo  di  conte,  poi  divenne  sena- 
toria. Tra  i  tanti  personaggi  illu- 
stri che  fiorirono  nella  famiglia 
Ludovisi  ,  noteremo  i  seguenti  : 
1  148  Gorisio  Ludovisi  dottore  in 
legge.  1226  fr.  Guido  di  Gio- 
vanni cavaliere  gaudente.  1292 
Bonaventura  di  Moritio  di  Giovati- 


LUD  LUD                   io5 

ni,  eletto  del  consiglio  degli  800,  perchè  essa  successe  a  suo  padre 
gonfaloniere  per  la  compagnia  mi-  Roberto  il  Saggio  nel  1 343.  1 334 
litare  de*  Varri  nel  i3oi  ;  fu  de-  Bombolongo  fu  degli  anziani,  e 
gli  anziani  e  sposò  Vermiglia  Or-  marito  di  Elena  Sangiorgi.  i34i 
satti.  1298  Morino  di  Giovanni  Tommaso  fece  pace  con  Petrutio 
gonfaloniere  de' Varri  nel  i3oi  ;  Beccadelli,  di  che  ne  godè  somma- 
fu  degli  anziani,  ed  ebbe  in  mo-  mente  la  città.  1 35o  Lodovico  o 
glie  Margherita  Toschi.  1298  Mi-  Ligo  fu  degli  anziani,  e  nel  i36o 
no  di  Giovanni  gonfaloniere  della  dal  celebre  cardinal  Egidio  Albornoz 
società  militare  delle  spade.  i3oi  legato  d' Innocenzo  VI  venne  eletto 
Lodovico  di  Giovanni^  si  maritò  camerlengo  e  priore  di  Bologna: 
con  Azzolina  Caccianemici,  fami-  fu  marito  di  Azzolina  Caccianemi- 
glia  che  nel  j  i44  avea  dato  alla  ci  e  di  Bartolomea  Castaldi,  lascian- 
Chiesa  il  Pontefice  Lucio  II.  i3oi  do  in  morte  un  valore  di  più  di 
Giacopino  di  Petrizzuolo,  fu  degli  ottantamila  ducati.  1367  Verzuso 
anziani,  e  sposò  Francia  Arduini.  fu  degli  anziani.  1376  Francesco 
i3oi  Bonaccursio  appartenne  agli  fu  gonfaloniere  dei  4oo:  Giovanni 
anziani,  ed  ebbe  due  mogli,  Ghi-  si  maritò  con  Lucia  Malabresca 
sella  Boatieri  e  Tomasella  Coda-  lucchese.  i3y8  Nicolò  di  Ligo  ca- 
gnelli  milanese.  i3o4  Giovanni  pitano  e  dottore  in  legge,  fu  degli 
sposò  successivamente  Liliana  Az-  anziani:  per  la  ricupera  di  Cento 
zoni  e  Marchesella  Perticoni.  i3io  e  della  torre  de'Cavalli,  fu  creato 
Giacomo  e  Marchesi/io  furono  dei  cavaliere  nel  1 386,  indi  gonfalo- 
160  cittadini  privilegiati,  ed  il  se-  niere  di  giustizia  e  del  consiglio 
condo  anco  anziano.  1 3  r  1  Lodo-  de'  400.  Nel  1401  creò  alcuni  ca- 
vico  cavaliere  e  ambasciatore  per  valieri  in  nome  di  Giovanni  I  Ben- 
la  repubblica  di  Bologna  in  diver-  tivoglio,  e  mori  nel  1406  a'  io 
si  luoghi.  i3i3  Ugolino  fu  citato  aprile.  Prima  di  essere  portato  al- 
dall'  imperatore  Enrico  VII  per  la  sepoltura  in  s.  Domenico,  il  suo 
causa  di  stato,  fu  monizioniere  del  cadavere  fu  posto  a  sedere  sopra 
castello  di  Vigo,  e  marito  di  Bel-  una  sedia  addobbata  di  velluto  lie- 
tezza Rodaldi,  poi  di  Lambertina  ro  avanti  la  sua  casa,  e  levato  da 
Prendiparti.  1 3 1 6  Paolo  sposo  di  quel  luogo  fu  accompagnato  alla 
Uliana  Gozzadini.  Il  Novaes  nella  sepoltura  da'  dottori,  cavalieri  e  dal 
vita  di  Gregorio  XV,  narra  che  restante  delia  nobiltà  di  Bologna, 
nel  i320  Giovanna  II  regina  di  con  otto  cavalli,  cioè  quattro  co- 
Napoli  aggregò  la  famiglia  Ludo-  perti  di  nero,  e  quattro  colla  sua 
visi  alla  nobiltà  napoletana,  anno-  arma,  con  un  gonfalone  grande, 
verando  pure  i  Ludovisi  fra  i  cin-  e  colle  sue  insegne,  scudo,  spada 
que  saggi  di  quella  città:  siccome  e  cimiero:  fu  marito  di  Lisia  A- 
è  noto  che  Giovanna  II  non  in-  reosti,  poi  di  Girolama  Mezzavacca. 
cominciò  a  regnare  che  nel  1 4 ' 4o  1387  Paolo  fu  del  consiglio  dei 
questo  deve  riportarsi  all'epoca  di  4p°-  »  3g5  Giovanni  di  Nicolò  per 
quanto  diremo  di  Giovanni  Lu-  occasione  delie  guerre  civili  si  tras- 
dovisi che  fu  pure  senatore  di  Ro-  feri  in  Francia, ove  da  quel  re  fu  fat- 
ma;  ne  si  può  la  concessione  at-  to  conte  d'Agramonte^  Agremonte  o 
tribuire    alla    regina    Giovanna    I,  Ariuionte;  poi  andato    a  Napoli  fu 


io6  LUD 

dichiarato  da  Lorenzo  Colonna  gran 
cameriere  della  regina  Giovanna  II, 
suo  luogotenente  nel  tribunale  del- 
la camera  reale  di  Sicilia  nel  i4'9> 
officio  ch'egli  amministrò  con  tan- 
ta rettitudine  e  decoro,  che  si  ac- 
quistò il  nome  d'integerrimo  giu- 
dice appresso  della  regina  e  dei 
sudditi,  laonde  fu  fatto  cittadino 
di  Napoli.  Pompilj  Olivieri,  Del 
senato  romano  p.  28 3,  scrive  che 
Giovanni  de  Ludovisiis  conte  di 
Arinonte  fu  senatore  di  Roma  nel 
14^3,  e  confermò  gli  statuti  dell'ar- 
te della  lana.  Il  Galletti  nella  sua 
Capena  p.  96,  riporta  una  senten- 
za di  Pietro  Aristotile  di  Bologna 
collaterale  nel  Campidoglio  di  Gio- 
vanni de  Ludovisiis  milite  bologne- 
se, conte  di  Arimonte  e  senatore 
di  Roma,  de'  i5  maggio  i47-4> 
sopra  una  lite  tra  Francesco  Or- 
sini signore  del  castello  di  Fiano, 
e  la  sua  zia  Rita  de'Sanguigni.  A- 
vendo  rìpatrialo,  nel  i43i  Euge- 
nio IV  lo  fece  de*  XXI  consiglieri 
per  un  anno,  nel  1 434  fa  de'dieci 
di  Balia,  nel  i436  alloggiò  in  ca- 
sa sua  il  cardinal  Prospero  Colon- 
na, nel  i439  fu  fatto  de' XVI  ri- 
formatori della  città,  e  parimenti 
nel  i44°  da  Nicolò  Piccinino  ven- 
ne eletto  de'  CXX.  11  senato  nel 
i444  l'inviò  ambasciatore  in  Fer- 
rara a  presentare  due  bacili  con 
boccali  d'argento  alla  figlia  del  re 
di  Napoli,  sposa  del  marchese  Leo- 
nello d' Este.  Giovanni  fu  pure  po- 
destà di  Siena,  marito  di  Lippa 
Mezzavacca ,  indi  di  Margherita 
Bianchetti:  divenuto  vecchio  adot- 
tò per  figlio  Beltrando  di  Lodovi- 
co Monterenzi  e  di  Lisa  sua  ni- 
pote, la  quale  era  figlia  di  Andrea 
Lodovisi  suo  fratello,  giacche  il 
proprio  figlio  Nicolò  cavaliere  pre- 
morì a  lui.    i43 1    Girolamo  cava- 


LUD 

liere,  da  Eugenio  IV  fu  fatto  dei 
XX  consiglieri  in  vece  de'  XVJ  ri- 
formatori. i434  Giacomo  fu  teso- 
riere della  città,  nel  quale  uffizio 
successe  Ver/uso.  i44°  Baldissera 
C  Nicolò  di  Fcrzuso  furono  espul- 
si da  Bologna  da  Nicolò  Piccini- 
no per  causa  di  stato.  1 44^  ^°" 
dovico  di  Ferzuso  dottore  in  legge, 
abbate  de' ss.  Na borre  e  Felice,  vi- 
cario generale  del  vescovo,  arci- 
diacono e  canonico  di  tal  chiesa, 
protonotario  apostolico,  referenda- 
rio delle  due  segnature,  poi  udi- 
tore di  rota:  morì  in  Milano  nel 
i47^,  lasciando  eredi  i  Magnani 
suoi  nipoti  che  divisero  l'eredità 
col  nominato  Beltrando.  L'  Orlan- 
di nelle  Notizie  degli  scrittori  ho* 
lognesi  p.  194,  aggiunge  che  come 
uditore  di  rota  lasciò  per  le  stam- 
pe varie  decisioni.  1 447  Beltrando 
fu  degli  anziani,  si  sposò  con  Ca- 
terina Cospi,  indi  si  fece  canonico 
regolare  con  Lodovico  suo  figlio. 
i46r  Bonaventura  fu  anziano. 
1462  fr.  Lodovico  cavaliere  gau- 
dente, anziano,  abbate  di  s.  Maria 
Castiglione  di  Parma,  in  seguito 
fu  marito  di  Francesca  Magnani. 
i5o2  Antonio  fu  anziano.  i5o6 
Girolamo  di  Beltrando  fu  senatore 
de'XL  fatto  da  Giulio  II,  indi  nel 
i5o7  col  fratello  Francesco  venne 
deputato  soprastante  in  rivedere  i 
conti  de' Ben  ti  voglio,  e  nell'anno 
seguente  andò  ambasciatore  al  Pa- 
pa :  ritornati  i  Bentivoglio,  venne 
deposto  dal  grado  senatorio  ed  uc- 
ciso. i5o8  Nicolò  di  Girolamo , 
nel  i5i4  Leone  X  Io  fece  sena- 
tore e  conte  della  Samoggia  :  era 
marito  di  Dialta  Lambertini,  fami- 
glia che  nel  174°  diede  al  Vati- 
cano un  Benedetto  XIV,  e  con- 
trollatole della  camera  di  Bologna. 
Essendo    seuatore    venne    spedito 


LCD 

ambasciatore  de'  bolognesi  ad  in- 
contrare Clemente  VII  e  poi  Car- 
lo V,  e  nella  loro  cavalcata  solen- 
ne dopo  la  coronazione  che  fece 
il  Papa  del  secondo,  cavalcò  tra  i 
XL  senatori  :  nel  suo  palazzo  al- 
loggiò il  duca  d' Alvi  del  seguito 
imperiale.  Il  palazzo  di  sua  fami- 
glia in  Bologna,  già  degli  Uguc- 
cioni,  con  torre,  fu  poi  acquistato 
dai  Tibertini,  e  passò  in  una  del- 
le eredi  Cappi.  Fu  rimodernato 
per  bella  architettura  a  spese  dei 
conti  Tibertini,  anzi  non  ha  gua- 
ri restaurandosene  la  facciata,  d'or- 
dine dell'attuale  proprietaria  Ma- 
tilde Galazzi  in  Pianegiani,  si  scuo- 
prì  lo  stemma  gentilizio  de'  Ludo- 
visij  e  con  caratteri  gotici  il  nome 
del  milite  bolognese  Giovanni  dei 
Ludovisi  senatore  di  Roma.  Altro 
palazzo  de'  Ludovisi  in  Bologna  fu 
già  nello  spazio  di  terreno  che 
ora  è  occupato  dalla  nuova  fab- 
brica delle  scuole  pie.  Tanto  si 
legge  nella  Cronaca  di  Gaetano 
Giordani. 

i524  Lodovico  dì  Girolamo 
fu  anziano,  e  col  precedente  fra- 
tello creato  conte  della  Samoggia , 
contea  di  cui  li  spogliò  Clemente 
VII  nel  i53tx;  ebbe  in  moglie 
Bernardina  figlia  del  senatore  Sas- 
soni. i54>  Pompeo  di  Lodovico  fu 
fatto  conte  e  cavaliere  dal  cardi- 
nal legato  Guido  Ascanio  Sforza 
nel  i533,  in  nome  di  Paolo  ili; 
fu  anziano  e  marito  di  Camilla 
Bianchini.  1 562  Conte  Ippolito  dì 
Nicolò,  fu  anziano  e  sposo  di  Eleo- 
nora Pucci  ferrarese,  la  quale  pas- 
sò in  seconde  nozze  con  Girolamo 
Renghiera.  Il  conte  Carlo  Girola- 
mo di  Nicolò  fu  marito  di  Pantasilea 
Albergati  che  si  sposò  poi  con 
Saulo  Guidotti.  i585  Conte  Nicolo 
fu  anziano.    i58o,  Conte  Giovanni 


LUD  107 

d'Ippolito  fu  degli  anziani.  Conte 
Lodovico  di  Pompeo  fu  cavaliere 
di  s.  Paolo,  da  Alfonso  II  duca  di 
Ferrara  fatto  cittadino  ferrarese, 
morì  in  Siena.  i5c)o  Conte  Giro- 
lamo dì  Pompeo,  fu  senatore  dei 
X  aggiunti  da  Sisto  V,  e  marito 
di  Laura  Bianca  Angelelli,  che  poi 
si  sposò  con  Ettore  Areosti  :  altri 
chiamano  Laura  Bianca  col  nome 
di  Camilla  Bianchini,  illustre  fami- 
glia bolognese.  Da  questa  e  da 
Girolamo  chiamato  pure  Pompeo 
nacque  in  Bologna  nel  i55>4  A- 
lessandro  Ludovisi  che  fu  il  prin- 
cipale lustro  e  decoro  di  sua  pro- 
sapia, per  la  potenza,  onori  e  ric- 
chezze a  cui  pervenne.  Dappoiché 
fatti  i  suoi  studi  in  Roma  ed  in 
Bologna,  il  suo  concittadino  Gre- 
gorio XIII  Boncompagni  lo  nomi- 
nò primo  giudice  del  tribunale  di 
Campidoglio,  dicendogli  essere  que- 
sto il  primario  gradino  per  cui  egli 
sarebbe  asceso  al  soglio  pontificio. 
Dopo  avere  percorso  brillante  car- 
riera nella  prelatura,  Paolo  V  nel 
1612  lo  fece  arcivescovo  di  sua 
patria  Bologna,  e  nel  16 16  car- 
dinale, rimettendogli  in  Pavia  la 
berretta  cardinalizia  per  Antonio 
Bonfioli  suo  cameriere  d'onore, 
indi  gli  conferì  l'abbazia  di  Ma- 
mona  in  Calabria,  ed  in  sua  mor- 
te fu  eletto  in  successore  a' 9  feb- 
braio «621  col  nome  di  Gregorio 
XV  per  onorare  la  memoria  di  chi 
gli  avea  pronosticato  sì  sublime  di» 
gnità.  Il  Gigli  registrò  nel  suo  Dia* 
rio,  che  a' 1 3  marzo  giunsero  in 
Roma  da  Bologna  il  fratello  del 
Papa,  conte  Orazio  senatore  bo- 
lognese., colla  moglie  Lavinia  di 
Fabio  Albergati,  e  coi  loro  figli 
Nicolò,  Lodovico,  ed  una  figlia  da 
marito  chiamata  Ippolita,  la  quale 
fu  maritala  a  Gio.  Giorgio  Aldobran- 


io8  LUD 

dini  nipote  di  Clemente  Vili,  e 
principe  di  Bassano.  L'Orlandi  di- 
ce a  p.  187,  che  abbiamo  stam- 
pata una  lettera  ufliciosa  scritta  da 
Ippolita  a  Gregorio  XV  in  favo- 
re della  famiglia  Vizani  e  di  Co- 
stanzo Vizani  commendatole  de' ss. 
Maurilio  e  Lazzaro.  Ai  9  maggio 
Gregorio  XV  si  recò  con  solenne 
cavalcata  a  prendere  possesso  della 
basilica  lateranense,  e  dopo  i  con- 
servatori di  Roma  cavalcarono  il 
conte  Orazio  suo  fratello,  e  il  figlio 
di  questi  Nicolò,  dal  Papa  dichia- 
rato suo  nipote,  ed  il  principe  Gio. 
Giorgio  Aldobrandini  egualmente 
dichiaralo  suo  nipote,  come  marito 
d'Ippolita  Ludovisi;  indi  seguiva- 
no a  cavallo  gli  oratori  ed  amba- 
sciatori de'  principi.  Inoltre  Grego- 
rio XV  fece  generale  di  santa  Chie- 
sa il  fratello  Orazio,  che  poi  spe- 
dì nella  Valtellina  con  un  corpo 
di  milizie  pontificie.  Sino  dai  i5 
febbraio  creò  cardinale  il  nipote 
Lodovico  Ludovisi,  la  cui  biogra- 
fia segue  questo  articolo,  e  ad  esso 
affidò  meritamente  tutto  il  governo 
dei  domi nii  della  santa  Sede,  ricol- 
mandolo di  cariche,  di  onori  e  di 
benefizi.  Per  riconoscenza  a  Gre- 
gorio XI li  elevò  al  cardinalato  il 
di  lui  pronipote  Francesco  Bonr 
compagni,  e  per  riguardo  a  Cle- 
mente Vili  che  lo  avea  promosso 
a  diverse  cariche,  ed  al  matrimo- 
nio del  principe  Aldobrandini  con 
sua  nipote,  conferì  egual  dignità, 
ad   Ippolito  Aldobrandini. 

Nicolò  Ludovisi  fu  innalzato  dal- 
lo zio  alla  dignità  di  generale  di 
santa  Chiesa.  A' 7  giugno  1621  fu 
comprato  il  ducato  di  Fiano  per 
scudi  duecento  ventimila  da  Ora- 
zio Ludovisi,  ed  il  cardinale  Lodo- 
vico comprò  il  principato  di  Gal- 
licano, che  sul  principia  4j  ottobre 


LUD 

1622  Cu  visitalo  da  Gregorio  XV, 
come  dicemmo  nel  voi.  XXVIII, 
p.  i4o  del  Dizionario:  il  princi- 
pato di  Gallicano,  cui  era  unito  il 
ducato  di  Zagarolo,  il  cardinale  lo 
donò  in  sua  morte  al  fratello  Ni- 
colò, e  dipoi  l' uno  e  l'altro  l'ac- 
quistarono i  Pallavicino  ed  i  Rospi- 
gliosi. Inoltre  Nicolò  sposandosi 
con  Isabella  Gesualdi,  nipote  del 
cardinal  Alfonso  Gesualdo,  morto 
decano  del  sacro  collegio  nel  i6o3, 
acquistò  grandi  ricchezze  in  Napo- 
li, col  principato  di  Venosa,  del 
quale  essa  era  erede.  Indi  Nicolò 
contrasse  un  secondo  matrimonio 
con  Polissena  Mendoza,  per  cui 
aggiunse  alla  sua  casa  il  principa- 
to di  Piombino,  di  cui  essa  era  le- 
gittima erede,  con  quarantamila 
ducati  di  annua  rendita,  oltre  l'i- 
sola d'Elba  da  lui  comprata  dal 
re  di  Spagna  Filippo  IV,  come 
narra  l'Óttieri  nella  Storia  delle 
guerre  d'Europa  t.  V,  p.  649. 
Quel  re  dichiarò  Nicolò  grande  di 
Spagna,  cavaliere  del  toson  d'oro, 
e  vigere  d'Aragona  e  di  Sardegna. 
Nicolò  divenne  poi  anche  principe 
di  Salerno.  Il  magnanimo  Grego- 
rio XV  (Fedi),  mori  agli  8  luglio 
1623,  dopo  due  anni  e  cinque 
mesi  di  lodevole  pontificato,  che 
descrivemmo  alla  sua  biografìa.  Il 
citato  Orlandi,  nelje  Notizie  degli 
scrittori  bolognesi,  opera  che  nel 
1714  dedicò  al  cardinale  Giacomo 
Boncompagni,  narra  a  p.  4^,  che 
sono  alle  stampe  varie  decisioni 
di  Gregorio  XV,  fatte  allorché  era 
uditore  di  rota,  sparse  nei  volumi 
stampati  in  Colonia  nel  1623  per 
Giovanni  Gimnico;  varie  costitu- 
zioni ecclesiastiche  e  lettere  apo- 
stoliche, tra  le  quali  una  de  Con- 
cepitone B.  M.  V.,  e  due  de  crea- 
tioiiibiis  romanorum  JPontificuni  et 


LUD 

Caesarum.  Aggiunge  ch'erano  poi 
nelle  mani  di  molli  le  istruzioni 
e  gli  avvisi  dati  al  nipote  Lodo- 
vico, citati  dall'  Oldoino,  fol.  5o. 
Indi  a  pag.  207  dice  che  Maria 
Maddalena  Ludovisi,  monaca  pro- 
fessa domenicana  in  s.  Pietro  mar- 
tire di  Bologna,  fu  autrice  della 
Raccolta  di  sacre  delizie  di  s.  Ma- 
ria Maddalena  pentita,  Bologna 
1639  pel  Ferroni.  Il  cardinal  Lo- 
dovico Ludovisi  in  Roma  eresse  la 
celebre  villa  Ludovisi,  della  quale 
parleremo  all'articolo  Ville  di  Pio- 
ma,  che  è  una  delle  più  magni- 
fiche e  sontuose  della  città,  sia 
per  ampiezza  ed  amenità,  sia  pei 
suoi  palazzi  ricchi  di  stupende  sta- 
tue  e  famosi  dipinti,  che  per  altri 
singolari  pregi.  Essa  occupa  parte 
dell'area  de'celebri  orti  di  Sallu- 
stio, e  fu  onorata  dalla  presenza 
di  molti  Pontefici,  e  Gregorio  XVI 
vi  si  recava  di  frequente  nella  sta- 
gione estiva.  Al  presente  viene  pu- 
re frequentata  dal  regnante  Pa- 
pa Pio  IX.  La  villa  dal  cardinal 
fondatore  fu  donata  al  suo  fratel- 
lo Nicolò,  e  tuttora  la  possiede  la 
sua  nobilissima  discendenza.  E  qui 
noteremo,  che  i  Ludovisi  nel  pon- 
tificato di  Gregorio  XV  edificaro- 
no in  Frascati  una  villa,  frequen- 
tata da  quel  Papa,  che  passò  poi  ai 
Conti,  ed  ora  è  del  duca  di  Brac- 
ciano d.  Marino  Torlonia,  ciò  che 
meglio  dicemmo  nel  voi.  XXVII, 
p.  i56  del  Dizionario ,  ove  a  pag. 
i5»4  parlammo  ancora  della  villa 
Soia  e  Boncompagni  di  Frascati. 
Qui  però  aggiungeremo  sulle  ville 
Ludovisi  e  Boncompagni  alcune 
altre  erudizioni.  Ho  letto  di  recen- 
te in  un  mss.  che  la  villa  Ludo- 
visi,  poi  Conti,  ora  Torlonia,  fu 
costruita  dal  cardinal  Tolomeo  Gal- 
li di  Como,   di   cui  lasciò   scritto 


LUD  109 

l'Amydenio:  Sublato  Gregorio  XIII 
quieti  se,  frugalitati,  ex  comparan- 
dis  divitiis  totum  dedit,  quas  prò- 
fec.to  congessi t  immensas,  ac  piane 
regias.  Villani  aedificavit  Tusculi 
magnificami  Pontijìcum  mansione 
dignam,  sumptuosiorem  alirniam 
in  littore  lacus ,  cui  adjecit  ma- 
gni pretii  rura,  et  municipia.  Di 
fatti  nelle  due  antiche  fontane  del- 
la villa  si  leggeva,  sedente  Grego- 
rio XIII,  e  in  alcuni  pavimenti  del 
palazzo  si  collocarono  le  armi  del 
cardinale,  il  quale  era  tanto  pauro- 
so dei  tuoni,  che  si  nascondeva 
ne' sotterranei  ogni  volta  che  face- 
va temporale,  come  narra  lo  stesso 
Amydenio.  Dopo  la  sua  morte  ac- 
quistò la  villa  il  cardinal  Lodovi- 
co Ludovisi,  che  siccome  l'abbellì 
ed  ingrandì  in  modo  di  andar  del 
pari  colle  ville  Aldobrandina  e 
Borghese,  fu  da  alcuni  chiamato 
fondatore  della  medesima,  anche 
perchè  nelle  volte  del  palazzo  vi 
furono  dipinti  i  suoi  stemmi.  La 
villa  passò  poi  in  dominio  del  du- 
ca Gio.  Angelo  Altemps,  e  nel 
principio  dello  scorso  secolo  ne  di- 
venne padrona  la  casa  Conti,  per 
compra  fattane  da  Lucrezia  Colon- 
na, moglie  del  duca  Gio.  Lotario 
Conti,  ed  i  nuovi  proprietari  vi 
fecero  la  gran  caduta  d'acqua,  la 
gradinata,  le  fontane  laterali  e  la 
peschiera.  L'attuale  signore  poi  del- 
la villa,  tolte  le  aquile  de'  Conti, 
vi  ha  sostituito  il  proprio  stemma. 
Quanto  alla  villa  Sora  o  Boncom- 
pagno,  nel  nominato  mss.  ho  letto 
che  ivi  il  celebre  Annibal  Caro  tra- 
dusse l'Eneide  di  Virgilio  in  tem- 
po di  villeggiatura.  Certo  è  che  il 
Caro  si  formò  una  villetta  nel  Tu- 
sculano,  che  chiamavasi  Caravilla, 
ove  fece  gran  parte  di  detta  tra- 
duzione in  versi  sciolti,  per  dimo- 


no  LUD 

strare  che  la  lingua  italiana  avea 
tutte  le  qualità  poetiche  che  po- 
tevano renderla  atta  all'epopea,  e 
riuscì  uno  de' capolavori  dell'italia- 
na (avella.  Inoltre  il  cardinale  Lu- 
dovisi  fabbricò  in  Roma  il  sontuo- 
so e  magnifico  tempio  in  onore  di 
s.  Ignazio,  che  descrivemmo  nel 
voi.  XIV,  p.  19Ì  e  seg.  del  Di- 
zionario, ed  ove  eresse  al  Pon- 
tefice zio  un  grandioso  e  nobile 
monumento  sepolcrale;  il  fratello 
Nicolò  eresse  la  facciata,  e  compì 
la  fabbrica  della  chiesa,  la  cui  de- 
finitiva ultimazione  I'  ebbe  però  nel 
i685.  Combinazione  ammirabile 
della  provvidenza,  che  fece  prima 
edificare  da  Gregorio  XIII  il  con- 
tiguo superbo  edilìzio  del  collegio 
romano,  e  poi  la  chiesa  dal  nipote 
di  Gregorio  XV,  le  cui  famiglie,  co- 
me andiamo  a  dire,  doveano  tras- 
fondersi in  una.  La  chiesa  è  affi- 
data come  dalla  sua  erezione  ai 
benemeriti  gesuiti,  conservandone 
il  patronato  la  nobile  famiglia  Bon- 
compagni-Ludovisi,  che  vi  ha  la 
sepoltura  gentilizia;  nelle  feste  so- 
lenni si  espongono  due  nobilissime 
e  ricche  coltri  o  portiere  o  dos- 
selli  collo  stemma  gentilizio  de'Lu- 
dovisi,  il  quale  è  pure  sopra  l'ar- 
chitrave della  porta  maggiore  nel- 
la  facciata  delia  chiesa. 

A  Gregorio  XV  successero  Ur- 
bano Vili,  e  nel  1 644  Innocenzo 
X  Pamphilj.  Rimasto  il  principe 
Nicolò  Ludo  visi  vedovo,  si  maritò 
in  terze  nozze  con  d.  Costanza  Ca- 
milla Pamphilj  nipote  del  Papa, 
perchè  figlia  di  suo  fratello,  e  di 
d.  Olimpia  Maidalchini.  Sebbene 
all'articolo  Innocenzo  X  (Fedi), 
abbiamo  detto  quanto  riguarda 
Nicolò,  e  quanto  fece  il  Pontefice 
per  lui,  qui  rammenteremo  che  lo 
dichiarò  principe  assistente    al   so- 


LUI) 

glio  pontificio,  e  generale  della  ma- 
rina e  galere  pontificie.  Nel  164^ 
Innocenzo  X  creò  cardinale  Nicolò 
AllxMgati-Ludovisi  bolognese,  pa- 
rente di  Gregorio  XV  e  cugino 
del  cardinal  Lodovico  Ludovisi,  che 
lo  chiamò  in  Koma  e  gli  diede 
il  cognome  e  lo  slemma  de'  Lu- 
dovisi, indi  morì  decano  del  sacro 
collegio.  Va  osservato  che  allorché 
erano  prelati  Alessandro  Ludovisi 
e  Giambattista  Pamphilj,  poi  Gre- 
gorio XV  ed  Innocenzo  X,  furono 
amici  intrinseci.  Narra  il  diarista 
Gigli  che  nel  i653  Innocenzo  X 
diede  al  principe  Nicolò  Ludovisio 
una  cedola  di  centomila  scudi, 
perchè  quando  egli  sposò  la  nipote 
non  ebbe  dote  alcuna.  Con  questi 
denari  egli  comprò  un  palazzo  a 
Monte  Ci  torio,  dietro  la  chiesa  di 
s.  Biagio,  e  cominciò  a  fabbricare, 
con  incorporarvi  le  case  contigue, 
ed  anche  l'abitazione  ed  il  giar- 
dino che  apparteneva  a  detta  chie- 
sa, dove  stavano  i  chierici  regolari 
somaschi,  i  quali  perciò  si  parti- 
rono, e  andarono  a  stare  tra  gli 
altri  della  medesima  congregazione 
al  collegio  dementino  in  piazza 
Nicosia.  Tale  magnifico  palazzo  lo 
comprò  dai  Ludovisi  Innocenzo 
XII  per  collocarvi  la  curia  roma- 
na, compiendone  l'edifizio:  di  que- 
sto si  tenne  proposito  nel  voi.  XIX, 
p.  43  e  seg.  del  Dizionario.  Aven- 
do divisato  Innocenzo  X  innalzare 
in  piazza  Navona  quella  mirabile 
fonte  ed  obelisco  che  ammiriamo, 
ne  ordinò  il  disegno  a  diversi  ar- 
chitetti meno  al  celebre  Bernini. 
Ma  questi  godendo  giustamente  il 
favore  del  principe  Nicolò,  ed  a- 
vendo  fatto  il  modello  che  poi  ese- 
guì, il  principe  lo  fece  collocare 
in  una  camera  del  palazzo  Pam- 
philj in  detta  piazza,   ed   allorché 


LUD 

il  Papa  vi  si  recò  il  vide,  ne  re- 
stò sorpreso,  conobbe  ch'era  una 
destrezza  del  principe,  e  ne  ordinò 
la  pronta  esecuzione.  Il  principe 
Nicolò  mori  nel  i665  e  lasciò  due 
figli;  Giambattista  Ludovisi  nato 
dalla  Pampini  j,  grande  di  Spagna 
e  cavaliere  del  toson  d'oro,  ed 
Ippolita  Ludovisi,  che  restò  erede 
del  cognome,  delle  ricchezze  e  del- 
le signorie  dei  Ludovisi,  per  essere 
morto  il  fratello  Giambattista  sen- 
za figli  :  egli  ebbe  per  moglie  la 
figlia  del  marchese  d'Airona,  e  fu 
ancora  generale  delle  galere  di  Sar- 
degna, e  viceré  delle  Indie  pel  re 
di  Spagna,  non  che  senatore  di 
Bologna.  Ippolita  sino  dal  1 63 1 
erasi  sposata  con  d.  Gregorio  Bon- 
compagni  pronipote  di  Gregorio 
XI li,  che  aggiunse  al  suo  stemma 
e  cognome  quello  de'  Ludovisi,  in 
un  a  quanto  possedevano.  Gregorio 
morì  nel  1707  senza  eredi  maschi, 
lasciando  la  sola  figlia  d.  Maria, 
che  con  dispensa  pontifìcia  sposò 
lo  zio  Antonio  Boncompagni  fra- 
tello del  defunto,  ed  in  tal  modo 
le  due  eredità  Ludovisi-Boncom- 
pagni  restarono  unite.  Da  questo 
matrimonio  nacque  Gaetano  Bon- 
compagni-Ludovisi,  che  sposatosi 
con  d.  Laura  Chigi  pronipote  di 
Alessandro  VII,  ebbe  tra  gli  altri 
figli  d.  Antonio,  e  nel  1710  Pie- 
tro Gregorio.  Siccome  d.  Giulia 
Boncompagni  figlia  del  duca  di 
Sora  d.  Gregorio  e  di  d.  Ippolita 
Ludovisi  principessa  di  Piombino 
avea  sposato  d.  Marco  Ottoboni  pro- 
nipote di  Alessandro  Vili  e  duca 
di  Fiano  per  averne  acquistato  il 
feudo  dai  Ludovisi,  alla  di  Jui 
morte  restò  nel  1725  superstite 
d.  Maria  Francesca  Ottoboni  ere- 
de di  Fiano,  la  quale  nel  1732 
sposò    il     detto    Pietro    Gregorio 


LUD  in 

Boncompagni -Ludovisi,  a  condizio- 
ne di  prendere  il  nome  e  le  ar- 
mi degli  Ottoboni  (Fedi).  In  tal 
modo  Gaetano  pei  suoi  due  figli 
Antonio  e  Pietro  Gregorio  fu  io 
stipite,  a  mezzo  del  primo  de' Bon- 
compagni-Ludovisi  principi  di  Piom- 
bino, e  a  mezzo  del  secondo  dei 
Boncompagni  -  Ludovisi  -  Ottoboni 
duchi  di  Fiano.  Gaetano  morì  ai 
24  marzo    1777. 

Da  Antonio  nacque  il  principe 
d.  Luigi  Maria  e  d.  Giuseppe;  il 
primo  ebbe  quella  illustre  discen- 
denza che  riportammo  all'articolo 
Boncompagni  {Vedi):  decorato  del- 
l'ordine di  s.  Gennaro,  gran  croce 
di  quello  di  S.Leopoldo  d'Austria, 
e  grande  di  Spagna  di  prima  clas- 
se, morì  d.  Luigi  Maria  principe 
di  Piombino  in  Roma  a'  9  maggio 
1841,  con  sentimenti  di  profonda 
pietà  cristiana,  come  si  legge  nel 
numero  38  del  Diario  di  Roma. 
Lasciò  quella  nobile  fìgliuolanza 
indicata  al  citato  articolo,  fra  cui 
il  primogenito  d.  Antonio  prin- 
cipe di  Piombino,  grande  di  Spa- 
gna di  prima  classe,  gentiluomo  di 
camera  del  re  delle  due  Sicilie, 
gran  croce  dell'ordine  di  s.  Gre- 
gorio Magno  per  benignità  del  suo 
istitutore  Papa  Gregorio  XVI;  ed 
il  secondogenito,  quinto  in  ordi- 
ne di  nascita,  d.  Baldassarre  dei 
principi  di  Piombino,  che  benefi- 
cò. Nel  numero  53  del  Diario  di 
Roma  i845»  si  riferisce  l'elogio  del- 
la virtù  del  defunto  d.  Luigi  Bon- 
compagni -  Ludovisi  principe  di 
Piombino,  «  di  quella  virtù  che  ser- 
ve d'asilo  alla  sventura;  che  non 
ha  mestieri  d'  incitamenti  a  pro- 
movere, o  di  preghiere  a  ripetere 
il  beneficio;  e  che  infine  non  pre- 
tende il  borioso  compenso  dell'al- 
trui avvilimento  ".  Nel  numero  io 


ii2  LUD 

poi    delle    Notizie  del   giorno   del 
1846  lì  legge,  che  agli    <S    marzo 
passò  agli    eterni  riposi    con    tutti 
i  conforti  della  religione    la    prin- 
cipessa d.  Maria   Maddalena   Bon- 
compagni-Ludovisi,    nata    Odescal- 
chi,  e  vedova  del  defunto  principe 
sullodato:  la  perdita  di  questa  dama 
è  stata  compianta  per  le  sue  cristia- 
ne virtù,  benignità,    pie    e   carita- 
tevoli largizioni.   La  di  lei  biogra- 
fìa viene  riportata  nell'  Album  dei 
18  aprile   1846.    Quanto    al  prin- 
cipe d.   Antonio,  aggiungiamo  alla 
fìgliuolanza  notata  all'articolo  Bon- 
onrPAGNi,  d.  Giulia,  d.  Livio  e  d. 
Ignazio.  Egli  risiede  nel  suo  palaz- 
zo Piombino,    posto  nella    via  dei 
Corso  rimpetto  alla  piazza    Colon- 
na.  In  origine  appartenne  ai  Giu- 
stini,  quindi  ai  Veralli,  poi  agli  Spa- 
da, dai  quali  l'acquistò  il  principe 
Luigi.  Questi  lo    fece  ristorare    fa- 
cendovi rinnovare  la   facciata    con 
due  portoni  laterali,  ornati    di  co- 
lonne di  cipollino,  che   sostengono 
loggie.  Sulla  medesima  via  del  Corso 
il  principe  d.  Luigi  acquistò  altro  pa- 
lazzo, incontro  la  chiesa  di  s.  Mar- 
cello, già  edificato  dai    de    Carolis 
con  disegno  di  Alessandro  Specchi, 
poscia  proprietà  successivamente  dei 
gesuiti,  dei  Simonetti,  e  di  mons. 
Aguirre,    ed    anch'esso    restaurato 
dal    lodato  principe.     Esso    inoltre 
comprò  il  palazzo  Poli  a  Fontana 
di  Trevi,  ed  egualmente  lo  miglio- 
rò ;    ne  parlammo   al     voi.  XVII, 
p.  81  del  Dizionario.  Al  voi.  XXIV, 
p.   25 1    si  disse    del  palazzo    Sora 
del  nipote  di  Gregorio  XIII,  forse 
opera  del  Bramante,  ora  proprietà 
della    camera    apostolica,    che    nel 
fiulo    restaurare    si     rinvenne    nei 
fondamenti  due  bellissimi  pavimen- 
ti di  musaico,  ed  il  migliore  ven- 
ne levato  e  trasportato  per  ordine 


LUD 

di  Gregorio  XVI  nel  museo  Late- 

ranense  da   lui    fondato. 

Prima  la  famiglia  Ludovisi  pos- 
sedeva i  seguenti  beni  e  feudi.  Nel- 
la  provincia  del  Principato   Ultra  , 
regno  di  Napoli,  le  terre  di  Tau- 
rasi,    Fontana   Rosa,    Cossano,  Ge- 
sualdo, Calitro,  Cairano,  Patierno, 
Tegera,  il  feudo   di   Castiglione,   la 
città  di  Frigento,  Castel   Vetere,  e 
Monte  Fuscolo    con  diversi    casali. 
Nella  provincia  del  Principato  Citra, 
la  città  di  Gonza,  con  otto  terre.  Nel- 
la provincia  di  Basilicata,    la  città 
di  Venosa  col  casale  Maschito.    11 
principato  di  Salerno    concesso  da 
Filippo  IV  li    i3  novembre  1649, 
del  quale  pare  non  abbia  preso  pos- 
sesso,  per  le  opposizioni  del  re  di 
Polonia.   Degli  altri  principati  del- 
lo    stato    pontificio    ne   parlammo 
più  sopra ,    ed    in    esso    possedeva 
anche  la    Colonna.  L'attuale   prin- 
cipe di  Piombino,  de'beni  una  vol- 
ta spettanti  alla  famiglia  Ludovisi, 
al   presente  gode  la  sola   villa,  alla 
quale  però  nel    1825  fu    aggiunta 
la  villa  Belloni  acquistata  dal  mar- 
chese Cavalletti.  11  defunto  princi- 
pe d.  Luigi,  nel  18 14  da  d.  Agapi- 
to Grillo  duca  di  Mondragone,   per 
sessantacinquemila  scudi  acquistò  il 
ducato    di    Monterotondo,    onorato 
nell'ottobre  i845  dalla  presenza  di 
Gregorio  XVI  ;  acquistò    pure    nel 
18 18  dal  principe  d.  Francesco  Ku* 
spoli  la  signoria  di  Riano  per  cento- 
ventimila scudi.  Nell'agro    romano 
possiede    diverse    tenute,    come  ha 
magnifico  palazzo    e  possessioni  in 
Bologna,    e  possessioni    in    diversi 
luoghi    dello    slato    ed    in    Roma, 
non    che    palazzi  e    case.    Presso 
Frascati   vi  è  la  villa  ed  orti  Sora, 
e  molti  beni  e  possessioni  sono  pu- 
re in  Teramo  e  Brittoli   negli  A- 
bruzzi*  Il   principe   d.  Baldassarre 


LUD 

secondogenito  possiede  la  tenuta 
Pallavicina  verso  Zagarolo,  Fiora- 
no, Fioranello,  eCornacchiola  ver- 
so Albano,  non  che  la  Giustiniana 
passato  Ponte  Molle,  luogo  onora- 


LUD  ì  i3 

Venne  arricchito  di  molte  pingui 
abbazie,  e  tra  le  altre  quella  di 
s.  Lorenzo  in  Campo  di  Urbino,  e 
quella  di  s.  Silvestro  in  Nonantolaj 
la  cui    diocesi    fece    diverse     volte 


to  da  Pio  VII  nel  18 1 4  pel  suo  visitare  pe' suoi  vicari,  avendo  pro- 
curato coll'autorità  dello  zio  Pon- 
tefice di  ricuperare  i  perduti  dirit- 


solenne    ingresso    in    Roma,    come 


dicemmo  all'articolo   Ingressi. 

LUDOVISI  Alessandro,  Cardi- 
nale.  V.  Gregorio  XV  Papa» 

LUDOVISI  Lodovico,  Cardinale. 
Lodovico  Ludovisi  nobile  bologne- 
se nacque  da  Orazio  e  da  Lavinia 
Albergati,  accoppiò  all'  elevatezza 
dei  natali  bontà  di  costumi  ed 
acutezza  tale  d'ingegno,  che  pote- 
va stare  del  pari  con  qualsivoglia 
persona  del  suo  tempo.  Compito 
con  incredibile  celerità  il  corso  degli 
studi  nella  università  di  Bologna, 
atteso  il  bello  e  pronto  talento  di 
cui  era  fornito,  atto  ad  ogni  vir- 
tù o  grande  affare ,  prese  la  lau- 
rea dottorale.  Appena    lo  zio  Gre- 


ti dell'abbazia,  senza 
ne  l'intento.  Gli  fu  pure  conferita 
l'abbazia  di  san  Martino  de'  Cam- 
pi ;  laonde  con  tante  rendile  po- 
tè fare  quanto  dicemmo  all'ar- 
ticolo Ludovisi  Famiglia,  e  fabbri- 
care in  Roma  la  chiesa  magni- 
fica di  s.  Ignazio,  la  superba  villa 
che  rincora  porta  il  suo  nome,  ed 
il  Collegio  Irlandese  (Fedi),  che 
dotò  di  rendite.  Nel  breve  pon- 
tificato dello  zio  tutta  la  mole  del 
governo  poggiava  sopra  di  lui  j 
ch'era  di  naturale  attivo  e  inde* 
fesso,  d'animo  grande  e  magnifi- 
co, di  cuore  benigno  e  generoso, 
gorio  XV  fu  innalzato  al  pontifi-  facile  oltre  ogni  credere  in  amrnet- 
cato,  lo  fece  referendario  delle  due  tere  all'  udienza  chiunque  ed  in 
segnature,  e  segretario  del  buon  qualunque  circostanza  di  tempo* 
governo  e  della  sacra  consulta;  ed  siccome  dotato  d'una  gentilezza  che 
essendo  nell'  età  di  ventisei  anni,  non  conosceva  limiti.  Vacata  per 
il  Papa  a'  i5  febbraio  1621  lo  morte  del  cardinal  Montalto  nipo- 
creò  cardinale  dell'  ordine  de'preti,  te  di  Sisto  V  la  carica  di  vice-can- 
conferendogli  per  titolo  quello  che  celliere,  fu  da  Gregorio  XV  con- 
aveva portato  nel  cardinalato,  cioè  ferita  al  nipote,  che  rinunziò  quel- 
la chiesa  di  s.  Maria  in  Traspon-  la  di  camerlengo.  Durante  il  pon- 
tina. Successivamente  Io  stesso  Gre-  liticato  dello  zio,  Roma  e  lo  sta- 
gorio  XV  gli  affidò T  amministra-  to  goderono  pel  cardinale  l'abbon- 
zione  generale    dello    stato  pontifi-     danza,  la  tranquillità    e    la    pace. 


ciò,  Io  nominò  suo  successore  al- 
l'arcivescovato di  Bologna,  dove  ce- 
lebrò il  sinodo,  e  nel  tempo  stes- 
so lo  dichiarò  camerlengo  di  s. 
Chiesa,  legato  d'  Avignone,  segre- 
tario de'brevi,  e  protettore  di  Sa- 
voia e  dell' Ibernia,  non  che  dello 
stato  di  Fermo,  dell'ordine  dei  ss. 
Maurizio  e  Lazzaro,  e  segretario 
della    congregazione    del    s.  offizio. 

VOL.    XL. 


Morto  Gregorio  XV  intervenne  al 
conclave  iu  cui  fu  eletto  Urbano 
Vili,  nel  cui  pontificato  provando 
or  avversa,  or  prospera  fortuna, 
tutto  si  diede  al  governo  della  sua 
chiesa  di  Bologna.  Tormentato  dal- 
la podagra,  avendo  stabilito  inde- 
bolirla con  un'  ostinata  dieta,  ne 
rimase  talmente  estenuato  e  rifini- 
to, che  con  universale  cordoglio 
8 


tf4  LUD 

morì  in  Bologna  ai  18  novembre 
i632,  nella  robusta  età  di  tren- 
taselte  anni.  Trasferito  il  suo  ca- 
da vere  in  Roma,  ebbe  sepoltura 
nel  sontuoso  tempio  di  s.  Ignazio, 
nella  cui  fabbrica  impiegò  duecen- 
tomila scudi,  venendo  tumulato  a 
piedi  del  mausoleo  da  lui  innalza- 
lo allo  zio,  in  un'urna  di  porfido 
rosso,  in  cui  leggesi  il  suo  nome, 
e  si  vede  espressa  in  bianco  mar- 
mo la  di  lui  effigie,  sostenuta  da 
due  geni  di  eccellente  scalpello.  Fu 
il  cardinale  fornito  di  sublimi  ed 
eccellenti  virtù,  casto,  liberale,  be- 
nigno ,  magnanimo  ed  indefesso 
nelle  fatiche.  Profuso  co'poveri,  di- 
stribuiva loro  ogn'anno  32, 800  scu- 
di, e  fu  ancora  generoso  e  pro- 
tettore co'letterati ,  molti  de*  quali 
gli  dedicarono  le  loro  opere.  Felice 
fu  Gregorio  XV  nell'  avere  avuto 
simile  incomparabile  nipote.  Da 
Enrico  Cbiff'elio  si  ha  :  Panegyri- 
cum  de  laudibus  Ludovici  card. 
Ludovisii,  Romae  1628.  Sono  par- 
to del  suo  zelo  pastorale  le  opere 
seguenti,  registrate  dall'Orlandi,  De- 
gli scrittori  bolognesi  p.  194.  Rac- 
colta di  alcune  cose  stabilite  nel 
primo  smorzo,  Bologna  1623  e  1624. 
Altri  ordini  del  sinodo  diocesano , 
celebrato  a' 3o  maggio  1624-  Co- 
stituzioni per  le  monache  che  pro- 
fessano la  regola  di  s.  Agost\noì 
Bologna  1621.  Apparato  funebre 
per  V anniversario  di  Papa  Grego- 
rio XV \  celebrato  in  Bologna  ai 
24  luglio  1624.  Ragionamenti  spi- 
rituali fatti  in  diverse  occasioni 
nella  città  di  Bologna,  raccolti  e 
pubblicati  da  Matteo  Sagaci  can. 
di  s.  Petronio,  Bologna  1 62  5.  Regole 
pel  buon  governo  della  compagnia 
del  ss.  Sagrameli to  sì  della  metro- 
politana, come  della  città  e  diocesi 
di  Bologua,   ivi    1628.     Constilulio- 


LUG 

nes,  et  taxa  fori  ecclesiastici  ,  et 
curine  arcìiicp.  Bonon.  1629.  In- 
stituzioni  ai  curati  della  ciltà  e 
diocesi  per  le  necessità  correnti 
nel  contagio  di  Bologna,  if)3o. 
Sermoni,  e  panegirico  in  lode  di  s. 
Ignazio^  siccome  amatore  de'gcsuili 
suoi  figli.  Inoltre  lasciò  vari  volu- 
mi mss.  di  lettere  sopra  materie 
di  politica  e  negozi,  alcune  delle 
quali  furono  stampale  da  Michele 
Giustiniani  nelle  Lettere  memora- 
bili. 

LUDOVISI  ALBERGATI  Ni- 
colò, Cardinale.  V.  Albergati  Ni- 
colò ,   Cardinale. 

LUGLIO,  ordine  equestre.  Dopo 
la  rivoluzione  operata  in  Parigi 
nel  i83o  ai  27,  28  e  29  luglio, 
fu  innalzato  al  trono  di  Francia 
(l'edi)  il  regnante  re  dei  francesi 
Luigi  Filippo  I.  In  memoria  del- 
l'avvenimento ,  e  per  compensare 
coloro  che  cooperarono  al  nuovo 
ordine  di  cose,  il  medesimo  re  ai 
i3  dicembre  i83o  istituì  l'ordine 
de'  cavalieri  della  croce  di  luglio. 
Per  decorazione  ed  insegna  stabilì 
una  stella  smaltata  di  bianco  ,  in- 
cassata in  argento  con  tre  raggi, 
leggendosi  nello  scudo:  27,  28, 
29  juillel  i83o,  e  l'epigrafe:  Don- 
ne par  le  roi  des  Francais.  Dal- 
l' altro  lato  dello  scudo  avvi  il 
motto:  Patrie  et  liberté.  La  stella 
pende  da  un  nastro  di  seta  bleu. 
Al  medesimo  scopo  il  re  Luigi 
Filippo  I  fece  coniare  una  meda- 
glia, ove  in  una  parte  sono  im- 
pressi i  detti  tre  giorni  ed  il  mot- 
to :  Patrie  et  liberté.  Nel  rovescio 
è  la  leggenda:  A  ses  defenseurs 
la  patrie  reconnaissante.  Questa  me- 
daglia ancora  ha  il  nastro  di  seta 
bleu. 

LUGO  (Lucen).  Città  con  re- 
sidenza   vescovile  nella    Spagna  in 


LUG 
Galizia,  capoluogo  della  provincia 
dello  stesso  nome  ,  distante  96 
leghe  da  Madrid.  Sta  sopra  un 
piano  elevato,  in  clima  freddo,  pres- 
so la  riva  sinistra  del  Minho,  su 
cui  evvi^  un  antico  ponte  di  sette 
archi.  E  cinta  da  una  vecchia 
muraglia  in  buonissimo  stato,  fian- 
cheggiata da  torri  e  il  di  cui  peri- 
metro è  di  quasi  una  lega.  L' in- 
terno vedesi  assai  bene  fabbricato, 
ma  alquanto  triste;  le  strade  sono 
però  belle  e  ben  lastricate.  La 
cattedrale  è  un  mouumento  goti- 
co rimarchevole  ;  vi  si  dislingue 
pure  il  palazzo  comunale,  con  u- 
na  maestosa  facciata,  e  le  caserme 
degl'invalidi.  Due  chiese  parrocchia- 
li sono  di  bella  architettura  ;  vi  so- 
no alcuni  stabilimenti,  un  ospizio 
per  gli  esposti ,  ed  il  palazzo  ve- 
scovile, antico  edifizio.  Nei  dintorni 
si  trovano  bagni  di  acqua  minera- 
le termale  assai  frequentati  :  l'uno 
di  essi  è  opera  degli  antichi  ro- 
mani, ma  assai  degradato.  Lugo, 
Lucus  Angus/i  j  Turrìs  Augusti  , 
A  rete  SexiJanae,  fu  fondata  dai  ro- 
mani in  onore  di  Augusto,  ed  an- 
ticamente fu  assai  più  considerevo- 
le d'oggidì  e  fu  capoluogo  di  un 
conventus.  Il  re  d.  Alfonso  I  la 
tolse  ai  mori  nel  742.  I  francesi 
se  ne  impadronirono  nel  1809,  e 
la  considerarono  come  un  punto 
militare  importantissimo. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nei 
primi  secoli  della  Chiesa,  quindi  gli 
svevi  avendo  fatto  della  città  la 
capitale  de'loro  stati,  nell'anno  563 
la  fecero  erigere  in  metropoli,  con 
un  dismembramento  della  provin- 
cia di  Braga;  ma  questa  dignità 
metropolitica  terminò  col  loro  re- 
gno nel  666,  onde  ritornò  ad  es* 
sere  sede  vescovile,  sotto  la  metro- 
poli di  Compostella  ,  di  cui  è  tut- 


LUG  n5 

torà  sufFraganea.  Il  primo  de've- 
scovi  di  Lugo  fu  Agapito  discepo- 
lo di  s.  Giacomo  apostolo.  I  suoi 
successori  continuarono  regolarmen- 
te fino  a' nostri  giorni,  e  fra  essi 
furonvi  molti  prelati  distinti  per 
la  loro  dottrina  e  per  la  saviez- 
za con  cui  governarono  le  loro 
diocesi  anche  in  tempi  difficilissimi. 
Gli  ultimi  vescovi  furono:  Filippo 
Pelaez  Caunedo  della  diocesi  di 
Oviedo,  fatto  vescovo  nel  1786 
da  Pio  VI.  Giuseppe  Antonio  de 
Azpeitia  Saenz  de  s.  Maria  della 
diocesi  di  Calahorra,  fatto  vescovo 
nel  18 14  a*3  Pio  VII.  Ippolito  An- 
tonio Sanchez  Rangel  de  Fayas-y- 
Quiros,  de'  minori  osservanti  ,  del 
priorato  di  s.  Giacomo  di  Spata 
nùiihts,  traslato  dal  vescovato  di 
Maynas  da  Leone  XII  nel  conci- 
storo de'2i  marzo  i8i5.  La  cat- 
tedrale, solido  edifizio,  è  dedicata  a 
Dio  sotto  T  invocazione  di  s.  Frol- 
lano vescovo  di  Leone  in  Ispagna, 
propagatore  della  vita  monastica, 
delizia  dei  poveri,  il  cui  nome  è 
registrato  nel  martirologio  romano 
a'5  ottobre.  In  essa  si  venera  un 
suo  braccio,  ed  ha  contiguo  il  va- 
sto ed  ornato  palazzo  vescovile.  Il 
capitolo  si  compone  di  sei  dignità, 
la  prima  delle  quali  è  il  decano, 
di  dodici  canonici ,  comprese  le 
prebende  del  teologo  e  del  peni- 
tenziere, e  di  porzionari  e  cap- 
pellani addetti  al  servigio  divino. 
Nella  città  vi  sono  due  chiese  par- 
rocchiali col  sacro  fonte,  due  mo- 
nasteri di  monache,  tre  conventi 
di  religiosi,  il  seminario  con  alun- 
ni, due  ospedali  e  diverse  confra- 
ternite. La  diocesi  è  vasta,  contenen- 
te più.  di  mille  parrocchie.  Ogni  nuo- 
vo vescovo  è  tassato  ne'libri  della  ca- 
mera in  fiorini  mille,  ascendendo 
le  rendite  a  quindicimila  ducati. 


u6  LUI 

Concilii  di   Lugo. 


11  primo  fu  tenuto  nel  r)Gt), 
per  la  divisione  delle  diocesi  di 
Spagna.  Regia  t.  XII  ;  Labbé  t.  V; 
Arduino  t.  III. 

11  secondo  nel  572,  in  cui  s. 
Martino  vescovo  di  Braga  mandò 
ottantaquattro  canoni  o  capitoli, 
che  avea  estratti  dai  concilii  della 
Chiesa  latina.  Regia  t.  XII;  Labbe 
tom.  V. 

Alcuni  autori  mettono  un  ter- 
zo concilio  tenuto  iu  Lugo  ,  verso 
l'anno  610. 

LUIGI  IX  (s.),  re  di  Francia. 
Figlio  primogenito  di  Luigi  Vili 
e  di  Bianca  figlia  di  Alfonso  IX  re 
di  Castiglia,  nacque  nel  castello  di 
Poissyil  1 5 aprile  I2i5.  Sua  madre 
Bianca  principessa  di  rara  virtù, 
prese  la  cura  di  vegliare  alla  di 
lui  educazione,  e  gl'inspirò  fin  dal- 
la culla  grande  rispetto  alle  cose 
sante,  vivi  sentimenti  di  pietà,  e 
straordinario  amore  alla  castità. 
Il  giovane  principe  fece  rapidi  pro- 
gressi nelle  scienze,  ed  in  età  di 
dodici  anni  succedette  a  suo  padre, 
sotto  la  tutela  della  regina  madre, 
la  quale  dopo  essersi  dichiarata 
reggente  del  regno,  ed  aver  fat- 
to prestare  il  giuramento  di  fedel- 
tà al  re  suo  figlio,  occupossi  a  dis- 
perdere la  lega  che  i  conti  di 
Bretagna,  di  Sciampagna  e  della 
Marca  e  molti  altri  signori  aveano 
formata  contro  lo  stato.  Alle  belle 
doti  che  formano  i  grandi  re,  accop- 
piavansi  in  Luigi  IX  le  più  amabili 
prerogative  :  egli  possedette  in  gra- 
do eminente  tutto  ciò  che  può  ren- 
dere un  principe  caro  al  suo  po- 
polo ,  tuttociò  che  può  meritargli 
un  onorevole  posto  fra  gli  eroi , 
tutto  ciò  che  può  consecrare  la  sua 
memoria  nei  fasti  della    religione. 


LUI 

A*  27  maggio  1234,  pei  consigli 
della  madre,  impalmò  la  principes- 
sa Margherita  figlia  primogenita 
del  conte  di  Provenza  :  unione 
che  Iddio  benedisse  con  una  felice 
fecondità.  Frattanto  il  giovane  mo- 
narca, essendo  negli  anni  venti  di 
età,  prese  in  mano  le  redini  del 
governo;  ma  avea  tale  rispetto  ver- 
so la  madre  sua ,  che  non  facea 
cosa  alcuna  senza  prendere  consi- 
glio da  lei.  Siccome  Luigi  VIII 
avea  ordinato  nel  suo  testamento 
che  il  prezzo  delle  sue  gioie  fosse 
impiegato  nel  fondare  un  mona- 
stero ,  il  figlio  ne  eseguì  fedel- 
mente la  volontà,  facendo  edifica- 
re la  celebre  abbazia  di  Royau- 
mont,  che  divenne  poscia  per  lui 
un  luogo  di  ritiro,  dove  si  recava 
di  quando  in  quando  a  gustare  le 
delizie  della  solitudine,  occupandosi 
santamente  del  suo  Dio,  ed  imploran- 
do il  possente  aiuto  di  lui  col  di- 
giuno, coll'oraziòne  e  colla  peniten- 
za. Diversi  altri  conveuti,  vari  ospe- 
dali, e  un  gran  numero  di  chiese  il 
pio  monarca  fece  innalzare.  Oltre  le 
immense  lirnosine  ch'egli  profondeva 
dappertutto,  faceva  dar  da  man- 
giare ogni  dì  nel  suo  palazzo  a 
centoventi  e  talvolta  a  duecento 
poveri,  e  non  di  rado  li  serviva 
a  mensa  egli  stesso.  La  sua  libera- 
lità si  estendeva  eziandio  ai  cristia- 
ni della  Palestina  ,  e  in  generale 
a  tutti  quelli  di  oriente.  Baldo- 
vino II  imperatore  di  Costantino- 
poli gli  offerse  nel  1239  la  sacra 
Corona  di  Spine  (Fedi)  che  s. 
Luigi  IX  ricuperò  dai  veneziani, 
mediante  lo  sborso  di  una  somma 
considerabile  che  i  medesimi  avea- 
no prestata  all'imperatore;  locchè 
parimenti  si  dice  delia  punta  della 
Lancia  (Fedi)  che  ferì  il  costato 
del  Redentore,  mentre  la  lancia  fu 


LUI  LUI                    117 
poi    da    Baiazette    II    regalata    ad  guenza    delle    fatiche    nell'  ultima 
Innocenzo  Vili.  La  sacra  reliquia  fu  guerra  da  lui  sostenute  come    l'in- 
ti  asportata  a  Parigi  con  magnifica  fimo  dei  soldati,  e  adempiendo  nel- 
pompa,  e  riposta  nella  cappella  del  lo    stesso    tempo  a  tutti    i    doveri 
palazzo  reale.   Ricevute  da  Costanti-  di    un    generale,  che   tutto  ordina- 
nopoli  nel    ii/\l   molte    altre  reli-  va  ed  a  tutto  sorvegliava.  Era  co- 
quie,  fra  cui  un  gran    pezzo  della  sa  meravigliosa  il  vederlo  unire  ai- 
vera  croce,  per  collocarle  onorevol-  le  militari  funzioni  gli    esercizi    di 
mente  fece  il  re  fabbricare  nel  suo  una    piti  che  austera  religione,  por- 
palazzo  una  nuova     sontuosa     cap-  tare  il    cilicio,   digiunare    rigorosa- 
pella,  conosciuta    in  appresso  sotto  mente,  far  lunghe  e  frequenti  pré- 
il  nome  di  Santa   Cappella j  quivi  ghiere,    e  praticare    altre    mortifi- 
attendeva  egli     ordinariamente  agli  cazioni    atte   ad    abbattere  la    più, 
esercizi  di  pietà,  passandovi  talvol-  vigorosa     salute  .     Egli     però   risa- 
ta    le    intiere     notti     in     orazione,  nò  ,  ed  allora  fece    voto  di  recar- 
Ma  il     tempo  che    il  santo  re  da-  si    in   Terrasanta.  La  gioia  prova- 
va alla  preghiera  non  lo  distoglie-  ta  dalle  due    regine  pel  suo  rista- 
va   dall'  adempimento    dei    propri  bili  mento  in    salute,    fu  quasi    del 
doveri.     Egli    non   dimenticò    mai  tutto  spenta  da  siffatta  risoluzione, 
nessuna    cosa  che   appartenesse    al  Durante  gli  apparecchi  per  questa 
governo;  e  la  sua  assiduità  nel  ren-  spedizione,  il  santo  re  procurò  in- 
dere  ragione,  nel  conservare  le  vec-  vano  di  pacificare  le  acerbe  conte- 
chie    leggi  e    nel    farne  di    nuove,  se  tra  il    Papa  Innocenzo  IV    che 
mostra  com'egli  era  degno  del  tro-  si  era   ritirato  a  Lione,  e    T impe- 
no.   Fece    delle    leggi    severissime  ratore  Federico  II.  Finalmente  es- 
contro gli  usurai    ed  i  bestemmia-  sendo     tutto    apparecchiato  per  la 
tori,  ed    obbligò  i    giudei    a  resti-  partenza,  andò  ad  implorare  il  pa- 
tuire  i  denari    che  aveano    estorto  trocinio  dei  santi  martiri  a  s.  Dio* 
con  usure  inique,  e  non  trovando-  nigi,  e    a    prendervi    1'  oriflamma, 
si  coloro  cui  doveansi  restituire,  si  ch'era  lo  stendardo  che  si  facevano 
impiegassero  in    opere  buone.    Nel  portare  dinanzi    nella  guerra    i  re 
1242  marciò  contro  il  conte  della  francesi.    Imbarcossi    il    25   agosto 
Marca  e    contro  Enrico  III    re  di  1248  colla    regina  Margherita  sua 
Inghilterra    che  aveano    stretto  fra  moglie    e  co'  suoi  fratelli    conti  di 
loro  alleanza    contro  di    lui.  Ei    li  Artois  e    d' Anjou.  Prese    Damiata 
sconfisse  nella  battaglia  di    Taille-  nel    1249,  e  fece  prodigi  di  valore 
bourg  il  20     luglio  ,    ed   inseguilli  alla  battaglia  di  Massora  nel   i25o; 
fino  a  Saintes,    ove  quattro   giorni  sennonché  la  mancanza  di  viveri  e 
dopo  riportò    sopra  di  essi   un'  al-  le  malattie  contagiose  avendo  poscia 
tra  grande  vittoria.   Accordò  in  se-  estremamente    indebolito    l'esercito 
guito  la  pace    al  conte  della  Mar-  francese,  sofferse  una  terribile  scon- 
ca, e   fece   una    tregua    di    cinque  fìtta,  ed  il  re  gravemente  malato  fu 
anni  col  re  d'Inghilterra.  S.  Luigi  fatto  prigioniero  co'suoi  due  fratelli 
cadde  pericolosamente  ammalato  due  Alfonso  e  Carlo,  e    molti  altri  si- 
anni    dopo,    cioè    il    io    dicembre  gnori.  Luigi    IX  seppe    anche  pri- 
1244»  in  modo  che  venne  perfino  gioniero  serbare  il    contegno  di  re 
creduto  morto.  Ciò  fu  una  couse-  e    di  cristiano,  e  trovar  tutto    in 


Il*  LUI 

Dio  solo  :  sempre  padrone  di 
sé  stesso,  paziente  incomparabile, 
fermo  senza  fierezza,  ricusò  tutto 
quello  che  credette  contrario  al 
suo  onore  ed  alla  sua  coscienza. 
Finalmente  fu  conchiusa  una  tre- 
gua per  dieci  anni  ,  mediante  la 
restituzione  di  Damiata  e  la  som- 
ma di  ottocentomila  bisanti  d'oro 
per  la  liberazione  dei  prigionieri. 
S  imbarcarono  tutti  a  Damiata,  in- 
sieme alla  regina  Margherita,  che 
ivi  era  rimasta,  e  giunsero  felice- 
mente a  s.  Giovanni  d'Acri.  Mal- 
grado le  istanze  della  regina  Bian- 
ca che  lo  sollecitava  a  ritornare 
in  Francia,  Luigi  IX  passò  in  Pa- 
lestina, dove  dimorò  ancora  per 
quattro  anni.  Prese  Tiro  e  Cesarea 
nel  i25i,  poscia  diedesi  a  fortifi- 
care le  piazze  dei  cristiani,  e  recos- 
si a  visitare  i  luoghi  santi.  Frat- 
tanto la  morte  della  regina  madre, 
che  avvenne  il  i.°  dicembre  1252, 
e  i  diversi  affari  del  suo  regno  lo 
richiamarono  in  Francia.  Il  5  set- 
tembre del  ia54  giunse  a  Vincen- 
nes,  e  qualche  giorno  dopo  fece  il 
suo  ingresso  in  Parigi  fra  le  accla- 
mazioni del  suo  popolo;  quindi 
applicossi  a  far  fiorire  la  giustizia 
e  la  religioue  nel  suo  regno,  e  per 
meglio  conoscere  i  bisogni  de' suoi 
sudditi  volle  scorrerne  le  diverse 
provincie.  Rinnovò  per  tre  anni 
la  tregua  coli' Inghilterra,  e  dipoi 
volle  stringere  1'  unione  dei  due 
stati  con  una  solida  pace.  Egli  ce- 
dette perciò  ad  Enrico  III,  contro 
il  parere  del  suo  consiglio ,  i  di- 
ritti che  avea  sopra  molte  provin- 
cie ;  ed  Eurico  rinunziò  a  quelli 
che  pretendeva  di  avere  sopra  al- 
cune altre,  obbligandosi  a  ricono- 
scere il  re  di  Francia  per  suo  si- 
gnore, in  quanto  possedeva  dei 
feudi  nel  suo  regno.  Nel   1259  ebbe 


LI  I 

il  dolore  di  perdere  il  suo  tìglio 
primogenito  Luigi,  in  età  di  dodi- 
ci anni,  principe  di  esimia  virtù,  e 
che  dava  di  sé  le  più  belle  spe- 
ranze. Finalmente  il  santo  re,  do- 
po aver  indefessamente  faticato  per 
la  felicità  del  suo  popolo,  rivolse 
di  nuovo  i  suoi  sguardi  sopra  i 
cristiani  della  Palestina,  minacciati 
della  totale  loro  distruzione  dal 
feroce  Bondocdar  capo  dei  mam- 
malucchi. Convocati  a  Parigi  i  grandi 
signori  del  suo  regno,  ai  2  5  mar- 
zo del  1267,  li  aringo  con  quella 
dolce  e  maestosa  eloquenza  a  lui 
sì  naturale ,  esponendo  il  misera- 
bile stato  cui  erano  ridotti  i  cri- 
stiani della  Palestina,  ed  infiammò 
gli  animi  per  siffatta  guisa,  che  e- 
ziandio  quelli  che  erano  contrari 
alle  crociate,  non  poterono  trala- 
sciar di  seguire  il  suo  esempio  e 
presero  la  croce,  ciò  che  pur  fece- 
ro i  suoi  tre  figli,  Filippo  erede 
presuntivo  della  corona,  Giovai^ 
ni  Tristano  conte  di  Nevers  e 
Pietro  conte  d'  Alencon,  non  che 
Alfonso  suo  fratello.  Gli  stranieri 
mostrarono  la  stessa  premura  ;  mol- 
ti principi  si  crociarono  per  andar 
a  combattere  sotto  gli  ordini  d'un 
monarca  che  formava  1'  amore  e 
l'ammirazione  di  tutta  1'  Europa. 
Il  santo  re  prima  della  partenza 
fece  il  suo  testamento;  provvide  al- 
lo stalo  dei  quattro  figli  maschi  che 
gli  rimanevano,  assegnò  le  doti  al- 
le figlie  che  non  si  erano  ancor 
maritate  ,  ed  una  pensione  alla 
regina  Margherita;  distribuì  rile- 
vanti elemosine  ,  e  stabilì  reggen- 
ti del  regno  Matteo  abbate  di  s. 
Dionigi  ,  e  Simone  di  Glermout 
conte  di  Nesle.  Dopo  avere  in  tal 
guisa  tutto  disposto,  ed  essersi 
apparecchiato  egli  stesso  cogli  eser? 
cizi  spirituali,    partì  alla     volta  di 


LUI 

Yincennes,    dove    prese    commiato 
dalla  regina,  non  senza  versar  mol- 
te lagrime.   Imbarcatosi  ad  Àigues- 
Mortes  il    primo    di  luglio     1270, 
giunse  il    17   dello  stesso    mese  nel 
porto    di    Tunisi.    Scesi    a   terra    i 
crociali  ,    fugarono    valorosamente 
i  saraceni,  che  si     salvarono  sopra 
i   monti  ;  poscia   i  francesi  s'  impa- 
dronirono   di     una  fortezza     vicina 
alle  rovine  dell'antica  città  di   Car- 
tagine, e  si    apparecchiarono  all'as- 
sedio di  Tunisi,  attendendo  l'arrivo 
del  re  di   Sicilia    Carlo    I   d'  Angiò, 
che  dovea  condurre    a  suo  fratello 
un     possente   rinforzo.   Ma  l'ardore 
del  clima,  la    mancanza     di   buone 
acque,     la    corruzione    dei    viveri, 
causarono  nell'armata    una    malat- 
tia epidemica,  di  cui  ne  mori  Una 
metà  in   pochi    giorni.    Il  conte  di 
Nevers  ne  fu  vittima,  ed  il  re  stes- 
so   infermò.     Aggravandosi    il    suo 
male  ognor   più,   fece    le    sue  ulti- 
me   disposizioni;  mandò    gli  estre- 
mi   saluti    al    principe    Filippo  III 
suo  successore,  e  vi  unì  una  istru- 
zione  preziosa,    nella    quale  conte 
nevansi  tutti    i  doveri    d'  un  prin- 
cipe cristiano.    Poich'ebbe  adempi- 
to gli  uffizi    di    buon    padre    e    di 
buon  re,  chiese  i  sacramenti  che  ri- 
cevette in    ginocchio     coi    trasporti 
della  fede  più  viva;   e  da  quel  mo- 
mento   non    sospirò  più    altro    che 
la   patria  celeste:  benediceva  il  Si- 
gnore per  averlo    posto    nello  sta- 
to in  cui  era;  scongiuravalo   di  far 
risplendere  sulle  regioni  infedeli  la 
luce  della  fede,  di  far  provare  gli 
effetti  della  sua  misericordia  a  tut- 
ti  i  peccatori,  e  di  non  permettere 
che  gli    avanzi     della  sua     armata 
cadessero  in  mano  de'nemici.  Prima 
di  spirare    si   fece     porre     sopra   la 
cenere,  coperto  di  un  cilicio,  e  così 
passò  dalla  presente  vita  ai   25  di 


LUI  ne) 

agosto  del    1270,    nel   cinquantesi- 
mosesto  anno  di  sua  età,  quarantesi- 
moquorlo  del  suo  regno,  Luigi  IX, 
il  migliore  dei  re,  e  il   più  perfetto 
modello    che  porga   Y  istoria  ai    so- 
vrani che    vogliono    regnare  secon- 
do Dio   e  pel  bene  de'suoi    vassal- 
li. Carlo  I  arrivò  poco  dopo  la  mor- 
te del   fratello,  ed   insieme  con  Fi- 
lippo 111,  resi  gli  ultimi  uffici  al  san- 
to re,  adoperossi  alla  sicurezza  del- 
l'armata.   I  saraceni   vennero  scon- 
fitti,    Tunisi     fu     presa,  e    si  con- 
chiuse una    tregua   vantaggiosa.  Le 
spoglie  mortali    di  s.  Luigi   IX  fu- 
rono  trasportate    in   Francia    e  de- 
poste  nell'abbazia  di    s.   Dionigi;  i 
di]    lui    visceri  ,    ad    istanza  del  re 
Carlo   I,    furono  mandati  in   Sicilia 
alia  celebre  abbazia   di   Montreal  o 
Monreale.  Queste  due  abbazie  furo- 
no per  molto  tempo  visitate  dai   fe- 
deli, i  quali   vi  andavano  ad  implo- 
rare il  patrocinio  del  santo  re,  e  vi 
ottenevano  spesso    delle    guarigioni 
miracolose.     Il     culto    di    s.    Luigi 
IX,    già  consacrato  dalla  voce   del 
popolo,  si   volle  subito    legalizzarlo 
con  processo,    e    bramoso    il    Papa 
Gregorio  X  di  portarlo  a  (ine  con 
sollecitudine  per  la  canonizzazione, 
nel    1274    incaricò    il    cardinal    di 
s.  Cecilia  legato  apostolico  in  Fran- 
cia (al  quale  articolo  altre  notizie 
riportammo  del  santo  re),   di  pren- 
dere cognizione  de'miracoli  da  Dio 
operati  a   di  lui   intercessione.  Dipoi 
il  culto  fu  approvato  dal  Papa  Bo- 
nifacio VIII,  che  lo  canonizzò  agli 
11    agosto    1297,  e  ne  prescrisse  la 
festa  al  25  d'agosto,  giorno    della 
sua  morte.  Filippo  IV  il  Bello  fece 
donare  una  delle  coste  del  santo  re 
alla  cattedrale    di    Parigi ,   e  la   te- 
sta alla  santa  cappella  della  stessa 
città. 

LUIGI  (s.),    Teseo vo    di  Tolosa, 


no  LUI  LUI 

Figlio  di  Carlo  II,  soprannominato  cipio  di  febbraio  dell'anno  appres- 
ti Zoppo,  re  di  Napoli  e  di  Sici-  so  fu  consagrato  vescovo.  Egli  in- 
lia,  e  secondo  nipote  di  s.  Lui-  traprese  con  zelo  e  carità  il  go- 
gi  IX  re  di  Francia,  nacque  a  verno  della  sua  diocesi,  e  ne  fece 
Brignole  nella  Provenza  V  anno  la  visita  lasciando  per  tutto  vesti- 
1274.  Fin  dai  suoi  primi  anni  e-  gi  della  sua  santità,  e  spargendo 
gli  fece  manifesto  ciò  che  sarebbe  largamente  le  sue  beneficenze.  La 
stato  un  giorno.  La  saviezza  e  la  morte  lo  rapì  al  suo  gregge,  men- 
pietà  da  cui  erano  animate  tutte  tre  era  a  Brignole,  a'  19  agosto 
le  sue  azioni  ben  facevano  giudi-  1297,  in  età  di  soli  ventitre  anni 
care  ch'egli  era  guidato  dallo  spi-  e  mezzo,  e  fu  seppellito  nel  con- 
rito divino.  Nel  1284  suo  padre  vento  dei  francescani  di  Marsiglia, 
fu  fatto  prigioniero  del  re  d'  Ara-  come  avea  domandato.  Giovanni 
gona,  e  non  riebbe  la  libertà  che  XXII  lo  canonizzò  ad  Avignone 
dopo  quattr'anni,  colla  condizione  nel  1 3 1 7.  Nel  142  3  le  sue  reli- 
di consegnare  per  ostaggi  cinquan-  quie  furono  trasportate  a  Valenza, 
ta  gentiluomini  e  tre  de'suoi  figli,  Il  giorno  della  sua  morte  è  sacro 
fra  cui  vi  fu  il  nostro  santo.  Esso  alla  di  lui  ricordanza, 
rimase  sette  anni  prigione  a  Bar-  LUIGI  Gonzaga  (s.).  Nacque 
ce! Iona,  ove  l'asprezza  con  cui  fu  nella  Rocca  di  Castiglione  in  Lom- 
ti aitato  gli  somministrò  largo  cara-  bardia,  a*  9  di  marzo  i568,  da 
pò  ad  esercitare  la  propria  virtù.  Ferrante  Gonzaga  principe  dell'im- 
lu  una  pericolosa  malattia  che  gli  pero  e  marchese  di  Castiglione,  e 
prese  fece  voto  di  abbracciare  l'i*  da  Marta  Tana  Santena,  figlia  di 
sii  luto  di  s.  Francesco  riavendo  la  Tano  Santena  signore  di  Chiari 
sanità;  laonde  allorché  fu  posto  in  Piemonte,  e  dama  d'onore  d'I- 
in  libertà  non  pensò  che  a  com-  sabella  di  Francia  moglie  di  Filip- 
piere  il  suo  voto,  resistendo  costan-  pò  II  re  di  Spagna.  Come  fu  egli 
temente  alle  sollecitazioni  del  re  capace  d'intelligenza,  la  virtuosa  sua 
suo  padre  che  volea  dargli  in  ispo-  madre  cominciò  ad  insinuargli  nel- 
sa  la  principessa  di  Maiolica  so-  l'animo  l'amore  ed  il  timor  santo  di 
iella  del  re  d'  Aragona.  Superato  Dio.  All'età  di  otto  anni  suo  padre 
ogni  ostacolo,  rinunziò  al  diritto  lo  condusse  a  Firenze,  unitamente 
che  aveva  alla  corona  di  Napoli,  a  suo  fratello  minore  Rodolfo,  per 
in  favore  del  fratello  Roberto,  e  ivi  incominciare  la  loro  educazione 
ricevette  gli  ordini  sacri.  Bonifa-  alla  corte  di  Francesco  de' Medici 
ciò  Vili  gli  accordò  una  dispensa  granduca  di  Toscana.  Due  anni 
per  essere  elevato  al  sacerdozio  in  dopo  i  giovani  principi  furono  tra- 
età  di  ventidue  anni,  e  con  un'al-  sferiti  a  Mantova,  e  posti  alla  cor- 
tra  dispensa  fu  nominato  al  vesco-  te  del  duca  Guglielmo  Gonzaga, 
vato  di  Tolosa,  e  costretto  ad  ac-  che  avea  nominato  il  loro  padre 
celtarlo  per  obbedienza.  Ciò  non  governatore  di  Monferrato.  Luigi 
ostante  egli  fece  prima  un  viaggio  proseguiva  negli  studi,  ed  avanza- 
a  Roma,  ove  in  compimento  del  va  soprattutto  nella  scienza  de'san- 
suo  voto  fece  professione  la  vigilia  ti.  Le  delizie  della  virtù  erano  le 
di  Natale  del  1296,  nel  convento  sole  che  gli  sembrassero  atte  a  ren- 
de'frati    minori  d'Araceli.  Al  prin-  dere  l'uomo  felice,  e    a  riempiere 


LUI 

la  capacità  dell'  anima  sua.  Una 
certa  infermità  che  gli  sopravvenne 
di  languore  di  forze  e  di  stomaco 
gli  porse  un  pretesto  di  vivere  nel 
ritiro,  ove  acquistò  nel  più  alto 
grado  il  dono  dell'orazione  menta- 
le, alla  quale  avea  disposto  l'ani- 
ma sua  con  una  grande  purezza 
di  cuore  e  con  una  profonda  u- 
miltà.  Un  libro  di  meditazioni  del 
p.  Canisio,  e  varie  lettere  scritte 
dalle  Indie  da  missionari  gesuiti 
fecero  nascere  in  lui  un  vivo  desi- 
derio di  entrare  nella  compagnia 
di  Gesù,  e  lo  infiammarono  d'un 
zelo  ardentissimo  per  la  salute  del- 
le anime,  per  cui  formò  il  disegno 
di  rinunziare  in  favore  di  suo  fra- 
tello il  marchesato  di  Castiglione, 
l'investitura  del  quale  gli  era  stata 
anticipatamente  accordata  dall'im- 
peratore. Nel  i58o,  essendo  il  cardi- 
nale s.  Carlo  Borromeo  a  visitare  la 
diocesi  di  Brescia,  Luigi  vi  andò  a 
ricevere  la  sua  benedizione,  e  ripor- 
tò dal  santo  cardinale  de'salutari  con- 
sigli, ai  quali  esattamente  confor- 
mossi.  Egli  segui  suo  padre  a  Ca- 
sal Monferrato ,  ed  ivi  cominciò  a 
porre  in  esecuzione  il  piano  di 
austerità  che  si  era  proposto.  Nel 
i58i  l'imperatrice  Maria  d'Austria 
passando  per  la  Lombardia  onde 
condursi  in  Ispagna  presso  Filippo 
II  suo  fratello,  il  marchese  di  Ca- 
stiglione 1'  accompagnò  menando 
seco  i  suoi  figli.  Filippo  lì  no- 
minò Luigi  paggio  dell'  infante  d. 
Giacomo.  Il  giovane  Gonzaga  non 
avea  per  anco  quattordici  anni , 
ed  era  già  l'ammirazione  della  cor- 
te di  Spagna  per  la  sua  pietà  e 
saviezza.  Fu  allora  che  risolvette  de- 
cisamente di  abbandonare  il  mon- 
do e  di  entrare  nella  compagnia 
di  Gesù.  Manifestato  ai  genitori  il 
suo  proponimento,  la   madre  n'eb- 


LUI  i2r 

be  grandissima  gioia;  ma  il  padre 
vi  &i  oppose  fortemente.  La  morte 
dell'infante  d.  Giacomo  avendo  re- 
stituita a  Luigi  la  propria  libertà, 
egli  rinnovò  le  sue  istanze,  ed  ot- 
tenne finalmente  l'assenso  paterno. 
Giunto  a  Castiglione,  ebbe  a  soste- 
nere nuovi  assalti  da  più  persone 
di  alto  affare  ;  suo  padre  ritrattò 
il  consenso  che  aveagli  prestato,  e 
impiegò  mille  mezzi  per  smuoverlo 
dalla  sua  risoluzione.  Luigi  soffe- 
rendo tutto  con  pazienza,  raddop- 
piava le  sue  austerità.  La  sua  fer- 
mezza piegò  la  durezza  del  padre 
a  condiscendere  al  suo  desiderio. 
Allora  confermò  la  già  fatta  ces- 
sione di  tutti  i  suoi  diritti  al  fra- 
tello, e  si  recò  a  Roma,  ove  rice- 
vuta la  benedizione  di  Sisto  V, 
entrò  nel  noviziato  a'2 1  novembre 
del  i585,  non  avendo  ancora  di- 
ciotto anni  compiti  .  Il  fervore 
del  giovine  novizio  ,  1'  assiduità 
nella  preghiera,  le  sue  austerità  , 
l'illibato  candore,  l'umiltà,  l'obbe- 
dienza, lo  fecero  distinguere  fra  i 
propri  compagni.  Pel  continuo  im- 
mergersi e  tener  la  mente  fissa 
nelle  cose  di  Dio  essendosi  affievo- 
lito molto  il  suo  corpo,  i  superiori 
gli  proibirono  di  fare  altre  preci 
e  meditazioni  oltre  quelle  dalla 
regola  preseli tte,  e  lo  mandarono 
a  Napoli  per  curarsi.  Compiuto  il 
noviziato  fece  i  suoi  voti  a  Roma 
il  20  novembre  i587,  e  incomin- 
ciò i  suoi  studi  di  filosofia  e  di 
teologia,  che  dovette  però  inter- 
rompere per  recarsi,  dietro  ordine 
de'suoi  superiori,  a  conciliare  gl'in- 
teressi di  Vincenzo  Gonzaga  duca 
di  Mantova  succeduto  a  Guglielmo, 
e  del  proprio  fratello  Rodolfo,  i 
quali  disputavano  il  feudo  di  Sol- 
ferino. Luigi  li  riconciliò,  e  ridus- 
se   in    pace  eziandio    molte  altre 


122  LUI 

persone     eh'  erano    parimente    di- 
pi*   da  risse    e   da    litigi.    Ritras- 
se    ancora    dalle     male    abitudini 
moltissimi    peccatori  ,    e     ne     con- 
dusse alcuni  ad     un'alta     perfezio- 
ne.   Avendo    suo    fratello     Rodolfo 
contratto  un   matrimonio    ineguale, 
lo  teneva  segreto  per  timore  d'irri- 
tare Alfonso  Gonzaga  suo  zio  di  cui 
dovea  esser  l'erede;    dal  che  deri- 
vando qualche    scandalo,     Luigi  lo 
condusse  a    dichiararlo,    adoperan- 
dosi in  pari  tempo  a  persuadere  i 
parenti  d'essere  contenti  di   tal  ma- 
ritaggio.   Ritornato    a    Roma  volle 
divìdere  co' gesuiti    suoi  confratelli 
le  cure    eh'  essi    prendevano    degli 
ammalati  in  una  epidemia  che  fa- 
ceva stragi   nella  città.  Egli  fu  col- 
pito dal  contagio,    senza  però  soc- 
combervi;  ma  una  febbre  lenta  lo 
consumò     in  poco    più  di  tre  me- 
si.  Morì     tranquillamente    dopo  la 
mezzanotte  del   20  al  2  1  di  giugno 
del    i5g[,  nel  ventesimolerzo  anno 
di  sua     vita.    Fu     seppellito     nella 
chiesa    di     s.  Ignazio    del    collegio 
de' gesuiti,    ove    fu   poscia    colloca- 
to   in  una    magnifica  cappella    che 
vi    è    stata    edificata     sotto   il    suo 
nome  dal  marchese  Scipione  Lan- 
cellotti.  Gregorio  XV  Io  beatificò  nel 
162 1,  e  Benedetto  XIII  canonizzol- 
lo  nel  1726.  La    sua  festa  si  cele- 
bra ai    21    di    giugno,    e    trovasi 
l'istoria  de'suoi  miracoli  nel  p.  Ce- 
pari,  che  lo  aveva  conosciuto  per- 
sonalmente e  che  ne    scrisse  la   vi- 
ta, e  nei  Bollandisti. 

LUIGI  da  Ponte  (ven.).  Figlio 
primogenito  di  Alfonso  da  Ponte 
e  di  Maria  Vasquez,  nacque  a 
Valladolid  nella  Spagna,  gli  1  i  no- 
vembre del  i554-  Privato  di  buon 
ora  del  genitore,  dovette  alla  te- 
nera sollecitudine  della  madre  un 
vivo  timor  di  Dio;  Umore  che  gli 


LUI 

inspirò  l'abbonimento  del  peccato 
e  fu  il  guardiano  della  sua  inno- 
cenza. Alla  pratica  delle  virtù  unì 
l'amor  dello  studio,  e  fece  nell'  u- 
ni versila  di  Valladolid  il  suo  corso 
di  umanità  e  di  filosofia  con  feli- 
ce successo.  Pervenuto  al  grado 
di  baccelliere,  intraprese  lo  studio 
della  teologia  sotto  la  direzione  dei 
domenicani  nel  convento  di  s.  Gre- 
gorio. Avendo  in  quel  tempo  i 
gesuiti  aperto  un  collegio  a  Val- 
ladolid, Luigi  intervenne  alle  le- 
zioni di  teologia  del  dotto  p.  Sua- 
rez;  poscia  entrò  nell'  ordine  a'  2 
dicembre  1 5y4 ,  e  fu  mandato 
a  fare  il  noviziato  in  Medina  del 
Campo.  In  capo  a  due  anni  tor- 
nò a  Valladolid  a  compiere  i  suoi 
studi  teologici.  Egli  vi  brillò  per 
la  svegliatezza  del  suo  ingegno  e 
per  la  solidità  del  suo  giudizio, 
superando  tutti  i  suoi  condiscepoli. 
Ordinalo  sacerdote  nel  i58o,  in- 
segnò successivamente  la  filosofia 
e  la  teologia  nel  collegio  di  Leo- 
ne. Esperto  del  pari  nelle  vie  del- 
la vita  spirituale,  come  nelle  scien- 
ze, divenne  maestro  de'novizi  e  ret- 
tore di  parecchi  collegi.  Il  suo  zelo 
per  la  gloria  di  Dio  lo  rese  un  apo- 
stolo in  favore  di  tutti  quelli  che 
erano  sotto  la  sua  disciplina  e  sot- 
to la  sua  guida .  Egli  applicossi 
in  particolar  modo  alla  cura  im- 
portante di  guidare  le  anime  alla 
perfezione.  Lo  stato  abituale  di 
cattiva  salute  nel  quale  si  trovava, 
costrinse  i  suoi  superiori  a  sgravar- 
lo de'suoi  impieghi  ;  ma  il  sant'uo- 
mo non  fece  che  cangiare  occu- 
pazioni, imperocché  consacrava  tut- 
to il  suo  tempo  al  servigio  del 
prossimo  nel  sacro  tribunale.  Pre- 
muroso di  alleviare  i  bisogni  spiri- 
tuali e  tejnporali  de'suoi  fratelli, 
otteaue  dai  suoi  superiori,  nel  1  So,*}, 


LUI 

di  esporsi  al  pericolo  della   pestilen- 
za   a    Villa     Garcia     per    assistere 
gli  ammalali  che   n'  erano  assaliti. 
Egli  avea  domandato  di  poter  an- 
dare   nelle    Indie    a    consumale    i 
suoi  dì    nella     penosa  fatica     delle 
missioni  ;    ma    non    avendone  otte- 
nuto il   permesso,  raddoppiò  il  suo 
zelo    nella     direzione    delle     anime, 
e  malgrado  le  sue  numerose  infer- 
mità prolungò  il  suo  corso  morta- 
le infino  all'età  di  settantanni,   tra- 
scinando però   una    vita   languente, 
che    non    sembrava    sostenuta    che 
dalla  carità.  Morì  finalmente  a  Val- 
ladolid  il    16  febbraio    1 6^4- L'an- 
no   appresso  furono    disotterrate  le 
sue  preziose  spoglie,  e  collocate  in 
un  luogo  onorevole.  I  miracoli  che 
gli   vennero  attribuiti   mossero  il  re 
di  Spagna  Filippo  IV,  i   prelati  ed 
grandi  del   regno,  a  domandare  al- 
la santa  Sede  la   canonizzazione  di 
questo  .servo  di  Dio.     Nel    1759  il 
Papa  Clemente    XIII    pubblicò  un 
decreto  comprovante  l'eroismo  del- 
le    virtù    del    p.  Luigi  da     Ponte. 
1   disastri    della    compagnia  di  Ge- 
sù    furono  forse    cagione    che  non 
siasi    continuato     il     processo.  Egli 
compose    alcune    opere     spirituali  , 
che  meritarono     la  stima  generale, 
e  contribuirono  non  poco  ad  accre- 
scere la   fama  del   loro  pio  autore. 
Tali    sono  le    Meditazioni  sopra  i 
mi  sieri  della  fede-,  la   Guida  spiri- 
tuale; il    Trattalo  della  percezione 
cristiana   in  tutti  gli  stati  ;  oltre  un 
gran  numero    di    lettere  che    sono 
state  raccolte,  e  varie    altre  opere. 
LUIGI   di  Granata.  Nacque  nel 
i5o5  in     Granala,  e  vestì    l'abito 
domenicano     uell'  anno     i524    nel 
convento    di     quella  città.     I    suoi 
progressi  nelle  virtù  e  nelle  scienze 
lurono    rapidi,    applicandosi    ancor 
giovane  allo    studio  de' padri  greci 


LUI  123 

e    latini,  degli  storici,  degli  orato- 
ri e    di  quanto  la  dotta    antichità 
vanta   di    più  perfetto  in  ogni    ge- 
nere di   studi.   Colle  sue    prediche, 
coi  suoi  scritti,  e  con  esempi  di  santa 
vita  produsse  moltissime  conversioni. 
Eletto  priore  in   Badajox  ,   vi  eresse 
un     nuovo    convento.     Il     cardinal 
Enrico    infante     di    Portogallo    ed 
arcivescovo    di     Evora,    lo  chiamò 
in  quella  città   a  beneficio  della  dio- 
cesi,   indi     fu  eletto     provinciale  di 
Portogallo.  La  regina  Caterina  reg- 
gente   di    quel    regno     lo    scelse  a 
suo     consigliere    e    confessore,     ma 
non   potè    indurlo  ad  accettare  di- 
gnità ecclesiastiche.,  ed  in  sua   vece 
fece  eleggere  arcivescovo  di   Braga 
Bartolomeo  de   Martiri.  Nel    i56i, 
termine    del    suo  provincialato,  se- 
condo il  desiderio    della    regina  si 
ritirò  nel  convento  reale  di  Lisbo- 
na ,    dove    proseguì    a    raccogliere 
ulteriori   frutti  co'suoi  consigli,  col- 
le prediche     e  cogli     scritti.     Gre- 
gorio XIII    con    lettele  apostoliche 
si  congratulò  de'suoi   lavori  e  V  a- 
nimò  a  continuarli.  Sisto  V   voleva 
crearlo  cardinale,  ma  non  potè  riu- 
scirvi.  Visse  questo    celebre  dome- 
nicano spagnuolo  ottantaquattro  an- 
ni in    un     continuato    esercizio    di 
l'unzioni  apostoliche  ed  in  una   per- 
fetta solitudine,  passando  la  maggior 
parte    delle    notti    a     meditare,     a 
contemplare,    a  pregare,  e  i  giorni 
a  confessare,  a  studiare,   a  scrivere 
o  a  dettare.  Riposò  nel  Signore  ai 
3 1    dicembre    1 588.     Abbiamo  di 
lui  un     gran  numero    di  eccellenti 
opere  scritte    in   latino    o    in   ispa- 
gnuolo,     e     tradotte  in     molte  lin- 
gue.   1 .  Un   Trattalo  dell'  orazione, 
2.   La   Guida    de'  peccatori.  3.     Il 
Memoriale  della  vita  cristiana.  /\. 
Diversi    trattati     della    preghiera    e 
dei  principali  misteri  della    vita  di 


124  LUl 

Gesù  Cristo.  5.  Un  trattato  con- 
cernente i  costumi  e  i  doveri  elei 
vescovi  6.  Un  gran  numero  di  di- 
scorsi sopra  ogni  sorta  di  argomen- 
ti ili  pietà.  7.  Dialoghi  sull'incar- 
nazione del  Figlio  di  Dio.  8.  L'in- 
troduzione  al  simbolo  della  fede. 
e).  La  rettori ca  della  chiesa,  os- 
sia eloquenza  deJ  predicatori  ;  e 
molti  altri  scritti  dominatici,  mo- 
rali, storici  ec. 

LUIGI  (s.),  ordine  equestre.  Per 
compensare  gli  ufficiali  de'  suoi  e- 
sercili  che  si  fossero  segnalati  nelle 
armi,  nel  1693  Luigi  XIV  il  Gran- 
de re  di  Francia,  istituì  questo  or- 
dine militare,  stabilendo  delle  pen- 
sioni per  quelli  che  ne  sarebbero  fre- 
giati, le  quali  si  sarebbero  aumen- 
tate   a  proporzione  dei    meriti  dei 
decorati,  dappoiché  l'ordine    gode- 
va    d'  una  rendita  di    trecentomila 
lire,  altri  dicono    cinquecento    cin- 
quantamila. Dichiarò  Luigi    XIV , 
il  re  capo,   sovrano  e  gran  maestro 
dell'ordine.  Divise    l'ordine    in    tre 
gradi,  cioè  di  gran  croci,    di    com- 
mendatori e  di  cavalieri.    I    primi 
erano  otto,  ventiquattro  i  secondi, 
e  illimitato   il  numero    de'  cavalie- 
ri :    i    gran    croci    si  aumentarono 
poi  di  due,  ed  i  commendatori  di 
altri  cinque.  I  delfini  o  eredi  pre- 
suntivi della  corona,    i    marescialli 
di  Francia,  l'ammiraglio,  ed  il  ge- 
nerale delle  galere  erano    cavalieri 
miti.   L'ordine  avea   pure  de'  digni- 
tari,   i    quali    godevano    di    alcuni 
distintivi.   A  tutti    i    cavalieri    del- 
l' ordine  concesse  per  insegna    una 
croce    d'oro    coli' immagine    di    s. 
Luigi  IX  re  di  Francia.  I  gran  cro- 
ci   la    portavano    pendente   da  un 
nastro  o  bandoliera  larga    quattro 
dita  color  di   fuoco,    che     poneva- 
no   a    traverso  del  petto  dalla  spal- 
la destra  all'anca    sinistra,    usando 


LUI 

ancora  un'altra  croce  o  placca    ri- 
camata sopra  la  giubba  o  il  man- 
tello.  1  commendatori  portavano  il 
solo   nastro    o  bandoliera  colla  cro- 
ce pendente,  senza  la  placca.   I  ca- 
valieri usavano  solamente   la  croce 
d'oro  in   petto,  pendente  da  picciol 
nastro  color  di  fuoco ,    e   la  pone- 
vano all'occhiello  dell'abito.  La  cro- 
ce era  d'oro  con  corona,  di  forma 
ottagona,  con  de'  gigli    o  fiordalisi 
ai  quattro  lati  o  angoli;    nel  mez- 
zo eravi  un  cerchio,  in    una  parte 
del  quale  vede  vasi  in  campo   rosso 
l'immagine  di  s.   Luigi  IX  armato 
di  corazza  con  sopra  il  manto  rea- 
le, sorreggendo  colla  destra  la  co- 
rona di  spine,  ed  i  chiodi  che  ser- 
virono alla  passione  del  Redentore, 
coli' epigrafe:  ludovicus  magnus  in- 
stituit  mdclxxxxiii,  e  dall'altro  la- 
to eravi  in  campo  rosso  una  spada 
fiammeggiante,  la    cui    punta    tra- 
passava una  corona  d' alloro,  pen- 
dente da    un    nastro    bianco ,    con 
queste  parole  intorno  :  bellicae  vir- 
tutis  praemium,    in    lettere    d'oro. 
Per  essere  ammesso  a  questo  nobi- 
lissimo ordine,  bisognava  avere  al- 
meno venti  anni    di  servizio    come 
uffiziale,  ed  essersi  distinto  con  qual- 
che valorosa  azione;  far  giuramen- 
to di  vivere  e  morire  nella  religio- 
ne cattolica,  di  essere  fedele  al  re, 
di  obbedire  ad  esso  ed  ai    coman- 
danti da  lui  dipendenti ,  di  difen- 
dere l'onore  del  re,  la  di  lui  au- 
torità, e  i  diritti  suoi    e    delia  co- 
rona ;  di  non   passare  senza  il  suo 
permesso  al  servizio  di  un    princi- 
pe straniero ,    di    rivelare    tuttociò 
che  si  potesse  conoscere  di  contra- 
rio al   re  ed  allo  stato,  di  osserva- 
re esattamente  gli  statuti  dell'ordi- 
ne, e  di  comportarsi  da  buono,  sa- 
vio e  leale  cavaliere.  L'ordine  ogni 
anno  teneva  il  capitolo  nel  giorno 


LUI 

di  s.  Luigi  IX  re  di  Francia  ;  fu 
approvato  dal  re  Luigi  XV  ,  ma 
dal  i83o  in  poi  non  venne  più 
conferito.  Il  p.  Bonanni  nel  Cata- 
logo degli  ordini  militavi  ed  eque- 
stri, tratta  di  questo  nel  toni.  IV, 
p.  LXX,  e  ci  dà  la  figura  del  ca- 
valiere. 

LUIGI  di  Baviera,  ordine  eque- 
stre. Il  regnante  re  di  Baviera  Lui- 
gi Carlo  Augusto  lo  istituì  a'  i5 
agosto  1827,  per  premiare  quegli 
impiegati,  che  per  ben  cinquanta 
anni  avessero  lodevolmente  servito 
il  governo  sia  nel  ramo  civile,  sia 
in  quello  militare,  sia  nell'ecclesia- 
stico. Va  notato  che  ai  militari 
ogni  campagna  si  valuta  per  due 
anni  di  servizio  ;  ma  il  tempo  pas- 
sato fuori  di  servizio  o  in  pensio- 
ne non  si  calcola.  La  decorazione 
di  questo  ordine  militare  ed  eque- 
stre consiste ,  per  gì' impiegati  del- 
la corte  tanto  civili  che  ecclesiasti- 
ci che  hanno  il  grado  di  consiglie- 
ri, come  ancora  pegli  uffiziali  e  per 
coloro  che  hanno  grado  di  uffizia- 
li nell'esercito,  in  una  croce  d'oro 
sormontata  dalla  corona  reale  ;  ai 
quattro  angoli  della  croce  sono  le 
parole  :  iouis  boi  de  bavière,  e  nel 
rovescio;  pour  5o  ans  de  service 
iionorable.  Pei  membri  poi  di  un 
grado  inferiore,  la  decorazione  si 
forma  da  una  medaglia  d'oro  ,  in 
ciascun  lato  della  quale  leggonsi  le 
medesime  riferite  parole. 

LUIGIA  di  Albertone  (beata). 
Nacque  a  Roma  nel  i47°>  di  rag- 
guardevoli parenti.  Fin  dalla  sua 
giovinezza  desiderava  di  consacrar- 
si a  Dio;  ma  per  obbedire  a' suoi 
genitorij  si  maritò  a  Giacomo  di 
Citara,  gentiluomo  pieno  di  buone 
qualità,  ed  ebbe  tre  figlie.  Rima- 
sta vedova  dopo  alcuni  anni  di 
matrimonio,  abbracciò   il  terzo  or- 


LUI  i*5 

cline  di  s.  Francesco,  e  se  ne  mo- 
strò degna  figlia  col  suo  amore 
per  la  penitenza  e  mortificazione , 
e  col  suo  distaccamento  dalle  cose 
mondane.  In  una  carestia  che  de- 
solò ai  suoi  giorni  V  Italia  ,  ven- 
dette i  suoi  beni  per  sollevare  i 
poveri,  ri  ducendo  sé  stessa  all'  in- 
digenza. Avendole  Iddio  fatto  co- 
noscere il  momento  della  sua  mor- 
te, vi  si  apparecchiò  col  ricevere  i 
santi  sacramenti,  e  santamente  pas- 
sò di  questa  terra  il  giorno  3 1 
gennaio  i53o,  in  età  di  sessant' a  li- 
ni. L'ordine  di  s.  Francesco  ne  o- 
nora  in  questo  giorno  la  memo- 
ria, con  permissione  del  Papa  Cle- 
mente X. 

LUIGIA,  ordine  di  cavalieresse. 
Federico  Guglielmo  HI  re  di  Prus- 
sia, a  rimeritare  tutti  coloro  che 
fedelmente  lo  avevano  servito  nelle 
gliene  contro  Napoleone,  non  solo 
istituì  1'  ordine  della  Croce  di  fer- 
ro nel  181 3,  diviso  io  gran  croci 
e  in  cavalieri  di  prima  e  seconda 
classe;  ma  nel  seguente  anno  fon- 
dò quello  di  Luigia  per  decorare 
le  dame  che  aveano  dato  lumino- 
se prove  di  amor  patrio  e  di  af- 
fezione al  trono,  nelle  diverse  con- 
tingenze dell'invasione  straniera  del- 
la Prussia  e  dopo.  Pertanto  a'  3 
agosto  1 8 1 4  istituì  l'ordine  delle 
cavalieresse  di  Luigia  ,  e  gli  diede 
tale  nome  per  onorare  quello  della 
sua  dilettissima  consorte  Luigia  Au- 
gusta Guglielmina  Amalia  di  Me- 
cklenbourg-StrelitZj  che  avea  con 
dispiacere  perduto  nel  18 io,  dopo 
che  essa  erasi  tanto  adoperata  a 
vantaggio  del  re  consorte  e  della 
patria,  animando  i  sudditi  ed  ecci- 
tandoli a  pigliar  le  armi  contro  il 
terribile  e  fortunato  invasore  dei 
troni  di  Europa.  L'ordine  di  Lui- 
gia fu  stabilito  di  cento  fra  dame 


iiG  LUI 

I  da  midolle,  venendo  per  decora- 
zione decretato  un  nastro  di  seta  o 
fascia  bianca  con  orli  neri,  da  por- 
tarsi a   tracolla. 

LUINES  Paolo  Alberto,  Car- 
dinale. Paolo  Alberto  de  Luines 
o  Luynes,  nobile  francese,  nacque 
a  Versailles  il  5  gennaio  1703.  I 
suoi  genitori  secondandone  l'indole 
lo  applicarono  al  mestiere  delle  ar- 
mi, nel  quale  erasi  avanzato  in 
un  grado  rispettabile,  allorquando 
improvvisamente  cangiata  volontà, 
determinò  di  applicarsi  alla  mili- 
zia ecclesiastica.  Intrapresi  gli  ana- 
loghi studi,  fu  laureato  in  teolo- 
gia nell'università  di  Bourges,  indi 
provveduto  nell'  età  di  ventiquattro 
anni,  dell'insigne  abbazia  Cesarien- 
se,  fu  eletto  vicario  generale  della 
diocesi  di  Meaux,  e  poi  fu  nomi- 
nato a  reggere  la  chiesa  di  Ba- 
jeux  che  ottenne  nel  1729  da  Be- 
nedetto XI 11.  Portatosi  al  suo  ve- 
scovato, colla  vigilanza  e  collo  ze- 
lo, e  molto  più  colla  condotta  di 
una  vita  illibata  ed  irreprensibile, 
si  aptì  la  strada  ai  più  grandi  o- 
nori.  In  fatti  venne  dichiarato  ele- 
mosiniere del  delfino,  e  nel  con- 
cistoro de'  16  novembre  ijSZ  da 
Benedetto  XIV  fu  trasferito  ali'ar- 
civescovato  di  Sens  ;  quindi  ad 
istanza  di  Giacomo  III  re  cattoli- 
co d'Inghilterra,  lo  stesso  Pontefi- 
ce nel  concistoro  de'  5  aprile  1756 
lo  creò  cardinale  dell'ordine  de'pre- 
ti,  e  gli  mandò  la  berretta  cardi- 
nalizia per  l'ablegato  monsignor 
Durini.  Morto  Benedetto  XIV  nel 
1758,  il  cardinale  si  recò  al  con- 
clave che  riuscì  uno  de'  più  ce- 
lebri ,  ed  in  unione  degli  altri 
cardinali  francesi,  per  ordine  di 
monsignor  di  Laon  ambasciato- 
re di  Francia,  diede  la  formale 
esclusiva  dal  pontificato    al    cardi- 


LUL 

nal  Cavalchini.  Elettosi  Clemente 
XIII,  questi  conferì  per  titolo  al 
cardinale  la  chiesa  di  s.  'Tommaso 
in  Parione,  annoverandolo  alle  con- 
gregazioni de'vescovi  e  regolari,  del- 
la visita  apostolica,  dell'indice,  e 
dell'indulgenze  e  sacre  reliquie.  Il 
re  di  Francia  decorò  il  cardinole 
del  grado  di  commendatore  del  re- 
gio ordine  dello  Spirilo  Santo.  Egli 
inoltre  fu  pure  ai  conclavi  in  cui 
furono  eletti  Clemente  XIV  e  Pio 
VI.  Prima  di  partire  da  Roma  la- 
sciò larghe  limosine  da  distribuirsi 
ai  poveri  della  parrocchia  del  suo 
titolo,  la  quale  provvide  abbondan- 
temente di  sacri  arredi  e  di  eccle- 
siastiche suppellettili.  Alla  fine  mo- 
rì in  Parigi  nella  grave  età  di  an- 
ni ottantacinque  e  trentadue  di  car- 
dinalato, a'21  gennaio  1788,  es- 
sendo divenuto  primo  de'  cardinali 
preti,  compianto  per  le  sue  virtù 
ed  egregie  doti. 

LULLONE  (s.) ,  arcivescovo  di 
Magonza.  Inglese  di  nascita,  dopo 
aver  compito  i  suoi  studi  sotto  il 
venerabile  Beda,  nel  732  passò  in 
Alemagna.  S.  Bonifacio  suo  paren- 
te lo  vide  giungervi  con  gioia,  gli 
diede  l'abito  monastico,  l'ordinò 
poscia  diacono,  e  gli  commise  la 
cura  di  predicare  il  vangelo  agl'i- 
dolatri, nel  che  occupossi  indefes- 
samente, senza  temete  le  persecu- 
zioni mossegli  contro  dai  nemici 
della  religione.  S.  Bonifacio,  dopo 
averlo  ordinato  prete  nel  7^1,  lo 
mandò  a  Roma  per  consultare  il 
Papa  Zaccaria  sopra  parecchie  que- 
stioni importanti.  Ritornato  in  A- 
lemagna,  lo  nominò  suo  successo- 
re, ed  ottenutone  il  consenso  del 
re  Pipino,  venne  consacrato  arci- 
vescovo di  Magonza.  Due  anni  do- 
po s.  Bonifacio  sofferse  il  martirio, 
e  s.  Lullone  ne  portò  il  corpo  al- 


LUM 
l'abbazia  di  Fulda,  e  gli    diede  o- 
norevole  sepoltura.  Durante  lo  spa- 
zio   de' treni  aq  uà  tir' anni    che    go- 
vernò la  sua  diocesi,  si  mostrò  sem- 
pre degno  della  scella  del  suo  pre- 
decessore. Assistette  a  parecchi  con- 
cilii     sì     in    Francia    che     in    Ita- 
lia;  veniva   consultato    da    tutte  1e 
parti,    facendosi    grandissima    stima 
del  suo  sapere.    Non    abbiamo    più 
le  sue  risposte,    ma    ci    rimangono 
ancora   nove  delle  sue  lettere,  pub- 
blicate fra   quelle  di  s.  Bonifacio,  e 
che  sono  interessanti  per  le  mate- 
rie che  ne   formano  il  soggetlo.  S. 
Lullone,  male  informato,  prese  par- 
te conlio  s.  Sturano  abbate  di  Ful- 
da,  ch'era    slato    falsamente    accu- 
sato di    tradimento  contro  il  re  Pi- 
pino ;   ma  il  santo    arcivescovo    ri- 
conobbe poscia  il  suo  fallo,    come 
vedesi   dalla   sua  carta   di    donazio- 
ne    all'abbazia  di    Fulda ,    cui    so- 
scrisse  l'anno   j85.    Egli     lasciò    la 
sua  sede  prima   di   morire,    e    riti- 
rossi    nel    monastero    di    Harsfeld  , 
da   lui    fondato,    dove    spirò  il     i.° 
di     novembre    del    787.    11  giorno 
16  d'ottobre   viene   onorala  la  sua 
memoria. 

LUME,  LUMI  e  LUMINARIE 
Il  lume  è  quello  splendore  che 
nasce  dalle  cose  che  lucono ,  lu- 
menj  dicendosi  lume  per  lucerna 
o  candela  accesa,  lucerna,  fax;  lu- 
miera, fiaccola,  lume  grande,  fax, 
lumenj  luminaio,  arnese  che  con- 
tiene molti  lumi.  Luminala  o  Lu- 
minaria, luminarti  per  quantità  di 
lumi  accesi,  luminimi  copia.  Lu- 
minaria pigliasi  generalmente  per 
quantità  di  lumi  accesi,  e  dicesi  an- 
che luminaria  una  festa  di  lumi  , 
nella  quale  si  sogliono  per  lo  più 
adoperare  lanternoni  e  lampioni  ;  e 
fassi  di  notte  tempo  in  occasione 
di  pubblica  allegrezza,    o    per    so- 


LUM  127 

lennizzare  qualche  fe>ta.  Tarlano  i 
nostri  più  antichi  scrittori  di  gran- 
di luminarie,  di  falò  e  di  lumina- 
rie, di  luminaria  e  solennità  nel- 
l'accompagnamento di  un  funera- 
le; e  lanternoni  dieonsi  nel  voca- 
bolario del  disegno  quei  lumi  che 
nascosi  in  fogli  dipinti  si  mettono 
alle  finestre  o  in  altre  parti  este- 
riori degli  edifizi  in  occasione  di 
pubblici  fuochi  e  luminarie  d'alle- 
grezza. Illuminazione,  illuminamen- 
to, rischiaramento,  dicesi  l'alto  del- 
l' illuminare  le  citlà  o  i  pubblici 
edifizi  in  occasione  di  solennità  o 
di  allegrezza.  Le  illuminazioni  fu- 
rono pine  in  uso  ne'  più  rimoti 
secoli,  usandole  gli  egizi,  gli  ebrei, 
i  greci,  gl'indiani,  i  cinesi,  i  ro- 
mani che  avevano  al  paro  di  noi 
le  loro  pubbliche  illuminazioni  nel- 
la ricorrenza  delle  grandi  solenni- 
tà e  delle  feste  della  loro  religio- 
ne, all'epoca  della  nascita  de' prin- 
cipi, e  massime  alle  calende  di  cia- 
scun mese,  ne'  quali  giorni  sospen- 
devansi  alle  porte  ed  alle  finestre 
lampade  in  gran  numero.  Queste 
illuminazioni  si  facevano  talvolta 
dagli  antiehi  anche  di  giorno.  Nel 
descrivere  in  moltissimi  articoli  pub- 
bliche feste  ed  allegrezze,  si  notano 
le  singolari  e  copiose  illuminazioni 
che  v'ebbero  luogo.  All'articolo 
Fuoco,  oltre  che  del  famoso  fuoco 
artificiale  di  Roma  chiamato  gi- 
randola, si  dice  pure  della  celebre 
illuminazione  della  cupola  vaticana; 
delle  altre  illuminazioni  per  l'ele- 
zione e  coronazione  de'  Papi ,  ed 
anniversari  di  esse,  e  per  la  crea- 
zione de'  cardinali,  se  ne  parla  iu 
vari  luoghi,  ed  ai  voi.  II,  p.  92,  e 
IX,  p.  18  r  e  3i2  del  Dizionario, 
non  che  nel  voi.  XV,  pag.  2  44* 
Talvolta  nelle  solenni  illuminazioni, 
come  nella  elezione  d'Innocenzo  X, 


n8  LUM 

al  dire  del  Lunadoro,  edizione  del 
i6£6,p.  3ia,  le  torcie  di  cera  bian- 
ca che  ad  essa  aveano  servito  alle 
finestre  de'  cardinali ,  principi,  ed 
ambasciatori,  si  gettavano  al  popo- 
lo. Delle  illuminazioni  e  fuochi  che 
hanno  luogo  nella  sera  della  pro- 
mozione dei  cardinali  e  nelle  se- 
guenti, ne  tratta  eziandio  il  Chiap- 
poni, Ada  canoniz.  sanctorumy  p. 
ao8  e  seg. 

Tra  i  distintivi  degl'  imperato- 
ri romani  eravi  quello  di  essere 
preceduti  nelle  strade  con  facelle 
accese;  ma  sebbene  Comodo  con- 
cedesse a  Marcia ,  che  teneva  in 
luogo  di  moglie,  tutti  gli  onori 
come  ad  Augusta,  non  gli  accordò 
d'  essere  accompagnata  dalle  facelle 
accese.  Il  disco  di  luce  con  cui  i 
pittori  vollero  esprimere  i  santi,  è 
quel  lume  comunicato  agli  ange- 
li ed  agli  uomini  da  Dio  stesso 
fonte  perenne  di  luce,  e  qual  se- 
gno eh'  egli  abita  in  loro.  Le  illu- 
minazioni furono  sempre  presso  tut- 
ti i  popoli  un  segno  di  letizia,  on- 
de fu  cosa  naturale  che  siano  sta- 
te impiegate  per  onorare  la  divi- 
nità ed  il  culto.  Agli  articoli  Can- 
dela, Cancelliere,  Lampada,  Lam- 
padario, Lucerna  ed  altri  simili , 
oltre  i  relativi,  già  parlammo  delle 
principali  nozioni  ed  erudizioni  ri- 
guardanti i  lumi ,  le  luminarie , 
specialmente  i  lumi  de*  sacri  tem- 
pli e  loro  antico  uso;  laonde  quan- 
to si  troverà  mancare  in  questo  ar- 
ticolo, si  potrà  rilevare  ne'  citati 
luoghi.  Il  Macri  nella  Notizia  dei 
vocaboli  ecclesiastici^  dice  che  si 
chiamò  candelaptìs  o  sagrestano 
colui  che  avea  la  cura  di  accen- 
dere le  lampade  e  i  lumi  delia 
chiesa  :  da  questo  vocabolo  i  ma- 
roniti chiamarono  kandalafti  il  sa- 
grestano. La  cura  dei  lumi  fu  pro- 


LUM 

pria  dei  chierici  detti  ceroferarii , 
benché  nei  primi  tempi  della  Chio- 
sa, e  nel  tempo  degli  apostoli,  non 
tutti  i  ministeri  che  ora  si  eserci- 
tano dagli  ordini  minori ,  erano 
distribuiti,  come  adesso  si  pratica , 
ma  esercita vansi  da  un  solo  mini- 
stro. Lampadario  o  Lampadisia 
(Fedi),  era  un  ministro  nella  chie- 
sa di  Costantinopoli,  incaricato  del- 
l'illuminazione  del  tempio;  eranvi 
eziandio  lampadari  nel  palazzo  im- 
periale e  pel  servigio  de'  grandi 
uflìziali  di  corte.  Anticamente  i 
Mansionari  (  Vedi)  ebbero  nelle 
chiese  la  cura  dei  lumi  delle  lam- 
pade. Quanto  alla  illuminazione 
delle  strade,  negli  articoli  di  qual- 
che città  capitale,  dicemmo  quan- 
do ebbe  principio.  Neil'  Effemeridi 
di  Roma  del  1787,  a  p.  4°2>  Par* 
lasi  della  dissertazione  del  prepo- 
sto Carlo  Castelli,  sulla  forma  più 
conveniente  per  le  lampade  desti- 
nate alla  illuminazione  delle  strade. 
L'uso  de'  lumi  nelle  funzioni  sa- 
cre è  antichissimo  :  furono  essi 
sempre  adoperati  nella  legge  vec- 
chia in  tempo  de'  sacrifizi.  Quan- 
do Iddio  volle  il  tabernacolo,  co- 
mandò a  Mosè  la  fabbrica  di  un 
misterioso  candeliere  ,  in  cui  ar- 
dessero sette  lampade.  Nel  tempio 
edificato  da  Salomone,  i  lumi  fu- 
rono d'assai  moltiplicati,  come  di- 
cemmo all'  articolo  Gerusalemme  , 
ove  descrivemmo  il  tempio;  quel 
re'  collocò  avanti  il  tabernacolo 
cinque  candelabri  d'oro  a  destra  e 
altrettanti  a  sinistra,  oltre  il  can- 
deliere mosaico,  per  cui  in  vece 
di  sette  lumi  ne  ardevano  settan- 
tasette, numero  misterioso,  in  cui 
vuoisi  significalo  il  numero  infini- 
to, ed  espressa  la  luce  infinita  che 
il  Creatore  possiede,  la  gloria  e  la 
venerazione    dovuta    al    medesimo 


LUM 

dalle  creature.  A'  rispettivi  luoghi 
si  disse  del  numero  misterioso  dei 
lumi.  L'uso  dei  lumi  nelle  funzio- 
ni sacre  fu  comune  presso  gli  ebrei, 
ed  anche  presso  i  gentili,  come  si 
legge  nel  Baronio  all'anno  58.  Fi- 
no dal  principio  della  Chiesa  era- 
-vi  l'uso  dei  lumi,  non  solo  nella 
notte,  ma  anche  nel  giorno,  sia 
per  adornare  con  lumi  i  luoghi  sa- 
cri, sia  per  discacciarne  le  tenebre, 
quando  il  richiedesse  il.  bisogno , 
sia  per  segno  di  letizia  spirituale 
e  venerazione.  Quindi  fu  consuetu- 
dine antichissima  V  usare  i  lumi 
nella  celebrazione  dei  divini  miste- 
ri e  degli  altri  uffici  ecclesiastici, 
e  come  segno  di  culto  verso  la 
ss.  Eucaristia,  o  per  onore  delle 
reliquie  dei  santi  e  delle  loro  im- 
magini, o  per  rispetto  del  luogo 
sacro.  Prova  che  la  Chiesa  cattoli- 
ca fin  dal  suo  nascere  costumò  i 
lumi,  sono  le  offerte  fatte  dai  fe- 
deli al  tempo  degli  apostoli  dell'o- 
lio perchè  ardessero  i  lumi  nei  tem- 
pli :  anche  in  tempo  delle  perse- 
cuzioni si  manteuue  l'uso  dei  lumi, 
e  nelle  catacombe  e  sacri  cimiteri 
si  trovarono  lucerne  di  bronzo  e 
di  terra  cotta  :  su  di  che  sono  a 
consultarsi  il  Bolcletti,  Osservazio- 
ni sui  sacri  cimiteri,  tom.  le  IT; 
l'A  ringhio,  Roma  sublerranea  1.  I, 
e.  XVI li,  ed  il  Casali,  De  veter. 
christ.  ritibus  e.  XLlf.  Non  solo 
nel  cenacolo  di  Gerusalemme  era- 
no accese  copiose  lampade  pei'  la 
celebrazione  dell'eucaristico  sacrifi- 
zio; ma  anche  in  quello  di  Troa- 
de,  dove  si  celebrò  mentre  all'adu- 
nanza predicava  s.  Paolo,  vi  erano 
molte  lampade.  Gli  alti  di  s.  Ci- 
priano del  terzo  secolo  dimostrano 
l'uso  dei  cerei  nella  chiesa ,  facen- 
dosi in  essi  menzione  dei  cerei  ac- 
cesi intorno  a  quel  martire  allor- 
voi.   XL. 


LUM  129 

che  fu  portato  al  sepolcro.  Dell'an- 
tichissimo uso  de'  lumi  ne'  Fuhera- 
li,  ne  tenemmo  proposito  a  quel- 
l'articolo. 

Quanto  all'  uso  de'  lumi  e  dei 
cerei,  e  dell'accompagnamento  del 
funerale ,  il  primo  esempio  rac- 
colto dai  santi  padri  da  Meta- 
fraste, fu  nel  trasferirsi  dal  monte 
Sion  nella  valle  di  Getsemani  il 
corpo  venerabile  della  Beata  Ver- 
gine, coli' accompagnamento  degli 
apostoli  e  di  tutti  i  fedeli ,  come 
notò  s.  Giovanni  Damasceno.  Il  li- 
bro pontificale  nella  vita  del  Papa 
s.  Silvestro  I,  racconta  ch'egli  fe- 
ce fare  per  la  chiesa  de'  candela- 
bri di  bronzo.  Dell'  uso  dei  cerei 
nella  chiesa  d' Alessandria  ne  fa 
menzione  s.  Atanasio  ;  ed  in  una 
lettera  si  duole  che  gli  ariani  a- 
veano  tolti  i  cerei  e  le  candele 
dalle  chiese  per  bruciarle  in  ono- 
re degli  idoli.  Passando  s.  Epifa- 
nio per  la  Palestina  si  avvide  che 
un  tale  edilìzio  era  la  chiesa  di 
quel  luogo,  dal  lume  della  lampa- 
da. Dopo  s.  Gregorio  Nazianzeno 
i  cerei  e  i  lumi  figuravano  ancora 
nelle  cerimonie  del  battesimo.  I  ca- 
noni di  vari  concilii,  ed  in  ispecie 
del  cartaginese  tenuto  l'anno  398, 
prescrissero  che  l'accolito  avea  per 
suo  officio  quello  di  accendere  i 
lumi  e  i  cerei  della  chiesa ,  e  a 
cui  l'arcidiacono  facea  toccare,  co- 
me indizio  del  suo  officio,  un  can- 
deliere col  suo  cereo.  Contro  Vi- 
gilanzio  che  sul  principio  del  se- 
colo V  biasimò  l'uso  de'  cerei  ec- 
clesiastici come  rito  pagano.,  scrisse 
confutandolo  il  dottore  s.  Girola- 
mo, provando  che  al  suo  tempo 
in  tutte  le  chiese  d'oriente  accen- 
devansi  de'cerei  per  cantare  l'evan- 
gelo,  e  che  gli  accoliti  portavano 
que'  lumi  a'  lati  del  leggìo  dove  il 
9 


i3o  LUM 

diacono  Io  cantava.  Accuratamen- 
te  s.  Paolino  di  Nola  descrisse  nel- 
le sue  poesie  le  lampade  e  i  cerei 
accesi  per  la  festa  di  s.  Felice,  a 
guisa  di  una  corona  al  di  sopra 
dell'altare;  come  ancora  le  lampa- 
de sospese  alla  catena  di  bronzo, 
ed  una  gran  lucerna  d'oro  pen- 
dente avanti   l'altare. 

Provano  l'esistenza  dell'uso  dei 
lumi  anche  nelle  chiese  delle  Gal- 
lie,  Isidoro  Apollinare,  e  s.  Gre- 
gorio di  Tours;  anzi  il  primo  rac- 
conta d'essersi  trovato  presente  al- 
la solennità  di  s.  Giusto,  celebrata 
nella  sua  basilica,  dove  tanta  era 
la  copia  de'  lumi  che  colà  i  fedeli 
■vi  aveano  recato,  che  questi  nel 
santo  luogo  tramandavano  un  ec- 
cessivo calore.  11  secondo  poi  nar- 
ra, che  lumi  e  cerei  accesi  pone- 
vansi  alle  tombe  de' martiri,  e  gran 
copia  di  lumi  si  adoperò  nella 
celebre  processione,  ove  furono  por- 
tate con  pompa  religiosa  le  reli- 
quie di  s.  Remigio  di  Reims.  Co- 
me si  debba  intendere  il  canone 
del  concilio  Eliberitano  o  d'Elvira 
lo  dicemmo  altrove  ;  ne  abbiamo 
la  spiegazione  e  il  commento  dal 
cardinal  Mendoza.  Egli  dice  che  il 
concilio  vietò  di  accendere  di  gior- 
no i  cerei  sui  cimiteri,  acciò  i  gen- 
tili non  avessero  occasione  per  di- 
sturbare i  chierici  custodi  o  rove- 
sciare i  sepolcri,  e  perchè  non  fos- 
sero inquietati  i  sacri  ministri  nel- 
la celebrazione  de'  santi  misteri. 
Sembra  che  Lattanzio  Firmiano  ri- 
provasse l'uso  antico  e  costante  dei 
lumi  nella  chiesa,  essendo  Dio  au- 
tore e  datore  d'ogni  lume;  ma  da 
tutto  il  contesto  si  vede  chiaro , 
aver  egli  avuto  soltanto  di  mira  i 
gentili,  i  quali  con  rito  supersti- 
zioso accendevano  ai  loro  Dei  i  lu- 
mi come  se  vivessero  fra    le  tene- 


LUM 
bre,  ed  abbisognassero  di  lumi  per 
vedere.  Dice  il  Barbosa  :  Lumen 
accensuni  Christian  significai ,  ci- 
tando le  parole  di  s.  Giovanni  : 
Ego  sani  lux  mundi.  Come  nelle 
religiose  costumanze  usate  nella  li- 
turgia della  Chiesa,  così  pure  in- 
sorsero in  diversi  tempi  contro  la 
disciplina  de'  lumi  parecchi  prote- 
stanti e  novatori,  fra'  quali  Rasna- 
gio  confutato  dal  cardinal  Rona,  e 
il  De-Vert  e  l'Ildebrando  confuta- 
ti da  Renedetto  XIV.  È  quasi  in- 
credibile 1'  immensa  spesa,  che  i 
cristiani  di  ogni  grado  e  condizio- 
ne, con  religioso  trasporto  faceva- 
no de'  luminari  ad  uso  della  chie- 
sa e  della  cristianità  ,  dal  secolo 
quarto  in  poi.  Computando  insie- 
me la  spesa  pei  candelabri  di  bron- 
zo, di  ferro,  di  marmo,  ed  ezian- 
dio d'oro  e  di  argento,  di  forme 
varie,  e  di  altri  vasi  pei  lumij  vuoi- 
si che  i  cerei  fossero  il  minore  dis- 
pendio. Il  più.  antico  alimento  dei 
lumi  fu  l'olio,  il  più  comunemen- 
te usato,  come  apparisce  dalla  sa- 
cra Scrittura.  S.  Giovanni  Criso- 
stomo declamò  contro  gli  eccessivi 
donativi  d'olio  pei  lumi  delle  chie- 
se, perchè  trascuravansi  talvolta  le 
Opere  di  carità  in  soccorso  de' po- 
veri, e  in  fatti  abbiamo  che  l'im- 
peratrice Eudossia  assegnò  a  tale 
oggetto  decies  mille  sexlarios  ohi. 
Tutlavolta  Iddio  spesse  volte  si  de- 
gnò contestare  con  prodigi  singo- 
lari quanto  gli  riuscisse  accetto 
quest'atto  di  culto.  Narra  Eusebio, 
Hist.  cccl.  lib.  VI ,  che  mancando 
l'olio  pei  lumi  nella  chiesa  di  Ge- 
rusalemme nella  vigilia  della  Pa- 
squa di  risurrezione,  il  vescovo  Nar- 
ciso benedì  dell'  acqua ,  e  la  fece 
versare  nelle  lampade,  ed  all'istan- 
te tramutossi  in  olio  :  miracoli  po- 
co dissimili  si  leggono   nel    Dialo* 


gor. 


Kb. 


LUM 

l  e.  V,  tom.  UT,  e.  XXX 


di  s.   Gregorio  I.    V.  Olio. 

L'uso  della  cera  sembra  introdotto 
nel  quarto  secolo,  rilevandosi  da  s. 
Girolamo  che  in  quello  fiorì,  dappoi- 
ché esortò  s.  Agostino  nel  sermo- 
ne 2i5  de  tempore,  dicendo:  Qui 
possimi  aul  cereolos,  aut  oleum, 
quoti  in  cincindelibus  mitlatur,  ex- 
hibeant.  Abbiamo  inoltra,  che  s.  A- 
gostino  esortò  il  popolo  a  offrire 
candele  o  olio  per  le  lampade.  In 
seguito  venne  decretato  in  vari  con- 
cilia che  chiunque  si  accingesse  ad 
edificare  una  chiesa,  prima  di  tut- 
to dovesse  provvedere  alla  rendita 
pei  lumi,  come  fu  confermato  nel 
codice  di  Giustiniano  I.  Così  nel 
secondo  concilio  di  Braga  nel  563 
si  determinò  doversi  dividere  la 
rendita  delle  chiese  in  quattro  par- 
ti, delle  quali  una  era  per  la  spesa 
de'  lumi  e  per  la  riparazione  della 
fabbrica.  A  chiunque  poi  osasse 
defraudare  la  chiesa  di  ciò  che  of-. 
fri  vasi  dai  fedeli  pel  mantenimen- 
to de'  lumi,  gravi  pene  si*  commi- 
narono nel  terzo  concilio  di  Bra- 
ga nel  572,  e  nell'ottavo  secolo 
in  quello  d'Aquisgrana  sotto  Pipi- 
no. Nei  secoli  posteriori  poi  fu  sem- 
pre continuato  nella  Chiesa  l'uso 
delle  lampade  e  della  cera,  come  si 
legge  nel  libro  pontificale,  ed  un 
siffatto  uso  venne  poscia  approva- 
to anche  dal  concilio  di  Trento 
nella  sessione  XVI,  e.  7,  condan- 
nando solamente  l'uso  superstizio- 
so nel  numero  delle  candele.  An- 
ticamente nelle  sagre  adunanze, 
nelle  chiese ,  massime  innanzi  ai 
corpi  de'  principi  degli  apostoli, 
ardevano  i  lumi  per  via  di  lam- 
pade o  lucerne,  nelle  quali  si  bru- 
ciava non  solo  la  cera  e  l'olio  co- 
mune, ma  altresì  dell'olio  prezio- 
sissimo misto  col  balsamo,  o  come 


LUM  i3t 

altri  dicono  coli'  opobalsamo ,  cioè 
specie  di  balsamo  la  più  ricercata, 
che  dall'oriente  solevasi  per  tri- 
buto mandare  ogni  anno  a  Roma. 
Scrive  s.  Pier  Damiani,  epist.  2 
ad  Cedonl.y  che  la  Sede  apostolica 
godeva  in  Babilonia  una  possessio- 
ne che  le  rendeva  tanto  balsamo, 
quanto  bastava  per  le  lampade 
che  nel  giorno  di  Natale,  di  Pa- 
squa, e  de'ss.  Pietro  e  Paolo,  non 
che  nell'anniversario  del  Pontefice, 
ardevano  avanti  questi  apostoli  nel- 
la basilica  vaticana;  e  che  un  Pa- 
pa avendola  alienata  col  canone  di 
altri  Bromati ,  stando  egli  un  gior- 
no presso  la  loro  confessione  o  tom- 
ba, gli  comparve  una  figura  gran- 
de e  di  aspetto  terribile  ,  la  quale 
gli  disse  :  Tu  exlinxisli  lucernant 
ineam  ante  me,  et  ego  exlinguam 
luccrnam  tuam  ante  Dominimi.  Al- 
trettanto di  balsamo  ardeva  nel- 
le lampade  nella  confessione  di  s. 
Paolo,  e  duecento  libbre  nel  bat- 
tistero di  s.  Giovanni  cavalo  dalle 
possessioni  donale  dall'imperatore 
Costantino.  E  noto  che  il  Papa  s. 
Gregorio  I  del  590,  avea  piantato 
più.  di  cinquanta  oliveti  prò  con- 
cinnatione  luminum  a  s.  Pietro . 
Dicemmo  altrove  che  Adriano  I 
fece  fare  un  candelliere  chiamato 
pìiaro  che  conteneva  1875  ceri  o 
lumi,  per  ardere  avanti  la  tomba 
di  s.  Pietro.  Questa  sotto  Innocen- 
zo III  avea  quaranta  lampade  di 
argento,  oltre  centoquindici  dop- 
pieri che  gli  ardevano  innanzi  il 
di  e  duecentocinquanta  la  notte  : 
quando  poi  si  celebravano  le  feste 
solenni  si  usava  immensa  copia  di 
lampade  d'oro  e  di  argento  di  ric- 
chissimo lavoro,  o  in  forma  di  cro- 
ci gigantesche  e  tutte  fiammeggian- 
ti, chiamate  sìgna  Christì,  o  in  for- 
ma di  ghirlande  e  di  alberi    lumi- 


i3a  LUM 

nosi,  ed  essendo  la  fiamma    nutri- 
ta da  olio  prezioso,  questo  sparge- 
va   deliziose    fragranze.  L'Ugoniò, 
Delle  stazioni  di   Roma   png.    67, 
dice  che  s.  Gregorio   IH    del    731 
nella  basilica  Liberiana,  sotto  le  fi- 
nestre e  sopra  le  colonne,  fece  un 
corridore  onde  porvi  iutorno  i  lu- 
mi come  si  praticava  in   s.   Pietro 
il    giovedì    santo  :    da    ciò  si  vede 
quanto  è  antica  l'usanza  di  accen- 
dere i  lumi  intorno  le  chiese.  Dei 
lumi  che  ardevano  avanti   la  con- 
fessione vaticana,  di  quelli  che  tutto- 
ra giorno  e  notte  in  gran  copia  vi  ar- 
dono, e  della  croce  di  ottone  che  pri- 
ma s'illuminava  nel  giovedì  e  venerdì 
santo,  collocandosi  avanti   la  stessa 
confessione,  se  ne  parla  ai  voi.  IX, 
pag.  70,  e  XII,  pag.  23g  e  248  del 
Dizionario. 

Avvertimmo  già  che  ne'  rispet- 
tivi articoli  ove  si  tratta  del  nu- 
mero de'  lumi  occorrenti ,  secon- 
do le  sacre  funzioni  che  si  cele- 
brano, dicesi  pure  del  loro  sim- 
bolico e  mistico  significato.  Così 
diciamo  a'  loro  luoghi,  che  i  lumi 
per  la  celebrazione  della  messa  non 
possono  essere  meno  di  due,  avver- 
tendo il  Alacri  che  Onorio  III  pri- 
vò dell'  officio  e  beneficio  un  sa- 
cerdote, perchè  celebrò  senza  lume, 
essendo  colpa  grave.  In  caso  di  ne- 
cessità insegnano  alcuni  dottori  ba- 
stare un  solo  lume.  Azor.  lib.  X,  cap. 
28,  il  quale  anche  concede  in  tal  caso 
di  necessità  candele  di  sevo;  ma  il 
Suarez  condanna  questa  azione  di 
peccato,  permettendo  solamente  il 
lume  di  olio  in  caso  di  necessità. 
Nella  messa  dice  il  Bonanni ,  Ge- 
rarchia pag.  49 2>  cne  talvolta  se 
ne  adoperano  quattro  per  significa- 
re i  quattro  evangelisti,  essendo 
stata  dalla  loro  dottrina  illumina- 
ta la  Chiesa;  che  perciò  i  cristiani 


LUM 

anticamente  solevano  esprimere  nel 
piede  de1  candellieri  i  quattro  ani- 
mali veduti  dal   profeta   Ezechiele, 
ne'quali  furono  significati  i  quattro 
evangelisti.  Aggiunge  che    ne' gior- 
ni   più    solenni    in    alcune  chiese, 
principalmente  sugli  altari  maggio- 
ri, sene  usano  sei,  ne'  quali  si  pos- 
sono riconoscere  le  sei    braccia  del 
candelabro  mosaico  ordinato  da  Dio. 
All'articolo  Candelliere    parlammo 
de'  sette  candelieri  che  usa    il  ve- 
scovo quando  pontifica,    figura    di 
quelli  d'oro  dell'Apocalisse,  i  quali 
significavano  le  sette   chiese    catte- 
drali, fondate  nell'  Asia   da  s.   Gio- 
vanni evangelista,    ovvero    con    tal 
rito  si    allude    ai    sette    candellieri 
veduti  dal  medesimo  santo    avanti 
al  trono  di  Dio  nell'istessa  Apoca- 
lisse., acciocché  intenda    il    vescovo 
che  deve    essere  ornato    coi    sette 
doni  dello    Spirito    Santo,    ricono- 
sciuti   nel    candelliere    mosaico   da 
s.    Gregorio    Wazianzeno ,    De   vita 
Moysis,  e  da  s.  Girolamo  in  cap. 
IV  Ezechiele. 

Non  solo  ii  Papa  adopera  i  sette 
candellieri  con  candele  accese  al- 
lorché pontifica,  ma  altrettanti  so- 
no portati  dai  votanti  di  segnatu- 
ra quali  accoliti  apostolici,  al  mo- 
do detto  al  voi.  IX,  pag.  12  e  5y 
del  Dizionario,  e  credesi  in  memo- 
ria di  quelli  che  portavano  i  sette 
accoliti  di  quel  rione  di  Roma,  do- 
ve anticamente  il  Papa  andava  a 
celebrare,  i  quali  dal  segretario  do- 
ve erasi  cantata  l'ora  di  terza,  pre- 
cedendo nella  processione  il  Ponte- 
fice, li  collocavano  sopra  l'altare 
ove  doveva  celebrare.  Siccome  il 
p.  Mabillon  dice  che  anticamente 
Roma  era  divisa  in  sette  rioni  ec- 
clesiastici, il  numero  de'  sette  ac- 
coliti portanti  i  lumi  li  rappresen- 
tavano, come  spiegano  alcuui  eru- 


LUM 

diti.  Ripetiamo  che  il  significato  del 
numero  dei    lumi  nella  celebrazio- 
ne   de'  divini    misteri  ed    uffizi  ec- 
clesiastici, lo  si   spiega  a*  loro  luo- 
ghi; cos\  del  Lumen  Christi  nel  voi. 
XXV,  p.  180;  agli  articoli   Bugia 
e  Lampadario,  si  è  parlato  del  lu- 
me che  ne'  divini  uffizi  e  sacre  fun- 
zioni cui  assiste  o  celebra  il  Papa, 
a  questo  sostengono    i    patriarchi , 
gli  arcivescovi  o  vescovi,  e  in  loro 
mancanza  i  piotonotari    apostolici , 
mai  usando    il    Papa    la    bugia,  e 
mai  adoperandosi  essa  da  veruno  in 
sua  presenza.   Noteremo  che  i  Pon- 
lelici  solendo  concedere    il  distinti- 
vo dell'  istromento  detto  bugia,  tre 
concessioni    si   leggono  di-  essa    nel 
voi.  XI  Bull.  Rom.   Contìnuatio,  di 
Pio  VII.  A  p.   2o5   è    riportato  il 
breve    Exponi,  de'    i5    settembre 
1801,  col  quale  l'accordò    a' cano- 
nici   della    metropolitana    di    Fer- 
mo, cum   privilegio   gestandi    crii- 
ceni,  et  funicului  11  violacei    coloris 
in  pileo.    A  p.   271    evvi    il    breve 
In  sanctae,  de'i8  dicembre    1801, 
perpetua  privilegia    u tendi    bugia  _, 
canonis  libro,  aliisque  insignibus  prò 
canouicis  metropolitànae  Firmanae. 
A  p.  288  si  legge  il  breve   Quan- 
tum, de' 23   febbraio    1802,  sull'in- 
dulto della  bugia  e    del    portar  la 
croce  sul  petto  ad  instar    aliorum 
Germaniae  canonicorum  prò  prae- 
posito  collegiatae  ecclcsiae  de  Do- 
ucschingen,  diocesi  di  Costanza. 

Dei  lumi  che  si  accendono  nel- 
la notte  precedente  la  festa  del- 
l'Ascensione, ne  parlammo  all'arti- 
colo Lucerxe  ,  ove  pure  si  dis- 
se dei  lumi  perpetui  de'  sepolcri. 
Ad  animare  i  fedeli  all'accompa- 
gnamento del  ss.  Sagramento  per 
viatico  agi'  infermi.  Paolo  V  a'  3 
uovembre  1606,  ed  Innocenzo  XI 
il  primo  ottobre    1688    concessero 


LUM  i33 

alcune  indulgenze,  le  quali  confer- 
mò ed  ampliò  Innocenzo  XII  colla 
bolla  Debitum  pastorali  officii,  dei 
5  gennaio    1695,  Bull.  Rom.  torci. 
XI,  pag.   36*5,  e  sono    le  seguenti. 
Quelli  che    divotamente    accompa- 
gneranno con  lume  o  cereo  acceso 
il  ss.   Viatico,    acquisteranno    ogni 
volta   l' indulgenza  di  sette    anni  e 
di  sette  quarantene;  quelli   che  lo 
accompagneranno  senza  lume,  l'in- 
dulgenza di  cinque  anni    e  cinque 
quarantene;    quelli    poi    che    sono 
legittimamente  impediti,  se  mande- 
ranno altra  persona    in    loro    vece 
col     (urne    o    cereo     ad    accompa- 
gnare il  ss.    Viatico    acquisteranno 
tre  anni  d'indulgenza  e  tre  quaran- 
tene. Benedetto  XIV  nel  1749  con- 
cesse potersi  tali  indulgenze  appli- 
care ai  fedeli  defunti,  e  non  resta- 
no sospese  nell'anno  santo.    Osser- 
va   il    Rinaldi    che   i    lumi  furono 
sempre  gratissimi  a  Dio  :  ne    ren- 
dono certissima  testimonianza  i  mol- 
ti miracoli  fatti  con  l'olio  delle  lam- 
pade o  con  cera  presa    dalle    can- 
dele. Di  questa  divozione  ne  facem- 
mo memoria  all'articolo  Lampade. 
Il  medesimo  Rinaldi  dice  che  dall'ac- 
cendersi  le  lucerne  dai  gentili  agli 
Dei  nel  giorno  di   sabbato,    i    cri- 
stiani    rivolsero    1'  uso    ad    onore 
della  Beata  Vergine.  La  costuman- 
za d'accendere  lumi    nella    chiesa, 
massime  durante  la  celebrazione  dei 
divini  misteri    e  l' amministrazione 
de' sagramenti,  venne  praticata  sino 
dalla  sua  origine,  per  rendere  alle 
cose  sante  l'onore  e  la    venerazio- 
ne che  lor  si  deve.   I  lumi  contri- 
buiscono ancora  ad   eccitare    la  di- 
vozione   ne*  fedeli.     Saremmo    ben 
temerari  se  volessimo  biasimare  cer- 
te cerimonie  dalla    Chiesa    istituite 
per    lodevolissime    ragioni ,    cioè  a 
dire  perchè  sia  decente   e  maesto- 


j34  lum 

so  il  culto  esteriore,  e  per  aiutare 
la  nostra  fralezza  che  abbisogna  di 
qualche  cosa  sensibile  per  elevarsi 
sino  a  Dio.  Quanto  ai  cerei  dipin- 
ti, oltre  quanto  ne  dicemmo  altro- 
ve, per  quelli  delle  canonizzazioni, 
parla  del  significato  de'colori  anche 
il   Chiapponi   citato  a   p.    272. 

Sull'uso  della  cera  stearina  nei 
sacri  templi ,  nella  congregazione 
ordinaria  de'  sacri  riti  de'  16  set- 
tembre i843,  per  essersi  ad  essa 
domandata  la  proibizione  da  alcu- 
ni marsigliesi,  comparve  come  in- 
terpellato il  vescovo  di  essi,  cui  si 
associò  il  vicario  generale  dell'ar- 
civescovo di  Colocza;  furono  quin- 
di proposti  taluni  dubbi  a  risol- 
versi sull'uso  di  tali  candele  ne' detti 
sacri  luoghi,  per  cui  si  commise  ai 
monsignori  Luigi  Ferrari  e  Gio- 
vanni Corazza  cerimonieri  pontifi- 
cii, l'esame  della  questione  per  ve- 
nirne allo  scioglimento.  Il  primo  di 
essi,  dopo  avere  esaminato  la  na- 
tura della  cera  stearina,  ed  osser- 
vato esservi  di  tali  riti  nella  Chie- 
sa, pe'  quali  è  prescritto  l'uso  del- 
la cera  di  api,  a  modo  da  non  po- 
tervisi  sostituire  altra  materia,  con- 
chiude che  essendo  le  candele  in 
discorso  formate  cóll'adipe  o  gras- 
so degli  animali,  che  se  non  fosse 
purgato  dall'olio  sarebbe  una  cosa 
stessa  col  sevo ,  non  potranno  u- 
sarsi  mai  in  vece  di  quelle  di  cera 
nella  celebrazione  de'  mentovati  ri- 
ti. Con  tal  premessa  di  tutto  il  suo 
discorso,  risoluta  già  in  parte  la 
questione,  passa  a  ricercare  se  pos- 
sa essere  tollerato  l'uso  della  cera 
stearina  nelle  altre  funzioni  sacre. 
Stabilisce  in  primo,  essere  stata  mai 
sempre  la  Chiesa  gelosa  di  man- 
tenere l'osservanza  degli  antichi  suoi 
costumi,  e  ricorda  in  proposito  una 
non  dissimile  controversia  promos- 


LUM 

sa  nel  18 19  per  introdurre  l'uso 
de'  tessuti  di  .cotone  per  le  sacre 
suppellettili,  ed  il  general  decreto 
di  proibitone  emanalo  dal  Ponte- 
fice Pio  VII,  il  quale  decreto  pog- 
gia sopra  due  validissime  ragioni, 
dell'  uso  cioè  della  tela  introdotto 
al  principio  della  Chiesa  ,  e  dei 
reali  e  mistici  suoi  significati.  Co- 
sì applica  l'una  e  l'altra  ragione  al 
caso  del  quale  trattasi,  e  colle  pro- 
ve ricavate  dalla  costante  tradizio- 
ne, dimostra  antichissimo  l'uso  del- 
la cera  di  api  nelle  chiese  di  o- 
rienle  e  di  occidente,  e  con  gravi 
autorità  ne  dispiega  i  simboli  mi- 
steriosi, che  inutilmente  si  cerche- 
rebbero nella  stearina.  Aggiunge 
poi  la  ragione  della  convenienza  e 
della  decenza,  e  ricorda  che  essen- 
dosi sino  dai  primi  secoli  della 
Chiesa  fatte  le  offerte  di  cerei  dai 
fedeli  pel  culto  di  Dio,  non  è  a 
ricercarsi  se  più  a  tal  uopo  si  con- 
venga una  sostanza  formata  con 
succo  ricavato  dai  fiori  odorosi,  o 
non  piuttosto  dall'immondo  adipe 
di  animali,  tuttoché  per  arie  espur- 
gato. E  però  essersi  sempre  proi- 
bito il  sevo  sino  a  preferir  l'olio 
pel  caso  di  necessità  nella  celebra- 
zione del  divin  sacrifizio;  ed  assai 
ben  in  acconcio  riporta  una  rispo- 
sta della  sacra  congregazione  di 
propaganda  fide,  data  nel  1 834  al 
vicario  apostolico  del  regno  della 
Corea,  con  cui  si  permetteva  solo, 
duranti  le  circostanze  da  esso  espo- 
ste, di  servirsi  nel  sacrifizio  di  una 
qualità  di  cera  che  fluiva  da  un 
albero.  Discioglie  in  seguito  gli  ar- 
gomenti che  favoriscono  le  nuove 
candele,  e  dimostra  insussistente  la 
osservazione  dell'identità  della  cera 
di  api  colla  stearina,  avere  la  pri- 
ma mistici  e  santissimi  significati. 
Sviluppata  la  proposta  materia  con 


LUM 

bell'ordine,  vasta  erudizione,  gravi 
e  stringenti  argomenti,  e  veduta  in 
ogni  sua  parte,  collo  scopo  sempre 
fermo  che  mantengami  nella  pie- 
na osservanza  le  venerande  costu- 
manze prescritte  pei  sacri  riti,  è 
condotto  per  necessità  di  conseguen- 
za a  conchiudere,  essere  illecito  l'u- 
so della  cera  stearina  nelle  funzioni 
di  chiesa. 

Monsignor  Corazza  nel  suo  im- 
portante ed  erudito  volo,  accenna- 
ta l'antichità  dell'uso  de'  lumi  nel- 
la sacra  liturgia,  riporta  in  primo 
le  varie  prescrizioni  sulla  materia 
di  essi,  nelle  quali  si  parla  costan- 
temente della  cera.  Asserisce  quin- 
di esser  questione  tra'  teologi  se 
possa  invece  farsi  ardere  l'olio  od 
il  sevo;  ed  entrando  ad  esamina- 
re il  suo  argomento,  rileva  per  una 
parte  che  quantunque  appartengasi 
a  disciplina  l' uso  delle  candele  di 
cera,  e  però  possa  essere  soggetto 
a  mutazione,  pure  per  le  partico- 
lari e  generali  rubriche  n'  è  così 
prescritto  l'uso  da  non  potersene 
violare  l'osservanza  :  tanto  più  poi 
se  si  parli  di  quelle  funzioni  nelle 
quali  esse  stesse  sarebbero  abolite, 
non  usandosi  la  cera 'di  api.  Per 
altra  parte  però  avverte  essersi  fin 
qui  comandato  l'uso  della  cera  nel- 
la mancanza  d'una  materia  più  ac- 
concia ;  e  si  propone  di  ricercare 
se  le  candele  di  cera  stearina,  con- 
sideratane la  natura  risultante  dal- 
la seguita  lavorazione,  possano  u- 
sarsi  nella  presente  ecclesiastica  di- 
sciplina. E  qui  dichiara  che  il  se- 
vo resta  chimicamente  cangiato  da 
sembrare  ridotto  ad  altra  sostan- 
za, e  che  col  mescolarvisi  la  cera  , 
benché  in  assai  piccola  misura,  ne 
risulta  quasi  un  tutto  assieme  del 
medesimo  genere.  Per  le  quali  cose 
dice,  non  voler  manifestare   il  suo 


LUM 


3$ 


sentimento  positivamente  contrario 
all'uso  e  alla  prescrizione  della  ce- 
ra di  api,  finche  non  trovisi  altra 
materia  evidentemente  più  accon- 
cia. Considerato  però  quanto  ha 
dato  motivo  alla  presente  discus- 
sione, potersi  rispondere  che  re- 
stando fermo  l'uso  delle  candele  di 
cera  di  api  negli  altari  ed  in  quelle 
funzioni ,  che ,  o  riguardano  più 
d'appresso  il  divin  Sagramento ,  o 
nelle  quali  la  Chiesa  usa  preci  che 
ne  indicano  precisamente  1'  uso,  nel 
resto  sia  concesso  al  vescovo  di  Mar- 
siglia, agente  in  questa  causa,  il  po- 
ter tollerare  nella  sua  diocesi  l'uso 
delle  candele  di  cera  stearina,  pur- 
ché la  novità  non  apporti  ammi- 
razione e  scandalo.  Ma  siccome  la 
Chiesa  in  tutto  quello  che  a  reli- 
gione si  appartiene  cerca  sempre 
conservare  le  sue  antiche  costuman- 
ze, non  può  restar  mossa  ad  usar- 
ne in  sostituzione  ad  altra  mate- 
ria tanto  più  nobile  e  misteriosa  ; 
e  perché  la  Chiesa  non  solo  si  man- 
tiene immutabile  nella  purità  della 
fede,  ma  eziandio  ne'  disciplinari 
statuti,  quando  una  manifesta  ne- 
cessità od  utilità  non  richiegga  un 
cambiamento,  che  allora  riesce  de- 
siderabile, i  cardinali  della  sacra 
congregazione  de' riti  risposero:  Con- 
sulant  rubricas  ai  postulanti.  Un 
bel  sunto  di  ambedue  i  voti  del 
eh.  prof.  Giacomo  Arrighi  si  legge 
nel  voi.  XVII,  p.  i5o  degli  An- 
nali citile  scienze  religiose ,  allora 
collaboratore  de'  medesimi ,  ed  al 
presente  compilatore  della  seconda 
serie.  Nel  voi.  XX,  pag.  3  deci- 
tati annali  si  riporta  una  dotta  ed 
interessante  dissertazione ,  sull'  uso 
de'  lumi  a  gas  ne'  sacri  templi,  di 
monsignor  Pio  Martinucci  cerimo- 
niere pontificio,  della  quale  dare- 
mo qui  appresso  un  breve    cenno. 


i3G  LUM 

.  Dopo  aver  detto  che  la  Chiesa 
cattolica  fin  dal  suo  nascere  costumò 
di  adornare  con  lumi  i  luoghi  sa- 
cri ;  dopo  aver  provato  1'  uso  dei 
cerei  e  lampade  anche  colle  prescri- 
zioni delle  rubriche  generali  del 
messale,  del  cerernoniale  de'  vesco- 
vi, del  rituale  romano,  del  ponti- 
ficale romano,  tutte  corroborate 
dalle  costituzioni  de'  sorami  Ponte- 
fici, afferma  non  doversi  dubitare 
l'uso  stabile  ordinato  de'  lumi  nei 
sacri  templi,  non  che  la  materia 
con  la  quale  debbono  essere  ali- 
mentati ;  la  cera  cioè  delle  api  pel- 
le candele,  l'olio  per  le  lampade. 
Quindi  passa  a  dire,  se  l'osservan- 
za della  legge  in  generale  può  va- 
riarsi in  ispecie  ossia  nella  materia 
a  ciò  stabilita,  per  lo  spirito  di  no- 
vità che  tante  volte  facendo  scher- 
no delle  costumanze  le  più  rag- 
guardevoli ,  vuole  ora  introdursi 
nelle  illuminazioni  delle  ecclesiasti- 
che funzioni;  alla  cera  delle  api 
lo  spirito  di  novità  presentò  in  so- 
stituzione la  cera  stearina,  ed  il  gas 
all'olio.  Osserva  poi  che  la  Chiesa 
però  ripone  il  suo  miglior  vanto 
nel  conservare  costantemente  le  sue 
■vecchie  forme  ,  non  muovendosi 
che  per  motivi  gravissimi  ed  assai 
raramente  a  cangiar  le  inveterale 
sue  costumanze.  Citò  le  risoluzio- 
ni della  santa  Sede  contro  i'  uso 
che  voleasi  introdurre  del  cotone 
invece  del  lino,  e  della  cera  stea- 
rina in  luogo  della  cera  delle  api; 
quindi  supponendo  la  domanda , 
se  convenga  introdurre  l' uso  del 
gas  in  vece  dell'olio  per  alimenta- 
re le  lampade,  ne  ricavò  il  tema 
d'una  discussione,  che  riuscì  utile 
ed  opportuna,  giacche  in  qualche 
luogo  già  erasi  introdotto  ne'  sacri 
templi  il  lume  a  gas  in  vece  di 
quello    ad   olio ,   volendosi  altrove 


LUM 

estendere  l'abuso.  Il  perchè  su  tre 
diversi  punti  si  aggirarono  le  sue 
ricerche  ,  a  vedere  cioè  che  l' uso 
dell'  olio  nelle  lampade  sostenuto 
dall'autorità  di  una  non  interrotta 
tradizione,  dalla  espressione  de'sim- 
boli  che  presenta,  e  dall'essere  più 
che  altra  qualsiasi  materia  atto  in 
riguardo  al  rispetto  pel  luogo  sa- 
cro. Cominciando  dalla  tradizione, 
dichiarò  doversi  intendere  con  quei 
monumenti  che  indicò  ;  disse  aver 
arso  le  lampade  ne'  primi  tre  se- 
coli coll'olio;  che  nel  seguente  se- 
colo avuta  pace  la  Chiesa  ,  si  co- 
minciò a  sfoggiare  nell'ornato  dei 
luoghi  sacri,  e  per  vasi  di  lumi 
mentovò  i  fari  o  lucerne  guarnite 
di  lampade,  i  cantari  in  cui  infon- 
devasi  olio,  e  le  corone  d'  argento 
ossia  lampade  a  forma  di  cerchio, 
contenenti  lucerne  in  giro  ,  po- 
co dissimili  nella  figura  ai  lam- 
padari quali  ora  si  usano.  Del  nu- 
mero poi  maggiore  o  minore  dei 
lumi,  e  delle  diverse  forme  e  spe- 
cie delle  lucerne ,  rimarcò  che  si 
accresceva  decoro  e  venerazione  ai 
luoghi  sacri,  i  quali  doveano  ri- 
splendere in  guisa  mirabile,  di  che 
ne  riportò  le  testimonianze;  con- 
chiudendo  che  l'uso  delle  lampade 
e  dell'olio  fu  costante  oltre  a  die- 
ciotto secoli  ;  quanti  appunto  ne 
conta  di  esistenza  la  Chiesa,  ade- 
sempio  del  costume  più  rimoto  de- 
gli ebrei ,  comandato  da  Dio,  che 
scelse  l'olio  pel  culto  del  suo  tem- 
pio, siccome  liquore  pieno  di  gra- 
vi misteri,  santissimi  simboli,  e  su- 
blimi significati,  onde  la  Chiesa  lo 
riconobbe  adatto  a'  suoi  riti  e  ad 
alcuni  sacramenti,  e  Io  fece  arde- 
re nelle  chiese  sino  dai  primordii 
del  cristianesimo,  a  preferenza  di 
qualsiasi  altra  materia,  essendo  l'o- 
lio il  più  adatto  a  fronte  di  qual- 


LUM 

sivoglia  altra  sostanza  al  rispetto  e 
venerazione  dovuta  al  luogo  sacro. 
Passando  poscia  ad  esaminare  che 
debba  dirsi  del  gas  proposto  in  so- 
stituzione per  ardere  nelle  lampade 
delle  chiese,  dichiarò  nulla  ricavar- 
si dall'  autorità  della  tradizione  a 
suo  sostegno,  dappoiché  solo  lo  stu- 
dio e  1'  avanzamento  fatto  nelle 
scienze  naturali  ha  presentato  que- 
sto nuovo  genere  d'illuminazione. 
Cosi  pel  maggior  splendore  di  sua 
luce,  pel  minor  aggravio  di  spesa, 
per  amore  d' inusitata  vaghezza  lo 
si  è  introdotto  nelle  vie  pubbliche, 
ne'  grandi  edifìzi,  nelle  socievoli  a- 
dunanze,  ne'  teatri,  nelle  feste  di 
danze.  Per  tanto  la  Chiesa  in  ve- 
ce di  trovarne  l'origine  fra  le  pra- 
tiche di  sua  veneranda  antichità , 
la  rinverrebbe  nella  recente  intro- 
duzione di  un  uso  tutto  profano. 
Il  titolo  di  economia  non  essere 
un  motivo  di  adottarne  1'  uso,  es- 
sendosi impiegate  ognora  pei  culto 
divino  le  cose  più  preziose  e  più 
ricche,  come  le  più  gravi.  Spie- 
gate le  varie  specie  di  gas  estratto 
da  corpi  adiposi  o  da  materie  bi- 
tuminose, prive  esse  di  simboli  e 
mistici  significati  ;  considerato  che 
in  adoperarlo  non  si  può  infonde- 
re nelle  lampade  come  olio,  ed  ab- 
bisognare in  vece  un  macchinismo 
ed  un  apparato;  conchiuse  non  po- 
tersi preferire  alla  semplicità  dei 
lumi  ad  olio,  provenirne  inconve- 
nienze pel  cattivo  odore  ed  insa- 
lubri esalazioni,  che  suol  cagiona- 
re l'illuminazione  a  gas;  potersi 
restare  all'improvviso  all'oscuro  al- 
lo spegnersi  il  lume,  onde  non  es- 
sere tal  genere  d' illuminazione  cer- 
to e  permanente  ;  e  finalmente  la 
qualificò  incomoda  per  l'eccessivo 
splendore  che  abbaglia  la  vista,  non 
essere  esente  da  pericoli,  come  da 


LUN 


*37 


detonazione.  Termina  monsignor 
Martinucci  il  suo  ragionamento  con 
dire,  che  il  variare  tuttociò  che 
appartiene  ai  riti  ecclesiastici  spet- 
ta unicamente  alla  santa  Sede;  ec- 
cita lo  zelo  degli  ecclesiastici  a  te- 
ner lontano  da' sacri  templi  siffat- 
te novità,  e  tuttociò  che  può  pro- 
fanarli ;  rammentando  quanto  il 
Signore  si  mostrò  geloso  per  la  sua 
casa,  quando  nell'antico  Testamen- 
to si  occupò  minutamente  di  ciò 
che  riguarda  il  suo  onore ,  e  nel 
nuovo  quando  armossi  di  flagello 
per  discacciarne  i  profanatori.  Un 
erudito  articolo  sull'origine,  pro- 
gresso, uso  e  pericoli  della  illumi- 
nazione a  gas,  si  legge  nell'appen- 
dice al  Diario  di  Roma  miai.  24 
del    1844. 

LUNA,  ordine  equestre.  Divenu- 
to nel  1266  re  di  Napoli  e  Sicilia 
Carlo  I  duca  d'Angiò,  per  ricom- 
pensare il  merito  di  molti  cavalie- 
ri illustri  siciliani,  li  nobilitò  nella 
città  di  Messina  nel  1268  con  una 
collana  d'oro  composta  di  gigli  e 
stelle ,  da  cui  pendeva  una  luna 
crescente,  coli'  epigrafe  :  Donec  to- 
tani impleat,  e  dichiarò  ordine  e- 
questre  i  cavalieri  che  vi  annoverò. 
Siccome  1'  ordine  avea  per  princi- 
pale scopo  il  combattere  per  la 
santa  fede,  l'alloggiare  i  pellegrini 
ed  il  seppellire  i  morti,  cosi  il  Papa 
Clemente  IV  lo  approvò.  Altra  in- 
segna de'cavalieri  fu  una  luna  cre- 
scente d'argento,  che  portavano  sul 
braccio  sinistro.  Afferma  il  Men- 
nenio,  che  aitino  poteva  essere  a- 
scritto  a  tale  ordine  militare,  se 
prima  non  avea  dato  qualche  sag- 
gio del  suo  valore  in  guerra,  e 
quelli  i  quali  si  arrotavano  nel 
medesimo,  promettevano  di  sotto- 
mettersi ai  cimenti  e  pericoli  in 
favore    degli    altri.  Nel    pontificato 


i38  LUN 

di  Pio  II  l'ordine  si  estinse.  Il  p. 
Bonanni  nel  t.  Ili,  p.  LXXI  del 
Catalogo  degli  ordini  militari  ed 
equestri,  ne  tratta  riportandone  la 
ligura. 

LUNA,  ordine  equestre.  Solima- 
no II  del  i520  imperatore  de'tur- 
chi  istituì  quest'ordine  equestre,  per 
rimunerare  nell'impero  ottomano  la 
virtù  militare.  Per  decorazione  sta- 
bilì una  collana  avente  una  mezza 
luna  pendente,  e  i  decorati  furono 
pur  chiamati  cavalieri  di  Solima- 
no. Riferisce  il  Mennenio  che  Se- 
Jim  II  nel  i566  creò  cavaliere 
della  luna  Gentile  Bellino,  famoso 
pittore,  per  cui  si  videro  in  Vene- 
zia immagini  di  esso  ornate  della 
collana  con  mezza  luna,  la  quale 
fu  antica  insegna  di  Bizanzio,  come 
apparisce  nelle  antiche  medaglie  ivi 
coniate.  Avverte  il  Giustiniani  nella 
sua  /Ustoria,  che  dai  cristiani  non 
si  può  accettare  siffatta  decorazione, 
qualora  sieno  uniti  con  giuramento 
al  principe  infedele,  o  con  pro- 
messe; e  potersi  accettare  se  si  ri- 
ceve qual  semplice  fregio  di  nobil- 
tà, o  qual  premio  od  onorificenza, 
ricordandone  la  storia  molti  esem- 
pi. Tuttavolta  il  Sansovino  pone  in 
dubbio,  se  quest'ordine  si  possa  ac- 
cettare da  un  cristiano.  11  p.  Bo- 
nanni lo  descrive,  e  ne  produce  la 
figura  a  p.  CXXX1X,  t.  Ili  del 
Catalogo  degli  ordini  militari  ed 
equestri.  Nel  declinare  del  secolo 
decorso,  l'ordine  fu  rinnovato  dal- 
l'imperatore Selim  HI.  Questo  prin- 
cipe dopo  essersi  pacificatone!  J791 
coli' Austria  e  colla  Russia,  me- 
diante il  trattato  di  Jassi,  riconob- 
be la  repubblica  francese.  Mentre 
con  essa  era  in  buona  corrispon- 
denza, Napoleone  nel  1798  invase 
l'Egitto,  per  cui  Selim  HI  dichiarò 
guerra  alla  Francia.     Vedendo  egli 


LUN 

che  quella  vasta  e  ricca  provincia 
dell'  impero  ottomano  era  presso 
che  venula  tutta  in  potere  de'fran- 
ccsi,  si  collegò  con  gl'inglesi  e  con 
altre  potenze.  Congiunta  la  sua 
flotta  con  quella  dell'Inghilterra, 
ebbe  luogo  il  primo  agosto  1798 
la  famosa  battaglia  d'Abuchir.  Co- 
mandava la  flotta  inglese  il  vice- 
ammiraglio telson,  la  francese  l'am- 
miraglio Brueyes.  La  battaglia  du- 
rò accanitissima  fino  alla  sera,  e 
terminò  colla  total  perdita  de'fran- 
cesi,  de'quali  morirono  circa  i5oo, 
essendone  rimasti  prigioni  65oo:  gli 
inglesi  fra  morti  e  feriti  ebbero 
circa  novecento  individui.  Volendo 
Selim  III  gratificare  in  qualche 
modo  gli  uffiziali  inglesi,  distribuì 
loro  una  medaglia  d'onore  con  na- 
stro color  d'arancio  per  appendersi 
al  petto.  Ma  nell'anno  seguente,  do- 
po altre  strepitose  battaglie  soste- 
nute dagli  eserciti  ottomani  in  E- 
gitlo  contro  i  francesi,  Selim  III 
pensò  di  distinguere  con  segnali 
d'onorificenza  quelli  tra' suoi  eh' e- 
ransi  dimostrati  valorosi  nella  dife- 
sa dell'impero  ottomano.  A  tale  ef- 
fetto istituì  o  ripristinò  1'  ordine 
cavalleresco  della  luna  ,  stabilendo 
per  decorazione  una  luna  crescente 
con  una  stella,  il  tutto  posto  su 
d'uno  scudo  d'  oro  di  forma  ova- 
le, smallato  di  turchino;  ordinan- 
do che  la  decorazione  dovesse  por- 
tarsi in  petto  e  pendente  da  un 
nastro  d'oro.  Questa  decorazione  si 
conferisce  pure  ai  cristiani. 

LUNA  Pietro,  Cardinale.  V. 
Antipapa  XXXVI,  ossia  Benedetto 
XIII,  l'articolo  Avignone,  e  gli  al- 
tri relativi. 

LUNDA.  Sede  vescovile  della 
Frigia  Pacaziana,  nella  diocesi  d'A- 
sia, sotto  la  metropoli  di  Laodicea, 
eretta  nel  IX  secolo.  Si  conoscono 


LUN 
due  vescovi  di  Lunda ,  Niceforo 
che  trovossi  al  YI1  concilio  gene- 
rale, ed  Eustachio  che  assistette 
al  concilio  di  Fozio.  Oriens  christ. 
t.   I,  p.   822. 

LUND    o    LUNDEN,     Lundis. 
Città  già  arcivescovile,  nella  Svezia, 
prefettura    di   Malmoehus,  governo 
composto    colla     parte    meridionale 
ed   occidentale    della  già    provincia 
di    Scania,    uno  de*  dodici  governi 
di     Gottland     terza     divisione     del 
regno  svedese.    La    Scania  o  Scan- 
dia,   Schonen,  o  Scandinavia,    gran- 
de penisola  che  comprende  la   Sve- 
zia   e  la  Norvegia,   fu  soprannomi- 
nata   la    madre    dei    popoli;    una 
provincia  di   essa  è    la  Scania   for- 
mante oggidì  le  prefetture  di  Mal- 
moehus   e  di  Christianstad,   le   più 
meridionali  del  reame.  Lund,  Lon- 
den,    Lundìa,    Lunda    golkoruin    o 
Lundium  scaiwriim,  è  distante  quat- 
tro leghe   da    Malmoe  ,  e  quindici 
da  Christianstad.    Aperta  e  fabbri- 
cata irregolarmente,   le  sue     strade 
sono     però    polite.     Possiede    una 
cattedrale  ,    un  seminario  di  predi- 
canti, una   società  di  fìsiografìa,   ed 
una    università    che  dicesi    fondata 
dal   re  Carlo  XI   nel    1666    o     nel 
1668,     frequentata    da     circa   600 
studenti ,   e    che    couliene     una   bi- 
blioteca    di     4°300°     volumi  ,     un 
gabinetto   di    mineralogia  e  di   sto- 
ria naturale,  un   museo,  ima  colle- 
zione di   medaglie  ed  antichità,  un 
gabinetto  di  fìsica    e  di    meccanica, 
un  osservatorio  astronomico,  un  e- 
laboratorio     chimico  ,     ed     un     bel 
giardino  botanico.    Vi  sono  alcuni 
conciatoi  e    delle    fabbriche  di   ta- 
bacco. Conta  più  di   3,2 00  abitan- 
ti. Sulla  collina    di  Lybers,    in  vi- 
cinanza alla  città,    venivano  eletti 
i   capi    o  re    di  Scania.    Lund    fu 
capitale    della    Scania     e     celebre 


LUN  i39 

metropoli  ecclesiastica  della  Dani- 
marca. Ai  i4  dicembre  i6y5  fu  il 
teatro  di  una  sanguinosa  battaglia 
fra  i  danesi*  e  gli  svedesi,  che 
quattro  anni  dopo  vi  conchiusero 
un  trattato  di  pace:  in  tal  mo- 
do Lund  dal  dominio  dei  danesi 
passò  definitivamente  sotto  quello 
degli  svedesi.  Commanville  dice  che 
Lund  fu  capitale  della  Danimarca, 
la  quale  cedette  la  città  alla  Sve- 
zia nel    1  658. 

La  sede    vescovile    di     Lund  fu 
celebre  ed  antica,  risalendo  la  sua 
erezione    secondo     alcuni  al    iio3, 
sotto  la     metropoli     di     Amburgo. 
Commanville     dice     meglio  che    la 
sede  vescovile  fu  eretta    nel    io65, 
e  che  quindi   nel    1092   fu    elevata 
al   grado     arcivescovile  per  la  Da- 
nimarca ,  colla    dignità  di  primate 
delia   Scandinavia,  ed  anche  sopra 
la    metropoli    di    Upsala.     Che  nel 
secolo  XI    già  Lunden   era    arcive- 
scovato,   lo     dicemmo     all'  articolo 
Danimarca  {Vedi),  mentre     n*  era 
vescovo   A  sceno,   dappoiché  portan- 
dosi  in   Roma  il    re  di   Danimarca 
Enrico  III,  a    sua     istan/a    Libano 
li  sottrasse   Lund   e  la    Danimarca 
dalla    giurisdizione  d'Amburgo,     e 
per    la     sua  comoda     situazione  ed 
altri    piegi,    a     mezzo  del    suo    le- 
gato   apostolico    la    fece  metropoli 
ecclesiastica   della    Svezia  (Vedi),   e 
della    Norvegia  (f^edi).    Inoltre  En- 
rico 111,    siccome    era  molestato  da 
Liemaro    arcivescovo    d'Amburgo, 
che  lo    volea  scomunicare,     ricorse 
al   Pontefice,  il    quale  fatta  esami- 
nare la    causa,  e  conosciuta   l'inno- 
cenza  del   re,    lo    assolse.    Urbano 
II  dichiarò    vescovi  suffragane!    di 
Lund  quelli  delle  sedi  vescovili    di 
Roschild,  di  Odenzee,  di  Arhusen, 
Alborg,     Burglavium  o    Venzuzzel, 
Yiborg,  Rippen  eSleswig,  vescovati 


i4o                   LUN  LUN 

tulli  nel    regno    danese,    al  dite  di  to    la  sua    vendetta,    se  non  Io  a- 
Batldrand.  Tuttavolta  nel    ii48  fu  vesso  trattenuto  la  paura  di  Carlo 
tenuto    un    concilio    in    Lìncoping  V  più  clic  il  Papa;  bensì  sfogò  il 
(Fedi),  per  lo  stabiliufento  di  questo  suo  furore  sul  di   lui     fratello  An- 
arcivescovato.   Il  Mirco  afferma,  che  tonello,  e  tolse    al   nunzio    un  mi- 
Adriano  IV  nel  ii5o,  dichiarò  l'ar-  lione  di  talleri  delle    oblazioni  che 
civescovo     di    Lunden   primate.   Al  da  tutte    le  chiese  di     Scandinavia 
medesimo  articolo  Danimarca  indi-  aveva  raccolto.  L'estremo  supplizio 
cammo    come    Bonifacio  Vili    sco-  era  pure  apparecchiato  al  legittimo 
jnunieò  il  re,  e  fulminò  l'interdet-  *  arcivescovo  di  Lumi    Giorgio   Scor- 
to  al    regno,    per  avere  il    primo  borg,  per  aver  disapprovato  le  stra- 
imprigionato  l'arcivescovo  di  Lun-  gi  della  Svezia,    ma  si    liberò    dal 
den.  Divenuta  oppressiva  la  prima-  pericolo  con  cercare  un  asilo  in  Ro- 
zia  dell'arcivescovo  sulla  Scaudina-  ma.  Dopo  aver     Cristierno    II  tra- 
via, nel    XIV    secolo  s'  incominciò  dito     la    chiesa    di     Svezia,     volse 
dagli  svedesi  a  combatterla,   fin  da  l'inique  sue  arti    contro  la    chiesa 
quando    il     Papa     Urbano  V    nel  di  Danimarca  e  contro  la  dovizio- 
1367,    in  Viterbo,  consacrò    e  die  sa    dote    che    possedeva,  ed  a    tal 
il  pallio  di  arcivescovo    di    Upsala  uopo  chiamò  a  Coppenhagen,  capita- 
ai  dotto  e  pio  Birgero  primate  del-  le  di  essa,  un  discepolo    di    Lute- 
la.  chiesa  sveva.    Quindi    ebbe  ter-  ro,  e    gli  concesse  piena  facoltà    di 
mine  nel    1397,  pel  celebre  tratta-  spargere  pe'suoi  domiuii     l'erronea 
to    di    pace     chiamato    unione    di  dottrina  ;    dipoi    Bugenhagen    inti- 
Coltnar,  couchiuso  tra  i   vicini   re-  mo   amico    dell'eresiarca    consumò 
gni  di  Svezia,    Danimarca    e  Nor-  la  separazione    della  chiesa  di  Da- 
vegia  ,    con     una  lega  offensiva    e  nimarca  dalla  cattolica  sotto  Fede- 
difensiva,   nella    speranza  di  termi-  rico-  I    e     Cristierno    III,    facendo 
naie  le  loro  perpetue  ostilità.  Allo-  altrettanto  nella   Svezia  Gustavo  I 
ra  la  Svezia  fu  sottratta  dalla  giù-  Wasa,  altro  suo  successore.    Impa- 
risdizione    ecclesiastica  e    primazia-  dronitisi  gli  svedesi  nel  secolo    se- 
le  dell'arcivescovo  di    Lunden.  guente  di  Lund,  ridussero  la    sede 
Cristierno  II    re    dì    Danimarca,  arcivescovile  in   vescovile  della  pre- 
IVorvegia     e     Svezia,    chiamato    il  tesa  chiesa  riformata,  mentre  il  re 
Nerone  del  Nord,  commise  nell'ul-  di    Danimarca    e    Norvegia    Fede- 
timo  regno  molti  eccessi   pei  consi-  rico  III,  nel    1660,  trasferì   il  gra- 
gli  di   Westfaliano  Teodorico  Scia-  do    metropolitico     a    Coppenhagen 
ghoeck,  che    nominò  prima    vesco-  (Fedi),  la    cui    primaria  origine  si 
vo  di    Skara    e  poi  arcivescovo  di  deve    nel     li 68    ad    Azel    arcive- 
Lund;  ma  quando  il  barbaro  prin-  scovo    di     Lunden;    avendovi     nel 
cipe  ne  vide  lo  funeste  conseguen-  i/\.2.5  celebrato  un  concilio    Pietro 
ze,  rigettando  sopra  di  lui   tutta  la  Lucco,  altro    arcivescovo  iundense. 
colpa,  lo  cacciò    in   prigione,  e  nel  LUiXI    ( Lunen).    Città    vescovile 
\5ii  Io  fece    abbruciare    in    Cop-  non  più  esistente,  il  cui    vescovato 
penhagen.  Tanta  fu  la  crudeltà  di  è  uuito  a  Sarzana   e   Bruguato   nel 
Cristierno  II,   che  nemmeno  a  G10-  Genovesato.   Limi  nella  Val  di  Ma- 
vanni    Angelo    Arcimboldo    nunzio  gra,  piccola  città  distrutta,  di  ori  - 
delia  Scandinavia  avrebbe  perdona-  gine  etrusua,    per  quanto  sia  stata 


LUN 

per  molto  tempo  dominata  dal  li- 
guri ,  cui  sottentrarono  i  romani, 
dai  quali  la  città  col  suo  distretto 
fu  riunita  al  governo  di  Pisa,  e 
conseguentemente  alla  provincia  to- 
scana. Siccome  Luni  fu  antico  ca- 
poluogo del  contado  e  diocesi  che 
ne  porta  il  nome,  ed  il  paese 
prese  da  lei  il  nome  di  Lunigiana, 
di  questa  daremo  prima  un  breve 
cenno.  La  Lunigiana,  Lunisiana,  è 
una  piccola  regione  posta  fra  la 
Liguria  e  la  Toscana  ,  percorsa 
per  la  maggior  parte  dal  fiume 
Magra  e  dai' suoi  influenti.  Il  pe- 
rimetro di  questo  antico  conta- 
do e  i  suoi  limiti  poco  si  cono- 
scono, ma  sembra  dovessero  oltre- 
passare quelli  della  Magra.  La  Lu- 
nigiana fu  congiunta  al  municipio 
di  Lucca  (Fedi),  per  la  colonia 
che  occupò  le  campagne  de'  liguri. 
IVei  secoli  XI,  XII,  XIII,  il  conta- 
do della  Lunigiana  formava  Marca 
con  la  riviera  di  Genova  (Fedì). 
Sebbene  sia  invalsa  l' opinione  di 
essere  i  vescovi  di  Luni  stati  inve- 
stiti del  titolo  e  prerogative  di 
conti  della  Lunigiana  sino  dal  tem- 
po dei  Carolingi ,  niuno  fra  i  do- 
cumenti finora  pubblicati  presentò 
una  testimonianza  che  possa  dirsi 
coeva  al  regno  dei  Carolingi,  per 
dare  a  tale  opinione  il  grado  di 
verità.  Certo  è  che  al  secolo  XI 
portavano  il  titolo  di  conti  della 
Lunigiana  i  pronipoti  del  marche- 
se Oberto,  che  fu  conte  del  pa- 
lazzo sotto  l'imperatore  Ottone  I 
il  Grande.  Prima  dunque  del  seco- 
lo XIV  non  pare  che  i  vescovi  di 
Luni  godessero  delle  prerogative 
di  conti  della  Lunigiana.  Venne 
bensì  nel  i355  accordato  loro  il 
titolo  di  principi  dall'  imperatore 
Carlo  IV,  in  un  tempo  fàcile  a 
concedersi  eguali  diplomi.  Uno   dei 


LUN  141 

vescovi  piò  attivi  per  rivendicare 
ai  prelati  della  diocesi  lunense  i 
diritti  stati  trascurati  o  perduti,  fu 
il  vescovo  Enrico  de'  nobili  di  Fu- 
cecchio,  il  quale  fiori  nella  catte- 
dra di  Luni  dal  1276  al  1296. 
A  lui  si  deve  la  raccolta  dei  diplo- 
mi ed.  altre  carte  spettanti  alla 
chiesa  e  mensa  vescovile,  che  sotto 
il  nome  di  Codice  Pallavicino  si 
conserva  nella  cattedrale  di  Sarza- 
na.  Da  alcuni  documenti  e  dalle 
bolle  pontifìcie  spedite  da  Eugenio 
111  nel  1 149,  e  da  Innocenzo  III 
nel  1202  ai  vescovi  di  Luni,  ne 
risulta  che  la  chiesa  lunense  al 
secolo  XI l  non  avesse  più  giurisdi- 
zione alcuna  sulle  isole  di  Capraia 
e  della  Gorgona  ,  come  l'ebbe  al 
tempo  del  Papa  s.  Gregorio  I;  e 
che  se  dal  lato  di  ponente  la  dio- 
cesi di  Luni  al  secolo  XII  avea 
già  perduto  una  porzione  di  ter- 
ritorio, sembra  che  non  venisse  e- 
gualrnente  scorciata  dalla  parte  di 
levante,  dove  per  lungo  tempo  ab- 
bracciò il  distretto  di  Corvaia  e 
di  Vallecchia  in  Versilia,  fiumana 
che  sino  al  declinar  del  secolo 
XVIII  formò  l'estremo  limite  meri- 
dionale delle  diocesi  di  Luni-Sarza- 
na,  siccome  dal  lato  di  grecale  i  suoi 
confini  valicando  il  monte  di  Gic 
go,  verso  la  Pania  di  Terrinca, 
percorrevano  nella  valle  superiore 
del  Serchio,  ossia  nella  Garfagna- 
na  alta,  dove  abbracciava  tutto  il 
territorio  commutativo  di  Minuc- 
ciano  col  piviere  di  Piazza,  e  la 
maggior  parte  dell'attuale  giurisdi- 
zione di  Camporgiano. 

La  Lunigiana  al  presente  è  in  parte 
una  contrada  montuosa  del  grandu- 
cato di  Toscana,  provincia  di  Firenze; 
rinchiusa  tra  gli  stali  (sardi  che  vi 
possiedono  i  territori!  di  Satzana  e 
di  Spezia),  il  ducato  di  Parma,  il 


■  i>  LUN 

il  moto  di  Modem»,  Massa  e  Carrara, 

i  quali  ultimi  ducato  e  principati 

rome  le  terre  feudali  dei  Malaspina, 
Rpetlaao  al  duca  di  Modena  ;  ben  po- 
polata e  bagnata  dalla  Magra.  Ha 
Pontremoli  (Fedi),  sede  vescovile  per 
capoluogo,  e  i  vicariati  di  Bagno- 
ne  e  di  Fivizzano,  cioè  della  par- 
te che  appartiene  alla  Toscana. 
Fiorì  la  Lunigiana  per  gran  nu- 
mero di  uomini  illustri,  per  santi- 
tà ili  vita,  per.  dignità  ecclesiasti- 
che, fra'quali  i  Pontefici  8.  Euti- 
chiano  di  Limi,  il  cui  corpo  tra- 
sferito alla  sua  patria,  distrutta 
questa,  venne  portato  in  Sarzana; 
Sergio  IV  e  Nicolò  V,  e  molti 
cardinali  e  vescovi;  non  che  per 
dotti  ed  artisti  e  capitani  di  chiaro 
nome.  Da  ultimo  un  benemerito  lu- 
nigiano  di  Fivizzano,  l'abbate  Em- 
inanuele  Gerirli,  nel  1829  pubbli- 
cò in  due  volumi  colle  stampe  in 
Massa  e  dedicò  alla  patria  le  im- 
portanti Memorie  storiche  d'  il- 
lustri seri  dori  e  di  uomini  insigni 
dell'  antica  e  moderna  Lunigiana. 
Dopo  che  la  Lunigiana  ebbe  can- 
giato il  suo  reggimento  politico,  e 
degli  etruschi  lucumoni,  e  dei  pre- 
datori liguri  ,  e  dei  magnifici  ro- 
mani, nello  scorrere  l'età  dei  bar- 
bari tempi  cadde  nel  più  deplora- 
bile desolamento.  Afflitta  dall'a- 
riana eresia,  davastata  dai  vandali, 
dai  goti,  dai  longobardi,  dai  sara- 
ceni, come  pure  dalle  fazioni  che 
indi  in  poi  regnarono  in  tutta  V I- 
talia,  fu  lacerata  e  divisa.  Tale 
contrada  che  fu  già  ragguardevo- 
le per  la  sua  Luni  in  riva  al  ma- 
re Tirreno  con  nobile  porto  ,  già 
una  delle  Lucumonie  di  Toscana, 
famosa  per  1' aruspicio  e  pel  flo- 
rido commercio ,  per  i  marmi  ra- 
ri di  cui  abbonda,  per  le  sue  strade 
romane  eh'  erano  assai  frequentate, 


LUPC 

per  i  suoi  vini  squisiti,  e  per  gli  ot- 
timi fruiti  di  arte  pastorizia,  quasi 
piìi  non  si  ravvisa;  e  restandole 
ancora  il  più  comodo  passo,  che 
di  ollremonti  e  di  Lombardia  vi 
fosse  per  andare  alle  parti  più  me- 
ridionali d'Italia,  col  finire  del  se- 
colo XVI  perde  eziandio  questi 
utile  prerogativa. 

11  nome  di  Luni  portato  dalla 
città  diroccata  vuoisi  originato  dal- 
la figura  falcata  del  suo  rinomalo 
e  grandioso  porto,  dove  la  natura 
ha  fatto  tutto  da  se  sola,  che  po- 
tea  meglio  dirsi  una  serie  di  por- 
ti nel  golfo  magnifico  di  Luni 
ora  dello  della  Spezia,  o  secondo 
altri  alla  pagana  divinità  che  pre- 
siede al  maggior  astro  notturno, 
in  guisa  che  d agli  abitanti  di  Lu- 
nigiana è  fama  che  s'imprimesse 
l'emblema  della  luna  sulle  grandi 
forme  dei  loro  casci,  se  dobbiamo 
credere  a  Marziale.  Checché  ne  sia, 
né  il  porto  lunese  può  dirsi  di  fi- 
gura semilunare,  poiché  è  più  lun- 
go e  profondo  che  largo  (  ora  il 
golfo  della  Spezia  ov' è  Porto- Venere 
e  Leriei,  il  primo  luogo  ottimo  por- 
to nella  costa  del  Mediterraneo,  i 
due  ultimi  offrono  sicuro  ricovero 
e  comodo  approdo  alle  navi);  ne  la 
città  di  Luni  fu  unica  fra  quelle 
dell'antica  Italia  a  portare  l'em- 
blema di  Diana.  Rare  e  meschine 
macerie,  di  cui  l'edifizio  maggiore 
attualmente  si  riduce  alla  semidi- 
ruta ossatura  di  un  mediocre  an- 
fiteatro, trovansi  qua  e  là  sepolte 
nell'arenosa  campagna,  il  perchè  in 
vari  tempi  fu  disputalo  non  sola- 
mente dell'  origine  e  vicende,  ma 
ancora  della  vera  posizione  di  que- 
sta antichissima  città,  che  fu  con- 
fusa con  Avenza,  con  Sarzana,  con 
Spezia,  ec.;  ciò  che  diede  argo- 
mento a  varie    erudite   opere,  che 


LUN  LUN                   i43 

illustrarono  i  monumenti  supersti-  ne  fece  in  Roma  e  in  altri  luoghi, 
ti.  Questi  nella  massima  parte  dis-  Aumentò  tale  smercio  quando  sotto 
sepolti  nel  suolo  di  Limi,  consisto-  Nerone  si  scuoprì  nelle  stesse  ca- 
no  in  iscrizioni  votive,  sepolcrali  e  ve  quel  finissimo  marmo  statuarie 
di  famiglie:  si  rinvenne  pure  un  da  Plinio  qualificato  più  candido 
candelabro  di  bronzo,  un  pavimen-  e  più  bello  del  pario.  Indi  dagl'im- 
to  a  mosaico,  avanzi  di  edifizi  ed  peratori  romani  si  assegnarono  i 
altre  pregevoli  antichità  che  dan-  ragionieri  alle  cave  lunensi,  e  al 
no  un'  idea  della  Luni  romana,  luogo  dello  scarico  de'marmi  al 
Dagli  ubertosi  scavi  poi  fatti  per  porto  Claudio  e  in  Pioma,  nel  luo- 
ordinedel  redi  Sardegna  nel  1837,  go  denominato  la  Marmorata. 
tra  le  altre  cose  si  rinvennero  i  S' ignorano  le  vicende  di  Limi  sot- 
bronzi  trasportati  alla  reale  acca-  to  la  dominazione  gotica,  come  nelle 
demia  delle  scienze  a  Torino,  molti  tre  prime  decadi  del  regno  cle'lon- 
pezzi  di  scoltura,  statuette  di  bron-  gobardi  ;  si  rileva  però  nelle  epi- 
zo,  capitelli  di  marmo,  il  tutto  il-  stole  e  nei  dialoghi  del  Papa  s. 
lustrato  dal  eh.  direttore  di  detti  Gregorio  I,  che  qualche  anno  pri- 
scavi  Carlo  Promis,  nelle  sue  dot-  ma  del  suo  pontificato,  che  inco- 
te Memorie  della  città  di  Luni)  minciò  nel  590,  era  seguita  T irru- 
di cui  ne  narrò  le  cose  principali  zione  de'  longobardi  nel  territorio 
il  benemerito  scrittore  Emmanuele  di  Luni  e  circostanli  luoghi  che 
Pi  epetti,  nel  suo  Dizionario  della  desolarono  ferocemente.  Il  Pontefi- 
Toscana,  all'articolo  Luni.  Nell'ali*  ce  scrisse  otto  lettere  al  vescovo  di 
no  537  di  Roma  il  console  Tito  Luni,  del  cui  contenuto  poi  parie- 
Manlio  Torquato  recossi  colle  10-  remo.  I  cittadini  di  Luni  erano  del 
mane  legioni  al  porto  di  Luni  per  partito  del  greco  imperatore,  ma  è  in- 
salpare in  Sardegna,  e  vent' anni  Certa  l'epoca  della  sua  prima  distru- 
dopo  fece  altrettanto  M.  Porcio  zione,  riportandosi  l'invasione  longo- 
Catone  per  recarsi  in  Ispagna,  giac-  bardica  sotto  il  re  Glotario  o  Rota- 
che  Luni  per  molto  tempo  do-  rio,  o  forse  prima.  Tuttavolta  Luni 
minata  dai  liguri,  Io  fu  poi  dai  continuò  non  solamente  ad  essere 
romani  che  col  suo  distretto  la  riu-  sede  de'  suoi  vescovi,  ed  a  chia- 
rirono al  governo  di  Pisa.  Nella  marsi  costantemente  città,  ma  nel- 
guerra  civile  tra  Cesare  e  Pompeo  lo  stesso  suo  distretto  ebbero  case 
si  ricorse  all'  oracolo  dell'  aruspice  e  possessioni  i  duchi  longobardi  di 
etrusco  Aronte  abitante  di  Luni.  Lucca,  al  cui  governo  politico  Lu- 
Quindi  Luni  sotto  il  triumvirato  ni  con  tutta  la  Lunigiana  sembra 
di  Ottaviano,  M.  Antonio  e  Lepi-  che  restasse  incorporata.  Inoltre  si 
do  dovè  accogliere  una  colonia  mi-  congettura  che  Luni  sotto  il  regno 
litare  di  veterani.  Sotto  Augusto  de'longobardi  dipendesse  da  un  ca- 
sno  patrono,  Luni  rifiorì,  aumen-  staldo,  sottoposto  egli  medesimo  al 
tò  di  popolazione,  e  mediante  Te-  duca  di  Lucca  e  di  Pisa.  Sotlo 
scavazione  il  traffico  ed  il  traspor-  l'epoca  de' Carolingi  Luni  fu  tran- 
io  de'marmi  lunensi,  tanto  bianchi  quilla  e  continuò  a  dipendere  dal 
ordinari,  come  quelli  bianco-ceru-  governo  superiore  di  Lucca.  Nar- 
lei  delti  bardigli,  fu  grande  e  co-  rano  gli  storici  V  apparizione  del 
pioso,  pel  straordinario  uso  che  se  portentoso  naviglio,  che  senza  pilo- 


144  LUN    . 

to  e  senza  alcuna  guida,  dai  mnri 
di   Levante,   verso  l'anno  782  por- 
tò alle  spiaggie  di  Limi  fra  le  al- 
tre insigni  reliquie  quella  del  Cro- 
cefisso   detto    Volto    santo,  che    si 
venera    nella    cattedrale    di  Lucca. 
Verso  Tanno  8|o,  o  secondo  il  Mu- 
ratori   iiell' 849»    i  mori  e  saraceni 
portarono  tali  disavventure  a  Limi, 
che  la  città  ne  restò  desolata  al  se- 
gno di  non  poter  piti  d'allora  in  poi 
risorgere  dalle  sue  rovine  ;  a  ciò  si 
deve   aggiungere     quanto  neh'  84  <) 
gli  cagionò    Arnolfo    re  di  Germa- 
nia.   Raccontasi    pure  uno    sbarco 
proditorio  di  Astingo  capo  dei  nor- 
manni a     Luni,  dell'  uccisione    del 
vescovo    e    della  prigionia  degli  a- 
bi tanti,  accompagnata  dalla  distru- 
zione fatale  della  città.  Veramente 
nel  X  secolo  ancora  sussisteva,  e  vi 
si   tenevano  fiere    e  mercati,  il  cui 
diritto  regio  nel  963   Ottone  I  do- 
nò al  vescovo;    e  nel  secolo    XI  il 
commercio    e-  lo  scavo    de'  marmi 
lunensi  continuava.     Molte  rappre- 
saglie   soffrirono  nel    secolo  XII     i 
vescovi  di  Luni,    per  parte  de' più. 
potenti    dinasti    della    Lunigiana,  i 
marchesi     Malaspina ,    per     lo  che 
si  ricorse  ai  consoli  di  Lucca.  De- 
cadendo sempre  più  Luni,  non    le 
rimase    pressoché     il  solo  nome  di 
città,  laonde  l'imperatore  Federico 
I  con  diplomi    del    1 183    e   11 85 
conferì  a  Pietro    vescovo  di    Luni, 
oltre  l'arena    o  anfiteatro,  la  piaz- 
za o  area  interposta   fra  Luni  e  il 
lembo  del  mare,  cioè  il  luogo    che 
fu  la  sede  della  desolata  città,  con 
fossi  ed  i  suburbi,  alcuni  diritti    e 
vari    castelli  del  contado    lunense, 
fra  i  quali    Carrara,  le    sue     Alpi 
e  la  lapicidine  de' marmi.  La  cor- 
ruttela dell'aria    cagionala  dai  pa- 
duli,  dai  ristagni  delle  acque  mari- 
ne, e    da    quelli  dell'acqua    doke 


LUN 

che  spingeva  nei  campi  di  Luni  la 
vagante  fiumana  della  Magra,  e  che 
ivi  arrestavano  i  crescenti  rinterri, 
fecero  abbandonato  e  deserto  il 
luogo. 

La  sede  vescovile  venne  fondata 
a'  tempi  degli  apostoli,  divenendo 
poi  sulfragauea  della  metropoli  di 
Genova.  11  primo  suo  vescovo  che 
trovasi  nominato  è  s.  Ebbedio, 
ossia  Habcldeus  o  TfabeUleuni,  il 
quale  pare  più  africano  che  lati- 
no :  viene  onorato  nella  chiesa  di 
Sarzana  a'  17  febbraio,  per  essere 
stato  relegato  in  esilio  e  poi  uc- 
ciso dagli  ariani  in  tempo  della 
persecuzione  vandalica  sul  finire 
del  V  secolo.  Il  secondo  vescovo 
fu  s.  Terenzio,  il  quale  cadde  vit- 
tima di  un  nemico  furore ,  per 
la  barbarie  di  certi  ladroni  i  quali 
dopo  averlo  spogliato  delle  poche 
sostanze  che  possedeva,  lo  privaro- 
no di  vita;  il  suo  corpo  si  traspor- 
tò nel  golfo  lunense,  in  un  luogo 
vicino  alla  spiaggia,  alla  parte  de- 
stra (se  pur  ivi  non  ebbe  la  morte), 
che  d'allora  in  poi  acquistò  il  no- 
me di  s.  Terenzio  ,  in  memoria 
del  santo  vescovo  ch'ebbe  ivi  se- 
poltura e  particolar  venerazione. 
Il  vescovo  Vittore  intervenne  a 
quattro  concilii  romani  nel  ponti- 
ficato di  s.  Simmaco;  Verecondo 
suo  successore,  fu  nel  55 1  rilegato 
da  Giustiniano  I  con  Papa  Vigilio.  Il 
quinto  vescovo  s.  Cecardo  o  Ceccar- 
do,  fu  ucciso  pel  fervido  zelo  con  cui 
correggeva  uomini  perversi  :  l'illu- 
stre suo  martirio  avvenne  in  Car- 
rara, ed  ivi  nella  chiesa  maggiore 
giace  anche  oggidì  entro  un'urna 
di  marmo  di  elegante  lavoro,  in- 
vocato con  religioso  culto,  special- 
mente da  che,  pochi  anni  addie- 
tro, cioè  a'g  aprile  i832,  monsi- 
gnor Zoppi ,  primo  vescovo  di  Mas- 


LUN 

sa   Ducale,    ne  ottenne   dal    Papa 
Gregorio  XVI  il  riconoscimento  del 
cullo  immemorabile,  festa  ed  officio 
proprio ,  come  notò  ancora  il    eli. 
sacerdote  Semeria  a  p.   206    della 
sua  Storia  ecclesiastica  di  Genova 
e.  della  Liguria.    Ebbe  amicizia  e 
corrispondenza  col  Papa  s.   Grego- 
rio   l    il    vescovo    s.  Venanzio    di 
Limi,  e  si  hanno  òtto  epistole  del 
primo  al    secondo,  sia    per    gli   uf- 
lìzi    del     sacro  loro    ministero,  sia 
pel   vincolo  d' amicizia,  tutte  meri- 
tevoli di  attenzione,  siccome  monu- 
menti   preziosi  di    disciplina    eccle- 
siastica,   e    perchè    danno  urt'  idea 
qual    fosse  lo    stato  politico  e  civi- 
le della  città  nel  terminare  del  se- 
colo VI.    Colla    prima  dèi  £9,4    s. 
Gregorio  I  interdisce  i  cristiani  di 
stare  a    servire  gli     ebrei     abitanti 
nella  città    di    Luni,  e   nel    tempo 
medesimo     egli    accorda    a     questi 
ultimi  la    facoltà    di    continuare  a 
tenere  i  bri  ini  nella  qualità    di  a- 
gi'icoltori  delle    terre    di  proprietà 
degli  ebrei,    purché  i  lavoratori   vi 
stiano    come    veri    coloni,  e    senza 
aggravio  di  altri  oneri  servili.  Nel- 
le altre  si  ragiona,    della  penitenza 
da  infliggersi  all'  abbate  di  Porto- 
Venere,    e    ad    un    ex    sacerdote, 
inviandoli  in    castigo  ai    monasteri 
delle  isole  di  Capraia  e  della  Gor- 
gona,  le    quali    allora    doveano  es- 
sere sotto  la  giurisdizione  spiritua- 
le del  vescovo  di  Luni  ;  della  rego- 
gola  pastorale  inviata  a   Venanzio, 
insieme  ad  una  veste  pel  battesimo 
d'un'ebrea  convertita  in  Luni;  sul- 
T  approvazione    del    monastero    di 
vergini    che    il  vescovo   voleva   fon- 
dare «ella  propria  casa  dentro    la 
città  di  Luni,    con    fondi    e    sacri 
arredi,  con  cappella  annessa  in  o- 
nore  di  s.    Pietro  apostolo,  de'  ss. 
Giovanni   e    Paolo    martiri,    di  $* 

VOL.    Xfc. 


LUN  145 

Ermo  e  di  s.  Sebastiano,  pel  qual 
monastero  il  Papa  mandò  poi  l'ab- 
badessa,   ec. 

Successore  a   s.    Venanzio    fu  s. 
Basilio,  secondo  1'  Ughélli,  che  nel 
toni.  I,  p.     853  dell'  Italia    sacra 
riporta  la  serie  de' vescovi  di  Luni: 
s.  Basilio  fu  di  tale  e  tanta  santi- 
tà, che  la  chiesa  cattedrale,  in  cui 
dopo  la  morte    fu  sepolto,  dimen- 
ticato l'antico  suo  titolo,  venne  dap- 
poi denominata    chiesa   di  s.  Basi- 
lio ;  cessò  di  vivere  a'  29  ottobre. 
Indi    abbiamo    vescovo    s.     Salario 
martire,  in  cui  onore  fu  eretta  una 
chiesa  tra  il  castello  di    s.    Teren- 
zio e    Lerici,    nel  qual    luogo    di- 
cono alcuni  storici  che   abbia  ver- 
sato   il    sangue,    non  per    la    per- 
secuzione    degl'infedeli,    riè  pel  fu- 
rore degli  eretici  ,  ma    per    la  di- 
fésa    de'  diritti  ecclesiastici;   la  sua 
festa    celebrasi    a'  2  2  Ottobre.  Tra 
i  di  lui  successori  nomineremo  l'im- 
mediato Lucio;     Gualcherio  eh'  era 
vescovo  all'eccidio  de*  normanni;  O- 
delberto  cui    Berengario     confermò' 
i  privilegi  che    Carlo  Magno   avea 
conceduti  alla    chiesa  di    Lurii;   A- 
delberto    del  961;    Goffredo    figlio 
del  rnaì'chese  Attone    proavo  della 
contessa  Matilde;  Guido  del  1078; 
Andrea    del    fia'4;    Goffredo    del 
1  1 37  ;  Alessandro  0  Pietro  che  fu 
nel    1  1 79  al  concilio    generale     la- 
teranense    IH.    Già     a  quel!'  età  il 
vescovo  e  clero  della  diroccata  Lu- 
ni ,     vagavano    dall'  antica    sede  al 
Sarzana   {Vedi\   talvolta  all'Ame- 
lia e  spesso  a  Castel  Nuovo  di  Ma- 
gra,   a  cagione    dell'  aria    divenuta 
malsana,  in  vista  di  che  essendo  ve- 
scovo Gualtiero  il  Pontefice  Innocen- 
zo HI  colla  bolla    In  eminenti  Sedia 
jépostolicae,  del   1202,  e  con  altra 
del   1204,    concesse    che  la    catte- 
drale  di    Luni    si    trasportasse    a 
10 


i46  LUN 

Sarzana,  erigendo    la    chiesa  di  s. 
Andrea  in  cattedrale.    Con  tuttociò 
il  capitolo    di    Limi     non     sembra 
che  si  stabilisse  subito  in   Sarzana, 
mentre  lo  troviamo   anche  dopo  il 
secolo  XIII    ad  uflìziare    in  Castel 
Nuovo  di   Magra,  paese  situato  in 
poggio  e    assai    vicino  a   Luni.    E 
in  fatti  a  Castel  Nuovo    furono    re- 
datti gli  statuti  più  antichi  del  capi- 
tolo di  Luni,  e  in  Castel  Nuovo  nel 
6  ottobre  1 3o6  capitò  Dante  Alighie- 
ri incaricato  dei  marchesi  Maiaspina 
per  trattare    la  pace    con  Antonio 
de  Canulla  vescovo  di   Luni,  mala- 
to in  quell'episcopio.  Dipoi  Nicolò  V 
di  Sarzana  confermando  ed  amplian- 
do il  decretato  d'Innocenzo  III,  vol- 
le che  si  dicesse  episcopato  Lunen- 
se-Sarzanense.  L'abbandono  totale 
cìi  Luni  per    parte    del    suo  clero, 
e  il    di  lui    stabilimento  finale    in 
Sarzana,  data  veramente  nel    i465, 
anno  in  cui    il    Pontefice  Paolo  lì 
a'21    luglio  segnò  la  bolla  di   tras- 
lazione   formale    della  sede  di  Lu- 
ni in  Sarzana,  sul  riflesso  che  quel 
clero  era   vagante.   Nella    bolla    in- 
oltre   si  dice  ,    che     conservato     il 
nome  di     città  alla    stessa    deserta 
Luni,  viene  ordinato   che  sia   tras- 
latata  la  cattedra     in    s.    Maria  di 
Sarzana ,    erigendo   questa    in  cat- 
tedrale con    tutti    i  privilegi    delle 
altre    chiese   vescovili,   e    dando  a 
Sarzana  il  titolo  di  città.  Alla  mor- 
te  di    Giulio    Cesare    Pallavicino, 
vescovo    di  Luni  e    Sarzana,     Pio 
VII  con  bolla  de' 18  febbraio  1821 
separò    dal     vescovato     centododi- 
ci  parrocchie,    per  costituirle    alla 
nuova    diocesi    di    Massa    Ducale, 
compensando  il   vescovato  di    Luni 
e  Sarzana  con  riunirvi  la  sede  ve- 
scovile di  Brugnato  (Fedi),  e  che 
questa  fosse  concattedrale  a  Sarzana. 
A  questo  ultimo  articolo  parleremo 


LUO 

de'successori  del  vescovo  Gualtiero, 
e  di  quelli  di  Brugnato,  con  altre 
notizie  analoghe.  11  Papa  Gregorio 
XVI,  nel  concistoro  de'  19  maggio 
1837,  dichiarò  vescovo  di  Luni- 
Sarzana  e  Brugnato  nel  Genove- 
sato,  l'odierno  monsignor  Francesco 
Agnini  genovese. 

LUOGHI    DI    MONTE,    Loca 
Montium.  Credito  di  somma  deter- 
minata in  un  monte:  così  il  Dizio- 
nario della  lingua  italiana.  Il  car- 
dinal  de   Luca,   De  locis  montium, 
p.    5,  de    vocabulo    mons   quid  si- 
gni/icet,  dice:  »  denotat  omnem  cu- 
mulum,  sive   omnem   massam,    vel 
collectionem    pecuniarum,    vel  fru- 
gum,  aliarumque    rerum,  quae  ad 
publicum  usum  ,  publicamque  ma- 
jorem    commoditatem  ,    cum     pu- 
blica  auctorifcate,     et  quandoque  e- 
tiam    privata,    prò    aliquo    publico 
opere  pio,  vel  prophano    facta  sit, 
ad   instar  montis     materialis  ".  Di- 
scorrendo   poi    a   p.  9:    De   specie 
mondimi,  et  de    loca  montium  ca- 
meralia ,  ecco    come    si     esprime . 
*»  Consistere  dicitur  in  illis  publicis, 
et  regalibus  redditibus,  quos  prin- 
ceps  supremus,  ejusque  camera,  vel 
respublica     habens    regalia,  et  jura 
supremi  principatus,    assignat    illis, 
qui    pecunias   ei   accommodant  prò 
publicis     indigentiis,    tamquam   per 
speciem  censum  consigrtativi  ad  ra- 
tionem  tot  prò    centenario  singulis 
annisj  donec  soluta  pecunia  in  sor- 
te,   restituatur    singulis    scutorum 
centenis,  unum  assignando     iocum, 
puta    quia    camera    principia ,    vel 
respublica  prò  bello,    vel    prò  aliis 
accidentibus     indigens    magna  ,    et 
prompta     quantitate     pecuniarum  , 
quam  cum    ejus  honorum,  vel  ju- 
rium  annuo,  vel    alias  temporaneo 
fructu,    sive    emolumento    prompte 
obtinere  non  potest,  curat  vendere, 


LUO 

Tel    oppignorare  proprieratem ,  vel 
soi  lem  principalem ,    ut  ita  habens 
(exempli  gratis)    ex  publicis  vecti- 
galibus,    aliisque   regalibus    juribus 
annutim    recidi  in  m    seutorum    cen- 
tum     miliium,  promptnm    obtineat 
summam  duorum   millionum,  ven- 
dendo, vel  oppignorando  dieta  jura, 
cum  cu  jus  redditibus  solvat  accorci - 
modanlibus    pecuniam  fructum    ad 
rationem    seutorum    quinque  ,    vel 
quatuor  prò  centenario,  donec  ac- 
ceptam    pecuniam  resti  t  uh  t,    atque 
clebitum     redimat,    taroquam     per 
speciem  impositionis    census    consi- 
gliativi, cui     baec     loca  montium  3 
vel  similia  jura  doctores  assimilant, 
quamvis  aliquae  dignoscantur  diffe- 
rentiae  inferius  recensendae,  ita  con- 
stituendo    tot    loca,  seu    portiones, 
quot  sunt  seutorum,  quae  recipiun- 
tur,  centena,     sive    ista  sint    sciita 
monetae,    sive    sint    auri,  cum  ista 
difierenlia  percutiat  solum  modurn 
solutionis  fructuuni,  et  restitutionis 
sortis,  ut  infra    cap.   3  et  4?    dum 
a lii  solent  esse    moutes  in  moneta, 
et  atti  in    auro.     Quamvis    autem 
haec  loca  montium    sint  de  dupli- 
ci specie ,    quod    scilicet,  alia    sunt 
vitalitia,  seu    vacabilia,  et  alia  non 
vacabiiia,  nec  vitalitia  sed  perpetua, 
eodem  modo,  quo  babetur  in  prae- 
missis   censibus    consignativis,  quod 
alii   sunt  perpetui    et  a!ii    vitaìitii , 
ut  in    sua  censuum    sed     habetur. 
Pfibilominus    de  perpetui»,    et  non 
vacabilibus  in  hac  tiactntione  solum 
agilur,    cum    respectu  vilalitiorum, 
seu  vacabilium,  deserviat ,  et  oppor- 
tuna sit  potius  altera  praecedens  la- 
tita*   tractatio    officiorum    venalium 
et  vacabilium,  dum  ea,  quae  ibi  de 
bujusmodi  offìciis  dieta    sunt ,  ada- 
mussim,  et  in  omnibus    congruunt 
istis     locis    montium     vacabilibus  , 
quae    habere    videntur    speciem  il- 


LUO  i47 

lorum  ofiìciorum  popularium  ter- 
tiae  classis,  quae  nullam  habent 
annexam  administrationem,  nulla- 
que  in  eis  electa  dicitur  industria 
personae,  sed  sunt  ad  solum  nego- 
tium,  et  interesse  bursale  M« 

Fabrizio    Evangelista,    De   locis 
montium  cameralium    non    vacali' 
lium  nel   lib.  I,  cap.   II,  definisce  i 
luoghi  de'  monti.   »  Loca  montium 
sunt  quaedam  species  redditum,  seu 
censuum,  qui  comparantur  a  princi* 
pe  seu  republica  mediantibus    lite- 
ris  patentibus,   ac  registris  publicis, 
quae    stant    loco    instrumenti    alias 
inter  privatos  iniri  soliti.   Card.  De 
Luca  ad  materiam  locorum  mon- 
tium disc.  23,  n.  18  etseq.  Fit  enim 
ex  dictis  redditibus  acervus,  et  ag- 
gregatio  quaedam,  quasi  mons  pe- 
cuniae  iis  praestandae,  qui  redditus 
emaut  a  principe,  vel  republica  pos 
Ugol.  de   Usur.  fìrmat    Choell.  ad 
bull.  bon.  regiminis  cap.  34,  art.  1 1, 
n.  22.   In  Hispania    loca    montium 
dicuntur   Jura    teste.    Larea  alleg. 
32  per  tot.  Salgad  lab.    credit,  p. 
2,  cap.  5,  «.  5g  et   seq.    Venetiis 
vero  dicuntur  dedita  in  Oede  mo- 
netaria vulgo  Zecca,  ut  notat  Pe- 
regria, con*.  43,  ti.  1,  lib.  1.  Bononiae 
dicuntur  Benedectini,  ex  constitutio- 
ne  s.  m.  Benedicti  XIV  sub  datum 
6  januarii    1742    assignata   eorum 
dote  super  datiis,  redditibus,  impo- 
sitionibus,  et  gravaminibus,  et  ha- 
bentur  ad  instar  locis  montium  Ur- 
bis.  Rot.  dee.  1 1  ,  n.    1    et  seq.  co- 
rani Falcon.    Ferrariae    dicuntur , 
Sanitalis  et   Communitatìs.    Tauri- 
ni dicuntur,  s.  Joannis  Baptistae  ". 
Nel  Dizionario  delle  origini  all'arti- 
colo Monte  di  pietà  {Vedì)}  si  dice 
che  sul  modello  de'  monti    di  pie- 
tà, dai  quali  -si    accordavano    e    si 
accordano  prestili   a    benefìcio    dei 
poveri  con  piccolo  pagamento  d'in- 


i48  LUO 

teresse ,    si    fondarono    in  Italia ,  e 
specialmente  nelle  provincie  venete, 
monti  così  detti  di  grano,  i   quali 
in  molti  anni  di   carestia  servirono 
e  servono  grandemente  al  soccorso 
della  classe  indigente,  massime  dei 
contadini.  Da  sillìilti    monti    vuoisi 
adombrala    l' origine   de' luoghi  di 
monte.  Chiamossi    poi  Monlisla    il 
possessore    de*  luoghi     di     monte . 
Nello  stato  pontificio     i     luoghi  di 
monte  erano    vacabili  se  circoscrit- 
ta ad  un  tempo  era  la  loro  estin* 
zione,  non    vacabili,    se    perpetui  ; 
i     vacabili     erano    vitalizii    che     la 
camera    apostolica     col   suo    Teso- 
ro   (  Fedi  )    pagava    annualmente 
al  inontista,  come  annue   erano  le 
rendite  che    la    medesima    sommi- 
nistrava ai  montisti     di    luoghi    di 
monte  non  vacabili.    Siffatti   monti 
presero  la  denominazione,  secondo 
il  perchè  e  la  cagione  onde    furo- 
no istituiti.   Vi  furono   anche    luo- 
ghi di   monte  eretti  da  signori  par- 
ticolari, che  davano  in  garanzia  le 
loro  terre:  ne  tratta    l'Evangelista 
nel  cap.  IV,  n.   29.  Il  prelato  te- 
soriere   generale    avea    la    soprain- 
tendenza  de' monti  creati   e  di  quel- 
li che  si  erigevano'  poi.    Dei   vaca- 
bilisti  o  uffizi   veuali  vacabili,  se  ne 
tratta  all'articolo  Vacabili  o  Vaca- 

BILISTf. 

JVello  stato  pontificio  l'uso  di 
erigere  luoghi  di  monte  in  Roma, 
provenne  dal  Papa  Clemente  VII, 
eletto  nel  i523,  allorché  per  sup- 
plire all'armamento  ausiliare  delle 
truppe  da  lui  destinate  al  soccor- 
so dell'  imperatore  Carlo  V,  contro 
la  potenza  formidabile  di  Solima- 
no II  imperatore  de'  turchi ,  inde- 
bitò le  rendite  de'  dominii  della 
santa  Sede,  con  una  specie  di  cen- 
so consignativo,  sotto  il  vocabolo 
di  Luoghi  di  Monte;  ritraendo  dal- 


LCJO 

le    persone    private    il    denaro    col 
quale    si    formarono    tanti    monti  , 
quante  centinaia   di   scudi  venivano 
da  esse    alla   camera    apostolica    e 
suo   tesoro  somministrate.    1    monti- 
sti  riscuotevano  dallo  stesso  tesoro 
pontificio    il    frutto    di    dieci  scudi 
per  cento,  fruito  che  in    progresso 
di     tempo    diminuì    a    seguo,    che 
nell'ultimo  periodo  del  secolo   pas- 
salo si  ridusse  a  soli   tre  scudi  per 
cento.  Dappoiché  i  luoghi  di  mon- 
te, pei  lodevoli  motivi  onde  furono 
inslituiti  dalla    paterna    sollecitudi- 
ne de'  Papi    a    soccorso    delle    na- 
zioni cattoliche,  cioè  pei  motivi  che 
andiamo  a  registrare,  ridussero  ben 
presto  il   tesoro    pontificio    a    circa 
dieci  milioni  di  scudi  di    debito,   i 
cui   frutti  assorbivano  la    maggiore 
e  miglior  parte  delle  rendite    della 
camera  apostolica.   Vi   è  chi  ha  at- 
tribuito   la    causa    dell'abbandona- 
mento  dell'  agricoltura  nell'agro  ro- 
mano, alla  istituzione  de'  luoghi  di 
monte.  Osserva  però  il  eh.    monsi- 
gnor Nicolai  nelle  sue  Memorie  sul- 
le campagne  di  Roma  t.  IH,  p.  90 
e    i5o,  che  invece    l'agricoltura  ri- 
sorse sotto  Clemente  VII,  e  si  au- 
mentò anche  dopo  quando  le  per- 
sone facoltose    potevano    impiegare 
il  denaro  con  molto  frutto    e  sen- 
za pericolo  nell'acquisto  de'  luoghi 
di  monte,  piuttosto  che  nella    col- 
tivazione delle  terre.  Può  essere  che 
moltiplicatesi  le  occasioni  d'investi- 
re il  denaro    ne'  luoghi    di   monte, 
si  distraessero  sempre    più  i  ricchi 
dall'agricoltura;  rna  la  causa  prin- 
cipale   per    cui    allora   si  ritornava 
ad  abbandonare  la  coltivazione  del- 
le terre,  forse  erano  i    vincoli   che 
si  frapponevano  non  tanto  dalle  co- 
stituzioni, le  quali  variamente  mo- 
deravano   la    libertà    delle    tratte, 
quanto  dalla  poco  esatta    condotta 


LUO 
e  parzialità  de'  ministri,  che  facil- 
mente potevano  abusare  de' vincoli 
delle  leggi,  perchè  gli  agricoltori 
non  godessero  il  promesso  benefì- 
cio delle  tratte,  mentre  queste  sot- 
to speciosi  pretesti  si  concedevano 
agli  appaltatori,  o  ad  altri  che^per 
privilegio,  per  grazia,  per  regali  ra- 
pivano il  prezzo  de'  benemeriti  a- 
gricoltori. 

Pa  Paolo  III  poi  sino  a  Paolo 
V,  i|  tesoro  pontificio  spese  ben 
solici  milioni  di  scudi,  a  bene- 
fìzio delia  sola  Germania.  Laon- 
de calcolandosi  le  spese  fatte  dai 
successivi  Pontefici  Gregorio  XV, 
Urbano  Vili,  Alessandro  VII,  Cle- 
mente X,  Innocenzo  XI  e  Clemen- 
te XI  per  sovvenire  le  urgenze  del- 
le cattoliche  nazioni  estere,  si  tro- 
va clic  nel  corso  di  più  d'un  seco- 
Jo  e  mezzo,  la  camera  apostolica  si 
gravò  per  più  di  venti  milioni  di  scu- 
di di  debito,  presi  per  molto  tempo 
al  dieci  e  fino  al  dodici  per  cento, 
ridotti  per  ultimo  al  tre  per  cento. 
Calcolando  in  questo  minore  frut- 
tato soltanto  il  debito  contratto 
dal  tesoro  pontificio  pe2  sovveni- 
menlo  gratuito  delle  nazioni,  esso 
divenne  aggravato  dell'annuo  debito 
e  frullato  di  molto  più  di  quat- 
trocento mila  scudi,  senza  calcolare 
molte  altre  somme  ben  grosse,  che 
la  reverenda  camera  sborsò  pegli  stra- 
nieri. Il  cardinal  De  Luca,  De  locis 
montinm  cap.  V,  n.  9,  fa  il  confron- 
to del  denaro  che  veniva  a  Roma 
per  la  dateria,  con  quello  che  ne 
uscì.  Giovanni  Marchetti  poi  arci- 
vescovo, trattò  ex  professo  questa 
materia  nel  libro  :  Del  denaro  stra- 
niero che  viene  a  Roma,  e  die  se 
ne  va  per  cause  ecclesiastiche,  cal- 
colo ragionato,  Roma  1800.  Chi 
leggerà  le  dimostrazioni  del  dotto 
e  veridico  scrittore,  conoscerà  pie- 


LUO  149 

Demente  quanto  sieno  ignoranti , 
ingiusti,  detrattori  e  maligni  quelli 
che  accusano  la  corte  romana  di 
guadagnare  sulle  nazioni  estere,  per 
quel  poco  di  denaro  ch'esse  vi  man- 
dano per  rescritti,  brevi  e  bolle.  Ri- 
flette il  Marchetti  :  Se  in  vece  di 
donare,  se  in  vece  di  essere  la  ca- 
pitale della  religione,  Roma  fosse 
stata  un  banco  di  negozio  ,  ed  a- 
vesse  somministrato  a  discreto  frut- 
to quel  suo  denaro  dato  in  sovve- 
nimenlo  gratuito  delle  nazioni  este- 
re, introiterebbe  Roma  almeno  an- 
nui scudi  773,283,  e  niuno  ne  a- 
vrebbe  fatto  un  lagno;  quando  non 
ne  vengono  pei  riferiti  motivi  nem- 
meno scudi  3oo,ooo,  cioè  ai  tem- 
pi del  Marchetti,  dopo  i  quali  tale 
introito  soffrì  grande  diminuzione. 
Ecco  come  si  è  gridato,  calunniato 
ed  esagerato  senza  ragione,  anzi  con 
ingratitudine;  deve  inoltre  notarsi 
che  talvolta  i  Papi  imposero  ga- 
belle e  dazi  ed  altre  gravezze  ai 
propri  sudditi ,  per  aiutare  gli  al- 
trui ;  per  quanto  fecero  nelle  Cro- 
ciate ,  si  è  detto  a  quell'articolo. 

Clemente  VII  dunque,  come  af- 
ferma anche  il  Bernino  nella  Sto- 
ria delle  eresie,  t.  IV,  pag.  3 80, 
eresse  ed  introdusse  in  Roma  i 
luoghi  di  monte  per  impedire  l'e- 
stensione delle  conquiste  de'  turchi 
a  danno  de'  fedeli.  Duemila  di 
questi  monti  furono  eretti  la  prima 
volta,  importanti  il  capitale  di  scu- 
di 200,000,  e  furono  denominati 
Monti  Fede,  dalla  pia  causa  onde 
furono  eretti.  Paolo  III  aumentò 
tali  luoghi  di  monte.  Pio  IV  vo- 
lendo soccorrere  il  re  di  Francia 
nella  guerra  contro  gli  eretici  ugo- 
notti, eresse  il  Monte  Pio,  più  i 
Monti  soccorso  primo,  soccorso  se- 
condo, ed  Avignone,  nella  quanti- 
tà di  diecimila  luoghi,   coulraendo 


s5o  LUO 

perciò  un  milione  di  scudi    dì  de- 
bito. Questi  monti    trasportati    di- 
poi da  Alessandro  VII    nel    Monti- 
Ricuperato   o    Ristorato,    variarono 
nome  non    l'effetto.    Nel    1 5y  i    s. 
Pio  V  conchiuse    1'  alleanza    e    la 
lega  col  re  di  Spagna  e    co'  vene- 
ti, contro  Seiim  II  possente  impe- 
ratore ottomano,  per  cui  i  cristia- 
ni vinsero  la  strepitosa  battaglia  di 
Lepanto.  Perciò  il  Papa  vendè  l'uf- 
fìzio di  camerlengo,  impose  le  De~ 
cime  (  Vedi)  sugli  ecclesiastici ,    ri- 
pevetle  4ojOOo  scudi  d'oro  da  do- 
dici congregazioni    monastiche,    ed 
eresse  il  Monte  della  Fede  poi  det- 
to Religione,    e    ne    ricavò    grandi 
somme.  Per  comprimere  l'orgoglio 
de'  turchi  e  quello  degli  eretici,  s. 
Pio  V  spese  più  di  due  milioni  di 
scudi,  che  ritrasse  da    una   nume- 
rosa aggiunta  ai  Monti  Novennali, 
e  da  altri  da  lui  eretti,  e  chiamati 
Monti  Lega,  Monti  Religione,  seb- 
bene non  tutto    il  prezzo    incassò, 
ciò  che  poi  fecero  Gregorio    XIII, 
Sisto  V  e  Gregorio   XIV.    Inoltre 
s.  Pio  V  facol tizzo    monsignor    te- 
soriere   a  vendere   quelle    porzioni 
del  Monte  Pio  Ricuperalo,    vacate 
per  la  morte    de'  montisti.    Mode- 
rato co*  parenti,  s.  Pio  V  donò  al 
nipote  Paolo  cinquantasette  luoghi 
di  monte,  nel  che  fu  imitato  da  al- 
tri Pontefici.  Sotto  Gregorio   XIII, 
per  diverse  alienazioni  di    terre  ed 
erezioni  di    luoghi     di     monte,    la 
camera    apostolica     trovavasi     de- 
pauperata a    segno,  che    di  rendi- 
te non  gli    restavano    più    di  scu- 
di    160,000,     la     maggior     pai  te 
fondati    nel    sussidio    triennale    ira- 
posto  da  Paolo  III  ;  laonde  estinse 
in  parte  il   Monte    Pio,    col    resti- 
tuire il  denaro  ai  montisti.  Questo 
monte  dopo  l'istituzione  di  Pio  IV 
costava  alla  camera  apostolica  scu- 


LUO 

di  35,1 5o  a  ragione  del  dodici  per 
cento,  poscia  ridotto  da  s.  Pio  V 
al  sette  per  cento.  Il  monte  im- 
portava in  sorte  scudi  47°>0°o,  e 
voleva  Gregorio  XI li  a  mezzo  del 
tesoriere  generale  del  lutto  estin- 
guerlo; ma  siccome  molti  montisti 
ne  aveano  assegnalo  le  rendite  a 
chiese,  per  doti  o  per  fidecommissi, 
si  contentò  il  Pontefice  che  restas- 
se di  soli  scudi  i6o,oco,  col  solo 
sei  per  cento  ai  montisti.  Indi  tolse 
la  gabella  alla  carne  porcina,  com- 
pensando l'erario  coli' erezione  di 
un  luogo  di  monte  estinguibile,  al 
sei  e  mezzo  per  cento.  Quando  il 
successore  Sisto  V  nel  i585  mon- 
tò sul  trono,  trovò  il  tesoro  papa- 
le esausto,  mentre  i  suoi  vasti  pen- 
sieri, le  spese  immense  necessarie 
a*  suoi  grandiosi  divisamenti ,  ri- 
chiedeva gran  copia  di  denaro.  Per 
supplire  a  tanti  bisogni,  ad  imita- 
zione de*  suoi  predecessori,  comin- 
ciò a  riformare  gli  uffizi  vacabili , 
e  ne  aggiunse  altri  :  questi  uffizi 
come  venali  si  vendevano  a  pro- 
fitto dell'erario,  ed  alla  morte  del- 
l' acquirente  l' uffizio  vacava.  Fra 
questi  eravi  il  tesoriere  generale , 
che  avea  la  sopraintendenza  sui 
luoghi  di  monte:  riserbò  Sisto  V 
da  questo  uffizio  l'annua  somma 
di  scudi  5ooo,  che  applicò  al  Mon~ 
te  Tesoreria,  da  lui  eretto.  I  luo- 
ghi di  monte  rinnovati  o  creati  da 
Sisto  V,  sono  i  seguenti.  I.  Monte 
dell'Archivio.  II.  Monte  d'Avigno- 
ne prima  erezione.  III.  Monte  d'A- 
vignone seconda  erezione.  Chianios- 
si  col  primo  nome  perchè  Pio  IV 
lo  creò  nel  soccorrere  il  re  di  Fran- 
cia, e  liberare  dagli  eretici  la  con- 
tea d'Avignone  e  territorio,  domi- 
mi della  santa  Sede;  si  chiamò 
l'altro  di  seconda  erezione ,  perchè 
lo    stesso    Papa    fece    uua   seconda 


LUO 

erezione  di  detto  monte,  per  via 
di  ampliazione,  pel  sussidio  contri- 
buito di  nuovo  al  re  di  Francia. 
IV.  Monte  s.  Bonaventura.  V.  Mon- 
te Cancelleria.  VI.  Monte  Carner- 
lengato.  VII.  Monte  Dateria.  Vili. 
Monte  Giulio,  creato  già  da  Giu- 
lio III.  IX.  Monte  Lega,  creato  da 
s.  Pio  V  insieme  col  Monte  Reli- 
gione. X.  Monte  Pio  Ricuperalo. 
XI.  Monte  Sisto.  Ora  andiamo  me- 
glio a  dire  de'  luoghi  di  monte 
mentovali  ed  altri,  eretti  o  ripri- 
stinati da   Sisto   V. 

Dicemmo  all'articolo  Archivi,  che 
Sisto  V  avendo  dato  in  affitto  gli 
archivi  delle  scritture  di  tutto  lo 
stato  ecclesiastico  per  nove  anni, 
coll'annua  risposta  alla  camera  di 
scudi  i  1,000,  sopra  questi  colla 
costituzione  Decet  Romani  Ponti- 
fici s3  creò  il  Monte  Archivio ,  pel 
quale  assegnò,  dalla  somma  di  tale 
appalto,  la  rata  di  scudi  9,800  per 
frutti  di  luoghi  di  monte  980  a  ra- 
gione di  scudi  dieci  per  luogo  eretto, 
alla  valuta  di  scudi  cento  per  por- 
zione, e  costituente  il  capitale  di  scu- 
di 98,000,  risei  bando  scudi  1200, 
compimento  dell'appalto.  Avendo 
inoltre  Sisto  V  esposto  in  concisto- 
ro ai  cardinali  l'urgenza  di  fare  il 
ponte  Felice,  la  cupola  di  s.  Pietro, 
e  di  contribuire  il  soccorso  promesso 
a  Filippo  II  re  di  Spagna  per  l'im- 
presa dell'Inghilterra  caduta  nello 
scisma,  e  per  liberare  dalle  mani  di 
Elisabetta  la  cugina  Maria  Stuar- 
da; col  parere  de'  cardinali  stessi 
e  coli'  autorità  della  costituzione 
Inter  multiplices,  creò  il  Monte  s. 
Bonaventura  per  scudi  3oo,ooo  e 
luoghi  tremila  vacabili,  a  ragione 
di  scudi  dieci  per  cento  e  per  luo- 
go, dandogli  in  assegnamento  dei 
fruiti,  scudi  io,5oo  dalla  Doga- 
na   di    Roma    {Vedi),    computato 


LUO  i5i 

l'aumento  di  bollo  e  delle  pelli  pe- 
lose; dalla  tesoreria  di  Romagna 
scudi  ii,5oo  mediante  l'unione 
dell'appallo  delle  saline  di  Cervia , 
ed  estrazioni  dalla  provincia;  dal- 
l'appalto generale  delle  poste  pon- 
tificie, che  gli  antecessori  avevano 
riserbato  pel  mantenimento  del  som- 
mo Pontefice,  scudi  4>5oo  ;  dal  reg- 
gimento di  Bologna  per  la  gabella 
ch'egli  trovò  in  essere  del  vino, 
unita  a  quella  della  tesoreria,  scu- 
di 3,5oo;  ma  perchè  questa  prima 
erezione  non  bastava  a'  suoi  dise- 
gni, estese  questo  monte  ad  altri 
ioojooo  scucii,  assegnando  per  l'an- 
nuo frutto  del  io  per  cento,  scu- 
di 6000  smembrati  dall'uffizio  ve- 
nale vacabile  dell'  uditorato  came- 
rale, ed  altri  scudi  4°°°  dal  men- 
zionato appalto  delle  poste,  come 
consta  dalla  sua  costituzione  de' 19 
settembre  i588;  sicché  queste  due 
creazioni  ed  estensioni  del  Monte 
s.  Bonaventura,  portarono  alla  cas- 
sa scudi  400)000'  Da  Paolo  IV,  e 
da  Pio  IV  suo  successore  imme- 
diato, era 00  state  alienate  le  can- 
cellerie, segreterie,  e  notariati  ci- 
vili e  criminali  di  tutti  i  domimi 
pontifìcii  per  5ooo  scudi,  dando 
agli  acquirenti  la  facoltà  di  fon- 
dare sopra  detti  uffizi  un  monte 
vacabile,  e  che  dovessero  cedere  a 
prò  loro  le  stesse  vacabilità.  Con- 
siderando Sisto  V  l'enorme  lesione 
del  contratto  che  offendeva  i  di- 
ritti della  santa  Sede,  colla  bolla 
Pastora lis  officii,  pubblicata  a'  21 
luglio  1 588,  spiegò  la  fraude  fatta 
dai  conduttori  nel  rendere  surre- 
tizie  le  menti  de'  due  Pontefici  no- 
minati, ed  abolì  questo  contratto  , 
mediante  la  quale  cessazione,  ven- 
ne alla  creazione  del  Monte  Can- 
celleria pel  capitale  di  scudi  50,000, 
e   luoghi    ooo    a    ragione    di    100 


}$2  LUO 

pendi  l'uno,  ed  a  forma  degli  altri 
monti  vacabili,  da  darsi  pei'  asse- 
gnamento fisso  del  frutto ,  annui 
sudi  5,ooo  sopra  i  nuovi  condut- 
tori delle  predette  cancellerie  e 
membri  annessi.  Giovanni  Agosti- 
no Pinelli  comprò  questo  monte 
di  5oo  luoghi  pel  detto  prezzo  di 
scudi  5ooo  annui  alla  camera  a- 
nostolicaj  e  Sisto  V  avendo  appro- 
vato detta  vendita ,  di  nuovo  lo 
vendè  al  Pinelli,  accordandogli  la 
facoltà  di  vendere  ad  altre  persone 
ì  medesimi  luoghi  di  monte. 

Nella  stessa  maniera,  essendo  ve- 
nuto a  morte  il  cardinal  Guasta» 
villani  camerlengo  di  s.  Chiesa,  Si- 
sto V  deliberò  d' incamerare  l'en- 
trata del  camerlengato.  Da  questa 
smembrò  la  rata  di  scudi  6000, 
dando  la  quota  di  scudi  2200  ai 
cinque  chierici  di  camera  da  lui 
accresciuti,  e  quegli  scudi  38oo  che 
avanzavano,  li  serbò  per  creare, 
come  effettivamente  fece  a*  12  set- 
tembre i587?  il  Monte  Camerlen- 
gato, per  luoghi  664  a  scudi  101 
£  mezzo  per  porzione,  a  ragione  di 
scudi  nove  per  luogo  di  fruttato, 
e  costituente  il  capitale  di  scudi 
65,366,  i  quali  incamerò.  Pei  frut- 
ti poi,  ammontando  a  scudi  £769 
annui,  assegnò  l'avanzo  di  scudi 
38oo  compimento  de'6ooo  sepa- 
rati dall'uffizio  del  camerlengato,  e 
scudi  2000  sopra  i  banchieri  della 
curia  romana,  tassata  ad  una  certa 
somma  annua  per  gli  utili  che  a 
loro  recano  le  spedizioni  oltramon- 
tane della  dateria,  per  le  cedole 
bancarie  fatte  dai  medesimi.  Avea 
il  santo  Padre  già  istituito  il  teso- 
riere del  datario,  creandolo  uffizio 
vacabile;  ma  vedendo  che  il  teso- 
riere avea  molti  assegnamenti  che 
lo  facevano  oltremodo  dovizioso , 
smembrò  dal  suo  uffizio  cinque  scu- 


LUO 
di  d'oro  per  qualunque  spedizione 
beneficiale  di  minor  grazia,  ed  as- 
segnolli  pel  pagamento  dèi  frutti 
del  Monte  /)<i  furiato,  che  creò  per 
luoghi  600,  pel  valore  capitale  d> 
Scudi  60,000  a  ragione  del  io  per 
cento,  colf  assegnamento  predetto, 
dichiarando  neljo  stesso  tempo , 
che  se  in  qualche  caso  il  suddetto 
provento  di  cinque  scudi  d'oro  non 
coprisse  gli  accennati  scudi  6000, 
frutto  certo,  allora  estendeva  per 
qualunque  mancanza  la  facoltà  so- 
pra la  gabella  della  carne,  impq- 
sta  già  da  Pio  IV  pel  monte  che 
creò,  la  rendita  della  quale  era  su- 
periore a  quello  che  qccorreva  al 
predetto  monte  da  Pio  IV  eretto. 
11  prezzo  poi  delle  rassegne  costi- 
tuenti gli  scudi  60,000,  volle  chp 
andasse  in  deposi teria  generale  agli 
usi  ed  effetti  medesimi  espressi 
nel  Monte  Camerlengato  preceden- 
te. Ma  non  era  tutto  questo  ba- 
stante a  supplire  alle  spese  che  Si- 
sto V  andava  facendo  ;  il  perchè , 
siccome  egli  non  fece  m,ai  cosa  al- 
cuna senza  il  consiglio  de*  cardi- 
nali, cosi  radunato  il  concistoro , 
espose  loro  che  per  tale  cagione 
era  costretto  per  quella  sola  volta 
ad  aggravare  i  suoi  sudditi,  con 
imporre  per  tutto  lo  stato,  a  riser- 
va di  Roma  e  di  Bologna,  la  ga- 
bella di  un  quattrino  per  ogni  fo- 
glietta o  piccola  misura  di  vino, 
che  nelle  osterie  e  case  private  si 
vendesse  a  minuto.  Il  sacro  colle» 
gio  approvò  il  pontificio  divisamen- 
te ,  laonde  Sisto  V  a'  24  api  ile 
i5§7  affittò  la  gabella  per  scudi 
70,100  a  Filippo  Anlinori  banchie- 
re fiorentino  iu  Roma,  per  cinque 
anni,  con  patto  di  pagarsi  la  rata 
di  bimestre  in  bimestre  nella  dc- 
positeria  generale.  Non  contento 
ancora,  Sisto  V    adunò    di    nuovo 


LUO 

il  concistoro,  nel  quale  espose  ai 
cardinali  che  ideava  creare  un  mon- 
te vacabile  chiamalo  Sisto,  a  ra- 
gione di  scudi  dicci  per  cento,  col 
capitale  di  scudi  5oo,ooo,  dando- 
gli per  assegnamento  stabile  de'frut- 
ti  scudi  5o,ooo  della  nominata  ga- 
bella. Indi  loro  provò  di  avere 
trovato  il  modo  d'incamerare  mez- 
zo milione  di  scudi,  e  di  avanzar- 
ne 20,100  in  componimento  del- 
) 'aiiìtto  annuo  che  1'  Antinori  pa- 
gava per  la  foglietta.  Approvarono 
tutti  i  cardinali  l'esposto,  ed  il  Pa- 
pa eresse  il  Monte  Sisto,  dando  fa- 
coltà a  monsignor  Popoli  tesoriere 
per  la  vendita  che  facilmente  tro- 
vò di  cinquemila  luoghi,  comprati 
da  Marcantonio  Ubaldini  e  com- 
pagni per  scudi  026,000,  i  quali 
furono  chiusi  in  Castel  s.  Angelo. 
Accortosi  però  Sisto  V  di  non 
essere  utile  al  principato  la  ga- 
bella suddetta  di  un  quattrino  per 
foglietta  e  la  creazione  del  monte, 
non  restando  in  egual  porzione  gli 
scudi  70,100  annui  di  risposta, 
ma  che  l'appaltatore  si  arricchiva, 
oltre  le  angari  e  che  i  ministri  di 
quello  facevano  a'popoli;  quindi  è 
che  convocato  il  concistoro  a'  27 
luglio  i588,  colla  costituzione  Hu- 
manarum  rerum,  abolì  l' appalto 
d|  detta  gabella ,  e  conseguente- 
mente restò  estinto  il  Monte  Sisto, 
cui  cercava  l'assegnamento  di  scu- 
di 5o,ooo  pei  frutti.  Prestava  con 
tal  soppressione  da  prendere  prov- 
videnza per  la  reintegrazione  dei 
montisti,ed  ecco  il  partito  a  che  Si- 
sto V  si  appigliò.  Aveva  Gregorio 
X11I  eretto  il  M 'onte  Camerale  non 
vacabile  chiamato  Monte  delle  Pro- 
vincie ,  del  quale  era  depositario 
Bernardo  Olgiati,  che  avea  in  ma- 
ni di  sopravanzo  scudi  200,000. 
Sisto  V  dunque    fece    passare    per 


ivo 


53 


duemila  luoghi  del  Monte  Sisto  al 
Monte  delle  Provincie  coli' esenzio- 
ne della  vaeabilità  e  minorazione 
del  frutto  al  sei  per  luogo,  dando 
a  benefizio  sì  dell'uno  che  dell'al- 
tro la  vaeabilità  di  tremila  luoghi 
rimanenti  del  Monte  Sisto,  cui  ce- 
der doyeano  con  promessa  all'  in- 
tera estinzione  di  due  monti.  Per 
gli  altri  tremila  luoghi  riparò  eg|i 
con  un  riparto  mollo  tenue  sopra 
je  provincie  che  avevano  sofferto  la 
gabella  della  foglietta,  assegnando 
a  tutte  col  riparto,  la  rata  di  scu- 
di 34)0 00  pei  frutti  e  spese  di 
detti  luoghi  tremila  avanzati  a  scu- 
di dieci  per  cento.  Le  provincie 
erano  :  Campagna,  Marittima,  La- 
zio e  Sabina  scudi  2700;  Patri- 
monio e  Civitavecchia  spudi  52oo; 
Umbria  scudi  7090  ;  ducato  di  Ca- 
merino scudi  1000;  Marca  ed  An- 
cona scudi  10,700;  Loreto  e  Ro- 
magna scudi  75oo;  in  tutto  scuoM 
34,ooo.  Resta  a  parlare  de'  Monti 
Camerali  non  vacabili,  i  quali  a 
tempo  di  Sisto  V  erano  quattro. 
Due  mesi  dopo  la  sua  esaltazione 
al  trono,  cioè  a'  29  luglio  i585, 
il  Papa  convocò  il  concistoro ,  ed 
espose  ai  cardinali,  che  trovandosi 
senza  denaro  per  estirpare  i  ban- 
diti e  malviventi,  onde  restituire 
allo  stato  la  pace,  aveva  necessità 
di  creare  un  Monte  Camerale  non 
vacabile,  col  titolo  di  Monte  Pace, 
senza  che  pei  frutti  venissero  ag- 
gravati i  sudditi.  Piacque  l'idea,  e 
colla  costituzione  Multa  et  gravia, 
fu  eretto  questo  monte  per  scudi 
3oo,ooo,  in  luoghi  tremila  a  ra- 
gione del  cinque  per  cento  o  sia 
per  luogo,  costituente  l'annuo  frut- 
tato di  scudi  1 5,7 5o,  tolti  ed  as- 
segnati sopra  l'ailìtto  delle  dogane 
generali  di  Roma  condotte  da  Ti- 
berio   Cevola ,    colla    cauzione    pei 


i54  LUO 

nmutisti,  che  in  tutti  i  tempi  av- 
venire si  sarebbe  conservato  a  prò 
loro  una  pari  e  duplicata  somma 
nelle  dogane.  Diede  però  la  facol- 
tà per  la  rassegna  di  detto  monte 
al  tesoriere  generale  Benedetto  Giu- 
stiniani, all'indie  rassegnati  che  fos- 
sero detli  tremila  luoghi  pel  valo- 
re di  scudi  3 00,000,  si  serbassero 
in  deposi leria  generale  all'uso  sud- 
detto dell'estirpazione  de'  malviven- 
ti, e  si  chiamò  poi  sempre  Monte 
Giustiniani. 

Aveva  nell'anno  1^26  Clemen- 
te VII  creato  il  Monte  Fede  per 
la  somma  di  scudi  200,000  a  ra- 
gione del  dieci  per  cento.  Il  suc- 
cessore Paolo  III  vedendo  che  il 
fruttato  era  troppo  vantaggioso  ai 
montisli,  io  ridusse  a  scudi  sette  e 
mezzo  per  cento ,  ampliando  però 
il  monte  di  altri  scudi  200,000. 
Ora  Sisto  V,  esaminando  che  il 
fruttato  cosi  ridotto  era  sufficiente 
a  misurare  una  somma  superiore 
a  quella  che  Paolo  IH  avea  au- 
mentata col  sette  e  mezzo  per  cen- 
to, e  considerando  che  il  sei  per 
cento  era  assai  più  che  giusto,  sop- 
presse ed  eslinse  il  Monte  Fede  di 
luoghi  quattromila  ed  ottocento  pel 
capitale  di  scudi  4§o,ooo,  e  con- 
temporaneamente colla  costituzione 
fiumani  plerumque,  de'  20  ottobre 
1587,  creò  un  nuovo  monte  collo 
stesso  titolo,  pel  capitale  di  scudi 
600,000  e  rispettivi  seimila  luoghi 
a  ragione  di  sei  scudi  per  cento 
p  sia  per  luogo,  coi  medesimi  as- 
segnamenti dati  al  prefato  monte 
da  Clemente  VII  e  da  Paolo  III, 
ph'essi  aveano  eretto  ed  ampliato 
sopra  le  dogane  di  Roma;  onde 
con  tale  industria  Sisto  V  inca- 
merò scudi  120,000,  co*  medesimi 
36,ooo  che  Paolo  IH  aveva  asse- 
gnati ai    480,000,  e  che  da  Sisto 


LUO 

V  furono  saviamente  riparati  so- 
pra i  600,000  scudi  del  nuovo 
creato  monte.  Aveva  pure  s.  Pio  V 
creato  il  Monte  Religione,  lascian- 
do la  via  aperta  a'  successori  di 
ampliare  e  rassegnare  le  porzioni 
di  detto  monte,  le  quali  Sisto  V 
estese  per  luoghi  seicento  quaran- 
ta, e  in  tal  guisa  incamerò  scudi 
f>4,ooo,  senza  che  gli  occorresse 
far  nuova  costituzione  ,  e  pensa- 
re   al     riparo  de'  frutti  da  s.  Pio 

V  stabiliti  sopra  la  gabella  della 
carne.  Detta  estensione  non  fu  di 
somma  maggiore,  perchè  Gregorio 
XIII  ne  avea  rassegnati  altri,  on- 
de non  v'  era  luogo  che  per  li  pre- 
detti seicento  quaranta  luoghi,  co- 
me disse  Alessandro  VII  nella  ri- 
forma che  ne  fece  poi  nel  1 656. 
Lo  stesso  Gregorio  XIII  avendo 
osservato  che  la  scarsezza  del  fru- 
mento angustiava  bene  spesso  Ro- 
ma, e  il  distretto  ancora  di  essa, 
pensò  di  far  acquisto,  come  ese- 
guì, dagli  eredi  di  Filippo  Pieruz- 
zi  fiorentino,  de'  terreni  e  tenute 
delle  Chiane  ne'  territori'!  di  Civi- 
tavecchia, di  Monte  Leone,  di  Cit- 
tà della  Pieve,  e  di  Ficulle  per 
80,000  scudi,  affine  di  seccare  le 
Chiane,  e  renderle  coltivate  a  con- 
to della  reverenda  camera  ;  ma 
perchè  i  ministri  di  questa  a  tut- 
t'altro  pensavano,  in  vece  di  utile 
era  di  remissione,  restando  senza 
frutto  la  detta  somma  pagata  nel- 
la rassegna  del  Monte  Religione , 
col  pagamento  de' frutti  d'annui 
scudi  8200.  Or  conoscendosi  tut- 
tociò  da  Sisto  V,  e  che  la  camera 
apostolica  non  poteva  evitare  un 
discapito ,  fece  segretamente ,  per 
guardarsi  dai  montisti,  trattare  l'a- 
lienazione di  que'  terreni  colle  co- 
munità de'  territorii  in  cui  erano, 
esibendoli  per  lo  stesso  prezzo.  Ma 


LUO 

avendo  le  comunità  risposto  essere 
pronte  a  compiacere  il  Papa,  però 
mancanti  del  denaro,  Sisto  V  si 
orni  loro  sborsarlo  e  fu  condii  usa 
la  vendita.  Adunato  pertanto  il  con- 
cistoro, e  propostasi  dal  Pontefice 
a*  cardinali  l'alienazione  delle  Chia- 
ne per  82,000  scudi,  creando  un 
Monte  Camerale  non  vacabile  per 
detta  somma  e  col  nome  di  Monte 
Civitavecchia,  a  ragione  del  sei  per 
cento,  costituente  la  somma  di  scu- 
di 4920  cne  addossò  alle  comuni- 
tà acquirenti,  colle  debite  cauzio- 
ni, tutto  venne  approvato.  Fondò 
eziandio  Sisto  V  il  Monte  di  Or- 
vieto, di  ottocentoventi  luoghi,  col 
disposto  della  costituzione  Inter 
multi plices  Pastora  li  s  offìciì  s  per 
1'  asciugamento  delle  Chiane. 

Ed  ecco  le  saggie  provvidenze  del 
gran  Pontefice  Sisto  V  sui  luoghi  dei 
monti  e  vacabili;  che  se  i  ministri 
pubblici  ed  altri  l'avessero  esamina- 
te, in  luogo  di  criticarle  avrebbero 
veduto,  che  le  risulte  dell'estinzio- 
ne de'  Monti  Camerali  non  vaca- 
bili, si  sarebbono  estinte,  median- 
te la  regola  prescritta  da  Sisto  V 
e  con  vantaggio  dell'erario  ponti- 
fìcio. Con  siffatte  industrie,  si  co- 
nosce come  Sisto  V  potè  fare  im- 
mense spese  per  tante  opere,  come 
sono  :  la  cupola  di  s.  Pietro,  l' e- 
rezione  degli  obelischi,  il  restauro 
delle  due  colonne,  il  trasporto  dei 
cavalli  marmorei  sul  Quirinale,  l'e- 
rezione del  palazzo  lateranense  e 
dell'ospizio  de'  poveri ,  l'introdu- 
zione dell'acqua  in  Roma  pei  rin- 
novati acquedotti,  il  sussidio  alla 
Francia,  e  tanti  edilìzi,  cioè  la  son- 
tuosa cappella  in  s.  Maria  Mag- 
giore, la  biblioteca  vaticana,  la 
chiesa  di  s.  Girolamo  degli  schiavoni, 
l'edilìzio  delle  scale  sante,  le  sei  gran- 
diose   strade    di  Pioma,  il  restauro 


luo  m 

della  chiesa  di  g.  Sabina,  la  casa  pia 
presso  la  chiesa  di  s.  Vito,  il  col- 
legio di  s.  Bonaventura  in  Roma, 
il  collegio  Montalto  in  Bologna,  e 
tante  altre  opere  e  munificenze  be- 
nefiche, oltre  i  5,i5o,ooo  scudi 
depositati  in  Castel  s.  Angelo,  ec. 
Gregorio  XIV,  mediante  la  costi- 
tuzione Susccpli,  aumentò  i  luoghi 
di  monte  di  Sisto  V,  ciò  che  colla 
costituzione  Vlea,  in  favore  delle 
comunità,  confermò  ed  ampliò  nel 
i5g2  Clemente  Vili,  il  quale  nel 
i6o3  emanò  altre  provvidenze  per 
l'estinzione  del  Monte  delle  Pro- 
vincie, e  pel  nuovo  regolamento 
del  Monte  Comunità.  Clemente  Vili 
per  soccorrere  la  Germania  e  l'Un- 
gheria contro  gli  eretici  ,  fu  co- 
stretto indebitare  lo  stato  pontifi- 
cio, colla  giunta  di  duemila  luo- 
ghi di  monte  al  Monte  Novenna- 
le, oltre  l'erezione  del  nuovo  Mon- 
te Ungheria,  nella  somma  di  scudi 
200,000,  e  di  altro  Monte  Soccor- 
so nella  quantità  di  scudi  400,000. 
Inoltre  Clemente  Vili  nel  1600 
emanò  il  motu  proprio,  Decet  Ror 
manum  Pontijicem,  presso  il  De 
Luca  pag.  86,  super  resignationi- 
bus  montami  romanae  curìae.  11 
Papa  Paolo  V  per  comodità  dei 
poveri  nel  1612  istituì  il  Monte 
della  Fatina,  da  cui  ognuno  po- 
teva procurarsi  il  sostentamento. 
In  so  v  veni  mento  dell'  imperatore 
contro  gli  eretici  della  Germania 
eresse  un  nuovo  Monte  Religione 
secondo ,  nella  somma  di  scudi 
200,000.  Inoltre  Paolo  V  nel  160$ 
fece  il  1110 tu- proprio  Cu/n  prò  su- 
prema, presso  il  De  Luca  pag.  89, 
col  quale  deputò  una  congregazior 
ne  sui  luoghi  di  monte  della  cu- 
ria romana,  per  togliere  gli  abusi 
e  qualunque  impedimento.  Quindi 
uel   i6i5  Paolo  V  colla  costituzio- 


i56 


LUO 


ne  Inter  caeltras,  confermò  le  prov- 
visioni,  le  ordinazioni  e  le  tasse 
stabilito  dalla  congregazione  da  lui 
destinata  pel  regolare  andamento 
de'  luoglii  di  monte,  quale  il  De 
Luca  riproduce  a  pag.  93,  ripor- 
tando a  pag.  95  e  seg.  Provvi- 
sioni ed  ordini  da  osservarsi  ed 
eseguirsi  dai  segretari,  pro-segre- 
tari, computisti  ,  sensali  de'  luo- 
ghi di  monte  in  Roma,  ed  altri  a 
cl)i  spetta  nelle  rassegne  ed  altri 
ailari  di  detti  monti.  A  pag.  1  i'j 
poi  il  De  Luca  ci  dà  la  costitu- 
zione di  Urbano  Vili,  Decct  nos 
ex  pastorali  s  o/fìciif,  de'  18  luglio 
1639,  ossia  la  Deelaratio,  quod 
quaecumque  pactiones  particola- 
ri mn  persouarum  super  montibus, 
vel  locis  roontium  quorumeumque, 
factae  absque  Sanctitatis  suae,  vel 
proteetorum,  aut  ofìicialium  ad  id, 
et  ad  conliciendas  lilteras  patentes 
deputatorum  licentia,  non  alten- 
dantur,  nec  aflìciant  tnontes,  et  lo- 
ca hujusmodi.  Dall'  autorizzazione 
data  da  Paolo  V  al  marchese  Ben- 
tivoglio  per  asciugare  alcune  palu- 
di, ebbe  origine  il  Manie  Bentivo- 
glìo,  che  approvò  Urbano  Vili,  ed 
in  fine  di  questo  articolo  ne  fare- 
mo una  breve  storia.  Urbano  Vili 
sino  dal  i635  creò  il  Monte  Co- 
munità, col  motu- proprio,  Clemens 
PP.    Vili  praedecessor. 

Essendo  stati  introdotti  i  luoghi  di 
monti  vacabili  per  supplire  alle  ne- 
cessità della  camera  apostolica,  con 
un  peso  più  grave  per  farlo  solo  tem- 
porale, ritenendovi  poi  le  medesime 
gravità,  diversi  gli  aveano  renduti 
perpetui,  giacché  alcuni  Papi  allor- 
ché vacavano  li  donarono  a'  propri 
parenti.  Erano  questi  monti  vacabili 
al  numero  di  quindicimila,  vendu- 
tisi al  principio  a  ragione  di  scudi 
centodieci  l'uno,  col  frutto  di  scu- 


LUO 

di  dicci  e  mezzo,  indi  per  diverse 
cagioni  erano  saliti  al  prezzo  di 
centocinquanta  6cudi.  Appena  nel 
i655  divenne  Papa  Alessandro  VII 
volle  alleggerire  la  camera  di  qué- 
sto aggravio,  per  cui  propose  di 
sostituire  a  questi  monti  vacabili 
altri  non  vacabili,  di  cui  la  came- 
ra pagasse  il  quattro  per  cento. 
Consigliavamo  alcuni  a  restituire 
il  denaro  di  questi  vacabili  ,  dopo 
ch'erano  stati  venduti  per  scudi 
centodieci  l'uno;  ma  egli  ricusando 
di  fqre  tanto  danno  ai  sudditi,  de- 
terminò che  per  ogni  vacabile  si 
restituissero  scudi  centocinquanta^ 
sei  o  un  luogo  e  mezzo  non  vaca- 
bile, dicendo  che  non  riputava  per- 
duto dal  principe  quel  che  anda- 
va in  profitto  de'  suoi  vassalli  ,  e 
così  donando  600,000  scudi,  rice- 
vette le  benedizioni  di  tutti  ed  in- 
sieme guadagnò  per  la  camera  scu- 
di 67,000  di  rendita;  ed  a  chi  lo 
lodava  dicendogli,  che  luttociò  ave» 
egli  tolto  a  sé  slesso,  rispondeva, 
che  non  si  era  tolta  se  non  la  co- 
modità di  peccare.  Di  tali  lodevoli 
industrie  avea  bisogno  l'erario  pon- 
tifìcio, imperocché  oltre  le  imposte 
di  altri  Papi,  o  per  soccorrere  i 
principi  cristiani  contro  gli  eretici 
e  infedeli,  o  per  la  ricupera  di 
Ferrara  fatta  da  Clemente  Vili,  0 
per  tener  pronto  un  tesoro  per 
qualunque  eventuale  bisogno,  le 
imposte  eransj  di  molto  aumenta- 
te. Urbano  VIIJ,  in  ventini  anno 
di  pontificato,  perle  guerre  ed  al- 
tri avvenimenti,  avea  aggiunto  ga- 
belle corrispondenti  nel  frutto  a 
quattordici  milioni  di  scudi  di  de- 
bito. Il  successore  Innocenzo  X  per 
la  guerra  con  Parma  avea  speso 
scudi  600,000,  dato  molto  a'suoi, 
ed  oltre  a  ciò  trovate  le  spese  or- 
dinarie superiori  alle  rendite,  avea 


LUO 

fatto  un  nuovo  debito  di  tre  mi- 
lioni di  scudi,  senza  nuove  gravez- 
ze, ma  in  modo  da  render  tan- 
to più  difficile  la  diminuzione  del- 
lo antiche.  Dopo  avere  Alessandro 
VII  estinto  tre  milioni  e  più  di 
scudi  in  luoghi  di  monti  non  va- 
cabili, e  fruttiferi  di  quattro  scudi 
e  mezzo,  al  che  seguì  altra  som- 
ma, in  tutto  di  ventisei  milioni, 
per  pagare  i  quali  istituì  nuovi 
luoghi  di  monti,  che  pagassero  so- 
lamente il  quattro  per  cento.  Ma 
alcuni  giunsero  a  sospettare  che 
questa  novità  di  monti  avesse  per 
fine  l'arricchimento  de'  parenti.  In 
sostanza  Alessandro  VII  soppresse 
i  Monti  Giulio,  Fede,  primo  e  se- 
condo, Dateria  e  Camerlengato,  e 
li  com penetrò  nel  Monte  liis fora- 
to, in  cui  traslatò  pure  i  Monti 
Lega  e  Religione,  ed  i  Monti  Un- 
gheria e  Soccorso,  tanto  col  motu- 
proprio Inter  inulti plices  del  1664, 
che  mediante  il  motu- proprio  Ca- 
merae  noslrae  redditus  in  dies  di- 
minuiob  temporum  calami  tates,  da- 
to nel  i665.  Tre  Monti  Ristorati 
istituì  Alessandro  VII,  chiamati  pri- 
mo, secondo  e  terzo.  Clemente  IX 
eresse  il  Monte  Barberini  a'  25  ot- 
tebre  1669,  col  motu- proprio  Vo- 
lentes  dilectum  filium  Maphaeum 
Barberini.  Clemente  X  eresse  il 
Monte  Orsini  a'  io  settembre  1671, 
col  motu- proprio  Romanum  decet 
Pontìficemj  indi  nel  1672  soppres- 
se il  Monte  Comunità  secondo.  In- 
nocenzo X  a'  16  novembre  1644 
ridusse  i  frutti  de'  luoghi  de'  monti 
del  sale,  dell'oro,  e  del  macinato, 
eretti  da  Urbano  Vili,  da  scudi 
otto  ch'erano  per  ogni  luogo,  a 
scudi  quattro  e  mezzo.  Dipoi  In- 
nocenzo XI  nel  i685  colla  costi- 
tuzione Avendo  noi  procurato,  e- 
stese  i  Monti  Comunità,  indi  sop- 


LUO  i$7 

presse  il  Monte  d'oro  eretto  da 
Innocenzo  X,  ed  il  Monte  sale  d'o- 
ro creato  da  Urbano  VIII.  Sotto 
il  pontificato  d'Innocenzo  XI  e  nel 
1682  nel  pubblicare  in  Roma  il 
cardinal  De  Luca  il  Tracia  tus  de 
offìciis  venalibus,  vi  aggiunse  l'al- 
tro :  De  locis  mondimi  non  vaca- 
bilium  Urbis.  Clemente  XI  a'  2  no- 
vembre 1701  emanò  il  motu-pro- 
prio  Romanus  Pontìfex,  presso  E- 
vangelista  p.  i58,  con  cui  soppres- 
se il  segretario  de' luoghi  di  mon- 
te instituito  da  Clemente  X,  che 
pel  primo  era  stato  Diego  Ursaia; 
ed  invece  nominò  un  amministra- 
tore de'  medesimi  a  disposizione  di 
monsignor  tesoriere  generale,  nomi- 
nando segretario  generale  ammini- 
stratore l'avvocato  Filippo  Cesari- 
ni.  Col  motu- proprio,  Monsignor 
Carlo  Marini,  nel  1707  Clemente 
XI  aumentò  il  Monte  Comunità. 
Il  suo  successore  Innocenzo  XIII 
soppresse  ri  Monte  Fede  nel  1722 
col  motu- proprio  Carlo  Collicola 
tesoriere,  così  i  Monti  Ungheria  e 
Soccorso.  Nel  pontificato  di  Bene- 
detto XIII  i  ministri  abusarono 
della  sua  eccessiva  bontà,  mentre  il 
tesoro  pontificio  si  trovava  col  de- 
bito di  cinquanta  milioni  di  scudi, 
e  le  spese  superavano  di  molto  le 
rendite.  Egli  eresse  duemila  luo- 
ghi di  monte  e  si  temette  che  il 
frutto  di  tutti  i  luoghi  di  monte 
non  sarebbero  stati  pagali  per  man- 
canza di  fondi.  Benedetto  XI II  do- 
nò al  nuovo  ospedale  di  s.  Galli- 
cano trenta  luoghi  di  monti  ap- 
partenenti alla  camera,  ed  altret- 
tanti che  spettavano  alla  dateria. 
Va  letto  il  chirografo  di  Benedet- 
to XIII,  Avendoci  voi  rappresenta- 
to, sul  Monte   Comunità. 

Benedetto  XIV  colla  costituzione 
Ad   haec    necessarium  del     174^, 


imS  luo  luo 

presso  Evangelista  p.  i6l,  pubbli-  accrebbe  il  Monto  s.  Pietro,  riunì  il 
co  opportune  provvidenze  sui  luo-  Monte,  s.  Paolo  al  Monte  Religio- 
ghi  di  monte,  suoi  ministri  e  mon-  ne  mediante  V  ammissione  a  dello 
tisti.  Soppresse  il  Monte  Novenna-  monte  dei  marchesi  Cesare  e  Lui- 
te,  e  per  Bologna  eresse  il  Monte  gi  Bevilacqua.  Il  Papa  Pio  VI  a 
Benedettino)  col  subingresso  de'cre-  proseguire  la  grandiosa  opera  dei 
ditori  de'  Monti  Clemente.  I  e  Cle-  bonificamenti  delle  terre  pontine  , 
mente  li:  furono  poi  riformati  i  si  appigliò  al  temperamento  di 
Monti  Innocenzo  IX,  e  Monte  Se-  creare  un  debito  pubblico,  con  un 
rondo,  pur  di  Bologna.  Benedetto  tenue  frutto  da  pagarsi  coll'inlroi- 
XIV  si  trovò  costretto  imporre  to  d'una  cassa  quanto  sicuro,  tan- 
una  tassa  sopra  i  montisti,  così  to  meno  incomodo  all'erario  carne- 
fece  pure  Clemente  XIII,  il  quale  rale.  Quindi  con  suo  chirografo  dei 
a  cagione  della  carestia,  con  suo  29  gennaio  1780,  diretto  al  car- 
chirografo,  Per  la  penuriosa  raccol-  dinal  Pallotta  allora  pro-tesoriere, 
la ,  eresse  il  Monte  Abbondanza  ordinò  un'  aggiunta  di  luoghi  di 
a  ragione  di  scudi  cento  per  luo-  monti  denominati  s.  Pietro  otta* 
go,  acciò  le  comunità  dello  stato  va  erezione^  e  Ristorato  terza  e- 
potessero  prendere  denaro  a  frutto  rezìone,  col  prezzo  de'  quali  da 
onde  provvedersi  di  giano.  Però  vendersi  o  da  rassegnarsi  a  chi 
Clemente  XIII  soppresse  il  Monte  volesse  farne  acquisto,  si  formasse 
Ristorato  di  prima  erezione,  colla  una  cassa  destinata  per  servire  u- 
costituzione  Iti  sublimis  militantis  nicamente  alle  spese  della  bonifì- 
Ecclesiae,  de' 20  agosto  17^9.  Nel  cazione  pontina.  Per  pagaie  poi  i 
suo  pontificato  e  nel  1767  coi  ti-  frutti  alla  solita  ragione  di  scudi 
pi  di  s.  Michele,  Fabrizio  Evange-  tre  per  ciascun  luogo  di  monte, 
lista  diede  alla  luce  il  dotto  trat-  volle  che  si  erogasse  il  denaro  che 
tato  intitolato  :  Opus  de  locis  proveniva  dall'  impresa  del  giuoco 
montami  cameralium  non  vaca-  de'lotti,  di  che  tratta  il  Nicolai 
bilium.  In  quo  per  materias  di-  nella  sua  opera  de'  Bonificamenti 
slinctas  ex  professo  agitur.  De  e-  delle  terre  pontine  p.  325.  In  se- 
reclione  locorum  montium,  de  eo-  guito  Pio  VI  vedendo  che  le  mo- 
rum  suppressione,  de  declinile  ad-  nete  venivano  incettate,  e  che  le 
ministratoris ,  ejusque  officio,  de  cedole  soverchiamente  crescevano, 
ofticialibus  et  curis  ad  eos  per-  dopo  aver  ordinato  opportune  dis- 
tinentibus,  de  clausola  dummodo  posizioni  3  riparò  al  disordine  delle 
etc.  De  contractibus  tam  super  cedole,  col  ritirarne  tante,  quante 
proprietate  ,  quam  super  fructi-  ne  facesse  d'uopo  per  bilanciare 
bus,  de  iis  quae  sunt  solemnia  la  somma  di  quelle  che  restavano 
contracium  a  locis  piis,  universi-  coll'elFeltivo  contante,  e  nel  1786 
tatibus,  mulieribus  et  ininoribus  ser-  eresse  il  Monte  di  Porzioni  vaca» 
vanda,  de  nominazione  cappellano-  bili,  per  la  somma  di  un  milione 
rum  ad  cappellanias,  de  deletio-  e  mezzo  di  scudi  romani,  con  one- 
ne  vinculorum  ,  de  judicibus,  de  sto  profitto  per  quelli  che  vi  vo- 
notariis,  et  tandem  de  mandatis  lessero  impiegare  il  loro  dena- 
de  transferendo,  delendo,  attergendo  10,  dichiarando  che  tutto  il  capita- 
et  resignando. Inoltre  Clemente XIII  le    che  da  questo  ne  derivasse,  do- 


LUO 

rea  servire  in  estinzione  delle  cedo- 
le in  corrispondente  quantità.  Nel 
suo  pontificato  i  repubblicani  fran- 
cesi avendo  invaso  parte  dello  sta- 
to pontificio,  Pio  VI  si  trovò  co- 
stretto a  diminuire  il  frutto  de'Iuo- 
ghi  di  monte,  e  ridurlo  in  tutti  al 
tre  per  cento,  e  quando  nel  1798 
l'occupazione  straniera  si  completò, 
narra  il  Marchetti,  Del  denaro 
straniero  p.  257,  che  Roma  avea 
di  debito  circa  cento  trenta  mi- 
lioni in  luoghi  di  mónte  ed  in  ban- 
chi. Monsignor  Nicolai  nella  citata 
sua  opera  dice  che  dal  principio  del 
1798  si  perde  del  tutto  la  rendi- 
ta de'  luoghi  de' monti,  e  per  v  lo 
spazio  di  quattro  anni  continui  non 
si  pagò  neppure  un  soldo  pei  frut- 
ti di  questi  capitali  ,  finche  le  pa- 
terne sollecitudini  di  Pio  VII,  ad 
onta  delle  ristrettezze  dello  stato, 
dopo  aver  colla  costituzione  Post 
diulurnas,  tertio  kal.  novembris 
1800,  soppresso  la  carica  di  archi- 
vista de'  luoghi  di  monte,  col  suc- 
cessivo motu  -  proprio  del  19  mar- 
zo 1801  riattivò  il  pagamento  dei 
frutti  de'  luoghi  di  monte  per  due 
quinte  parti  ;  il  qual  pagamento 
continuò  fino  alla  seconda  invasione 
francese  compita  nel  1809  per 
ordine  dell'imperatore  Napoleone  re 
d'Italia. 

L*  amministrazione  francese  de- 
cretò la  estinzione  de'  luoghi  di 
monte,  che  si  trovavano  a  quella 
epoca  ridotti  nell'annua  rendita  alla 
quantità  di  scudi  539,300:72/100, 
poiché  nell'intervallo  dal  1801  al 
1810,  lungi  dall' essersi  fatto  luo- 
go ad  alcuna  erezione  di  essi,  ne 
furono  in  vece  estinti  non  pochi 
dal  Pontefice  Pio  VII,  mediante 
compensazione  di  crediti  camerali, 
e  mediante  cessione  ai  creditori  di 
altrettante  attività  dello  stato.  Alla 


LUO  l$9 

suddetta  decretata  estinzione  si  fe- 
ce precedere  una  liquidazione  cui 
furono  ammessi  i  soli  particolari, 
essendone  slati  esclusi  i  corpi  mo- 
rali, sia  per  la  loro  illegittima  sop- 
pressione in  quell'  epoca  avvenuta 
per  ordine  di  chi  reggeva  il  go- 
verno degli  stati  invasi,  sia  per  al- 
tri speciosi  motivi.  La  estinzione 
ebbe  effetto  mediante  Y  impiego 
nell'acquisto  di  beni  tolti  alle  cor- 
porazioni religiose  delle  Cartelle, 
chiamate  pure  Rescrizioni,  rilasciate 
ai  creditori  ammessi  alla  liquidazio- 
ne, a  pareggio  di  loro  avere,  tanto 
per  i  luoghi  di  monte,  quan- 
to per  ogni  altro  titolo  a  carico 
dello  stato,  e  per  quelli  eziandio 
che  trovaronsi  vigenti  a  carico  del- 
le corporazioni  religiose  natural- 
mente passati  a  peso  dello  stato, 
insieme  alle  pensioni  vitalizie  asse- 
gnate agl'individui  che  si  trovaro- 
no nelle  case  e  corpi  religiosi. 
E  siccome  il  debito  per  i  luoghi 
di  monte,  e  per  gli  altri  titoli  a 
carico  dello  stato  trovavasi  fondato 
promiscuamente  sulle  provincie  in- 
vase nel  1809  ,  e  sulle  altre  che 
per  la  precedente  occupazione  del 
1808  erano  state  aggregate  al  co- 
sì detto  regno  italico,  cosi  essendo* 
si  fatta  la  piena  estinzione  coi  be- 
ni esistenti  nelle  prime  di  dette 
provincie,  si  volle  che  a  carico  delle 
seconde,  ossia  a  carico  del  tesoro 
di  detto  regno,  e  per  esso  dal  mon- 
te Napoleoue,  si  dasse  al  tesoro 
francese  un  indennizzo,  che  venne 
determinato  in  una  terza  parte 
del  debito  totale.  Questa  determi- 
nazione movea  dal  principio  allo- 
ra stabilito  sul  debito  pubblico, 
in  forza  della  quale  sul  monte  sud- 
detto furono  trasfuse  tutte  le  pas- 
sività degli  stati  e  delle  provincie 
riunite  al    nominato    regno  d'  Ita- 


iGo  LUO 

Ita.  Vi  figurarono  perciò,  pel  du- 
cato di  Modena  il  banco  del  ma- 
gistrato degli  alloggi,  quella  co- 
munità di  Modena  e  la  massa  im- 
iti era  le  ;  pel  ducato  di  Milano  vi 
passarono  il  monte  s.  Teresa ,  ed 
il  banco  di  s.  Ambrogio,  il  primo 
de'quali  si  costituiva  dai  reddituali 
camerali,  dall'aggregazione  del  mon- 
te s.  Francesco,  dal  nuovo  assento 
e  dai  cosi  detti  assegnatari,  ed  il 
secondo  si  costituiva  dai  legatari , 
dai  reddituali,  e  dai  bandisti  del- 
la città;  per  gli  stati  veneti  si 
compresero  il  banco  della  zecca, 
ed  il  banco  giro  di  Venezia  ;  per 
le  legazioni  uegli  stati  della  Chiesa 
vi  si  riunirono  i  monti  di  Fer- 
rara e  quelli  di  Bologna,  i  primi 
de'quali  conoscevansi  sotto  i  nomi 
di  Monte  Riparazione  seconda  ere- 
zione, e  di  Monte  Sanità  sesta  e- 
rezione,  ed  i  secondi  erano  denomi- 
nati Monte  Benedettino,  Monte  Giu- 
lio, Monte  Annona,  Monte  sussidio 
di  acque,  azienda  di  acque,  a- 
zienda  detta  notula,  azienda  del- 
l' abbondanza,  congregazione  di  ga- 
bella, deputazione  veli,  ed  azienda 
di  arti;  e  per  il  Novarese  che 
trovavasi  nella  stessa  combinazione 
delle  Marche  pontificie,  il  monte 
stesso  fu  caricato  di  un  indennizzo 
proporzionale  al  debito  totale  del 
Monte  Pioj  e  per  gli  slessi  princi- 
pi! furono  riuniti  al  predetto  mon- 
te Napoleone  i  debiti  di  altri  sta- 
ti e  provincie,  egualmente  aggrega- 
ti al  regno  italico. 

Ripristinato  felicemente  nel  1 8 1 4 
il  pontificio  regime,  e  restituite  nel 
i8i5  alla  santa  Sede  le  provincie 
delle  Marche  e  delle  Legazioni , 
ch'erano    slate  ajjareffate  al  cessato 

no      o 

regno  italico,  fu  sollecito  il  Papa  Pio 
VII  di  provvedere  alla  sorte  de' credi- 
tori non  estinti,  e  mantenendo  per 


LUO 

amore  della  pubblica  tranquilliti* 
le  vendite  de'  beni  delie  corpora- 
zioni religiose,  fatte  per  la  estin- 
zione degli  altri,  volle  compensare 
le  corporazioni  .stesse  della  perdita 
da  esse  sofferta.  Fu  perciò  che  cqI 
motu-proprio  sull'organizzazione  di 
pubblica  amministrazione ,  del  6 
luglio  1816,  e  cogli  articoli  228 
e  seguenti  sino  al  237  inclusive 
(quali  sono  riprodotti  col  motu- 
proprio stesso,  Quando  per  ammi- 
rabile, nel  voi.  I,  p.  i4i  della 
E  accolta  delle  leggi ,  ivi  parlan- 
dosene ancora  a  pag.  1 85  ),  da 
Pio  VII  si  emanarono  provvedi- 
menti per  le  opportune  indeuniz- 
za?ioni  alle  corporazioni  religiose 
ed  altri  luoghi  pii  ripristinati,  per 
mezzo  di  una  congregazione  cui 
die  particolari  istruzioni;  indenni/.- 
zazioni  che  dichiarò  farebbero  par- 
te del  debito  pubblico.  Si  dichiarò 
ancora  che  rimarrebbero  accollali, 
e  posti  a  carico  del  pubblico  e- 
rario  i  mentovati  crediti,  venendo 
poscia  considerati  come  debito  pub- 
blico eziandio  i  censi  ed  i  canoni 
imposti  sui  fondi  venduti  liberi  dal 
cessato  governo  in  dimissione  dei 
luoghi  di  monte  vacabili,  ed  altri 
debili  dell'erario,  per  la  continenza 
però  de' medesimi  fondi,  e  secondo 
la  verificazione  e  liquidazione  che 
ne  farebbe  monsignor  tesoriere. 
A  questo  prelato  fu  affidata  la  li- 
quidazione de'  residuali  luoghi  di 
monte  non  estinti,  ed  appartenenti 
tanto  ai  particolari,  i  quali  non 
presentarono  i  loro  titoli  al  co- 
sì detto  consiglio  di  liquidazio- 
ne sotto  il  cessalo  governo  ,  o 
vennero  esclusi  perchè  stranieri, 
quanto  alle  mense  vescovili,  abba- 
zie, capitoli,  prelature,  cappellanie 
laicali  o  di  patronato,  benefizi  ec- 
clesiastici   non    vacanti,  luoghi    pii 


LUO 

sollo  qualunque  denominazione,  con- 
venti e  monasteri  di  religiosi  del- 
l'uno e  l'altro  sesso,  ordini  militari, 
e  molliplici  per  le  cause  di  beatifi- 
cazioni e  canonizzazioni.  Per  man- 
tenere la  uniforme  proporzione  fra 
tutti  i  capitali  di  debito  pubblico 
ed  il  loro  interesse,  ogni  luogo  di 
monte  si  stabilì  che  sarebbe  nella 
liquidazione  valutato  in  capitale 
per  la  somma  di  scudi  venticin- 
que, rendendosi  una  tal  diminuzio- 
ne nominale  indifferente  per  la 
quasi  totalità  de'possessori,  che  so- 
no luoghi  pii,  a' quali  è  vietata  la 
alienazione.  Non  ostante  questa  ap- 
parente riduzione  di  capitale,  i 
creditori  de'  luoghi  di  monte  ver- 
rebbero a  percepire  nell'annuo  frut- 
to qualche  cosa  più  dei  due  quinti 
che  percepivano  prima  dell'  ulti- 
ma invasione,  e  molto  più  di  quel- 
lo che  avrebbero  conseguito,  se 
li  avessero  convertiti  in  rescrizioni 
o  sia  cartelle.  Si  dispose,  che  ver- 
rebbero liquidati  ed  entrerebbe- 
ro a  far  parte  del  capitale  del 
debito  pubblico:  i.°  i  frutti  de'luo- 
ghi  di  monte  decorsi  e  non  paga- 
ti dopo  il  ripristinamento  del  go- 
verno, e  che  decorreranno  a  tutto 
dicembre  1816  in  ragione  del  frut- 
tato di  due  quinti;  i.°  i  frutti  dei 
censi  o  canoni  non  pagati  e  de- 
corsi similmente  dopo  la  ripristina- 
zione  del  governo,  e  da  decorrere 
a  tutto  dicembre  1816;  3.°  i  frut- 
ti compensativi  del  capitale  d'  in- 
dennizzazione  liquidato  a  favore  de- 
gli acquirenti  de'  locali,  de'  quali 
sono  stati  privati  dal  giorno  in  cui 
hanno  dovuto  restituirli.  Si  dispo- 
se che  formerebbero  parte  del  ca- 
pitale del  debito  pubblico,  i  capi- 
tali degli  annuali  compensi  sussi- 
diari, che  sono  stati  accordati  e 
che  si  aneleranno  accordando  da 
voi.    XL. 


LUO  161 

monsignor  tesoriere  colla  sovrana 
approvazione  alle  corporazioui,  luo- 
ghi pii,  ed  altri  stabilimenti  reli- 
giosi ed  ecclesiastici  ripristinali,  per 
la  privazione  sofferta  de'fondi  alie- 
nati in  dimissione  di  luoghi  di 
monte,  vacabili  e  crediti  di  gioie 
ed  argenti .  Si  dispose  che  tali  ca- 
pitali saranno  ragguagliati  al  cin- 
que per  cento  sui  predelti  com- 
pensi sussidiari.  Consolidato  per 
tal  modo  l' ammontare  di  tutti  i 
capitali  del  debito  pubblico  dello 
stato  pontificio,  e  liquidati  i  singo- 
li creditori,  venne  stabilito  che  sa- 
rebbero i  loro  rispettivi  crediti  de- 
scritti in  un  registro  generale,  e  si 
rtlascierebbe  a  ciascuno  di  essi  una 
cartella  corrispondente  ossia  certi- 
ficato sottoscritto  dal  tesoriere  ge- 
nerale, e  registrato  dal  debito  pub- 
blico. In  conseguenza  le  antiche 
patenti  de'luoghì  di  monte,  ed  al- 
tri documenti  di  credito,  non  po- 
trebbero più  in  seguito  servire  di 
titolo,  'e  si  considererebbero  di  niun 
valore.  Finalmente  si  dispose  che 
le  cartelle  avranno  l'iscrizione  :  cer- 
tificato di  capitale  fruttifero  a  ca- 
rico della  cassa  del  debito  pubbli- 
co ;  e  potranno  suddividersi  in  ap- 
presso in  più  cartelle  di  minor 
somma,  a  beneplacito  de'creditori, 
per  facilitare  le  contrattazioni  ed 
il  commercio.  Le  medesime  car- 
telle saranno  ricevute  dalla  camera 
e  dall'erario  pontificio,  per  assicu- 
razione e  garanzia  decontratti,  ad 
imitazione  di  ciò  che  si  praticava 
colle  antiche  patenti  de'  luoghi  di 
monte.  Il  frutto  di  tutti  i  suddetti 
capitali  commutali  colle  cartelle^ 
venne  fissato  uniformemente  al  cin- 
que per  cento  ed  anno,  comincian- 
do a  decorrere  dal  1  gennaio  1 8 1  7, 
il  quale  verrà  esaltamente  pagato 
ogni  trimestre  posticipatamente. 
1 1 


iGi  LUO 

Pio  VII  pertanto,  col  nominato 
motti-proprio  e  saggie  disposizioni, 
riunendo  in  una  sola  denomina* 
rione  di  Debito  pubblico  a  carico 
dello  stato  pontificio,  tutte  le  a- 
zioni  de' creditori  non  estinti  du- 
rante la  invasione  francese,  ne  ven- 
ne riconosciuta  la  rendila  capita- 
lizzala al  cinque  per  cento,  alla 
quale  si  aggiunsero  i  compensi 
anzidetti  verso  le  corporazioni  reli- 
giose, giusta  la  rendita  netta  degli 
antichi  loro  beni;  e  restò  cosi  con- 
solidato tutto  il  debito  che  risul- 
tò dalla  liquidazione  fattane  sopra 
basi  uniformi  e  consentanee  alla 
giustizia,  a  mezzo  di  un  congresso 
chiamato  del  debito  pubblico,  com- 
posto di  rispettabilissimi  soggetti, 
al  quale  ora  si  trova  surrogato 
il  consiglio  di  liquidazione  stabilito 
dal  Papa  Gregorio  XVI,  colle  nor- 
me che  si  leggono  nella  notifica- 
zione de'  26  dicembre  i832  del 
cardinal  Tommaso  Bernetti  segre- 
tario di  stato.  Esso  è  composto  di 
quattro  consiglieri  scelti  fra  i  pos- 
sidenti e  notabili  delle  provinole 
dello  stato  ;  vi  assiste  monsignor 
avvocato  generale  del  fisco  e  del- 
la camera  apostolica,  e  monsignor 
commissario  generale  della  medesi- 
ma, ed  è  presieduto  da  un  prin- 
cipe romano,  direttore  generale  del 
debito  pubblico;  il  segretario  poi 
è  quello  della  direzione  generale 
dello  stesso  debito  pubblico.  Al  de- 
bito suddetto  venne  dipoi  aggiunto 
ancor  quello  derivante  dalle  con- 
venzioni diplomatiche ,  e  notabil- 
mente dagli  articoli  ofa  e  io3  dei- 
Tatto  finale  del  congresso  di  Vien- 
na, del  quale  parlammo  all'  artico- 
lo Germania,  per  la  quota  degl'im- 
pegni del  sopraddetto  monte  Napo- 
leone ricaduta  a  peso  della  santa 
Sede  in  ragione    di  popolazione    e 


LUO 

di  territorio  delle  provincie  alla 
medesima  restituite  come  sopra,  e 
già  aggregate  al  regno  d'Italia,  a 
forma  della  convenzione  stipulata 
fra  la  santa  Sede  e  Y  imperatore 
d'  Austria  il  primo  giugno  1816, 
della  quale  si  è  fatta  menziono 
parlando  del  console  generale  del 
regno  Lombardo- Veneto,  che  il  Pa- 
pa tiene  in  Milano,  nel  voi.  XVII, 
p.  4^  del  Dizionario.  In  questa 
convenzione  si  riconobbe  in  favo- 
re della  santa  Se<\c  il  diritto  a 
conseguire  un  reintegro  por  por  zio- 
naie  in  ragione  del  peso  ad  essa 
ricaduto,  dipendente  dagli  anlichi 
luoghi  di  monte  di  Roma  attribui- 
ti alle  provincie  delle  Marche,  dei 
quali  di  sopra  si  è  parlato.  Nella 
convenzione  stessa  trovasi  un  arli- 
tieolo,  che  giova  ricordare  a  gloria 
del  sommo  Pontefice  Pio  VII  , 
nel  quale  mentre  si  lasciarono  a 
disposizione  della  santa  Sede  tutte 
le  attività  esistenti  nel  proprio  ter- 
ritorio già  affette  al  debito  del 
monte  Napoleone,  si  dichiarò  che 
ciò  facevasi  non  solo  in  correspet- 
tività  dell'  obbligo  che  assumevasi 
dalla  santa  Sede  di  pagare  la  quo- 
ta ad  essa  incombente  del  detto 
debito,  di  gran  lunga  superiore 
alle  nominate  attivila,  ma  ben  an- 
che in  vista  delle  grandiose  spese 
occorrenti  per  la  riprislinazione  dei 
religiosi  stabilimenti,  colla  quale 
dichiarazioue  venne  ad  ammettersi 
diplomaticamente  il  principio  della 
doverosa  riprislinazione  degli  slabi- 
li menti  religiosi,  la  quale  in  fallo 
ebbe  il  suo  effetto,  avendo  il  Papa 
assegnato  alle  ripristinale  corpora- 
zioni una  congrua  dotazione,  coi 
beni  ed  attività  come  sopra  lascia- 
te a  disposizione  della  Sede  aposto- 
lica. Non  devesi  in  fine  tacere,  che 
nel  sopra    citato    motu- proprio  del 


LUO 
6  luglio  18 16,  con  cui  si  provvi- 
de alla  sorte  de'creditori,  come  per 
gli  antichi  luoghi  di  monte ,  così 
per  ogni  altro  titolo  a  carico  dello 
stato,  venne  istituita  una  cassa 
di  ammortizzazione,  la  quale  col- 
T  altro  motuproprio  del  Pontefice 
Gregorio  XVI ,  degli  1 1  giugno 
1 83 1  ,  venne  confermata  ed  am- 
pliata, destinandovi  una  speciale 
congregazione  amministrativa  com- 
posta di  rispettabilissimi  personag- 
gi, ora  essendo  composta  di  tre 
principi  e  di  un  conte,  con  un 
sostituto  di  camera  per  consultore 
legale,  non  che  di  un  computista, 
il  quale  lo  ha  pure  la  direzione 
generale  del  debito  pubblico. 

Daremo    termine    a  questo     ar- 
ticolo   con    parlare  del    Luogo    di 
monte  Bentivoglio ,    il  quale    è  to- 
talmente   privato,  che  viene  ammi- 
nistrato da  una  congregazione  com- 
posta dai  più  notabili  azionisti.  Lo 
spirito  d'associazione  che  presso  gli 
inglesi   è  motore  delle  più     grandi 
operazioni  commercianti,  e  col  quale 
per  ogni    dove    si    vincono  le    più 
grandi     difficoltà,     e     si     ottengono 
vantaggiosissimi    risultati   per  la  ci- 
vilizzazione de'popoli,  questo  spirito 
non  mancava  in  Italia  neppure  nei 
secoli    passali ,    ed    una    prova    ne 
fu  r  erezione  di     questo  monte.    Il 
marchese  Enzio  Bentivoglio  di  Bo- 
logna, in  unione   al  conte  Alessan- 
dro Nappi  d'Ancona,  nel    1610  eb- 
be la    facoltà    dal    Pontefice  Paolo 
V  di  eseguire  l'asciugamento  delle 
paludi   eh'  esistevano    fra    i    fiumi 
Po    e    Tartaro    nel    territorio    di 
Ferrara;  ma    non    potendo    regge- 
re coi  propri    mezzi  alla  spesa    di 
sì    grandiosa    operazione,  e  avendo 
preso    in  prestito     in     varie     volte 
scudi  trecento    quarantacinquemila 
dal  Monte    Sisto    seconda    erezio- 


LUO 


i63 


ne,  al  fruito  del  cinque  per  cento, 
per  cui  venne  ampliato  il  detlo 
monte  con  pontifìcii  chirografi  di 
luoghi  numero  345o,  e  costretto  in 
fine  all'estinzione  de'  medesimi  per 
essere  venuto  il  tempo  prefisso 
da  tali  chirografi,  immaginò  di  e- 
rigere  un  nuovo  Monte  detto  Ben- 
tivoglio di  luoghi  385o,  alla  ra- 
gioni di  scudi  cento  a  luogo,  col 
frutto  di  scudi  quattro  e  baiocchi 
cinquanta  per  cento,  invitando  a 
concorrere  all'acquisto  de'medesimi 
i  molti  facoltosi  che  vi  erano  nel- 
lo stato  pontificio,  e  specialmente 
in  Roma,  affinchè  col  denaro  che 
ne  avrebbe  ritratto,  potesse  estin- 
guere il  Monte  Sisto  e  perfeziona- 
re l' opera.  Per  ispirare  maggior 
fiducia  nei  concorrenti,  il  detto 
marchese  Enzio  ,  unitamente  al 
cardinal  Guido  suo  fratello,  nel 
giorno  i3  ottobre  1641  ottennero 
un  motti- proprio  da  Urbano  VIII, 
col  quale  gli  concesse  la  desiderata 
grazia.  Volle  il  Pontefice  con  tale 
motu  proprio  che  restassero  obbli- 
gate per  il  capitale  de*  suddetti 
luoghi  di  monte  tre  tenute  nelle 
bonificazioni  di  Massa  ,  Zelo  e 
Stienta  al  di  là  del  Po;  la  tenuta 
della  Frascata,  Pianto  e  Arginino, 
oggi  territorio  di  Lugo  ;  i  moli  ni 
a  grano  nel  comune  di  Filo  ;  i 
magazzini  a  Ponte  Lago-scuro,  un 
palazzo  in  Ferrara,  ed  inoltre  i 
beni  detti  di  Barco,  Saviano ,  Giac- 
ciano, Brancetta,  Corbella,  Presa, 
Cologna,  Ariano,  Raccano,  i  molini 
sul  Po  di  Argenta,  e  la  tenuta  det- 
ta Feudo  e  suoi  molini.  Volle  al- 
tresì che  dalla  rendita  di  questi 
beni  si  separasse  la  somma  ari' 
nuale  di  scudi  17,3*25  coi  rispon- 
denti al  frutto  del  quattro  e  mez- 
zo per  cento,  sopra  la  somma  di 
scudi     385 ,  000,    prezzo    di    detti 


luoghi  385o,  per    pagarti  i  mode- 
rimi frutti  ni  montisti   alla    ragione 
di   baioccehi   seltantacinqtic  il)   ogni 
bimestre  per  ciascun  luogo  di   mou- 
te,  liberando    detti   beni    da     qua- 
lunque  vincolo    fidecomuiissario    e 
primogeniale,  ed  anche  da  ogni  di- 
ritto   di     alimento    e    doti  ,    fuor- 
ché   nel     solo    caso    in     cui    fatta 
dai    creditori    di     alimenti     e    doti 
l'esecuzione    degli  altri   effetti  della 
casa   Ben  ti  voglio,  non    si  trovassero 
beni  sulììcienli   per  la  soddisfazione 
de'loro  crediti.    Ammise  finalmente 
il  conte  Alessandro    Nappi  a   com- 
partecipazione dei  vantaggi  di  det- 
to monte,  ampliandolo   di  altri  luo- 
ghi 4°*5    sopra    due  altre    tenute 
da  lui   possedute    nelle  bonificazio- 
ni   di   Massa    e  di    Stieuta.     Pro- 
tettore   del     monte    fu     nominato 
da  Urbano    Vili,    il  prelato    teso- 
riere prò- tempore.     Pubblicato  che 
fu  il  raotu-proprio,  molti  capitalisti 
di  Roma    e    dello    stato ,  e    molti 
luoghi  pii,  cioè  chiese,  confraternite, 
conventi  e  monasteri,  concorsero  ad 
acquistare  i  luoghi  di  monte,  sbor- 
sandone il    prezzo   di  scudi    cento 
per  ciascuno,  di  modo  che  in  bre- 
ve tempo    fu  venduta  la    quantità 
di  luoghi    4^32:   80,    cioè    luoghi 
3847  :   ^°  a    carico  del    marchese 
Enzio    Benti voglio,    e    luoghi  485 
a  carico  del  conte  Alessandro  Nap- 
pi. Così  il  marchese  Bentivoglio  col 
denaro  preso  al  quattro  e  mezzo  per 
cento,  potè  estinguere  il  capitale  del 
Monte  Sisto  al  cinque,  e  senza  aumen- 
tare l'annua  passività,  avere  un  avan- 
zo di  scudi  4O3O00  per  compiere  la 
sua  operazione.    A   detti  luoghi  di 
monte    nuovamente  eretti,    furono 
poi  aggiunti  luoghi  1 3  1 :  49  del  Mon- 
te Sisto,  che  non  erano  stati  estinti, 
e  così  i  detti  luoghi  di  monte  am- 
montarono a  numero  44^4 ;  29- 


LUO 

Dopo  il   lasso  ili  quindici    anni, 
secondo  il  molu-proprio  di    Urba- 
no Vili,  doveva  cominciare  l'est i a*- 
zione  del  capitale  di  questi   luoghi 
di    monte    alla    ragione     di    scudi 
1 5,ooo    all'anno,    e    di  scudi    100 
per  ogni   luogo;   ma    questa    estin- 
zione   non    fu  fatta    che     per    soli 
luoghi   trentacinque    dal    conte  A- 
lessandro  Nappi.  Sia  che  la  impre- 
sa   non   riuscisse    di  quella    utilità 
che  si  era  prefissa  il  marchese  En- 
zio, sia  che    per  il    gran  lusso,  in 
cui     vivevano     molti    individui    di 
quella  potente  famiglia    si  andasse 
a  poco  a  poco    depauperando  il  di 
lei   patrimonio,  e    dovessero  profit- 
tare delle    rendite    de'  beni   obbli- 
gati al   monte,  il  fatto  sia  che  non 
solo  non  si  adempì  all'obbligo  del- 
l'estinzione del  capitale,    ma    dopo 
pochi  anni  la  famiglia  Bentivoglio 
cominciò  a  rimanere  arretrata    nel 
pagamento  de' frutti  bimestrali,  tal- 
mente   che  essendo    rimasti    credi- 
tori i   montisti  a  tutto  l'anno  1678 
della  somma  di  scudi   centoseltan- 
cinquemila,  dopo  una  lite  di  quat- 
tro anni,    ottennero    nel     1682     il 
mandato    di   associazione    nel    pos- 
sesso de'  beni.   Ma  un  tale  possesso 
fu  subito  turbato  da  diversi  indivi- 
dui della    famiglia    Bentivoglio.  Il 
marchese  Luigi,  monsig.  Cornelio  e 
varie  femmine    di  ta[  famiglia  rima- 
ste spogliate  d'ogni  altro    avere,  si 
rivolsero  a  perseguitare  i  beni  ob- 
bligati al    monte ,    ed    intentarono 
giudizio  contro  i  montisli  ;   per  con- 
seguenza gli  alimenti  e  le  doti  so- 
pra i  beni  fldecommissari  del  mar- 
chese Cornelio  Bentivoglio,    e    del 
cardinal  Acciaiuoli,    il    primo  loro 
bisavo,  il  secondo  congiunto   di  pa- 
rentela,   erano  stali  tassali    ad  an- 
nui   scudi  600,  e  a  scudi    i5,ooo 
il    capitale   delle    doti .    I     monti' 


LUO 

sti  si  opposero  vigorosamente  a 
tali  pretensioni  per  il  lungo  spa- 
zio di  anni  quaranta,  ma  nell'an- 
no 1720  in  virtù  del  giudicato 
della  congregazione  de' monti,  con 
il  voto  del  sacro  tribunale  della 
rota  romana,  dovettero  lasciare  e- 
scguire  a  favore  dei  Dentivoglio  il 
mandato  d'immissione  al  possesso 
del  palazzo  di  Ferrara,  de' beni  di 
Earco,  Sa viano,  Giacciano,  Bran* 
celta,  Corbella  ,  Presti,  Cologna, 
de'  moli  ni  sul  Po  di  Argenta,  non 
clic  della  tenuta  del  Feudo  e  suoi 
molini;  rimanendo  i  montisti  in 
possesso  col  titolo  di  Sahianisti 
delle  grandi  tenute  nelle  bonifica- 
zioni di  Massa,  Zelo  e  Stienta  al 
di  là  del  Po,  della  tenuta  della 
Frascata,  Pianta  e  Arginino  nel 
territorio  di  Lugo,  de'molini  a  gra- 
no nel  comune  di  Filo,  del  casino 
di  Massa,  e  de' beni  di  Ariano  e 
Fiaccano.  Una  tale  divisione  rima- 
se poi  sanzionata  da  una  concor- 
dia del  1733  autorizzata  dal  chi- 
rografo pontificio  di  Clemente  XII 
del  28  aprile.  Avendo  però  cono- 
sciuto i  montisti  per  V  esperienza 
di  trentanni  consecutivi,  che  il  frut- 
tato di  quei  beni  di  cui  erano  ri- 
masti possessori  non  bastava  nem- 
meno a  pagare  loro  i  frutti  bime- 
strali correnti,  e  che  niente  si  po- 
teva diminuire  il  loro  credito  dei 
frutti  arretrali,  credettero  ben  fat- 
to di  cambiare  il  loro  titolo  di 
Salvia/listi }  in  quello  di  liberi  pro- 
prietari ,  e  difatti  premessi  gli  atti 
necessari  provocarono  la  subasta  e 
delibera  de'beni  stessi,  e  non  es- 
sendo comparso  all'  asta  verun  o- 
blatore,  ne  ottennero  l'aggiudicazio- 
ne nel  giorno  16  luglio  ì  774,  con 
atto  rogato  da  Pietro  Maria  Me- 
cenate notaio  di  Ferrara.  È  da 
notarsi  che  detta  aggiudicazione  fu 


LUO  161 

fatta  per  un  milione ,  quattrocento 
ottantamila,  settecento  diecinove  scu- 
di romani,  de'quali  1,095,939  era 
l'importo  del  credito  di  frutti  arre- 
trati fino  al  mese  di  ottobre  1773, 
e  scudi  384,780  corrispondevano 
al  capitale  di  luoghi  3847  e  cen- 
tesimi 80,  ch'erano  rimasti  a  ca- 
rico della  famiglia  Bentivoglio;  e 
siccome  il  valore  de'  beni  aggiudi- 
catisi ascendeva  a  circa  mezzo  mi- 
lione, ne  venne  in  conseguenza  che 
i  montisti  rimasero  creditori  dalla 
famiglia  Bentivoglio,  senza  speran- 
za di  ricupero,  di  quasi  un  mi- 
lione    di   frutti  arretrati. 

Dopo  l'anno  1774  •  montisti 
Bentivoglio  divennero  condomini  dei 
beni  subastati  alla  famiglia  Benti- 
voglio, per  azioni  3847  e  cente- 
simi 80,  rimanendo  in  credito  ver- 
so l'eredità  JXappi  dei  4^°  luoghi 
di  monte  di  sua  pertinenza,  sui 
quali  vengono  loro  puntualmente 
pagati  i  frutti  al  quattro  e  mez- 
zo per  cento,  e  facendo  causa  co- 
mune coi  montisti  Sisto  seconda 
erezione,  rimasti  creditori  di  luoghi 
j  3 1  e  centesimi  49  >  rappresen- 
tano un  cumulo  di  azioni  45429  :  a9* 
fondate  sui  beni  propri  e  su  quel- 
li dell'eredità  Nappi.  Amministra- 
no detti  beni  col  mezzo  di  un 
rappresentante  in  Ferrara  ,  ma  ne 
dirigono  l' amministrazione  da  Ro- 
ma, ove  risiede  quasi  l'intiero  cor- 
po degli  azionisti,  mediante  quattro 
soggetti  scelti  nelle  congregazioni 
generali  fra  quelli  che  rappresen- 
tano maggior  numero  d' azioni^  i 
quali  hanno  il  titolo  di  dijensori 
ed  amministratori  generali.  Questi 
amministratori  sono  a  vita ,  ma 
rendono  conto  nelle  generali  con- 
gregazioni non  solo  delle  somme 
esatte  e  pagate,  ma  eziandio  delle 
operazioni  più  rilevanti  per  le  quali 


iU'i  LUO  LLO 
domandano  al  ceto  degli  azioni-  rono  soppresse  a  tempo  del  regno 
sii  la  preventiva  autorizzazione.  Tut-  italico.  Sono  già  molli  auni  che  gli 
to  il  denaro  proveniente  da  Fer-  amministratori  generali  tengono  die* 
rara,  si  deposita  nel  pubblico  ban-  Lo  a  tale  liquidazione  per  la  qua- 
co  di  s.  Spirito  di  Roma,  e  sopra  le  rimangono  a  superarsi  alcune 
di  esso  si  traggono  le  liste  di  pa-  difficoltà  legali  e  diplomatiche  , 
gamento  dei  riparti  fra  i  condo-  che  possono  mettersi  in  campo  sol 
mini,  i  quali  stante  l'intelligenza  diritto  e  sul  fatto  del  possesso  dei 
di  chi  attualmente  dirige  1'  animi»  beni  nel  Polesine  di  Rovigo  dopo 
lustrazione,  e  l'efficace  cooperazione  la  nuova  demarcazione  de'  confini 
dell'agente  locale,  hanno  potuto  da  fra  Io  stato  papale  e  1'  austriaco, 
vari  anni  percepire  circa  quattro  a  forma  di  quanto  disse  il  Ponte- 
riparti  all'  anno  all'  antico  saggio  fìce  Pio  VII  nel  concistoro  de' 4 
di  baiocchi  75  a  luogo,  i  quali  ri-  settembre  18 15,  nella  allocuzione 
parli  vengono  annunziati  ne'pubbli-  che  pronunziò, 
ci  fogli.  I  beni  poi  sono  sempre  LUOGHI  PII.  Istituzioni  di  pie- 
minacciati  dai  fiumi  Po  è  Tarta-  tà  o  religiose.  Sotto  il  nome  di 
ro;  e  per  la  depressione  del  loro  luoghi  pii  e  pubblici  stabilimenti 
livello,  quando  il  Po  e  abbondali-  si  comprendono  tutti  gì'  istituti  e- 
tedi  acque,  non  possono  scolare  le  ziandio  di  beneficenze,  il  patrimo- 
acque  pluviali  ,  per  cui  le  pioggie  nio  degli  studi,  ed  i  luoghi  con- 
continuate  divengono  ad  essi  nocive,  secrati  alla  religione.  Fedi  tutti 
assai  più  che  ad  altre  possidenze,  i  relativi  articoli  e  Pii  luoghi. 
Quando  poi  rompono  gli  argini  del  LUOGOTENENTE  ,  Ficarius , 
Po,  ricevono  danni  assai  gravi,  i  Legalus,  Locumtenens,  Subpraefe- 
quali  non  possono  ripararsi  che  ctus,  Ficepraefcctus.  Quello  che  tie- 
a  costo  di  spese  rilevantissime,  come  ne  il  luogo  di  alcuno  ed  esercita  in 
accadde  nel  1812.  Nell'ultima  con-  sua  vece,  sia  de'magistrati  ecclesiasti- 
gregazione  generale  tenutagli  8  feb-  ci,  civili,  criminali,  di  marina  e  per- 
braio  1 845,  alcuni  condomini  mo-  sino  di  ordini  equestri  e  religiosi, 
strarono  desiderio  di  sciogliere  il  come  dell'  ordine  Gerosolimitano 
condominio,  devenendo  alla  vendi-  (Fedi).  Luogotenente  generale,  prò- 
ta  de' beni,  ma  tale  vendita  è  per  legatus  exercitus .  Luogotenenza, 
ora  inceppata  dalla  cointeressenza  ufficio  del  luogotenente.  Di  questi 
del  demanio  austriaco,  il  quale  magistrati  se  ne  parla  ai  relativi 
stante  che  gli  fu  attribuita  nel  con-  articoli,  sia  degli  antichi  che  degli 
gresso  di  Vienna  a*9  giugno  181 5,  attuali.  I  legali  o  luogotenenti  de- 
e  nella  convenzione  di  Milano  del  gli  imperatori  romani  erano  quel- 
primo  giugno  18 16  la  proprietà  li  che  si  spedivano  nelle  provincie 
de'beni  già  appartenenti  alle  cor-  dell'impero,  affine  di  governarle 
porazioni  religiose  rimaste  soppres-  con  autorità  assoluta.  Chiamavansi 
se  nell'epoca  francese,  vuole  essere  anche  legati  consolari  o  semplice  - 
riconosciuto  condomino  in  quella  mente  consolari ,  legati  di  cesare 
parte  de'beni  ch'esisle  nelle  Pole-  pel  console  o  pel  pretore  ;  qualche 
si  ne  di  Rovigo,  oggi  territorio  au-  volta  da  vasi  loro  il  nome  di  pre- 
silo veneto  ,  e  che  appartiene  a  sidi  o  procuratori.  Incominciarono 
quelle  corporazioni  religiose  che  fu-  dopo  il  riparto  di    provincie    fatto 


LUO 

da  Augusto.  Chiamavansi  parimen- 
ti  con  tal  nome  i  luogoteneuti  del 
generale,  carica  importante,  dacché 
vediamo  Scipione  africano  legato 
di  Lucio  suo  fratello  nella  guerra 
contro  Antioco.  Pompeo  n'  ebbe 
venticinque  nella  guerra  contro  i 
pirati;  Cicerone  quattro  essendo 
proconsole  della  Ciiicia.  Poscia  que- 
sti ebbero  il  titolo  di  sotto-conso- 
li. I  legati  de'proconsoli  erano  no- 
minati dal  senato,  e  scelti  con  sua 
permissione  dal  proconsole,  o  stabi- 
liti da  legge  particolare:  facevano 
da  luogoteuenti  e  vicari  di  quei 
governatori,  ed  in  qualche  provin- 
cia reggevano  soli.  Nella  curia  ro- 
mana molti  sono  i  luogotenenti; 
nomineremo  i  seguenti.  Il  Tri- 
bunale dell'  A.  C.  (Vedi)  ha  tre 
prelati  luogotenenti,  il  primo  dei 
quali  è  pure  vice-presidente  del 
primo  turno  ,  ed  ordinariamen- 
te nella  vacanza  dell'  uditore  del- 
la camera ,  viene  nominato  pro- 
uditore ;  il  prelato  luogotenente 
del  secondo  turno  è  pure  vice- 
presidente di  esso;  inoltre  il  pre- 
lato primo  luogotenente  è  vice-pre- 
sidente della  congregazione  prela- 
tizia dell'  A.  C.  in  cui  hanno  luogo 
gli  altri  due  prelati  luogotenenti  ; 
il  secondo  ed  il  terzo  luocotenen- 
ti  sono  alternativamente  vice- pre- 
sidenti del  tribunale  criminale  del- 
l' A.  C.  Questo  ultimo  tribunale 
ha  un  togato  luogotenente  genera- 
le del  tribunale,  dell'uditorato  del- 
le simonie,  e  giudice  relatore  della 
sacra  congregazione  de'  vescovi  e 
regolari  ;  oltre  il  sostituto  fiscale 
generale,  il  sostituto  luogotenente, 
ed  il  sostituto  luogotenente  aggiun- 
to. Il  tribunale  del  governo,  come  di- 
cemmo a  Governatore  di  Roma  (Fe- 
di), ha  due  togati  luogotenente  e 
quattro  sostituii  luogoteneuti.  Il  IH- 


LUO  167 

bttnalc  del  cardinal  vicario  (Vedi), 
ha  un  prelato,  luogotenente  civile, 
ed  un  togato  luogotenente  crimi- 
nale, il  quale  ha  il  sostituto  luo- 
gotenente. Il  Tribunale  di  Campido- 
glio (Fedi),  nel  criminale  ha  un  to- 
gato luogotenente  ch'è  pure  giudice 
singolare,  con  un  togato  sostituto 
luogotenente.  Talvolta  un  luogote- 
nente funse  l'uffizio  del  cardinal 
camerlengo  di  s.  Chiesa,  ed  ebbe 
ancora  il  luogotenente  criminale. 

A  questa  indicazione  dei  diversi 
luogoteneuti  della  romana  curia, 
qui  appresso  daremo  migliore  di» 
chiarazioue.  Nel  voi.  XXXI,  p.  307 
del  Dizionario,  dicemmo  che  anti- 
camente i  prelati  governatori  del- 
le città  e  provincie  dello  stato 
pontificio  avevano  luogotenenti,  i 
quali  uè  facevano  le  veci  in  mor- 
te, o  per  la  loro  assenza  e  impo- 
tenza ;  e  nel  voi.  XIX,  p.  207  di- 
cemmo de'  luogotenenti  delle  dele- 
gazioni apostoliche,  ora  non  più 
esistenti,  mentre  il  governatore  di 
Castel  Gandolfo,  prima  avea  il  ti- 
tolo di  luogotenente.  Giovanni  Bat- 
tista  Seta  trattò:  De  officio  locurn- 
tenentis.  I  luogotenenti  fauno  cor- 
po col  capo  loro,  ne  sono  le  mem- 
bra, ed  esercitano  rispettivamente 
le  stesse  attribuzioni  del  capo,  a 
differenza  degli  assessori,  od  altri 
aggiunti,  i  quali,  strettamente  par* 
laudo,  hanno  facoltà  designate  e 
specifiche,  non  però  generali.  No- 
minati come  sono  dal  sovrano,  con 
biglietto  del  cardinal  segretario  per 
gli  affari  di  stato  interni ,  souo 
giudici  ordinari,  nò  è  in  facoltà 
del  capo  del  tribunale  di  togliere 
o  restringere  le  loro  attribuzioui. 
In  assenza  o  vacanza  del  capo, 
/are  ordinario  ne  assumono  la  rap- 
presentanza, finche  dal  superiore 
governo  non  fosse  altrimenti  prov- 


iG8  LUO 

veduto;  né  altrettanto  è  degli  as- 
sessori o  altri  appartenenti  ai  ri- 
spettivi tribunali,  per  cui  onde  sup- 
plire occorre  speciale  deputazione. 
E  fintantoché  il  luogotenente  sup- 
plisce, regolarmente  praticando,  an- 
che il  superiore  governo  comunica 
con  lui;  ad  esso  partecipa  la  pro- 
mozione del  capo,  la  proroga  che 
al  medesimo  si  dia  per  l'esercizio 
della  slessa  carica,  ovvero  la  de- 
stinazione di  altro  a  supplire  nel- 
la vacanza.  Inoltre  i  luogotenenti 
de' quattro  tribunali  ordinari  del- 
l' A.  C,  del  Governo,  del  Vicaria- 
to, e  di  Campidoglio,  sono  anche 
congiudici  titolati  nel  tribunale 
della  visita  de' carcerati,  [della  qua- 
le parlammo  al  citato  articolo  Go- 
vernatore di  Roma,  indipendente- 
mente da  rappresentazione  de' ca- 
pi degli  stessi  tribunali.  Tultociò 
ed  in  maggior  estensione  può  trar- 
si dalle  tante  costituzioni  apostoli- 
che, fra  le  quali  si  possono  legge- 
re, l' Apprime  devolionis  affectum, 
d'Innocenzo  Vili;  Etsi  prò  cuncia- 
rum,  di  Leone  X;  Universi  agri, 
di  Paolo  V;  Ad  militantis  Eccle- 
siae  ,  Rerum  humanarum,  Justitiae 
gladium,  Ad  coercenda,  di  Bene- 
detto XIV;  come  pure  nelle  ope- 
re di  monsignor  Gio.  Battista  Sca- 
tta roli,  De  visitatone  carcerato  rum, 
del  nominato  Seta;  e  del  R.  P.  Pe- 
tri  Laureati  S.  J.  De  episcoporum 
vicariis,  in  quanto  possa  esservi  di 
congruente. 

Prescindendo  ora  da  ciò  che  non 
è  più,  per  esempio  dal  luogotenen- 
te ossia  giudice  di  Borgo  [Fedi) 
(  ne  trattammo  pure  agli  articoli 
Governatore,  e  Governatore  di 
Roma),  e  di  Torre  di  Nona  (an- 
tica carcere,  K.  Carceri  di  Ro- 
ma), e  dal  giudice  di  Borgo  ,  che 
fiuo   ai     tempi    meno    remoli    era 


LUO 

per  lo  più  preso  da  un  sostituto 
luogotenente  del  governo  a  forma* 
re  un  distinto  tribunale  per  la 
regione  di  Borgo  o  Città  Leoni" 
na  (Fedi)  nel  periodo  del  concla- 
ve; come  pure  dal  luogotenente 
del  cardinal  Camerlengo  di  t,  ('ille- 
sa (Fedi),  e  dal  luogotenente  quin- 
di uditore  civile  del  governatole 
di  Roma,  quando  accessoriamente 
avea  la  giurisdizione  anche  in  cau- 
se civili,  e  da  altri  luogotenenti  ili 
giudici  privativi  ;  e  prescindendo 
ancora  dal  rammentare  che  anti- 
camente le  funzioni  de'  luogotenenti 
del  camerlengo  aveano  per  gli  alia- 
li civili  l'uditore  della  camera,  per 
gli  affari  criminali  il  governatore  di 
Roma,  per  gli  amministrativi  il  te- 
soriere ;  presentemente  sussistono  i 
luogotenenti  dell' A..  C.  prelati,  ora 
in  numero  di  Ire  per  le  cause  ci- 
vili, ed  un  togato  per  le  crimina- 
li ;  due  togati  nel  tribunale  del 
governo;  due,  uno  prelato  per  gli 
affari  civili,  ed  uno  togato  per  i 
criminali  nel  tribunale  del  vicaria- 
to; ed  uno  e  togato,  ossia  giudice 
de'maletìcii,  in  quello  di  Campido- 
glio. Nel  tribunale  dell'A.  C.  che 
in  dignità  precede,  il  prelato  pri- 
mo in  ordine  di  nomina  è  vice- 
presidente del  primo  turno,  ed  il 
secondo  dell'altro  turno;  il  secon- 
do ed  il  terzo  sono  alternativa- 
mente vice-presidenti  alle  congre- 
gazioni criminali  ;  ed  inoltre  il  pri- 
mo è  vice-presidente  della  congre- 
gazione prelatizia  dell'A.  C,  nella 
quale  hanno  luogo  gli  altri  due. 
11  togato,  ora  quarto  de' luogote- 
nenti, era  ingiunto  di  presiedere 
alle  cancellerie  criminali.  Egli  dal- 
le citate  ed  altre  pontifìcie  costi- 
tuzioni, viene  detto  luogoteuente 
generale  criminale,  ed  è  stato  sem- 
pre  considerato  come  il  primo  fra 


LUO 

i  togati,  e  la  prima  capponerà  del- 
lo stato  pontificio  e  romana  curia; 
di  cui  la  carica  è  assegnala  fra  le 
più  onorifiche,  anche  dalla  costi- 
tuzione Post  diulurnas  di  Pio  VII. 
Del  resto,  riuscendo  ora  superfluo 
tornare  sull'estensione  dell'antica 
sua  propria  giurisdizione,  mentre 
però  le  posteriori  innovazioni  sul- 
l'esercizio giurisdizionale,  né  per 
lui,  ne  per  altri,  hanno  punto  a- 
bolito  le  preminenze  e  prerogati- 
ve. Egli  è  altresì  luogotenente 
dell'uditorato  delle  simonie,  e  do- 
po la  mentovata  bolla  Posi  diu- 
lurnas, ebbe  dall' A.  C.  trasferite 
alla  sacra  Congregazione  de  vesco- 
vi e  regolari  (Fedi)  le  appellazio- 
ni dalle  curie  vescovili  nelle  cause 
criminali  (  V.  Cubia  ecclesiastica 
e  Commissione  );  egli  n'è  il  giudice 
relatore,  conservategli  le  medesime 
facoltà  sull'  ordinatoria  degli  atti. 
Al  primo  luogotenente  poi  del  go- 
verno è  confidala  la  soprainlen- 
denza  alla  casa  di  condanna  delle 
donne. 

Per  gli  attuali  ordinari  regola- 
menti, i  luogotenenti  criminali  so- 
no anche  giudici  singolari  ne'  tito- 
li ad  essi  assegnati,  quantunque 
per  transitorii  provvedimenti  sia- 
no stati  poi  devoluti,  con  adeguale 
regole,  a  congregazioni  economiche. 
Ed  i  quattro  predetti  tribunali 
hanno  anche  i  sostituti  luogotenen- 
ti, i  quali  oltre  le  altre  incomben- 
ze loro  particolarmente  ingiunte , 
sono  all'  opportunità  chiamali  a 
supplire  straordinariamente  ai  luo- 
gotenenti, ed  anche  agli  altri  giu- 
dici; e  si  è  detto  straordinariamen- 
te a  rincontro  di  quel  che  pei 
supplenti  è  ordinariamente  dispo- 
sto dall'attuale  regolamento  orga- 
nico di  procedura  criminale,  pub- 
blicalo a'  5    novembre    i83i,    ed 


LUO  iG<) 

inserito  nella  Raccolta  delle  faggi, 
voi.  V,  p.  1 54  ,  libro  1,  titolo  II. 
Nelle  visite  generali  e  graziose  del- 
le caiceri  nuove,  come  si  è  accen- 
nalo, intervengono  tutti  i  nomina- 
ti luogotenenti  eliminali  ,  metto 
quello  di  Campidoglio,  il  quale  pe- 
rò interviene  all'altra  che  il  go- 
vernatore di  Roma,  rappreseli  tu  lo 
da  uno  de'  prelati  suoi  assessori, 
e  per  lo  più  dal  secondo,  o  anche 
da  alcuni  degli  stessi  suoi  luogote- 
nenti, contemporaneamente  là  nelle 
carceri  di  quel  tribunale.  JNclle 
carceri  nuove  siedono  con  questo 
ordine;  quello  dell' A.  C,  il  pri- 
mo del  governo,  quello  del  vica- 
rialo, ed  il  secondo  del  governo, 
come  dalla  tabella  trascritta  anche 
dallo  Scanaroli.  1  luogotenenti  del- 
l'A.  C.  e  del  vicariato,  come  tri- 
bunali di  loro  istituzione  eccle- 
siastici, e  pure  del  governo  co- 
me di  mista  giurisdizione  per  pri- 
vilegio, quali  giudici  ordinari,  se- 
condo che  si  accennò,  possono  u- 
sare  sul  proprio  stemma  del  cap- 
pello di  loggia  prelatizia  con  tre 
fiocchi.  Quanto  al  vestiario  in  of- 
ficio: il  luogotenente  generale  del- 
l'A.  C.  aveva  già  l'uso  della  fascia 
di  seta  nera,  e  del  fazzoletto  di 
seta  paonazza  nell'incedere;  gli  al- 
tri adoperavano  il  comune  abito 
talare.  Con  dispaccio  però  della 
segreteria  di  stato,  in  data  de'  (> 
aprile  182!?.,  dopo  d'essersi  prov- 
veduto con  particolari  disposizioni 
al  decoro  ed  alla  dignità  de'  tri- 
bunali dello  stato,  anche  in  ordine 
all'abito  di  costume,  assegnandone 
la  roba  e  le  forme;  volendo  di- 
stinguere il  tribunale  del  governo 
di  Roma,  e  renderne  più  rispetta- 
bili i  soggetti  che  lo  compongono, 
furono  dalla  sovrana  provvidenza 
di  Pio  VII  abilitali  i  Juogoteneh- 


170 


LUO 


ti  slessi  a  fare    uso,   nelle   congre- 
ga/ioni generali    ed  in  altre  occa- 
sioni di  formalità,  della  soprana  o 
mantellone  negro   simile   a    quello 
clie  indossavano    il  fiscale  e    l'av- 
vocato de'  poveri  prima  che  fosse- 
ro decorati  del  paonazzo   (il  qua- 
le descrissi  a   Camera  Apostolica}^ 
siccome  venne  annunziato  dal  nu- 
mero 3o  del   Diario  dì  Roma  dei 
i3  aprile  1822.  Quindi  se  ne  co- 
municò 1'  uso  anche  al  luogotenen- 
te generale  criminale   dell'A.  C,  e 
fu  esteso  altresì  agli  altri  del  vica- 
riato e  camerlengato.   Consiste  l'a- 
bito (che  dicesi  essere  precisamen- 
te come  quello  che    adoperava    la 
società    di    Sorbona  )    quanto    alla 
roba,  secondo  le  stagioni,    di   lana 
o  di  seta;    quanto  alla    forma,  in 
sottabito  talare  o  sottana  con   mo- 
stre o  paramani    e  bottoni    di  se- 
ta, collare,  fascia  di  seta    con  due 
fiocchi,  soprana  o  mantellone,    cui 
indi     a    poco    furono    aggiunte    le 
mezze  maniche  larghe  più  dicevo- 
li  alla  dignità    di   magistrato,    con 
mostre  di  seta;  berretta  a  quattro 
pizzi,  e  grande  fiocco  di  foggia  pre- 
latizia al  cappello;   tutto  in  colore 
nero,   e  coll'uso    del    fazzoletto    di 
seta  paonazza.  Il  luogotenente  poi 
del    Campidoglio,  tribunale    mera- 
mente laicale,  usa  dello  stesso  abi« 
to  assegnato  ai  collaterali.    La    se- 
greteria per  gli  affari  di  stato    in- 
terni, con  dispaccio  de' 27   gennaio 
1845,  con  autorità  del  Papa  Gre- 
gorio XVI,  ha  stabilito  il  vestiario 
ai  sostituti  luogotenenti    (  il    quale 
vestiario  venne  simultaneamente  e- 
steso    al  sostituto    fiscale  generale, 
ed1  ai  sostituti  del  fiscale  generale), 
il  quale  consiste  nella  sottana  ne- 
ra con  bottoni    e  paramani  di   se- 
ta, simile  a  quella  de'luogotenenti, 
con  sopra- collare  come   i  luogote- 


LUP 

nenli;  del  mantellone  o  soprana 
simile  con  maniche  corte,  e  picco- 
la orlatura  di  seta,  che  li  distin- 
gue dai  luogotenenti;  della  fascia 
di  seta  nera  con  frangia,  e  della 
berretta  consueta  a  quattro  pizzi 
egualmente  nera.  Oltre  a  ciò,  al- 
tre volte  e  non  remotissimamente, 
pei  luogotenenti  defunti,  nei  loro 
funerali  si  adoperava  il  letto  mi- 
nore. Per  gl'individui  delle  sud- 
descritte  magistrature  non  si  esi- 
ge per  requisito  l'essere  avvocati, 
e  neppure  si  reputa  necessario  il 
dottorato,  che  pur  sarebbe  deside- 
rabile che  concorresse,  quantunque 
soglia  il  governo  per  decoro  chia- 
marli avvocati,  e  tali  per  lo  più 
anche  i  sostituti  luogotenenti.  P. 
Curia  Romana. 

LUPENZIO  (s .).  Era  abbate  del 
monastero  di  s.  Privato  di  Gabales 
o  di    Javouls  nel  Gevodanese,    nel 
sesto  secolo.  Essendo  stato  accusato 
da  Innocenzio   conte    di  Javouls  di 
aver  tenuto  discorsi  ingiuriosi  contro 
la   regina  Brunechilde,    fu  costretto 
recarsi  alla  corte  di    Austrasia   per 
confondere  i    suoi  accusatori.    Egli 
potè  facilmente  provare  la  sua  in- 
nocenza, ma  i  suoi  nemici   non  vol- 
lero perdonargli.  Il  conte  lunoeen- 
/io  lo  aspettò  sulla  via    al    suo  ri- 
torno, e  lo  condusse  a  Pontion  nel 
Pertese,  dove  gli   fece  soffrire  i  più 
indegni  trattamenti.  Egli  Io  rilasciò 
di  poi,  ma    i  suoi    satelliti    lo  se- 
guirono e  lo  misero  a  morte  sulle 
rive  dell' Aisne,  iu  cui  gettarono  il 
suo  corpo.    Alcuni    pastori    ve    lo 
scopersero    miracolosamente,    e  di- 
versi prodigi  attestarono  la  santità 
del  servo  di    Dio.    Egli  è    onorato 
come  martire  il  giorno   22  ottobre 
a  Chalons  o  Sciallon   sulla   Marna, 
ove    conservasi  parte  delle  sue  reli- 
quie :   il  restante    rimase  bruciato 


LUP 

nell'incendio  della  cattedrale,  av- 
venuto pel  fulmine  a' 19  gennaio 
1688. 

LUP1A,  Lupìae.  Città  vescovi- 
le ed  antica  dell'  Italia  nella  Mes- 
sapia,  sulla  costa  del  mare  fra  Brin- 
disi ed  Otranto,  fu  colonia  roma- 
na, dedottavi  dall'imperatore  Tito, 
e  secondo  alcuni  corrisponde  a  Lec- 
ce {Fedì).  L'Ughelli  nel  tom.  X, 
p.  125  dell'  Italia  sacra  registra 
i  tre  seguenti  vescovi.  Donaco,  uo- 
mo santissimo,  fratello  di  s.  Catal- 
do vescovo  di  Taranto;  fiorì  nel- 
l'anno 173,  e  dicesi  fatto  vescovo 
dal   Pontefice  s.  Aniceto.   Venanzio 

fu  vescovo  nel  553.  N al 

quale  Pietro  vescovo  di  Taranto 
ingiunse  la  visita  di  questa  chie- 
sa vedova  del  suo  pastore ,  così 
delle  chiese  di  Brindisi  e  Gallipoli 
egualmente  vacanti;  recossi  a  Ro- 
ma, ove  fu  consecrato,  vescovo  e 
fiorì  l'anno  5g6.  Nel  sesto  seco- 
lo la  sede  di  Lupia  fu  unita  a 
quella  di  Lecce. 

LUPO  (s.),  vescovo    di    Troyes. 
Uscito  d'illustre  famiglia    stabilita 
a  Toul,   fatti  eccellenti  sludi,  com- 
parve nel  foro,  e  si  acquisto  mol- 
ta  riputazione.    Egli    sposò    Pime- 
niola  sorella  di  s.   Ilario    d' ArleSj 
che  trovò  disposta  come  lui  a  ser- 
vire Iddio  con  fervore.    Passati  as- 
sieme sei  anni  risolvettero  di  dar- 
si a  un  genere  di  vita  più  perfet- 
to, e  di  reciproco    consenso    s'im- 
pegnarono d'  osservare  la  continen- 
za.   Lupo  distribuita  ai   poveri  una 
parte  de'  suoi  beni,   si  ritirò    nella 
celebre  abbazia    di  Lerino,    gover- 
nata allora    da    s.  Onorato,    e    vi 
passò  un  anno    nella  più    perfetta 
osservanza ,    aggiungendo    eziandio 
diverse  austerità    a  quelle    che  ivi 
si  praticavano.  Allorché  s-.  Onora- 
to fu  elevalo  alla  sede  d'Arles,  egli 


LUP  171 

fece  un   viaggio  a  Macon    in  Bor- 
gogna,   per    disfarsi  di    una    terra 
che  ivi  possedeva,  affine    di   vivere 
nella  più  esatta  povertà.   Impiega- 
to in  opere  buone  il   prodotto  del- 
la  vendita,  si    disponeva    ritornare 
a  Lerino;  ma  i  deputati  della  chie- 
so  di  Troyes   lo  domandarono  per 
successore  di    s.   Orso,    morto   nel 
4^6;  e  ad  onta  de' suoi  sforzi  per 
esentarsene,   fu  consecrato  vescovo. 
La     novella     dignità     non    gli   fece 
cambiare  per   nulla    il  suo    tenore 
di   vita.   Si   vide  sempre    in    lui  la 
slessa   umiltà,    lo  stesso    spirito    di 
mortificazione  e  di  povertà.    Men- 
tre era   tutto  occupato  a  governa- 
re il   suo  gregge ,    i    vescovi  delle 
Gallie  lo  destinarono  a  recarsi  con 
s.  Germano  d'Auxerre  nella  Gran 
Bretagna   per  combattervi    il   pela- 
gianismo.  I  due  santi,  ardendo  di 
zelo  per  la  gloria  di  Gesù    Cristo, 
accettarono     la     commissione    con 
tanto  più  di    piacere,    quanto    era 
più  laboriosa  e    difficile,    e  riusci- 
rono colle  loro    predicazioni,    pre- 
ghiere   e  miracoli    a    trionfar   del- 
l'errore.   11  santo  vescovo    di  Tro- 
yes, al    ritorno    nella    sua    diocesi, 
con  pari  saggezza  e  carità  si  mise 
a  travagliare     per    la    riforma  dei 
costumi.   Avendo  inteso  che   Attila 
re  degli   unni  con  formidabile  eser- 
cito avanzava  contro  il  paese,  egli 
con  fervorose  preghiere    e  digiuni, 
ottenne  da  Dio  che  quel    barbaro 
re  rimanesse  compreso    di  rispetto 
alla    sua    presenza,    e    si    ritirasse 
dalla   minacciata  città.  Anzi  essen- 
do stato    poscia    disfatto    da  Ezio, 
volle  che  il    santo  vescovo    lo    ac- 
compagnasse nella  sua  ritirata  fino 
al  Beno.  Ciò  rese  s.  Lupo  sospet- 
to d'intelligenza  con  quel    re,  di- 
modoché fu  obbligato    di    allonta- 
narsi per  due  anni  da  Troyes.  Ri- 


i72  LUI* 

tornò  finalmente   siila    sua    chiosa, 

<•  morì  nel  47^>  dopo  avi-ila  de* 
guarnente  governata  cinquanladuc 
anni.  Il  suo  corpo  si  custodiva  a 
Troyes  nella  chiesa  che  porta  il 
suo  nome,  e  la  sua  festa  si  cele- 
bra  a' •.>.()   di   luglio. 

LUPO  (s),  vescovo  di  Bayeux. 
Successe  a  s.  Ridonano,  e  fu  il 
terzo  vescovo  di  Bayeux.  La  sua 
vita  è  nicn  conosciuta  di  quella 
de' suoi  predecessori.  Nell'b'63,  du- 
ranti le  incursioni  de'normanni,  il 
suo  corpo  fu  trasportato  nel  ca- 
stello di  Palluan  con  quello  del 
primo  vescovo  s.  Esuperio,  donde 
furono  trasferiti  a  Corbeil,  ove 
guardatisi  con  molta  venerazione 
le  loro  reliquie,  e  tiensi  per  certo 
essere  stati  operati  molti  miracoli 
per  la  intercessione  dei  due  santi. 
S.  Lupo  è  onorato  il  di  i5  d'ot- 
tobre. 

LUPO  o  WOLF  Cristiano  . 
INacque  ad  Ypres  nel  1612,  e  di 
quindici  anni  entrò  nell'ordine  di 
s.  Agostino.  Insegnò  la  filosofia  a 
Colonia,  e  la  teologia  a  Lovanio 
con  una  fama  straordinaria,  fu  per- 
ciò uno  de' deputati  della  seconda 
città  a  Roma  nel  i655,  per  far 
condannare  la  dottrina  contraria 
a  quella  che  l'università  stessa  in- 
segnava relativamente  alla  grazia. 
Clemente  IX  voleva  farlo  vescovo  e 
sagrista  pontifìcio,  ma  egli  modesta- 
mente ricusò.  Egualmente  lo  stimò 
Jnnocenzo  XI,  ed  il  granduca  di 
Toscana  gli  fece  inutilmente  offrire 
una  pensione  per  trattenerlo  nella 
sua  corte.  In  Lovanio  fu  pure  de- 
cmo  della  facoltà  teologica,  e  pub- 
blico reggente,  ed  ivi  morì  d'anni 
settanta  nel  1681.  Assai  erudito,  fu 
così  laborioso  che  studiava  fino  a 
quattordici  ore  ogni  giorno.  Di  lui 
abbiamo  un  gran  numero  di  ope- 


LUS 

re   in   latino;  citeremo   le  principa- 
li :      1."   Commentario    sui    concilo 
generali   e    particolari.     2/    Tratta- 
lo  delle   appellazioni   alla   santa  Se- 
ile.    3."  Raccolta   di   lettere  sui   con- 
cilo d'Efeso  e  di  Calcedonia.  4-    La 
vita  e     le   lettere    di     s.   Tommaso 
di   Cantorbery,  ec.  5.°   Raccolta   di 
opuscoli.   Nel    1724  si  pubblicò  in 
Venezia  la  raccolta  di   tutte  le  sue 
opere,  per  cura  del     p.  Tommaso 
Filippino  agostiniano    di  Ravenna. 
LUSIGNAGO  Ugo,    Cardinale. 
Ugo  di  Lusignano,  greco  di  nazio- 
ne, figlio  di   Giacomo  I,  e  fratello 
di   Giovanni  II  re    di   Cipro  (Fe- 
di), illustre  del  pari   per  la  nascita 
che  per  l'erudizione  e  integrità  di 
vita,   nel    1412  o  i4'3   fu  da  Gre- 
gorio XII   fatto  arcivescovo  di  Ni- 
cosia ,    indi    da    Martino  V     a' 24 
maggio    1426  creato  cardinale  dia- 
cono di  s.   Adriano,  e  poi  da  Eu- 
genio IV   trasferito    all'ordine  dei 
preti,   conferendogli    per    titolo    la 
chiesa  di  s.   Clemente.    Dal  mede- 
simo nel  1 4-3  1  venne  decorato  del 
vescovato  suburbieario  di  Paleslri- 
na,  donde     nel    1 4^6    lo    passò    a 
quello  di   Frascati,  colla    legazione 
della     provincia     di     Marittima     e 
Campagna.   Dopo  la  quale   fu  spe- 
dito in  Francia  a  nome  e  per  par- 
te   del    concilio  di    Basilea,    a    cui 
trovossi   presente  a  fine  di  stabili- 
re la   pace  tra    il    re    di    Francia, 
quello  d'Inghilterra,    e  il    duca  di 
Borgogna,  veneudo  deputato  insie- 
me col    cardinal    Lucido    Conti    a 
ricevere  ai  confini   dello  stato    ec- 
clesiastico   l' imperatore    Sigismon- 
do, il  quale    si  portava    in    Roma 
per  ricevervi  la  corona  imperiale; 
ma  non  essendosi  potuto  accingere 
al   viaggio,  gli   fu  sostituito  il    car- 
dinal   Giordano     Orsini.    Ebbe    la 
disgrazia  di  aderire  al  conciliabolo 


LUS 

di  Basilea,  e  all'antipapa  Felice  V, 
ni  cui  figlio  Lodovico  duca  di  Sa- 
voia fu  maritala,  per  opera  del 
cardinale,  Amia  di  Lusignano  sua 
nipote;  laonde  Eugenio  IV  lo  de- 
gradò dalla  dignità  episcopale  e 
cardinalizia.  INJorì  in  Savoia  nel 
i442. 

LUSSO,  Luxns,  Luxuries.  Su- 
perfluità nel  vestire,  spesa  superflua, 
sontuosità  eccessiva,  quasi  a  dimo- 
strazione di  ricchezza  e  magnifi- 
cenza, sia  negli  abili,  sia  nelle  sup- 
pellettili ,  negli  equipaggi  ,  nella 
mensa.  Questa  parola  deriva  secon- 
do alcuni  dallo  snervare  che  fanno 
il  lusso  e  la  lussuria  il  corpo,  e 
dal  togliergli  il  suo  vigore.  L'ano- 
nimo autore  dell'opera  stampata 
in  Bassano  nel  1772  in  due  tomi 
con  questo  titolo:  Del  lusso,  di- 
scorso cristiano  con  un  dialogo  fi- 
losofico, lo  definisce.  Un  eccesso  di 
delicatezza  e  di  sontuosità  nel  co- 
modo e  nello  splendore  della  vi- 
ta, atteso  il  grado  che  altri  oc- 
cupa entro  la  società.  Altre  eru- 
dite   definizioni    del    lusso     si    lee- 

o 

gono  negl'  importanti  ed  utili  Cen- 
ni economico-statistici  del  cav.  An- 
gelo Galli  p.  «3  e  seg.,  il  quale 
riporta  quelle  di  Smith,  Theoric 
die  luxe,  di  Genovesi,  di  Beccaria, 
di  Stewart,  di  Verri  e  di  Gioia  :  ri- 
produremo  le  definizioni  di  Geno- 
vesi e  di  Gioia  ;  il  primo  discor- 
re così,  m  Alcuni  hanno  dello  che 
il  lusso  sia  spendere  soverchiamente, 
cioè  più  di  quello  che  basta;  altri 
che  sia  spendere  più  di  quello 
che  basta,  e  ciò  pel  solo  piacere 
di  vivere;  altri  che  sia  uno  stu- 
dio di  vivere  con  soverchia  mor- 
bidezza e  delicatezza  o  raffinamen- 
to di  piaceri,  tanto  di  corpo,  quan- 
to di  animo;  altri  che  sia  Io  stu- 
dio e  il  modo  di  distinguersi  nella 


LUS  i7?> 

sua  classe,  con  animo  di  signoreg- 
giare, o  di  uguagliarsi  ad  una  del- 
le classi  superiori  ,  non  già  per  la 
quantità  della  cosa,  ma  per  la  quali- 
tà, vale  a  dire  per  la  raffinata  ma- 
niera di  vivere".  Equi  noteremo, 
che  mentre  hanno  molti  declamato 
conlro  gì'  immensi  vizi  prodotti 
dall'incremento  del  lusso  ,  ciò  non 
ostante  ha  sempre  avuto  i  più 
grandi  apologisti ,  laonde  lo  stesso 
Genovesi  dice  altrove  :  »  11  lusso  è 
la  sorgente  dell'abbondanza,  il  pa- 
dre del  buon  gusto,  il  maestro 
della  pulitezza,  la  scuola  del  raffi- 
namento de' piaceri,  l'aura  soave 
che  tranquilla  le  tempeste  dei  cor- 
pi politici,  l'incudine  delle  arti,  la 
fucina  delle  scienze  ;  lasciate  fare 
alili,  se  gli  mancasse  materia  ".  Gio- 
ia poi  ritiene  il  lusso  nel  senso  co- 
munemente ricevuto,  e  dice.  *  In 
fatti  con  quale  apparenza  di  ra- 
gione si  potrà  condannare  l'au- 
mento delle  sensazioni  aggradevole 
Pietro  si  è  affaticato  per  dieci 
anni,  mentre  voi  dormivate  nel  le- 
targo ;  egli  si  è  esposto  a  dei  peri- 
coli, mentre  voi  eravate  tranquil- 
lo; egli  ha  compromesso  i  suoi 
capitali  nelle  vicende  del  commercio 
ed  ha  corso  il  rischio  di  restarne 
privo,  e  voi  volete  ora  fargli  rimpro- 
vero se  assiso  sul  cumulo  delle  sue 
ricchezze  onoratamente  acquistate 
egli  vuole  goderne  ?  Sono  frutto  dei 
suoi  sudori  gli  abiti  molti  in  cui 
è  avvolto,  il  cocchio  elegante  che  lo 
trasporta ,  il  letto  sprimacciato  in 
cui  giace.  In  vece  di  gellare  uno 
sguardo  d' invidia  sui  suoi  piaceri, 
gettate  uno  sguardo  di  disprezzo 
sulla  voslra  dappocaggine".  Egli  però 
limita  il  suo  discorso  a  tre  condi- 
zioni ,  che  i  consumi  non  sieno 
maggiori  della  rendita  ;  che  i  me- 
desimi non    impediscano  di  elevar- 


i?4  LUS  LUS 
si  dallo  stato  di  miseria  in  cui  un  più  savio  q  il  più  morale,  ora  clic 
uomo  si  trovasse  costituito  ;  che  il  lusso  si  caratterizza  al  tempo 
non  distruggano  il  fondo  di  risei-  stesso  eausa  e  conseguenza  delle 
va.  Osserva  quindi  il  Galli,  che  o  cognizioni  acquistate;  ma  comun- 
ve  il  lusso  non  sia  in  questi  limi-  que  si  opini,  dice  il  Galli,  è  certo 
ti  contenuto,  apporta  senza  dubbio  che  tutti  i  popoli ,  adescandosi  a 
perniciosissimi  effetti,  come  accadde  vicenda,  hanno  gustalo  il  lusso,  e 
di  dover  detestare  la  leggerezza  di  per  conseguenza  hanno  accresciuto 
molti,  che  condotti  solo  dallo  spi-  la  somma  dei  loro  bisogni  ;  ed  ag- 
rito  di  tarsi  ammirare  e  far  par-  giunge,  se  si  volesse  da  questa 
lare  di  loro,  si  vestono  e  si  abbi-  tendenza  frenare  il  popolo,  sem- 
gliano  in  modo  da  attirarsi  1'  al-  brerebbe  volerlo  condannare  all'ab- 
trui  compatimento,  molto  più  qunn-  biezione  e  allo  scherno  ,  essendo 
do  si  conosce  l'incongruenza  de'loro  innegabile  che  il  lusso  procede  in 
mezzi  .  A  questo  proposito  scrive  ragione  diretta  delle  cognizioni.  Il 
un  uomo  celebre,  compariscono  citato  anonimo  poi,  prova  che  la 
con  maggior  ridicolezza  gli  uomini  delicatezza  anti-evangelica  del  lus- 
di  minor  opinione,  e  le  donne  me-  so  universale  si  stende  a  tutti  gli 
no  pregevoli.  Essendo  dunque  ben  ordini  di  persone,  a  tutte  le  sta- 
inteso  un  lusso  ragionato,  sembra  gioni  dell'anno,  fomentando  cosi  la 
ottimo  consiglio  l'aprire  la  via  al-  concupiscenza  della  carne,  la  mol- 
le risorse,  perchè  da  queste  il  pò-  lezza,  e  il  decadimento  di  ogni  for- 
polo  possa  ottenere  il  modo  di  za  e  di  spirito  e  di  corpo.  Quindi 
soddisfare  legittimamente  a'bisogni  dichiara  le  funestissime  conseguen- 
ne'quali  si  è  costituito  :  tale  è  la  ze  del  lusso,  come  sono  la  super- 
conclusione  del  Galli,  sulle  cause  bia  della  vita;  gli  onori  procaccia- 
ed  effetti  della  ricchezza  pubblica,  ti  dal  lusso  e  tolti  al  merito  e  al- 
Gli  economisti,  massime  italiani,  la  virtù;  le  adulazioni  che  gli  si 
propendono  alla  educazione  frugale,  tributano,  che  guastano  il  cervello 
perchè  il  popolo  senta  minori  bi-  di  chi  le  riceve  ;  le  ingiustizie  che 
sogni,  e  più  facile  gli  sia  di  sod-  sogliono  produrre  il  lusso,  o  to- 
disfare  a  ciò  eh' è  puramente  ne-  gliendo  e  ritenendo  l'altrui;  la  po- 
cessario  :  all'  opposto  gl'inglesi  stu-  verta  di  cui  è  cagione,  checché  ne 
diano  di  far  gustare  ai  popoli  al-  dicano  i  panegiristi  e  commercia  n- 
cune  soddisfazioni  per  adescarli  a  ti,  facendo  l'analisi  di  vari  capito- 
cercaré  i  mezzi  di  procurarsele,  con-  li  del  profeta  Amos,  il  quale  par 
tando  che  l'uomo  libero  non  lavo-  che  dipinga  i  nostri  costumi  e  mo- 
ra né  per  istinto,  né  per  diverti-  derna  delicatezza.  Passando  l'ano- 
mento,  ma  per  soddisfare  ai  biso-  nimo  a  lodare  l'economia,  elice  che 
gni,  e  lavora  più  o  meno  secondo  essa  è  più  utile  assai  del  lusso  e  del 
che  questi  sono  maggiori  o  minori,  malinteso  commercio,  promove  la 
Seguendo  gl'inglesi  il  loro  prin-  pubblica  e  la  privata  felicità,  e  ve- 
ci pio  eccitano  in  questo  modo  al  ra  ricchezza,  giovando  mirabilmen- 
l' attività  le  nazioni  selvaggie  e  i  te  alle  arti  che  dal  lusso  sono  ri- 
popoli indolenti.  Non  pare  che  vi  strette  ad  un  gusto  superficiale  e 
sia  più  luogo  a  discutere  quale  meschino;  né  tace,  che  per  il  lusso 
dei    due  principii    accennati  sia    il  tante  nobili,  antiche  e  gloriose  fa- 


LUS 

miglie  si    estinsero  o  caddero  nella 
dimenticanza  e  nel  disprezzo. 

Fin  dal  tempo  di  Abramo  il 
lusso  non  era  sconosciuto  presso 
alcuni  popoli  dell'Asia.  Essi  aveva- 
no diversi  gioielli,  e  vasi  d'oro  e 
d' argento.  Si  fa  menzione  a'tempi 
d'Isacco  di  abiti  preziosi  e  di  vesti 
profumate,  e  di  questa  fatta  erano 
quelle  di  Esaù  che  Piebecca  fece 
indossare  a  Giacobbe.  Nulla  può 
servire  a  far  comprendere  a  qual 
grado  molti  popoli  asiatici  avesse- 
ro portato  il  lusso  e  la  sontuosi- 
tà, quanto  quello  cbe  leggesi  nella 
sacra  Scrittura  sulla  magnificenza 
della  corte  di  Salomone.  La  regi- 
na Saba,  benché  prevenuta  della 
splendidezza  di  quel  monarca,  ri- 
mase tuttavia  sorpresa  al  vedere  il 
modo  in  cui  eia  servita  la  di  lui 
mensa,  il  .numero  degli  uflìziali 
della  sua  corte,  la  ricchezza  de'lo- 
ro  alloggiamenti  e  la  magnificenza 
de'  loro  abiti.  Dall'  Asia  il  lusso 
passò  presso  gli  ateniesi  ,  e  vuoisi 
che  Tarquinio,  che  dicesi  originario 
di  Corinto,  abbia  incominciato  ad 
introdurlo  in  Roma.  Veramente  i 
primitivi  romani  furono  assai  sobrii: 
benché  usciti  da  diversi  antichi 
popoli  dell'  Italia  ,  preparavano  il 
giano  cuocendolo  intiero  nell'ac- 
qua colla  sua  pula,  e  molto  do- 
po eh'  ebbero  imparato  a  pestarlo 
si  tennero  all'  uso  della  pappa.  I 
greci  ed  i  romani  benché  vivesse- 
ro agiatamente,  non  avevano  cami- 
cie né  di  lino,  né  di  stoppa;  al- 
l'articolo Bagni,  dicemmo  che  que- 
sti furono  introdotti  per  nettar- 
si dalle  lordure  della  carne ,  ca- 
gionate dalle  vesti  di  lana  .  Cato- 
ne il  Censore,  ed  altri  ricchi  ro- 
mani prima  di  lui,  dormivano  so- 
pra pelli  di  montone  stese  sul  pa- 
vimento. Allorché  lo  stesso  Catone 


LUS  ìhfS 

andava  alla  campagna  cavalcava 
un  asino  su  cui  trasportava  il  suo 
bagaglio.  In  Roma  ne' primi  secoli 
fu  ignoto  l'uso  dell'olio  e  del  sevo, 
ed  i  consoli  e  i  dittatori  si  cori- 
cavano all'  oscuro.  Ora  potrebbe 
dirsi  che  in  quel  tempo  gli  uomini 
in  tal  guisa  viveano,  e  per  conse- 
guenza potrebbero  vivervi  ancora? 
No  certamente,  come  non  è  da  au- 
gurare che  torni  quel  fasto  smisu- 
rato che  comparve  in  Pioma  nei 
tempi  posteriori,  onde  vennero  sta- 
tuite le  leggi  suntuarie,  swnptuariae. 
Le  leggi  suntuarie  erano  ordinale 
a  frenare  il  lusso,  ed  a  segnare  un 
confine  nelle  spese  non  solo  pub- 
bliche, ma  eziandio  private.  Colla 
legge  Orcìiia  si  limitava  il  nume- 
ro de'convitali  ue'feslini;  colla  Fan- 
nia si  restringevano  a  cento  assi 
le  spese  di  un  giorno  di  festa;  si 
permetteva  di  spendere  trenta  assi 
al  giorno  pel  corso  di  dieci  gior- 
ni in  ciascun  mese,  e  in  tutti  gli 
altri  giorni  non  più  di  dieci  assi, 
e  si  vietava  di  apprestare  più  di 
una  sola  gallina.  Colla  Didia  fu- 
rono rinnovate  le  disposizioni  che 
determinavano  la  spesa  dei  pasti, 
non  meno  che  il  numero  de'  con- 
vitati, non  solo  pei  romani,  ma 
per  tutti  gl'italiani  eziandio;  ed  in 
caso  di  contravvenzione,  tanto  colui 
che  invitava,  che  gl'invitati  pagar 
dovevano  un'ammenda.  A  somi- 
gliante scopo  tendevano  pur  anco 
le  leggi  Licinia,  Emilia,  Antia, 
Cornelia,  Giulia.  Queste  leggi  as- 
sai contribuivano  nell'antica  Roma 
a  frenare  il  lusso,  ed  a  mantenere 
quella  sobrietà  e  rigidezza  de'co- 
stumi,  che  fecero  giungere  i  romani 
al  più  alto  punto  di  potenza  e  di 
gloria.  Inosservate  poi,  in  progres- 
so di  tempo  caddero  le  leggi  sun- 
tuarie ,    il  popolo   di  Marte    invilì 


i7(i  LUS 

tiri  lusso  e  nelle  mollaste  nsiati- 
clie.  Noto  è  il  lusso  strabocchevole 
di  alenili  decloro  imperatori,  ed  an- 
cbe  ili  alcuni  privati  cittadini,  mas- 
sime per  eia  che  riguarda  il  servi- 
zio delle  mense,  l'eleganza  e  la  ri- 
eneatezza  degli  abili,  il  numero  de- 
gli schiavi,  ec.  Il  lusso  di  Roma 
si  aumentò  straordinariamente  col- 
le conquiste  fatte  dai  romani  nei 
più  lontani  paesi,  colle  spoglie  del- 
le provincie  soggiogate  e  le  ric- 
chezze che  portate  ('mono  in  Roma, 
e  colla  estensione  del  commercio, 
massime  marittimo,  e  l'introduzio- 
ne di   nuove  derrate. 

Secondo  la  repubblica  di  Atene 
vi  erano  i  ginecomini,  cioè  signori 
alle  pompe,  deputati  a  deliberare 
sugli  ornamenti  delie  gentildonne, 
dopo  di  tutte  le  altre  donne,  ac- 
ciocché alcuna  di  esse  non  portasse 
cosa  indegna  di  se  ;  come  pure  che 
ognuna  secondo  il  modo  della  fa- 
coltà si  vestisse,  statuendo  pena 
pecuniaria  a  quella  che  facesse  al- 
trimenti, per  la  qual  contravven- 
zione era  subito  punita.  Nella  Fran- 
cia il  lusso  fu  introdotto  da  Carlo 
Magno,  allorché  tornò  dall'  Italia 
colle  sue  armate  vittoriose;  ma  già 
in  molli  articoli  parlammo  di  quau- 
to  riguarda  il  lusso  di  tutte  le 
specie.  Solo  qui  aggiungeremo,  che 
un  tempo,  al  dire  del  Borghini, 
Delle  armi  delle  famiglie  fiorentine, 
secondo  quelle  leggi,  l'uso  di  fode- 
rare gli  abili  di  vaio  (animaletto 
di  colore  bigio  scuro,  la  cui  pelle 
macchiala  di  nero  serviva  a  fode- 
rare nobili  vestimenta  )  era  unica- 
mente riservato  ai  cavalieri  e  gen- 
tiluomini ed  altre  persone  distinte 
per  qualche  dignità;  del  pari  le  gen- 
tildonne portavano  i  loro  mantelli 
orlati  dello  stesso.  Da  ciò  avvenne 
che  distintivo  di  nobiltà    incontra- 


la US 

stabile  era    quello    di     far  scolpar 
sulle  antiche    tombe   i  propri   aule- 
nati    portando  abili  foderati  ih  vajo 
\  i    buono    molle    questioni    per 
sapere  se  il  lusso  sia  utile  o    per- 
nicioso   alla    prosperità  degli  slati  ; 
se  si  debba  favorirlo  o  reprimerlo; 
se   in   una   monarchia  siano   utili   o 
pericolose    le     leggi     concernenti   le 
spese;  sui   quali     argomenti   si   può 
consultare  ,   oltre    le  riportate  opi- 
nioni,   l'opera     di    Stefano     Laoiii- 
ce,     cioè    dell'  abbate  Corona,  inti- 
tolata, Riflessioni  economiche,  poli- 
tiche   e  morali  sul  lusso ,  ec.    Cer- 
to è  che    il  lusso  distrusse  le  anti- 
che monarchie;  così  perirono  quel- 
le degli     assiri,    dei    persiani,  dei 
romani,  per  non  dire  di  altre.   Non 
si  può  poi  mettere  in  questione  se  il 
lusso  sia     conforme  allo  spirito  del 
cristianesimo:    una  religione  che  ci 
predica   la     mortificazione,  l' amore 
della    croce  e    dei    patimenti,  Pan- 
negazione  di   noi  stessi,  come  virtù 
assolutamente  necessarie  alla   salute 
eterna,  non    può  approvare  il  lus- 
so o    l'amore    delle     vanità.     Gesù 
Cristo    colle    sue  lezioni     e     co'suoi 
esempi    condannò    questo  vizio  :   la 
virtù  e  la  fortezza  dell'  animo  non 
si   può  trovare    in  un    uomo  sner- 
vato nel    lusso    e     nella     mollezza. 
I    padri    della  Chiesa,     secondo    le 
massime    del    vangelo,  con     rigore 
condannarono  ogni  specie  di  lusso. 
I  filosofi  epicurei  li    accusarono  di 
avere  ecceduto    nella    morale,  e  di 
non  aver  saputo  distinguere  il   lusso 
dall'uso    innocente  che  si  può  fare 
degli    agi    della    vita,    specialmente 
quando  il    costume    vi   unisce     una 
specie  di  convenienza  per  rapporto 
alle  persone  di   una  certa  condizio- 
ne.  Su  di  che  si   possono  consulta- 
re, Bai  beyrac  ,   Trattalo  della  mo- 
rale de' padri,  e.  5,  §  i4-  Il  Rag'o- 


LUS 

namento    sopra    il   lusso    e  la  im- 
modestia degli   abìlì>  del  p.    Carlo 
de    la    Rue    gesuita,     stampato     in 
Bologna.    11   Trattalo    de* giuochi  e 
divertimenti  permessi    o  proibiti  ai 
cristiani,    stampato  in    Roma    nel 
1768,  capitolo    XXI  :  Del  lusso,  e 
delle  spese    superflue    che  si  fanno 
pei  divertimenti;  danno  grande  che 
da  ciò  ne  viene  al    bene     pubblico 
ed  alla  religione.  11  Trattato  contro 
gli    abbigliamenti,    Venezia     1786. 
II  conte    Gio.   Battista   Roberti  nel 
tomo  VI  delle  sue  opere  ci  ha  da- 
to   un     Dialogo    filosofico    intorno 
al  lusso;  più  V Elogio  dell'economia 
regolatrice  del    lusso.  Le   Conside- 
razioni cristiane  sulla  qualità    del 
vestito,    Venezia     1839,  tipografia 
Emiliana.  Il  poeta  Delille  ha  scrit- 
to una  bella  satira  contro  il  lusso, 
nella    quale    dice  esservi  un     lusso 
utile  e    decente,   e    convenevole  ai 
grandi  stati,    ai     grandi     nomi ,    o 
alle  grandi    cariche,  e     alle  ultime 
classi  della    società    fa    rigurgitare 
1'  opulenza,   e    fa    scendere    Y  oro 
che    sempre    tende    a    salire.    Ma 
avvi,  die'  egli,  altro  lusso  consecra- 
to  al  vizio,  figlio  snaturato  dell'  in- 
dustria   attiva,    fragile    colosso  in- 
nalzato   dal    solo  orgoglio  ;    aureo 
è  il    suo   simulacro ,    i  piedi    sono 
di  fragile  argilla  ;  la  vanità   lo  as- 
siste, e  avanti  di  esso  inginocchiato 
l'orgoglio,  sacrifica     senza    riguardi 
mogli  e    figli,  padre    e  sposo.  Egli 
è  questo    uno    scheletro    spolpato, 
ma  alletta     tuttavia     in   mezzo    ad 
un'antica  figura  una  specie  di  pin- 
guedine che  altro  non  è  che  gon- 
iiezza  ;    sotto  la    porpora    rilucente 
nasconde  i  cenci ,     e  il  suo     trono 
s'innalza  in    mezzo    alle  tombe.  Il 
Manzi  ci  diede  un   trattato  sul  lus- 
so degli    italiani    nel     secolo  XIV. 
Dice  il  Bergier,  che  queglino  stessi 
vol.  xi. 


LUS  177 

che  vollero  fare  l'apologia  del  lusso 
sono  costretti  accordare  che  rende 
gli  uomini  effeminati,  snerva  gli 
animi,  corrompe  l'idee,  estingue  i 
sentimenti  di  onore  e  probità,  di- 
strugge le  arti  utili  per  alimentare 
i  talenti  deboli  ;  esaurisce  la  vera 
sorgente  delle  ricchezze  spopolando 
le  campagne,  e  levando  all'agri- 
coltura moltissimi  uomini  ;  mette 
una  mostruosa  ineguaglianza  nelle 
fortune;  rende  felice  un  piccolo  nu- 
mero d'  uomini  a  spese  di  molti 
milioni  di  altri  uomini;  fa  che  i 
matrimoni  sieno  troppo  dispendiosi 
pel  riprovevole  fasto  vano  ed  insa- 
ziabile delle  donne ,  e  moltiplica  i 
celibatari  voluttuosi  e  libertini,  dop- 
pia sorgente  della  spopolazione  ;  ro- 
vina le  famiglie,  e  produce  innu- 
merabili e  fatali  conseguenze.  Se  il 
lusso  ne'  cristiani  è  condannabile, 
secondo  la  natura  dell'  eccesso  e 
delle  altre  circostanze  che  lo  ac- 
compagnano, diviene  molto  più  con- 
dannabile negli  ecclesiastici,  a'quali 
molti  concilii  prescrissero  severa  mo- 
destia nella  mensa,  negli  abiti,  nel- 
le suppellettili,  ec;  come  la  loro 
condotta  dev'  essere  più  modesta, 
più  esemplare,  più  santa  che  quel- 
la de'  laici,  ad  essi  è  severamente 
interdetta  ogni  superfluità.  Il  se- 
condo concilio  generale  di  Nicea 
l'anno  787,  can.  16,  proibisce  a've- 
scovi  ed  ai  chierici  gli  abiti  ma- 
gnifici e  sontuosi  e  l'uso  dei  pro- 
fumi. 11  concilio  di  Aix  la  Cha- 
pelle  dell'816,  can.  i4^,  proibisce 
loro  la  pompa  ed  ogni  superfluità 
nella  tavola  e  nel  modo  di  vestire. 
Il  concilio  generale  lateranense  III, 
celebrato  nel  1  1  79  da  Alessandro 
III,  determinò  che  i  prelati  non 
usassero  vesti  preziose.  II  concilio 
di  Montpellier  del  12 16,  can.  1, 
2,  3,  interdice  agli  ecclesiastici  gli 
12 


178  LUS 

abili  (li  colore,  e  gli    ornamenti  eli 
oro    e  d'indento.   11  concilio    gene- 
rale  laleranense   IV,     tenulo  nell'i- 
stesso  anno  da    Innocenzo   III,  rin- 
novò i  canoni  del   IV  concilio  car- 
taginese    nel   398,   il     quale    vuole 
che  la    casa,   i   mobili  e  la    mensa 
del  vescovo  sieno  poveri.   Il  conci- 
lio generale  lateranense  V,  termina- 
to da  Leone  X,  ordinò  clic  la  ca- 
sata famiglia,  la  tavola,  gli  arre- 
di de'  cardinoli  ,     (ossero    specchio 
di  modestia    e  moderazione.  Il  sa- 
cro   concilio     generale  di     Trento, 
sess.   22 ,  de     re  forni,  e.    1,  racco- 
mandò    istantemente      V   osservan- 
za   della    disciplina  prescritta    con- 
tro il  lusso,  dai    canoni    de'  prece- 
denti conci lii.     Il     Papa  s.     Pio  V 
colla     bolla    Quoniam    nos  pluries, 
de' 24  magg10     '^67,   approvò    il 
nuovo  statuto  del    popolo  romano, 
sopra  la  prammatica  delle    doti    e 
del    corredo   delle     zitelle    romane 
che    doveansi    maritare,     non    do- 
vendo la  dote  oltrepassare  gli   scudi 
quattromila    cinquecento,  e  la  mo- 
derazione dei    regali    fra    gli    sposi 
ed  i  parenti.   Quindi  nel    1 57 1    ri- 
formò   il    lusso    degli    ecclesiastici 
negli  abiti    ed  in  altro.    Con  altre 
disposizioni    ordinò    che    le    osterie 
fossero  a  solo  comodo  degli  stranieri, 
e  riformò  la  pompa  delle  femmine. 
Sisto  V    confermò  quanto  avea- 
no    ordinato     Clemente     VII    del 
i523,  Pio  IV  del   i55cj,  e  s.  Pio 
V,  sulla  riforma  delle  spese  eccessi- 
ve   che    impoverivano     le  famiglie; 
ìndi  fece  compilare    dal  magistrato 
romano    alcuni     regolamenti    sulla 
moderazione  del  vestire,  delle  doli, 
de'conviti,  delle  carrozze,  de'funera- 
li,  ed  altro    per    ogni  ceto  di  per- 
sone, e  li  confermò  a'2  3  dicembre 
i586,  colla    costituzione,     Cum  in 
unaquaque.    Innocenzo  XI  restituì 


LUS 

a  diversi  religiosi  la  modestia  ne- 
gli abiti,  poiché  sebbene  1'  abito 
non  faccia  il  monaco,  dall'  abito 
certamente  quello  si  conosce.  Ri- 
provò ne' cardinali  le  carrozze  su- 
perbe e  le  livree  fastose.  Introdus- 
se nel  palazzo  apostolico  la  mode- 
razione. Provvide  al  lusso  che  ro- 
vinava i  nobili,  ed  ordinò  alle 
donne  che  incedessero  vestite  mo- 
deste, e  si  recassero  in  chiesa  col 
capo  coperto  :  su  questo  proposito 
abbiamo  dal  p.  Eusebio  di  s.  Fran- 
cesco, Lettera  critico-morale  in  or» 
dine  al  lusso  immoderato  delle  doti' 
ne,  e  dell'andare  in  chiesa  col  ca- 
po scoperto,  1769.  Innocenzo  XII 
meditava  di  porre  un  freno  al- 
lo smodato  lusso,  sorgente  ferace 
di  disordini  e  dell'  impoverimento 
delle  famiglie;  ma  gli  stranieri  che 
portano  le  loro  merci  a  Roma, 
sventarono  le  saggie  sue  disposizio- 
ni. Clemente  XI  nel  1707  coman- 
dò l'osservanza  delle  costituzioni 
sulla  prammatica  delle  spese  pel- 
le monacazioni.  Nel  voi.  XI,  pag. 
259  del  Dizionario,  dicemmo  come 
Clemente  XI  proibì  il  portarsi 
nelle  chiese  tappeti  e  cuscini,  tran- 
ne le  persone  di  regio  sangue;  ed 
in  certe  calamità  vietò  per  cinque 
anni  l'uso  dei  genuflessorii  e  dello 
sedie  nelle  chiese.  Qui  aggiungere- 
mo, che  i  romani  fecero  spontaneo 
voto  di  non  portare  per  cinque  an- 
ni né  oro,  ne  argento  sugli  abiti, 
e  di  non  ammettere  pubblici  diverti- 
menti, spettacoli  e  teatri.  Clemente 
XII  proibì  sotlo  gravi  pene  iu  tutti 
i  dominii  pontificii,  l'uso  di  merletti 
di  seta  o  di  filo  e  fetluccie  lavorate, 
di  straniera  manifattura.  Coman- 
dò inoltre  che  fossero  vietate  alle 
zitelle  pretendenti  ai  sussidi  dotali, 
vesti  di  seta  o  di  patini  fini,  e  gli 
ornamenti  d'oro  e  di  argento,  do- 


LUS 

vendo    usare   abiti  lisci    e    modesti 
ove  non  entrasse  mischiata  la  seta: 
questi  medesimi  abiti  prescrisse  che 
dovessero  usare  le  donne  mogli,  fi- 
glie e  sorelle  di   servitori  con  livrea, 
de'garzoni   e  lavoranti  di  arti   mec- 
caniche, ed  anche  quelle  di  padroni 
delle  arti   inferiori,  le  quali  femmi- 
ne non    doveano    portar    gioie  che 
oltrepassassero  il  valore  di  cinquan- 
ta scudi ,  conoscendo    bene  il  Pon- 
tefice i     gravi   sconcerti   che  nasco- 
no dal    voler    comparire    ed    ince- 
dere al  di  sopra  delle  proprie  for- 
ze e    condizione.     Benedetto     XIV 
procurò    riformare  1'  eccedente  lus- 
so della    nobiltà    romana ,  per    cui 
molte  famiglie    già    opulenti  eransi 
ridotte  alla  miseria.  Clemente  XIV 
nel    1770  prescrisse  ai  couservatorii 
delle  educande  un    abito  uniforme 
e  semplice,  rimovendo  gli  ornamen- 
ti di  lusso. 

Maria  Teresa  imperatrice  regina 
nel  1769  pubblicò  una  pramma- 
tica e  riforma  sulle  pompe  esterne, 
e  riguardante  pure  le  onorificenze 
che  doveano  distinguere  l'ordine 
nobile.  Fra  le  altre  cose  ivi  si  par- 
la dell'uso  degli  sgabelletti ,  delle 
cassette  di  argento  od  inargentate, 
borse  pei  libri  nelle  chiese  ed  in 
altri  luoghi  pubblici,  riservati  alle  so- 
le dame.  11  costume  della  borsa  pei 
libri  di  divozione,  che  le  dame 
altre  volte  facevano  portare  dai 
loro  paggi  alle  chiese,  ripete  il  suo 
principio  dagli  antichi  romani.  Se- 
condo essi  era  in  uso  di  far  por- 
tare dai  servi,  chiamali  saccolari  o 
cassieri,  i  libri  de' nobili  giovanetti, 
quando  recavansi  a  scuola,  dentro 
certi  sacchetti  o  cassette,  come  tut- 
tavia da  diversi  popoli  si  pratica 
a'  nostri  giorni .  Quelle  matrone, 
ad  imitazione  de'figli,  dovendo  por- 
tare i  libri  di  divozione,  comiuciaro- 


LUS  179 

no    anch'  esse  a    farli    portare    dai 
loro     paggi     in    que'  sacchetti     og- 
gidì   chiamali    borse,      ed   in     pro- 
gresso di   tempo    il   lusso  crebbe  a 
segno,  che  stimandosi    da    poco  la 
seta,  l'argento    e  l'oro,    alcune    di 
queste  borse    furono    arricchite    di 
perle,  forse  a  distinguere  le  princi- 
pesse dalle  dame  ordinarie.   Le   ma- 
trone romane    poi    di    prima  sfera 
aveano  il  distintivo  di  avere   anco 
i  cuscini   ne' loro  templi,  in    tessuti 
di  seta  ed  oro,  per  pomposa    loro 
agiatezza,  onde  inginocchiarsi  sopra. 
Altre     distinzioni     sono     accennate 
nell'editto    araldico    o    prammatica 
summentovata  ,     come     quella,    del 
guardinfante  alla  moda  della    cor- 
te, detto   corico,  o  il  farsi  sostene- 
re lo    strascico    e  coda     dell'  abito. 
L'uso  di  avere  chi  addietro  sospen- 
desse le  estremità  della  veste,  chia- 
mata strascico,  in    latino  syrma,  era 
pure    introdotto    anticamente    dalle 
dame  in  Italia,  pervenutole  da  cer- 
te vesti   tragiche  assai   lunghe. 

Neil'  anno  1 843  il  magistra- 
to di  Norimberga  emanò  un  avvi- 
so contro  gli  eccessi  del  lusso  a  cui 
si  abbandonavano  molti  di  quegli 
abitanti,  ed  eccone  un  brano:  «  L'ec- 
cessivo lusso,  l'eccessivo  amore  ai 
divertimenti,  la  ricercatezza  ridicola 
negli  abiti,  specialmente  presso  le 
dame,  le  figliuole  de'domeslici,  de- 
gli artigiani  ec,  sono  i  veri  nemi- 
ci delle  famiglie,  guastano  la  do- 
mestica tranquillità,  e  impediscono 
che  in  esse  sorga  la  prosperità* 
Contro  questo  male  non  vi  ha  ri- 
medio che  nella  confidenza  che  a- 
ver  si  deve  in  coloro  ,  che  come 
parenti,  sposi,  tutori,  maestri,  pa- 
droni, ec.  sono  al  grado  di  aver 
influenza,  per  esser  certi  che  da- 
ranno buon  esempio,  e  alla  loro 
famiglia  od  ai    loro  dipendenti  in- 


180  LUS 

spireranno  il  gusto  dell' economia. 
Negli  altri  paesi  si  sono  creato  so- 
cietà di  temperanza,  dalle  quali  si 
hanno  ottenuti  i  migliori  risulta- 
menti;  appo  noi,  società  contro  il 
lusso  inutile,  a  favore  del  vestir 
semplice  presso  le  persone  di  sor- 
Tizio,  società  di  economia  nel  più 
largo  senso  della  parola  ,  sarebbe- 
ro con  piacere  accolte  da  un  gran 
numero  di  gente,  e  molti  si  affret- 
terebbero di  unirsi  ad  una  tale  so- 
cietà, che  stabilita  in  uno  scopo 
buono  e  lodevole ,  non  può  avere 
che  felici  risultameli  ti  ". 

LUSTRAZIONE  ,  Lustralio.  A- 
spersioni,    suffumigi,    sacrifizi  di  e- 
spiazione,  ed    altre   cerimonie  colle 
quali  si  purificavano  i  luoghi  e  le 
persone  immonde.    I    pagani  e  gli 
ebrei  avevano   le    loro    lustrazioni, 
e  ve  n'erano  di  tre    sorta  presso  i 
primi.  Alcune   fàcevansi  coli'  acqua 
lustrale,  colla  quale  si  aspergevano 
quelli  che  si    volevano    purificare; 
altre  col  fuoco  e  col  zolfo;  ed  al- 
tre per    mezzo  dell'  aria    che  si   a- 
gilava  all'intorno  della  cosa  che  si 
•voleva    purificare.    I  pagani    chia- 
mavano  giorno    lustrale ,  clies    In* 
stricus,  quello  nel  quale  si    faceva- 
no le  lustrazioni  sopra  un  fanciul- 
lo, e  gli  si  dava  un  nome,  vale    a 
dire  il  nono    dopo    la  sua    nascita 
pei  maschi,  e  1'  ottavo  per  le  fem- 
mine.   Lustrazioni    fra  i  gentili  fu- 
rono pur  chiamati  gli    augurii,  gli 
incanti    e     le     divinazioni:     famose 
furono  le  lustrazioni  e  purificazioni 
degli  egiziani  ;  ve  ne   furono  pub- 
bliche e  privale.  Le  lustrazioni  che 
fàcevansi  per  le  persone,  erano  pro- 
priamente   espiazioni,  e    la  vittima 
che  in  quello  occasioni  s' immolava 
chiamavasi    vidima  piacularis.  Dio 
ordinò    a  Mosè    di    separare    i  le- 
viti di  mezzo    ai  figliuoli  d' Israele 


LUT 

o  (li  purificarli  coli'  acqua  di  lu- 
strazione. Quest'acqua  era  una  spe- 
cie di  lisciva,  che  facevasi  gettando 
nell'acqua  pura  una  piccola  quan- 
tità della  cenere  di  una  vacca  ros- 
sa immolata  nel  giorno  della  so- 
lenne espiazione.  Si  aspergevano 
coli'  acqua  stessa  le  persone  e  le 
cose  che  avevano  contratta  qualche 
immondezza  all'occasione  d'un  mor- 
to. Chiamavasi  lustrazione  eziandio 
quanto  praticavasi  allorché  un  leb- 
broso era  guarito  dalla  lebbra.  Si 
usò  della  parola  lustrare,  anche 
parlando  della  consecrazione  che  i 
genitori  facevano  de'  loro  figli  in 
onore  del  falso  Dio  Moloch. 

LUTERANI  e  LUTERO.  Chia- 
masi luterano  colui,  il  quale  pro- 
fèssa il  luteranismo  o  sia  l'erronea 
dottrina  di  Martino  Lutero,  famoso 
eresiarca,  ed  il  piti  celebre  nova- 
tore religioso  del  secolo  XVI,  che 
ne  produsse  un  numero  grandissi- 
mo, per  fatale  disgrazia  di  gran 
parte  del  cristianesimo.  I  luterani 
sono  divisi  in  molte  sette,  e  que- 
ste in  miti ,  rigidi  e  misti,  il  cui 
novero  riporta  il  p.  ab.  Biagi  an- 
notatore del  Bergier,  Dizion.  enci- 
clopedico, all'  articolo  Lutero:  ri- 
porteremo il  nome  delle  principa- 
li. Luterani  rigidi,  che  seguono  al- 
la lettera  la  dottrina  di  Lutero  ;  i 
moderati,  che  la  rendono  meno  se- 
vera ;  gli  antinomiani  ;  gli  adiafo- 
risti  e  gli  antidiaforisti;  gli  antisa- 
mapriani  ;  gli  arabonari  ;  gli  an- 
tisvendfeldiani  o  meglio  antisch- 
wenckfeldiani;  gli  antosandrini  ;  gli 
anticalvinisli  ;  gli  anmetisti;  i  bissa- 
cramentari  ;  i  trissacramentari  ;  i 
quadrisacramentari  ;  i  confessioni- 
sti detti  miriciani  ;  i  confessionisti 
ostinati;  i  recalcitranti  ;  gl'inferani  ; 
i  majoristi  ;  gl'impositori  di  mani; 
i    modiosandiini;    gli    osiandrini  ;  i 


LUT  LUT                   181 

samosatensi  ;  i  suffeldiani  ;  gli  Imo-  Sassonia-Meiningen,  Sassonia-  Alten- 
nanriani;  i  zuingliani  semplici;  i  bourg,  Sassonia- Weimar-Eisenac,  dei 
zuingliani  significativi  ;  i  luterò-  conti  di  Waldeck,  Wurtemberg,  ec. 
zuingliani;  i  carlostaziani;  i  tropisti  Inoltre  i  luterani  sono  propagati 
evargiei;  i  suffeldiani  spirituali;  i  anche  in  altre  parti  del  mondo, 
servetiani  ;  i  davidici  o  davidico-  massime  in  America.  Vedi  Maim- 
georgiani;  i  mennoniti;  i  luterò-  bourg,  Storia  del  luteranismo', 
calvinisti;  i  lutero-papisti;  i  Iute-  Bernini,  Storia  dell'eresie;  ed  Her- 
ro-osiandrini,  ed  alcuni  altri  com-  mant,  Storia  dell'eresie.  Seekndorf 
posti.  Degli  eretici  appellati  in  gè-  ci  ha  dato  la  grande  opera:  De 
nere  evangelici,  alcuni  sono  luterani,  lutheranismo  .  Quanto  poi  all' in- 
altri semi-luterani,  alcuni  anti-lute-  troduzione  del  luteranismo  nei  men- 
rani,  ed  altri  anti-cristiani.  De'semi-  tovati  slati,  iu  altri  non  citati  e 
luterani  alcuni  confermano  le  loro  nelle  principali  città  massime  se 
opinioni  coi  testi  di  Lutero,  ed  vescovili,  se  ne  tratta  ai  rispettivi 
altri  pongono  in  armonia  le  opi-  articoli.  V.  Protestanti  e  GlH- 
nioni  altrui  per  mezzo  delle  sen-  mania,  non  che  tutti  gli  articoli 
tenze  di  Lutero  stesso.  Degli  anti-  che  possono  riguardare  i  lutera- 
1 utera  ni  alcuni  dissentono  da  Lu-  ni  ed  i  loro  errori.  Molte  delle 
tero  iti  molti  articoli,  e  si  divido-  tante. conversioni  seguite  dalla  pre- 
no  in  molte  sette.  Fra  gli  anti-cri-  tesa  riforma  sino  ad  oggi,  sono  pure 
stiani  alcuni  rovesciano  quasi  tutta  memorate  in  diversi  luoghi,  a  gio- 
ia fede,  ed  altri  tutta  affatto  la  ria  del  cattolicismo  e  di  quelli  che 
sovvertono.  Di  tutte  le  mentovate  vi  fecero  ritorno, 
specie  di  luteranismo,  la  maggior  Martino  Lutero  nacque  il  gior- 
parte  delle  quali  hanno  articoli  in  no  io  novembre  1 4^4  m  Islebe 
questo  Dizionario  o  se  ne  parla  in  o  Eisleben,  città  della  contea  Man- 
altri,  alcune  ritengono  meno  erro-  sfeld  in  Turingia,  paese  della  Sas- 
ri  della  loro  istituzione,  altre  cani-  sonia,  da  Giovanni  Luder  o  Lau- 
darono molti  punti  ed  altre  gli  ac-  iher  o  Loter,  uomo  di  bassa  con- 
crebbero, e  generalmente  oggidì  più  dizione  che  lavorava  nelle  miniere, 
non  badano,  al  domina  di  Lutero  Dopo  aver  finiti  i  suoi  studi  di 
intorno  al  libero  arbitrio,  la  pie-  grammatica  in  Maddeburgo,  ed  in 
destinazione  e  la  grazia,  anzi  lo  Eisenac,  ove  per  bisogno  andò  meu- 
confutano  fortemente.  All'  articolo  dicando  il  pane  di  porta  in  porta,  can- 
Evangelico,  dicemmo  quali  sono  gli  tando  cantici  e  canzoni  per  ecci- 
stati  che  in  Europa  seguono  la  tare  la  carità,  passò  a  studiare  la 
prelesa  religione  riformata  dei  prò-  filosofia  in  Erfurt.  La  sua  prima 
testanti  chiamati  evangelici  ;  se-  vocazione  fu  quella  del  foro,  pel 
guono  poi  nell'Europa  il  luterani-  quale  mostrava  felici  disposizioni, 
sino  i  seguenti  stati.  Brunswick- Wol-  In  quella  università  nel  i5o5  ot- 
fenbutlel,  Danimarca,  Holstein-Son-  tenne  il  grado  di  maestro  di  filo- 
derbourg,  Holsteiu-Schleswig,  Assia  sofia;  ma  la  sua  immaginazione 
granducale,  Holstein-Gottorp,  Meck-  pronta  ad  accendersi,  rimasta  es- 
lenbourg,  Nassau- Usingen,  Heuss-  sendo  colpita  dal  funesto  accidente 
Schleiz,  Schwarzbourg,  Svezia,  Noi-  di  un  amico  uccisogli  a  lato  da  un 
vegia,  Sassonia    (Joburgo  e  Gotha,  fulmine,  fece  nascere  nella  sua  men- 


18*  LUT 

te  tlcllc  triste  riflessioni,  che  l' in- 
dussero a  chiudersi  nel  convento 
dagli  agostiniani  di  Erfurt,  ad  ou- 
la  che  i  suoi  genitori  ed  amici  a- 
vesscro  procuralo  distorto.  Il  primo 
suo  fervore  per  le  osservanze  reli- 
giose, e  pel  digiuno  particolarmen- 
te, fu  sì  ardente  che  spesso  passò 
ilei  giorni  senza  mangiare  e  senza 
bere.  Mandato  dai  suoi  superiori, 
onde  studiasse  la  teologia  nella  nuo- 
va università  di  Witlemberga,  l'ap- 
plicazione sua  ed  i  suoi  talenti  il 
fecero  seegliere  per  uno  de'  profes- 
sori dell'università.  Nel  i5io  sot- 
to il  pontificato  di  Giulio  li,  fu 
inviato  a  Roma  per  gli  affari  del 
suo  ordine,  ove  concepì  qualche 
avversione  contro  il  capo  della  Chie- 
sa e  la  sua  corte.  Tornato  in  Sas- 
sonia, piacquero  talmente  i  suoi  ser- 
moni all'elettore  Federico,  che  vol- 
le supplire  alle  spese  pel  suo  ad- 
dottoramento nel  i5i2.  Fino  allora 
Lutero  veuiva  tuttavolta  tenuto  per 
un  zelantissimo  dell'autorità  del  Pa- 
pa, e  per  quei  punti  di  dottrina  e  di- 
sciplina, contro  i  quali  si  scagliò 
dappoi  con  tanta  violenza.  Soleva 
dire  che  trovavasi  disposto  a  por- 
tare le  prime  legna  per  far  ab- 
bruciare Erasmo  (Vedi),  il  quale 
in  dispregio  dell'autorità  pontificia 
aveva  osato  di  scrivere  contro  la 
messa,  contro  il  celibato  degli  ec- 
clesiastici ,  e  contro  T  invocazione 
de'santi.  La  lettura  de'libri  di  Gio- 
vanni Huss  non  tardò  ad  ispirar- 
gli del  disgusto  per  le  vane  sotti- 
gliezze e  per  la  burbera  favella 
degli  scolastici  del  suo  tempo,  disgu- 
sto che  a  poco  a  poco  si  convertì 
iu  un  odio  ognora  crescente  per  le 
pratiche  della  Chiesa.  Intraprese  per- 
tanto di  spianarsi  una  nuova  stra- 
da, e  la  natura  gli  avea  dato  tut- 
ti i  mezzi  di    riuscirvi.  Un    carat- 


LUT 

fere  impetuoso,  suscettivo  ad  ap- 
passionarsi fortissimamente  per  un 
ometto,  e  di  abhandonarvisi  onni- 
namente, senza  voler  ascollar  nul- 
la di  quanto  avrebbe  potuto  ricon- 
duco a  parliti  moderati;  un'  im- 
maginazione ardente,  uno  spirito 
nudrito  dallo  studio  ,  un'eloquenza 
naturale,  una  voce  forte,  robustissi- 
mo petto,  una  penna  instancabile; 
quella  facilità  di  parlare  cui  dan- 
no la  violenza  e  T  entusiasmo  ;  da 
ultimo  la  pertinacia  che  irrita  del- 
le contraddizioni;  tali  sono  le  qua- 
lità e  i  difetti,  che  assicurando  a 
Lutero  successi  di  cui  il  lusingava 
il  suo  orgoglio,  lo  rendevano  più 
ardilo  e  più  intraprendente. 

Fino  dal  i5i6  annunziò  in 
pubbliche  tesi  i  germi  de'  nuovi 
donimi  cui  sostenne  poscia  con 
tanta  pubblicità  e  romore.  Non  es- 
sendo intanto  sufficienti  i  tesori  del- 
la camera  apostolica  per  proseguire 
la  sontuosa  riedificazione  della  ba- 
silica vaticana  incominciata  da  Giu- 
lio li,  il  successore  Leone X,  come 
erasi  praticato  in  altri  casi,  ricorse 
alla  generosità  de'  fedeli  per  le 
oblazioni,  col  premio  della  santa 
Indulgenza  (Fedi),  mentre  l'Euro- 
pa era  tranquilla,  e  tutti  i  cristia- 
ni vivevano  nella  comunione  e 
sotto  T  obbedienza  della  Chiesa  ro- 
mana. Il  Papa  ordinò  pertanto  al 
cardinal  Alberto  di  Brandeburgo 
arcivescovo  di  Magonza,  che  per 
mezzo  di  zelanti  predicatori  faces- 
se promulgar  le  indulgenze  per  la 
Germania.  Alberto  si  servì  de' soli 
religiosi  domenicani,  incaricandone 
il  p.  Giovanni  Tetzel  inquisitore, 
il  quale  avea  fatto  altrettanto  pei 
cavalieri  teutonici  nella  guerra  coi 
turchi;  quindi  falsamente  asserì  il 
Soave,  che  questa  incombenza  fos- 
se privativa   degli    agostiniani.  Dis- 


LUT 

graziatamente  nel  1 5 1 7  il  p.  Gio- 
vanni Staupitz  vicario  generale  de- 
gli agostiniani,  commise  a  Lutero 
di  difendere  il  suo  ordine,  contro 
quello  di  s.  Domenico,  sul  diritto 
di  predicare  silFatle  indulgenze  . 
Lutero  non  contento  di  sostenere 
le  pretensioni  dell'  ordine  agosti- 
niano, nella  vigilia  o  nel  dì  d'O- 
gnissanti incominciò  co'suoi  sermoni 
ad  oppugnare  l'abuso  delle  indul- 
genze, indi  pubblicò  un  program- 
ma contenente  c)5  proposizioni,  le 
quali  combattendo  direttamente  le 
indulgenze,  die  principio  alla  fune- 
sta e  lagrimevole  epoca  de'  suoi 
perniciosissimi  errori.  Il  p.  Tetzel 
vi  rispose  con  altro  programma 
più  diffuso;  poi  deponendo  la  sua 
qualità  di  parte,  per  assumere 
quella  di  giudice,  fece  ardere  co- 
me inquisitore  della  fede,  il  pro- 
gramma del  suo  competitore ,  i 
cui  discepoli  usarono  rappresaglie 
dando  alle  fiamme  i\  suo.  Per 
mala  sorte  fu  tale  evento  come  u- 
na  dichiarazione  di  guerra,  dap- 
poiché si  vide  tosto  una  quanti- 
tà di  teologi  ingerirsi  nella  dispu- 
ta. Lutero  profittò  accortamente 
delle  esagerazioni  de'suoi  avversari 
sull'autorità  del  Papa,  mentre  scri- 
veva a  Leone  X  lettere  sommes- 
se e  rispettose,  supplicandolo  a  non 
lasciarsi  preoccupare  dai  suoi  ne- 
mici. Fin  allora  quel  fuoco  era  u- 
na  scintilla  facile  ad  estinguersi, 
ma  alcuni  principi  della  Germania 
avendo  tolto  a  pretesto  tali  novità 
pei  loro  interessi  particolari,,  si  vi- 
de in  breve  tempo  diffondersi  l'in- 
cendio nella  maggior  parte  degli 
stati  del  settentrione,  e  la  Francia 
non  andò  del  tutto  immune  dalla 
combustione.  Leone  X,  d'un  carat- 
tere inclinato  alla  dolcezza,  tenne 
in  principio   che    tali  dispute   fosse 


LUT 


i83 


una  semplice  contesa  di  corpora- 
zione, alla  quale  non  bisognava  da- 
re troppa  importanza  facendovi  in- 
tervenire 1'  autorità.  L'  imperatore 
Massimiliano  I  avendo  però  veduto 
nel  discredito  delle  indulgenze  la 
privazione  di  un  mezzo  sul  quale 
avea  calcolato  per  fare  la  guerra  ai 
turchi,  ne  fece  rimostranza  al  Pon- 
tefice ,  e  questi  rimeritò  il  zelo 
del  principe ,  col  donativo  dello 
stocco  e  berrettone   benedetti. 

Le  proposizioni  erronee  di  Lute- 
ro, sulla  materia  della  giustificazio- 
ne e  su  quella  def sacramenti,  erano 
d'altronde  d'un  tenore  da  rendere 
il  suo  apparente  zelo  sospetto.  Leo- 
ne X  avendolo  invano  citato  in 
Roma,  rimandò  l'affare  al  domeni- 
cano cardinal  de  Vio  detto  Gae- 
tano suo  legato  alla  dieta  d'Augii? 
sta,  siccome  esperto  politico  e  dot- 
to teologo.  Gli  commise  di  ottene- 
re da  Lutero  pubblica  ritrattazione, 
e  in  caso  di  rifiuto  di  assicurarsi 
della  sua  persona,  e  di  farlo  tra- 
durre in  Roma,  come  pure  di  pre- 
sentare all'elettore  di  Sassonia  la 
rosa  d'oro  benedetta,  pregandolo 
mettere  un  argine  al  nuovo  fana- 
tico eresiarca.  Lutero  costretto  dal- 
l'elettore di  Sassonia,  suo  protetto- 
re, di  comparire  al  cospetto  del 
cardinale,  gli  tenne  testa  in  due 
conferenze  particolari,  e  si  ostinò 
sempre  a  chiedere  una  discussione 
pubblica.  Il  cardinale  riguardando 
come  disdicevole  al  suo  carattere 
il  discendere  sui  banchi  per  cimen- 
tarsi con  un  semplice  religioso,  gli 
lasciò  scorgere  1'  oggetto  ulteriore 
della  sua  commissione.  Il  nova- 
tore temè  la  sorte  di  Huss  e  fug- 
gì segretamente,  dopo  di  aver  fatto 
affiggere  un  atto  con  cui  ricusava  per 
giudice  il  suo  competitore  come  an- 
tico generale  de'domenicani  ,  e  col 


i84  LUT  LUT 
quale  si  appellava  dal  Papa  mule  mezzo  a  tale  nuova  falla.ee  dot- 
infòrmato,  al  Papa  megfio  informa-  trina,  i  beni  immensi  donuti  alla 
to.  L'elettore  di  Sassonia  avea  da  Chiesa,  tanti  ducali,  contee,  abba- 
principio  protetto  Lutero  come  un  zie,  grandi  feudi,  decime,  stavano 
professore  celebre  che  dava  risai-  per  rimanere  senza  legittimi  pos- 
to alia  sua  università  nascente;  in  sessori,  e  motivo  era  questo  uno 
seguito  prese  gusto  per  la  sua  dottri-  de'più  efficaci  per  acquistare  zelan- 
na,  e  ne  divenne  difenditore  contro  ti  partigiani  tra  i  principi,  i  magi- 
le  stesse  potenze.  -L'università  di  strati  ed  il  popolo,  perchè  inse- 
Wi Itera berga  convenne  ne'suoi  sen-  gnava  che  la  Chiesa  non  poteva 
tinnenti.  Baldanzoso  di  tali  conqui-  possedere. 

ste,  Lutero  scrisse  al  Papa,  ai  nun-  Dei  sette  sacramenti  conservò 
zi,  ai  principi,  a  Francesco  I  re  di  soltanto  il  battesimo  e  l'Eucaristia, 
Francia,  ed  a  Carlo  V  imperato-  togliendo  anche  al  sacrifizio  della 
re,  con  un  misto  di  pieghevolezza  messa  la  qualità  di  essere  propi- 
e  di  audacia,  che  annunziava  pari  ziatorio  pei  vivi  e  pei  morti;  ne- 
orgoglio  ed  inquietudine:  tolse  sopra  gando  la  transustanziazione,  peroc- 
pgni  cosa  a  guadagnarsi  il  popolo,  che,  confessando  la  presenza  reale, 
e  per  piacergli  non  serbò  né  mi-  diceva  che  il  pane  ed  il  vino  resta- 
sura,  né  decenza  ne'  suoi  scritti,  vano  dopo  la  consacrazione  ,  del 
con  comparazioni  ributtanti.  Ag-  pari  che  il  fuoco  in  una  massa  di 
giunse  ingiurie  grossolane ,  amari  ferro  rovente  ,  e  1'  acqua  in  una 
scherzi,  indecenti  facezie  ,  contro  spunga.  Sostenne  che  V  uomo  si 
chi  non  andavagli  a  sangue,  non  giustifica  colla  sola  fede;  che  il 
risparmiando  Enrico  Vili  re  d'In*  libero  arbitrio  ebbe  fine  nel  primo 
ghilterra,  eh'  era  entralo  in  lizza  peccato;  che  le  indulgenze  non  gio- 
con  lui.  Lutero  con  le  usate  sue  vano  all'anima;  che  non  vi  è  pur- 
esagerazioni,  dipinse  con  negri  co-  galorio  ;  che  per  mezzo  de'sagra- 
Jori  la  corte  romana,  impudente-  menti  non  si  conferisce  la  grazia; 
mente  qualificandola  grande  prosti-  che  i  peccati  quando  sono  perdo- 
tuta;  chiamò  i  prelati  lupi  voraci,  nati  non  si  estinguono,  ma  soltan- 
ed  i  religiosi  farisei  e  sepolcri  ini-  to  non  s'imputano.  Non  ammetteva 
biancati.  Talvolta,  assumendo  lo  la  parola  Trinità  ;  diceva  che  l'u- 
slile  de' profeti,  osò  minacciare  dei  manità  di  Gesù  Cristo  era  da  per 
giudizi  di  Dio  coloro  che  ricusa-  tutto  ;  che  l'anima  di  Gesù  Cristo 
vano  di  sottomettersi  al  suo  nuo-  avea  sofferto  le  pene  dei  dannati 
vo  vangelo.  I  precetti  della  Chiesa,  nell'inferno;  che  si  dovevano  abo- 
ia legge  del  celibato  ecclesiastico,  lire  le  feste ,  tranne  la  domenica; 
i  voti  monastici ,  l'astinenza  dalla  che  non  si  dovevano  ritenere  per 
carne,  l'invocazione  e  la  venerazio-  veri  i  libri  di  Tobia  e  di  Gradit- 
ile de' santi,  la  gerarchia  ecclesia-  ta,  molli  capitoli  di  quello  di  Ester, 
stica,  ec.  non  gli  sembravano  che  il  libro  di  Giobbe  ,  l'Ecclesiaste, 
ornamenti  superflui  d'un  edilìzio  la  Sapienza,  i  Maccabei,  l'epistola 
gotico  dannato  alla  distruzione;  di  s.  Paolo  agli  ebrei,  quella  di 
secondo  lui  non  faceva  più  d'uopo  s.  Giacomo,  la  seconda  di  s.  Pie- 
ne di  Papa  ,  ne  di  cardinali,  né  Irò,  le  due  ultime  di  s.  Giovanni, 
di  abbati,    né    di  superiori  ec.    In  quella  di  s.   Giuda    e  1'  Apocalisse. 


LUT 

Pretendeva  che  nessun  peccato  po- 
tesse dannar  l'uomo,  e  non  esser- 
vi altro  peccato  che  l'incredulità. 
Negava  l'infallibilità  non  solo  della 
Chiesa,  ma  pure  dei  concilii  gene» 
rali;  negava  la  penitenza,  {'  esame 
di  coscienza,  la  confessione,  il  cul- 
to e  l'uso  delle  sacre  immagini. 
Insegnava  che  i  laici  al  pari  dei 
dottori  avevano  diritto  d'interpre- 
tare la  Scrittura;  che  l'anima  non 
era  immortale,  e  ch'essa  trasmet- 
te vasi  per  mezzo  della  generazione; 
che  Dio  era  l'autore  di  tutti  i 
mali.  Faceva  consistere  tutta  la 
penitenza  in  una  nuova  vita;  dice- 
va che  la  legge  evangelica  non 
conteneva  alcun  precetto;  che  il 
Papa  era  un  tiranno,  le  di  cui 
scomuniche  doveansi  ricevere  con 
piacere;  che  i  comandamenti  di 
Dio  erano  impossibili  ad  osservar- 
si ;  che  tutti  i  cristiani ,  senza  ec- 
cettuare le  donne,  erano  egualmen- 
te preti  ;  che  la  mendicità  religio- 
sa era  una  cosa  esecrabile.  Onde 
produrre  una  rivoluzione  nella  Chie- 
sa, Lutero  insegnò  che  Iddio  solo 
ha  il  diritto  d'  imporre  leggi  ai 
cristiani  ;  che  le  sue  volontà  regi- 
strate ne' libri  santi,  vi  si  trovano 
adatte  all'intelligenza  de'piìi  sempli- 
ci ;  che  nessuna  autorità  sulla  terra 
è  infallibile,  né  ha  il  diritto  di 
sottomettere  le  coscienze.  In  virtù, 
della  pretesa  sua  missione  che  pa- 
reva affidatagli  dal  cielo,  predicava, 
visitava,  correggeva,  sopprimeva  ce- 
rimonie, ne  istituiva  altre,  creava, 
cacciava  i  pastori.  La  sua  imma- 
ginazione focosa  riscaldò  gli  spi- 
riti, comunicò  il  suo  entusiasmo, 
fu  riguardato  come  un  aposto- 
lo ,  e  distaccò  miseramente  una 
gran  parte  della  Germania  dal- 
la comunione  cattolica  della  Chie- 
sa romana,  fuori  della  quale  in  ve- 


LUT  i85 

ce  non  avvi  salvezza,  ma  sempiter- 
ne pene. 

La  prima  censura  di  tante  ri- 
provevoli innovazioni,  parti  dall'u- 
niversità di  Colonia.  Leone  X  pub- 
blicò alla  fine  la  sua  bolla,  Exur- 
gè  Domine,  de'  i5  giugno  i52o, 
"stesa  dal  cardinal  Accolti  d'Arez- 
zo, Bull.  t.  II,  p.  6i4,  con  la 
quale  scomunicò  Lutero,  lo  dichia- 
rò eretico  e  condannò  XLI  propo- 
sizioni, facendo  bruciare  in  Roma 
i  libri  dell'eresiarca  ,  fra'  quali  uno 
de'  più  pestiferi  e  perniciosi  fu 
quello:  De  vita  conjugali.  Con 
questo  Lutero  si  procacciò  l'animo 
de'  sacerdoti ,  religiosi  e  monache 
incontinenti  del  suo  tempo,  inse- 
gnando loro  che  tutti  erano  obbli- 
gati al  matrimonio ,  malgrado  i 
voti  che  glielo  impedivano  :  con  ta- 
le malvagia  dottrina  ,  e  poi  coll'e- 
sempio  slesso  di  Lutero,  gran  nu- 
mero di  ecclesiastici  secolari  e  re- 
golari,- e  religiose,  si  dierono  in 
preda  ad  una  sfrenatissima  disone- 
stà. Secondo  questo  eresiarca ,  la 
poligamia  era  una  cosa  permes- 
sa, del  pari  che  il  divorzio.  Si 
deve  notare  che  allorquando  Leo- 
ne X  condannò  i  suoi  errori,  non 
erano  tutti  gli  enumerati  pubblica- 
ti poi  da  Lutero;  essi  sono  innu- 
merabili ,  essendo  gli  accennati  i 
soli  principali.  Eckio  nunzio  apo- 
stolico presso  le  corti  di  Germania 
per  far  eseguire  la  bolla  di  Leo- 
ne X,  raccolse  quante  opere  potè 
trovare  di  Lutero,  e  le  fece  ardere 
con  grande  apparato  nelle  città 
principali.  Lutero  usò  rappresaglie: 
ai  i5  di  dicembre  dello  stesso  an- 
no, dopo  di  avere  sparso  un  nuo- 
vo scritto  in  cui  il  Papa  era  trat- 
tato da  empio  e  da  anticristo  , 
diede  alle  fiamme  nella  pubblica 
piazza  di  Witlemberga  la  bolla,  le 


186  LUX 

decretali,  e  la  raccolta  di  tulli-  In- 
decisioni della  santa  Sede.  La  me- 
desima iniqua  scena  avvenne  a 
Lipsia  ed  in  altre  città  dove  già 
sventuratamente  prevaleva  il  nuo- 
vo vangelo.  Tale  audacia  che  in 
Lutero  era  un  effetto  del  suo  per- 
verso carattere  sempre  inclinato 
ai  partiti  violenti,  riuscì  per  gli 
eventi  un  atto  di  politica  vantag- 
gioso alla  sua  causa.  Il  popolo 
vedendo  ardere  la  bolla  di  un  Pon- 
tefice da  un  semplice  religioso  , 
perdette  lo  spavento  che  prima 
gì'  incutevano  i  decreti  pontificii,  e 
la  fiducia  che  avea  posta  sino  al- 
lora sulle  indulgenze.  Leone  X 
pubblicò  ai  3  gennaio  i52i  una 
seconda  bolla,  la  quale  non  fece 
più  frutto  della  prima,  in  essa 
pure  scomunicando  e  dichiarando 
eretici  Lutero,  ed  i  suoi  fautori  e 
seguaci.  Indi  ricolmò  di  elogi  En- 
rico Vili  re  A* Inghilterra  (Fedi), 
perchè  come  dicemmo  a  queir  arti- 
colo, contro  il  pessimo  libro  di  Lu- 
tero ,  De  caplivilate  Babilonica, 
scrisse  quello  intitolato,  De  septem 
sacranientis,  concesse  l'indulgenza 
a  chi  Io  leggeva,  ed  ornò  il  reale 
autore  della  qualifica  di  Difensore 
della   Chiesa. 

Nello  slesso  anno  i52i,  Lutero 
ottenne  da  Carlo  V  un  salvocondot- 
to  per  recarsi  alla  diela  di  Worms, 
nulla  spaventandolo  i  riflessi  che 
gli  facevano  gli  amici,  a'  quali  ri- 
spose ,  che  sebbene  vi  trovasse  tanti 
diavoli  quante  sono  le  tegole  delle 
case,  gli  affronterebbe  con  animo 
costante.  In  fatti  non  avea  a  teme- 
re, annoverando  ormai  tra  i  suoi 
proseliti  l'elettore  di  Sassonia,  al- 
cuni principi,  e  vari  deputati  delle 
città  imperiali.  Questo  apostata  due 
anni  prima  non  avea  mezzi  di  pren- 
dere un  cavallo  a  nolo  per  trasfe- 


LUT 
i irsi   in   Augusta;  divenuto  il   mal- 
augurato apostolo  ed  il  legislatore 
della  sovvertita   Germania,    si    fece 
allora  scortare  da    cento    gentiluo- 
mini armati  di   tutto  punto.  Il  suo 
ingresso  a  Worms  fu  trionfale,  in 
mezzo  ad  un    concorso    prodigioso 
attirato  dalla  sua    riputazione.    In- 
trodotto nell'assemblea  ,    riconobbe 
le  sue  opere,  e  protferse  di  difen- 
dere le  sue  opinioni  in    una    pub- 
blica conferenza  che  gli  fu    ricusa- 
ta.   Carlo    V    non  potendo    obbli- 
garlo, ne  per  minacce,  né  per  ca- 
rezze a  ritrattarsi,  gli  assegnò  ven- 
tun  giorni  per  ritirarsi    dove    giu- 
dicasse conveniente;  e  trascorso  ta- 
le   termine,    Lutero    fu    messo    al 
bando   dell'  impero ,    e    secondo  la 
sentenza  del  Papa  fu  dichiarato  per 
notoriamente  eretico,    mentre  i    di 
lui  complici,  aderenti  e  fautori  sa- 
rebbero soggetti  a  processo  ed  al- 
la confisca  de'  beni.  Ma    l' elettore 
e    duca    di    Sassonia    Federico ,    a 
fronte    del    divieto    del    bando,  gli 
avea  dato  asilo  nel  castello  di  Warl- 
burg,  che  venne   poi  chiamato    da 
Lutero  il  suo  Patmos,  presso    Ei- 
senac,  dove  restò  celato  più  di  no- 
ve mesi,  sempre  ben  trattato,  scri- 
vendo sempre,  e  mostrando  di  aver 
grato    tale    ricovero.    Vi    si    lasciò 
crescere  la  barba,  e  dicesi    che  ivi 
ebbe,  come  pure  già  nel  suo   con- 
vento di  Erfurt,  spesse  fiate  segre- 
te conferenze  notturne  col  demonio, 
che  terminarono  coll'abolizione  del- 
le messe    private.    Tali    conferenze 
ch'egli  afferma  nelle  sue  opere,  si 
vollero  impugnare  dai  suoi  discepoli. 
Nel   medesimo    ritiro    intraprese    e 
compi  la  sua  versioue    del    Nuovo 
Testamento,  nella  quale  sostituisce 
sovente  al  testo  i  suoi  propri  pen- 
sieri, facendo  una  parafrasi  piutto- 
sto che  una  traduzione;    la    quale 


LUT 

traduzione  fu  indi  da  lui  termina- 
ta nel  coli  vento  di  Witteuaberga  , 
e  narrasi  che  il  demonio  gli  por- 
tasse perciò  tanto  odio,  ch'egli  un 
giorno  gli  gettasse  in  fronte  il  ca- 
lamaio, in  guisa  tale  che  rimase 
una  macchia  nera  sul  muro  della 
sua  camera.  Tale  macchia  si  vede 
ancora,  e  venne  sempre  annuii  ala 
dai  seguaci  della  credenza  lutera- 
na. Quando  Pietro  I  il  Grande  czar 
della  Moscovia  visitò  nel  171  1  la 
casa  dì  Lutero  in  Willem berga , 
gli  fu  mostrata  la  delta  macchia  , 
e  pregato  gentilmente  dai  ministri 
luterani  di  onorare  questo  per  loro 
venerando  sito  col  suo  proprio  ca- 
rattere, scrisse  egli  sotto  quella 
macchia  con  creta  le  seguenti  pa- 
role, con  sorpresa  non  che  vergo- 
gna di  tutti  gli  astanti  :  /'  inchio- 
stro è  fresco,  e  tutta  onesta  storia 
una  favola  j  e  da  questo  momen- 
to sparì  ogni  credenza  a  sì  falla 
misteriosa  macchia.  Veggasi  f  ita 
di  Pietro  I  il  Grande  ,  scritta  dal 
dott.  K.  F.  Reiche,  Lipsia  184 1 
pag.    139. 

Nel  medesimo  soggiorno  Lutero 
si  applicò  altresì  a  raccozzare  i 
membri  sparsi  della  sua  prete- 
sa riforma,  per  formarne  un  com- 
plesso sistematico;  ma  il  metodo 
non  era  ancora  nato,  ed  egli  non 
aveva  la  fòrza  d'ingegno  capace 
di  produrlo.  Intanto  essendo  morto 
Leone  X,  fu  con  generale  sorpresa 
eletto  a'  ()  gennaio  \5t.i  Adriano 
VI,  cardinale  sconosciuto  e  dimo- 
rante nella  Spagna,  olandese  e  di 
bassa  nascita.  Essendo  egli  autore- 
vole nella  corte  cesarea,  come  sta- 
to maestro  di  Carlo  V,  i  cardinali 
sperarono  colla  sua  esaltazione  ve- 
der abbattuta  V  empietà  luterana  , 
eh'  era  appunto  l'affare  che  allora 
avesse  la  Chiesa  di  maggior  iuinor- 


LUT  187 

taira.  Recatosi  in  Roma  Adriano 
VI,  si  occupò  della  riforma  della 
corte,  i  cui  pretesi  ed  esagerati  a- 
busi  tanto  decantavano  i  novatori, 
affine  d'  infamare  la  Sede  apostoli- 
ca. Fu  quindi  parchissimo  in  con- 
cedere indulgenze,  e  dando  opera 
all'estinzione  della  deplorabile  ere- 
sia luterana,,  dopo  aver  seri  Ito  mol- 
ti brevi  ai  priueipi  cristiani  per 
esortarli  alla  pace,  mandò  suo  nun- 
zio il  dotto  vescovo  di  Teramo 
Fi'ancesco  Cheregato  vicentino  alla 
dieta  di  Norimberga,  per  lagnarsi 
della  libertà  che  veniva  accordata 
a  Lutero,  ed  in  essa  fu  determina- 
to di  mettere  in  esecuzione  i  de- 
creti di  Leone  X  e  di  Carlo  V 
contro  Lutero,  il  quale  non  mo- 
strava farne  conto,  siccome  spalleg- 
giato da  molli  principi  cui  conce- 
deva la  possessione  de'  vescovati  e 
la  maggior  parte  de'  beni  ecclesia- 
stici :  inoltre  i  medesimi  principi 
secolari  slesero  una  lunga  memo- 
ria dei  motivi  che  avevano  di  la- 
gnarsi della  corte  di  Roma  e  con- 
tro gli  ecclesiastici  ;  ridussero  la  me- 
moria a  cento  capi,  ai  quali  die- 
dero il  titolo  di  Cenlum  gravami- 
na3  e  la  spedirono  al  Papa.  Pel 
medesimo  nunzio  mandò  Adriano 
VI  un  paterno  breve  al  duca  ed 
elettore  di  Sassonia  Federico,  nel 
quale  rammentandogli  la  pietà  dei 
suoi  maggiori,  l'esortava  ad  abban- 
donare il  perfido  eresiarca  e  ritor- 
nare al  grembo  della  Chiesa.  Nel 
i5i3  gli  successe  Clemente  VII. 

Lutero  continuò  a  portare  1'  a- 
bilo  di  religioso  agostiniano ,  ad 
onta  della  sua  prevaricazione,  sino 
al  i52  3  in  cui  lo  depose  ed  assun- 
se l'abito  di  dottore.  Allorché  Car- 
lo V  si  recò  nella  Scagna,  Lutero 
uscì  dal  castello  di  Wartburg  ve- 
stilo con  la  corazza,,  la  spada,    gli 


i88  LUT  LUT 

stivali  e  gli  speroni,  sotto  il  nome  approvarlo.    La    pubblicazione    del 

tli  cavaliere    Giorgio,  e    andò   per  piano  ollese  tutti  i  principi  e  tutti 

tutta  la  Germania,    onde    funesta-  i   vescovi,  ed  il  disgusto  si  accreb- 

mente  propagarvi  il  suo  nuovo  e-  be  per  le  lettere  imperiose  di  Car- 

vangelo.  Bodenstein    e    Muncer ,  i  lo    V.    Indi    si  adunò   la  dieta    di 

quali    aspiravano    a    farsi    capi    di  Spira,  in  cui  si    trattò  di  celebrare 

setta,  furono  perseguitati.   I  princi-  un  concilio  in  Germania  e  poi  un 

pi  cattolici  di    Germania   non    pò-  altro  generale;  ed   intanto   si  con- 

terono  dare    esecuzione    ai    decreti  venne,  che  gli  stati  delle  rispettive 

della  dieta  di  Worms  contro  Lu-  provincie    dovessero     regolarsi    nei 

tero,  temendo  di  eccitare    una   se-  loro  governi,  in  fatto  di  religione, 

dizione  e  rinnovar  le  guerre  di  re-  in  modo  da  solo  renderne  conto  a 

Jigione    che    per    un    secolo  prima  Dio    ed  all'  imperatore,  cioè  la  li- 

aveano  desolato  la  Boemia:  gli  al-  berta  di  coscienza.  Nell'anno  i525 

tri  principi  che  favoreggiavano    la  Clemente    VII    celebrò    in   ..Roma 

riforma,  con  ripugnanza  aveano  a-  l'anno  santo  del    giubileo,    ma    il 

derito  al  decreto  della  dieta.    Lute-  concorso  fu  poco    numeroso,    per 

ro  tornato  in  Wittemberga,  l'uni-  le  turbolenze  cagionate  dagli  erro- 

versità  adottò  le  sue  opinioni  ;  pie-  ri  di  Lutero. 

se  il  titolo  di  ecclesiaste  o  sia  pre-  La  morte  dell'  erettore  Fede- 
dicatore  di  Wittemberga ,  e  disse  rico,  di  cui  la  saggia  moderazio- 
potersi  ancora  denominare  evange-  ne  avea  contenuto  Lutero  in  cer- 
asta per  grazia  di  Dio,  ritenendo  ti  limiti,  gli  lasciò  la  libertà  di 
che  Gesù  Cristo  lo  nominava  cosi  sposare  in  detto  anno  Caterina 
e  lo  teneva  per  ecclesiaste.  Lutero  Bora  o  Bore,  giovane  e  bella,  pri- 
si  vide  però  obbligato  di  prestarsi  ma  religiosa  e  abbadessa  nel  mo- 
ad  una  pace  simulata  coi  sagra-  nastero  di  Nimptsch  presso  Grim- 
nientari,  (ondata  sopra  finzioni  e  ma,  di  nobile  famiglia.  Caterina 
termini  equivoci,  ma  nella  quale,  chiusa  suo  malgrado,  ne  fuggì  nel 
non  potendo  risolversi  ad  abban-  i5i3  con  otto  delle  sue  compagne, 
donare  la  presenza  reale,  la  ridus-  dopo  che  letto  ebbe  alcuni  scritti 
se  al  momento  della  consecrazio*  di  Lutero  sulla  vita  monastica.  Si 
ne,  per  farla  sparire  subito  dopo  dice  che  fu  rapita  per  ordine  dei- 
die  le  parole  sacramentali  erano  l'eresiarca  non  nella  domenica  di 
pronunziate:  strano  assurdo  il  qua-  passione,  ma  sibbene  nel  venerdì 
le  faceva  dire  a  Calvino  che  la  santo  del  i523,  ond' egli  parago- 
dottrina  de'  papisti  sopra  tale  dom-  nò  empiamente  il  rapitore  Lionar- 
ina  era  più.  sopportabile  che  quella  do  Xoppen,  a  Gesù  Cristo  libera- 
de'  luterani.  Ma  allorché  s' inimicò  tore  delle  anime  del  limbo.  Tale 
coi  sacramentari,  non  vide  più  in  affare  menò  tanto  rumore,  che  Te- 
essi  che  genti  indiavolate,  perdia-  lettore  di  Sassonia  ancora  vivente, 
volate,  stradiavolate.  Clemente  VII  non  volle  apertamente  proteggere 
spedì  alla  dieta  di  Norimberga  un  le  fuggitive.  Esse  furono  però  ri- 
nunzio, il  quale  presentò  un  piano  cevute  in  Wittemberga  a  solleci- 
di  riforma  ^)er  la  Germania ,  ed  tudine  cjli  Lutero,  ed  essendo  Ga- 
im pegno  Ferdinando  1  fratello  del-  terina  già  incinta  di  lui,  la  sposò 
l'imperatore,  ed  altri    priucipi    ad  a'  i3  giugno    i525.   11  matrimonio 


LUT 
occasionò  vive  censure,  alle  quali  il 
riformatore  rispose  in  più  volte. 
Visse  felice  in  tale  unione  ;  e  sua 
moglie  lo  fece  padre  di  sei  figli  e 
gli  mostrò  la  più  costante  e  più  te- 
nera affezione.  Noteremo  qui,  che 
allorquando  Lutero  fu  chiamato  nel 
1 546  in  Eisleben ,  ella  non  potè 
accora pagnarvelo  subito,  ed  ebbe  in 
tal  guisa  il  rammarico  di  non  es- 
sere stata  presente  ai  suoi  ultimi 
momenti.  Si  narra,  che  in  una  not- 
te serena,  mirando  Lutero  il  cielo 
stellato,  disse  a  Caterina:  moglie 
mia  quello  non  è  per  noi.  Cateri- 
na fu  costretta  partir  due  volte  da 
Witlemberga,  prima  quando  Carlo 
V  prese  quella  piazza  nel  i547, 
poi  a  cagione  della  peste  soprag- 
giunta nel  i552,  cadde  di  carroz- 
za nel  recarsi  a  Torgau ,  e  morì 
in  tal  città  a'  20  dicembre  i552. 
La  famiglia  di  Lutero  si  estinse 
nel  I75g  colla  morte  di  Martino 
Amedeo  Lutero,  avvocato  consu- 
lente a  Dresda,  ultimo  de'  suoi  di- 
scendenti. L' ultimo  rampollo  del 
ramo  mascolino  è  stato  Giovanni 
Martino  Lutero  canonico  di  Zeitz, 
mono  nel  17^6.  Tuttavolta  vuoisi 
che  in  Prussia  siavi  un  discendente 
in  ottavo  grado  dei  fratelli  di  Lu- 
tero. 

Clemente  VII  per  timore  della 
possanza  di  Carlo  V  che  avea  de- 
bellato e  fatto  prigione  il  suo  emu- 
lo Francesco  I,  fece  una  lega  con- 
tro l'imperatore.  Questi  se  ne  of- 
fese tanto  che  tosto  pubblicò  la 
guerra  conjtro  il  Pontefice,  ed  a 
mezzo  del  contestabile  di  Bourbon 
con  quarantamila  uomini  fece  as- 
sediare Roma,  che  cadde  in  pote- 
re del  furioso  nemico  a'  6  maggio 
1527.  Venendo  ucciso  il  contesta- 
bile, sottentrò  nel  supremo  coman- 
do Filiberto  principe  d'Oranges  lu- 


LUT  189 

terano.  Seguendo  poi  per  due  mesi 
interi  orribile  saccheggio,  e  scclle- 
raggini  che  la  penna  non  ha  forza 
descrivere  in  poche  parole,  i  sol- 
dati imperiali  barbari  e  crudeli  , 
nella  maggior  parte  fanatici  lute- 
rani, rivestiti  delle  cappe  de'  car- 
dinali, in  cavalcata  si  condussero 
al  Vaticano,  ed  in  una  delle  cap- 
pelle rappresentarono  iniqua  azio- 
ne. Dopo  avere  sacrilegamente  de- 
posto Clemente  VII  che  tenevano  as- 
sediato in  Castel  s.  Angelo,  pro- 
cederono  a  ridicola  elezione  di  Lu- 
tero loro  patriarca  in  successore, 
contraffacendo  tutte  le  cerimonie  del 
conclave,  dando  ognuno  il  suo  vo- 
to all'eresiarca,  che  dalla  abbomi- 
nevole  adunanza,  di  unanime  con- 
senso fu  proclamato  Papa.  Uno  dei 
più  ardenti  luterani,  che  si  asso- 
ciò all'esercito  imperiale,  fu  Gior- 
gio Francesperg  o  meglio  Frund- 
sberg  svevo,  il  quale  per  avidità 
di  spianar  l'eterna  Roma  e  di  stroz- 
zare un  sommo  Pontefice,  per  ec- 
cesso di  delirio,  fu  così  sciocco  e 
perverso  d'impegnare  il  proprio  pa- 
trimonio per  arrolare  gente  al- 
l' iniquo  scopo,  portando  seco  da 
Germania  un  capestro  formato  di 
seta  ed  oro,  che  mostrava  a  tutti, 
come  destinato  per  la  gola  del  su- 
premo Gerarca.  Dio  lo  punì  :  giun- 
to in  Ferrara  fu  colpito  da  para- 
lisia  e  restò  morto,  senza  nemme- 
no aver  potuto  mirare  da  lungi  la 
capitale  e  il  centro  del  cattolicismo, 
cui  sono  costretti  ammirare  e  ve- 
nerare loro  malgrado,  l'infedele,  il 
pagano,  lo  scismatico  e  l'eretico. 
In  questo  articolo  non  intendiamo 
riportare  gli  eccessi  de'  luterà  ni,  i 
quali  sono  rilevati  dai  controversi - 
sti  e  riportati  dalla  storia,  ed  i 
principali  si  possono  leggere  negli 
analoghi  articoli  di    questo    Vizio* 


190  LUX 

ìKirio,  onde  non   faccia  specie  se  li 

tramandiamo. 

Estendati  pacificati  Clemente  VII 
e  Carlo  V,    convennero  di     repri- 
mere  i   luterani   nella    loro   rivol- 
ta ,    il   primo  d'impiegare  per  sog- 
giogarli  le    anni    spirituali,    il    se- 
condo   col    fratello     le    armi     tem- 
porali, e  di    più    promise    il    Papa 
d'impegnare   i   prìncipi   cristiani  ad 
unirsi  all'imperatore.  Frattanto  sot- 
to l'ombra  della    dottrina    di    Lu- 
tero,    Filippo    langravio    di   Assia, 
essendo  vivente  sua  moglie    Cristi- 
na di   Sassonia,    die    non    amava, 
volle  Sposare   la   sua   favorita    Mar- 
gberila  di   Sua).    I   capi    della    pre- 
tesa  riforma,  Lutero    essendo    loro 
scorta,  gliene  accordarono    nell'an- 
no   l53g  il  permesso,    in  quel  fa- 
moso consulto  in  cui  la  legge    ve- 
nerabile del    vangelo   fu    sagrifìcata 
alle  sottigliezze,   al    travisamento  di 
tali  casisti  di  mala  i\^\e.  Tutte  que- 
ste licenze  indussero  Lutero  ad  af- 
fermare  nelle  sue  predicazioni  e  nei 
suoi  scrini,  che  era   tanto  impossi- 
bile di    contenersi,  quanto    di   spo- 
gliarsi   del     proprio    sesso;    che  la 
natura     non     permetteva    di    stare 
senza  donna,  come  non    pativa    di 
privarsi   di  mangiare;  che  una  don- 
na sterile  deve   rivolgersi  ad  un  al- 
tro marito,  che  ricusandosi    la  pa- 
drona si  sostituisse  la  fantesca.  Per- 
ciò il   duca  Giorgio  di  Sassonia  gli 
rinfacciava,  che  non  si  erano  veduti 
mai     tanti    adulterii,    quanti    dopo 
eh*  egli   avea  rallentati  i  vincoli  del 
matrimonio.    Nulladimeno    si    van- 
tava   di     avere    in    tale    proposito 
condotto  una  vita  pura,  in  tutto  il 
tempo  del  suo  celibato,   fino  all'e- 
tà di  quarantacinque  anni.  Lutero 
non  era  più.  in  quell'epoca  un  pre- 
dicatore   veemente ,    uu    professore 
celebre,  ma  un  capo  di  confedera- 


LUT 

zinne ,    rbe    disponeva    delle    forze 
d'  una   parte  della  Germania. 

La     prima    dieta     di     Spira    nel 
|5a6   avea    stabilita     la    libertà    di 
coscienza    lino  alla    celebrazione    di 
un   concilio;   quella  del   1 1>?.o„  nella 
quale    Clemente     VII     spedi    il   tuo 
nunzio,   avendo    voluto    restringere 
tale  libertà  coli'  esigere  che    si    os- 
servasse il  decreto  di    cesare    pub- 
blicato a   Worms  contro  gli  ereti- 
ci ,    con   altre    ordinazioni    che  ne 
frenavano  i   progressi;  e  siccome  il 
decreto  dell'altra     dieta     di    Spira 
era     stato     fatto     col    consenso    di 
tutti,    e  quello  non   poteasi    muta- 
re    se     non  col    generale  consenso, 
ne  risultò  l'appello  al  futuro    con- 
cilio generale    o  nazionale,  ed  una 
protesta  solenne  per  parte  di  tolti 
i   suoi   partigiani,  donde  loro  è  ve- 
nuto il  nome  di  Protestami  (fedi), 
prima   particolare  ai  luterani ,    poi 
reso    comune    alle    altre    sette,    le 
quali  tutte  hanno  adottato  tale  pro- 
testa contro  un  decreto  che  le  fe- 
riva tutte  egualmente.   Fra  tali  av- 
venimenti ,    Lutero    non    era    sen- 
za molestie.  Carlostadio  cacciato    da 
lui  dalla  .Germania,  si   era   ritirato 
fra  gli  svizzeri,    dove  Zuinglio  ed 
Ecolampadio  avevano  preso  la  sua 
difesa.  La   loro  dottrina  si  era  sta- 
bilita tra  gli  svizzeri    ed    era    pas- 
sata in  Germania,  dove  faceva  as- 
sai rapidi   progressi.  Questa  era  to- 
talmente   contraria    ai    dornmi    di 
Lutero,  ond'  egli  la    impugnò    con 
trasporto,  e  vide  i  partigiani    della 
riforma  dividersi    tra  lui    ed    i    sa- 
gramentari.  Nell'anno  seguente  Lu- 
tero non   potè  intervenire  alla  die- 
ta convocata  da  Carlo   V  in  Augs- 
bourg  o  sia  Augusta,    perchè    era 
sempre  sotto  al  bando  dell'impero, 
in    virtù    del    decreto   di  Worms; 
ma  da  Coburgo,  dove  si  era  reca- 


LUT 

to,  dirigeva  tutte  le  operazioni  di 
quella  dieta.  I  protestanti  vi  pre- 
sentarono la  loro  confessione  di  fe- 
de, che  prese  il  nome  di  Con- 
fusione Augustana  (Fedi);  l'im- 
peratore ve  la  fece  proscrivere  tini 
deputati  cattolici  che  formavano  la 
maggiorità.  Da  ciò  provenne  la  le- 
ga offensiva  o  difensiva  di  Sinai- 
calda  tra  i  principi  luterani,  ove  li 
avea  adunati  il  langravio  d'Assia 
contro  Carlo  V.  Tale  avvenimento 
immerse  Lutero  in  nuove  varia- 
zioni. Aveva  per  lo  innanzi  posto 
per  principio,  che  non  si  potesse 
mai  prendere  le  armi  in  difesa  del 
vangelo,  e  firn  autorizzando  la  lega 
di  Smalcalda.  Egli  con  atroce  fana- 
tismo chiamò  le  genti  a  ribellione 
contro  il  Papa,  volendo  che  gli  si 
conficcasse  un  pugnale  nel  seno,  che 
si  trattassero  tutti  i  suoi  aderenti 
a  guisa  di  malandrini,  fossero  re 
od  imperatori.  Né  Lutero  era  più 
trattabile  per  quelli  de'  settari  i 
quali  non  ammettevano  ciecamente 
le  sue  idee.  Ecco  perchè  i  zuinglia- 
ni  lo  chiamavano  nuovo  Papa, 
nuovo  anticristo.  Muncer  diceva  : 
se  vi  sono  due  Papi,  Lutero  è  il 
più  duroj  non  vi  ha  modo  di  tol- 
lerare i  suoi  impeti.  Melantone  si 
doleva  che  avesse  la  collera  d'un 
Achille,  ed  i  furori  à"  un  Ercole. 
Calvino  non  poteva  sopportare  il 
suo  spirito  violento,  né  ì  suoi  moti 
impetuosi  cui  eccitava  in  esso  la 
menoma  contraddizione,  ed  i  quali 
non  era  padrone  di  contenere.  Le 
modificazioni  che  Melantone  avea 
inserite  nella  confessione  d'  Augusta 
gli  dispiacquero;  fece  ricevere  a 
Smalcalda  vari  articoli  che  distrug- 
gevano quanto  essa  conteneva  di 
moderalo.  Vedendosi  Carlo  V  alla 
vigilia  d'una  guerra,  e  minacciato 
dalle  armi  ottomane,  convenne  coi 


LUT 


»9f 


principi  protestanti  tregua  e  paté 
finché  un  concilio  definisse  le  ma- 
terie religiose  die.  turbavano  la 
Germania.  Clemente  VII  prima  di 
morire  nel  i534,  propose  ai  lute- 
rani le  condizioni  per  celebrarsi  il 
concilio  generale,  le  quali  essi  ri- 
fiutarono, anzi  con  ogni  studio  pro- 
curarono sturbarlo  ed  impedirlo. 
Paolo  IH  che  gli  successe,  trovan- 
do afflitta  la  Chiesa  da  un  nume- 
ro sterminato  di  eretici  propagato- 
ri di  perniciosissime  dottrine,  per 
distruggerle  a  richiesta  di  Carlo  V 
stabilì  la  convocazione  di  un  con- 
cilio generale  in  cui  fosse  dato  ri- 
medio a  tanti  mali,  e  solenne- 
mente lo  pubblicò  nel  i536.  Pri- 
ma pel  luogo  si  destinò  Mantova, 
poi  Vicenza,  indi  Trento  (Fedi), 
nel  i542.  Nell'anno  seguente  i  lu- 
terani si  accrebbero  notabilmente, 
non  solo  per  le  frequenti  rivolu- 
zioni che  insorgevano ,  ma  altresì 
per  la  deplorabile  apostasia  di  al- 
cuni vescovi,  fra' quali  Armanno  di 
Colonia,  che  Paolo  IH  scomunicò 
e  depose. 

Nelle  prime  sessioni  del  concilio 
di  Trento ,  Lutero  si  scagliò  con 
invettive  contro  di  esso,  sollevan- 
do a  suo  danno  tutti  i  principi  pro- 
testanti. Nel  gennaio  1 546,  nella 
dieta  di  Ratisbona ,  essendo  l'im- 
pero minacciato  dai  turchi,  ed  a- 
vendo  Carlo  V  bisogno  de'  princi- 
pi protestanti,  rinnovò  con  essi  i 
trattati,  promettendo  di  mantenere 
la  pace  religiosa.  L'elettore  pala- 
tino introdusse  ne'  suoi  stati  l'uso 
del  calice ,  le  pubbliche  preci  in 
lingua  volgare,  il  matrimonio  dei 
preti,  e  gli  altri  punti  di  riforma. 
Vertendo  alcuni  dissapori  tra  i  con- 
ti di  Mansfeld,  Lutero  si  portò  ad 
Eisleben  per  comporli.  Ma  non 
potendo  resistere  alla  violenza  d'u- 


19*  LUT 

na  gagliarda  indigestione  ed  ubbria- 
chezza,  mori  a'  18  febbraio    i5^G 
nel    luogo    dov'era    nato,  assistilo 
dai  suoi   figli  Giovanni,  Martino  e 
Paolo.    Fu    sotterrato    con    pompa 
nella  chiesa  del  castello  di  Wìttem- 
berga,  e  la  sua  fine    fu    accompa- 
gnata da  molti  esagerati    racconti, 
e  si  giunse   a   dire    essere   caduto 
nell'ateismo.  Lutero  turbò  la  pace 
del  mondo  cristiano,  rianimò  lo  spi- 
rito di  disputa  e  di  mala  fede  nelle 
guerre  scolastiche;  allargò  l'impe- 
ro dell'odio;  armò  i    sudditi    con- 
tro i  principi;  fece  versare  torrenti 
di  sangue,  e  preparò  con  la  rivo- 
luzione religiosa  di  cui  fu    malau- 
gurato autore,  le    rivoluzioni    poli- 
tiche che  hanno  desolato  tanti  po- 
poli dopo  di  lui.  Egli  stesso  si  la- 
gnava sulla  fine  de'  suoi  giorni  di 
essersi  allontanato  dalla  prima  di- 
rezione della  sua  riforma,    manife- 
stando soprattutto  il  suo  scontenta- 
mento dell'  uso    che    facevano    dei 
beni  ecclesiastici    parecchi    principi 
ch'eransi  dichiarati  in  favore  delle 
sue  opinioni  erronee.  Si  vuole  con- 
cedere da  alcuni  a  Lutero  di  aver 
dato  un  gagliardo  impulso  ai  pro- 
gressi de'  lumi,  per  l'emulazione  che 
dalle  scuole  di  teologia  si  comuni- 
cò nell'impero    delle   scienze;    che 
abbia  costretto  i  capi  della  Chiesa  a 
vegliare  sulla  loro  propria  condotta, 
e  su  quella  del  clero  in  generale, 
che  avea  bisogno  di  riforma.  Quan- 
to a  lui,  sembra  che  contento  della 
gloria  dell'apostolato  e    dell'  impe- 
ro delle  controversie,  non  fosse  do- 
minato   dall'  interesse    pecuniario , 
dappoiché    lasciando    i    beni    della 
Chiesa  in  preda  ai  laici,  non  prese 
nulla  per  se,  essendosi    limitato  in 
tutta    la  vita    ai    semplici    stipendi 
della  sua  cattedra  nell'università  di 
Willemberga.   11  popolo  che  ne  se- 


LUT 

giù  gli  errori ,  lo  riguardò  come 
un  profeta,  così  i  dotti  del  suo  par- 
tito ,  sebbene  commettesse  eccessi 
inauditi,  massime  del  più  nausean- 
te orgoglio,  non  conoscendo  freno 
l' impetuoso  suo  carattere  e  le  sue 
stravaganze. 

L'Istoria  della  riforma  in  Ger- 
mania e  nella  Svìzzera,  scritta  con 
perfido  intendimento  dal  ginevrino 
d'Aubigné,  fu  messa  in  rassegna  da 
M.    J.    Spalding    dottore    in    saera 
teologia,  con    opera    stampata    nel 
i844  in  Baltimore,    e    con  questo 
titolo  :  L'istoria    della    riforma   in 
Germania  e  nella  Svizzera  scritta 
da  d'Aubigné,  messa  in  rassegna; 
ossia  la  riforma  in  Germania  esa- 
minata ne1  suoi  strumenti,  nelle  sue 
cagioni,  ne'  suoi  modiy    e    nel  suo 
influsso  sulla    religione^    sui  gover- 
ni, sulle  lettere  e  sulla  civiltà    ge- 
nerale. Di  tale  analisi  ne  trattò  il 
eh.  monsignor  de  Luca  vescovo  d'A- 
versa  nel   voi.  XIX,  p.    79.  e  seg. 
de'  suoi  Annali  delle  scienze    reli- 
giose.   Egli    tra    gli    altri  allega  il 
seguente  passo  come  saggio  del  dott. 
Spalding ,    dappoiché    mise    a  raf- 
fronto i  portamenti  di  Lutero  pri- 
ma e  dopo  la  riforma ,  stringendo 
l'infedele  storico  ginevrino  con  que- 
sto raziocinio.  »   Tale  si  fu  Marti- 
no Lutero  dopo  che  si  partì  dalla 
Chiesa  !  Ora  raffrontate  i  suoi  por- 
tamenti, che  allora  tenne,  con  quelli 
di  prima;  e  indi  portatene  giudizio 
colla    regola    proposta    dallo  stesso 
d'Aubigné.   La  conchiusione    è    in- 
dubitata :  Lutero  non    potè   essere 
l'istromento  nelle  mani  di  Dio  per 
riformare  la  Chiesa,  che    avea    ri- 
comperata col  suo    sangue.    Prima 
che  si   partisse  dalla  Chiesa    catto- 
lica, egli  fu,  siccome  abbiamo    ve- 
duto, umile,  sofferente,  pio,  divoto, 
casto,  scrupoloso;  poscia  fu  il  con- 


LUT 

frapposto  in  tutti  questi  punti.  Or 
presceglie  forse  Iddio  cotali  slro- 
menti  per  effettuare  le  opere  sue  ? 
Mosè,  Aronne,  gli  apostoli,  tenne- 
ro forse  questi  portamenti?  Essi  fu- 
rono umili,  casti,  pazienti,  tempe- 
rati e  modesti  :  egli  in  contrario 
fu  orgoglioso,  scostumato,  insoffe- 
rente e  protervo.  Essi  ebbero  mis- 
sione da  Dio,  e  ne  diedero  eviden- 
te riprova  co'  miracoli  :  egli  non 
ebbe  la  prima,  ne  si  ardi  di  vo- 
lere autenticare  i  suoi  atti  co'  se- 
condi, avvegnaché  più  volte  fosse 
stato  provocato  sul  proposito  dai 
zuingliani  e  dagli  anabattisti.  Ep- 
però  non  fu  mandato  da  Dio  :  e 
tutto  il  fantastico  sistema  del  d'Au- 
bigné  si  dissolve  in  rovina  ". 

JNiuna  rivoluzione  fu  mai  si  pron- 
ta, ne  si  estesa  quanto  quella  ch'e- 
gli operò.  Ad  un  tratto  Lutero,  che 
al  principio  della  sua  riformativa 
carriera  stette  solo  contro  tutto  il 
mondo  cristiano,  si  trovò  capo  di 
un  partito  considerabile  in  Germa- 
nia, i  di  cui  principi  tennero  di 
non  poter  eseguire  i  decreti  delle 
diete  contro  di  lui,  senza  suscitare 
sedizioni ,  in  un  paese  ove  eransi 
ricoverate  molte  delle  antiche  sette, 
le  quali  avevano  sparso  dei  fune- 
sti principii  contrari  alla  fede  ed 
all'autorità  della  Chiesa  ;  onde  la 
Chiesa  romana  ed  il  clero  aveva- 
no in  tale  epoca  molti  nemici  se- 
creti. Diverse  poi  furono  le  cause 
che  avevano  preparato  la  via  alla 
pretesa  riforma  di  Lutero ,  e  che 
ne  favorirono  i  progressi.  Quando 
mori  Lutero,  il  nuovo  vangelo  a- 
veva  trionfato  nelle  diete  di  No- 
rimberga e  dell'  Alta- Sassonia  ;  si 
era  sparso  nella  Germania  setten- 
trionale, e  sulle  spiaggie  del  Balti- 
co; dominava  nel  ducato  di  Lu- 
neburgo,  di  Brunswick,  di  Mecklen- 

VOL,    XI. 


LUT  193 

burgo,  di  Pomeriana,  negli  arci- 
vescovati di  Maddeburgo  e  di  Bre- 
ma, nelle  città  di  Amburgo,  di 
Wismar,  di  Rostock  ;  era  penetra- 
to nella  Livonia  e  nella  Prussia, 
dove  il  gran  maestro  dell'  ordine 
teutonico  l'avea  di  recente  abbrac- 
ciato. Le  sue  conquiste  si  erano 
estese  neh'  Holstein,  in  Danimarca, 
nella  Svezia  ,  ec. ,  nella  Boemia  , 
nell'Ungheria,  e  massime  nella  Sas- 
sonia. Dopo  la  morte  del  capo,  ed 
anche  mentre  viveva,  la  sedicente 
riforma  si  divise  in  un  grande  nu- 
mero di  rami ,  i  quali  differendo 
tutti  tra  loro  per  alcuni  domini  par- 
ticolari, non  si  accordavano  che  per 
combattere  la  Chiesa  romana ,  e 
per  rifiutare  quanto  veniva  dal  Pa- 
pa, a  tale  che  nelle  guerre  di  re- 
ligione, molti  prendevano  per  mot- 
to :  Piuttosto  turchi  che  papisti.  Ab- 
biamo di  Lutero  moltissime  opere 
stampate  a  Jena ,  a  Wittemberga 
ed  altrove,  le  migliori  edizioni  delle 
quali  sono  quelle  che  Lutero  stes- 
so pubblicò  dal  i5j 7  fino  alla  sua 
morte ,  perchè  molti  cambiamenti 
furono  fatti  nelle  edizioni  posterio- 
ri. Avvi  in  quelle  opere  dello  spi- 
rito e  dell'  erudizione ,  ma  nello 
stesso  tempo  molto  orgoglio  e  va- 
nità. L'autore  si  lascia  trasportare 
sino  al  furore,  e  scende  a  scurrili 
facezie  contro  i  romani  Pontefici, 
e  generalmente  contro  tutti  quelli 
che  ritiene  contrari  alle  sue  eresie. 
Giulio  III  proibì  leggere  o  ritene- 
re i  libri  de'  luterani;  ed  il  con- 
cilio di  Trento  nell'indice  che  for- 
mò dei  libri  proibiti,  e  che  appro- 
vò Pio  IV,  vi  comprese  le  opere 
di  Lutero  e  de'  suoi  seguaci.  La 
notizia  amplissima  delle  numerose 
opere  di  Lutero ,  per  ordine  cro- 
nologico, si  trova  alla  fine  del  Cotn- 
mentarius  hisùoricus  et  apologeticus 
i3 


i9{  LUT 

ih'  luteranismo,  Lipsia  1691.  Ro- 
terai und  nel  suo  Dizionario ,  ne 
preseuta  una  molto  più  compiuta, 
contenente  quattrocento  articoli. 

La  vita  di  Lutero  è  stata  scritta  da 
molti  autori.  Gio.  Alberto  Fabricio 
ha  fatto  stampare  nel  17286  »73o, 
col  titolo  di  Centifolium  Luthera- 
num  sive  noti  da  litteraria  scripto» 
nini  omnìs  generis  de  B.  Lulhero 
ejitsque  vita,  scriptis,  ec,  una  no- 
tizia curiosa  di  tutte  le  opere  in 
cui  si  parla  di  esso  famoso  perso- 
naggio, in  favore  o  contro.  Il  suo 
eroe  vi  è  impropriamente  qualifica- 
to per  nuovo  Abramo,  nuovo  Mo- 
sè,  nuovo  Samuele,  terzo  Elia,  nuo- 
vo Geremia,  nuovo  Ezechiele,  e  fi- 
nalmente per  nuovo  s.  Paolo.  Her- 
man ha  fatto  ristampare  la  vita  di 
Lutero  per  Melantone,  con  la  di- 
sputa di  Lipsia  del  1 5 1 9,  per  Pie- 
tro Mosellano.  Venne  stampata  a 
parte  la  vita  di  tal  grande  rifor- 
matore eresiarca  in  latino  per  Hern- 
schmied,  inserita  nell'opera  tedesca 
di  Goffredo  Harnold  sulle  Vite  dei 
santi.  Da  ultimo  il  eh.  cav.  J.  M.  V. 
Audin  ha  pubblicato  in  due  volu- 
mi :  Histoire  de  la  vie,  des  ecrits 
et  des  doctrines  de  Martin  Lu- 
ther, ec.  Nel  num.  3 1  degli  An- 
nali delle  scienze  religiose  del  1  840, 
si  legge  un'  idea  di  tale  opera,  per 
la  quale  l'autore  visitò  la  Germa- 
nia e  vi  passò  più  anni.  Fra  le 
altre  cose  ivi  si  dice,  che  l'autore 
dipinge  Lutero  come  uno  spirito 
superbo  ed  audace,  che  ha  col  suo 
ribellarsi  attirato  sulla  Chièsa  e 
sull'Europa  una  lunga  serie  di  ca- 
lamità. La  casa  in  cui  nacque  Lu- 
tero essendo  stata  distrutta  nel 
1689  da  un  incendio,  i  magistrali 
di  Eisleben  la  fecero  ricostruire  per 
uso  di  scuola  dei  poveri.  Vi  si  ve- 
devano ancora  nel   1748    dei  mss. 


LUT 

e  vari  utensili  che  erano  stati  di 
suo  uso.  Parecchie  città  di  Germa- 
nia conservano  religiosamente!  degli 
ariteli  che  gli  hanno  appartenuto  , 
il  suo  letto,  la  sua  tavola,  il  suo 
calamaio,  il  suo  famoso  gran  bic- 
chiere da  bere.  Tra  gli  scrittori  fi- 
nalmente, che  illustrarono  l'origine 
ed  i  pregressi  del  luteranismo,  de- 
vesi  pure  nominare  Roseo*,  nella 
Vita  e  pontificato  di  Leone  X. 
Lutero  fece  tutto  nella  Chiesa:  pre- 
dicò, visitò,  corresse,  abolì  cerimo- 
nie, ne  stabili  altre;  istituiva,  de- 
stituiva, e  stabilì  pure  il  vescovo 
di  Norimberga;  uomo  straordinario, 
riscaldò  gli  spiriti  e  fu  tenuto  per 
oracolo. 

L'imperatore  avea  convocato  un 
colloquio  in  Piatisbona,  per  procu- 
rar di  dar  fine  per  via  di  confe- 
renze alle  dispute  religiose  che  af- 
fliggevano la  Germania,  ma  non 
vi  riuscì.  Si  preparò  allora  alla 
guerra  contro  i  protestanti  ,  colle- 
gandosi col  Papa,  ad  onta  che  l'e- 
lettore di  Sassonia  ed  il  langravio 
d'Assia  pubblicarono  un  manifesto, 
per  far  vedere  che  la  guerra  era 
religiosa,  senza  averne  dato  motivo 
a  cesare.  Si  prepararono  a  resister- 
gli, ma  uon  poterono  impedire  che 
Carlo  V  s'impadronisse  dell'alta 
A  lemagna.  Nell'anno  seguente  i  pro- 
testanti furono  disfatti  e  V  elettore 
di  Sassonia  rimase  prigione.  Il  lan- 
gravio d'Assia  pensò  allora  di  fal- 
la pace,  fu  però  ritenuto  dall'  \m* 
peratore  che  levò  grosse  somme 
dalla  Germania,  accordando  tutta- 
volta  ad  alcune  città  libere  di  con- 
servare la  religione  luterana.  Aven- 
do Paolo  III  a  cagione  della  peste 
trasferito  il  concilio  a  Bologna,  ciò 
assai  dispiacque  a  Carlo  V,  che  in 
Augusta  credendo  di  pacificare  i 
dissidenti,    eccedette    ne' diritti    di 


LUX 

sovrano  temporale,  e  pubblicò  una 
forinola  religiosa  per  la  Germania 
chiamata  Interim  {Vedi),  da  aver 
vigore  sinché  il  concilio  avesse  re- 
golato ciò  che  apparteneva  alla  fe- 
de. U  Interim  fu  subilo  riprovato 
da  Paolo  III,  e  dispiacque  egual- 
mente ai  protestanti  ed  ai  cattoli- 
ci. Il  Papa  nel  1 549  sPecn  ne"a 
Germania  i  vescovi  di  Fano,  di 
Verona  e  di  Ferentino  in  qualità 
di  nunzi  apostolici,  con  piena  au- 
torità di  trattare  con  Carlo  V  la 
maniera  di  riparare  tanti  mali;  ma 
trovando  i  nunzi  che  la  pertinacia 
de'  protestanti  non  cedeva  in  modo 
alcuno  dalla  comunione  del  calice, 
e  che  i  loro  predicanti,  per  la  mag- 
gior parte  religiosi  apostati ,  non 
inducevansi  ad  abbandonare  le  mo- 
gli che  sacrilegamente  avevano  pre- 
se, non  poterono  nulla  stabilire.  Nel 
pontificato  di  Giulio  III,  Enrico  II 
re  di  Francia  si  collegò  con  Mau- 
rizio di  Sassonia  e  coi  protestanti, 
ed  invase  la  Lorena,  mentre  Mau< 
rizio  alla  testa  dei  protestanti  li- 
berò la   Germania  dagl'  imperiali. 

Non  potendo  Carlo  V  resistere, 
fece  pace  coi  protestanti,  e  pose  in 
libertà  il  duca  di  Sassonia  ,  ed  il 
langravio  d'Assia,  con  trattato  se- 
gnato in  Passavia  nel  i552.  Restò 
accordato,  che  né  l'imperatore,  ne 
altro  principe  potrebbe  mai  far  for- 
za o  alla  volontà  o  alle  persone  in 
fatto  di  religione  in  qual  si  fosse 
maniera.  Indi  le  città  protestanti 
richiamarono  i  dottori  della  confes- 
sione d'Augusta,  resero  loro  le  chie- 
se, le  scuole,  e  il  libero  esercizio 
della  loro  religione,  finche  nella 
prossima  dieta  venisse  ad  estinguer- 
si la  sorgente  delle  divisioni.  Fi- 
nalmente nel  i555  in  Augusta  dal- 
l' imperatore  e  dai  membri  dell'im- 
pero, cattolici  e  protestanti,  stanchi 


L€T  i95 

dalle  guerre  religiose,  si  conchiuse 
la  pace  religiosa,)  e  ne  furono  posti 
gli  articoli  tra  le  leggi  perpetue 
dell'impero.  I  principali  articoli  so- 
no: che  i  protestanti  goderanno 
della  libertà  di  coscienza,  e  che  né 
l'uno  né  l'altro  partito  potrà  usar 
violenza  col  pretesto  di  religione  ; 
che  i  beni  ecclesiastici,  de'  quali  si 
erano  impadroniti  i  protestanti,  re- 
steranno ad  essi,  senza  che  si  pos- 
sa perciò  intentar  loro  processo  nel- 
la camera  di  Spira;  che  i  vescovi 
non  avranno  alcuna  giurisdizione 
sopra  quei  della  religione  prote- 
stante, ma  questa  si  governerà  da 
se  stessa,  come  giudicherà  più  op- 
portuno ;  che  niun  principe  potrà 
attirare  alla  sua  religione  i  sudditi 
di  un  altro,  ma  che  sarà  permesso 
ai  sudditi  di  un  principe,  il  quale 
non  fosse  della  loro  religione,  di 
vendere  i  loro  beni,  e  di  uscire 
dalle  terre  del  suo  dominio;  e  che 
questi  articoli  sussisteranno  sino  a 
tanto  che  non  si  accordino  tutti 
in  fatto  di  religione,  con  mezzi  le- 
gittimi. Quindi  è  che  i  luterani  e 
protestanti  possono  chiamare  que- 
sto famoso  trattato,  il  vero  fonda- 
mento della  loro  libertà  religiosa, 
che  esercitarono  liberamente  dopo 
tale  epoca.  Scrissero  di  questa  pa- 
ce :  Giovanni  Schiltero ,  De  pace 
religiosa,  Argentorati  1700.  Cristo- 
foro Lehmann,  De  pace  religiosa 
acta  publìca  et  origirwlia,  Fran- 
cofurti i63i;  indi  nel  1707,  nella 
quale  edizione  fu  unita  al  tora.  II 
del  Corpus  jur.  pubi,  del  Contrejo 
Léhmannus  suppletus  et  continua' 
(us,  Francofurti  1790,  ove  sono 
inserite  molte  dissertazioni  ,  come 
H.  A.  Cranii,  Dissert.  de  pace  re- 
ligiosa; G.  J.  Schuzii  :  Manuale  pa- 
cificumj  Jo.  Schilter,  De  pace  re- 
ligiosaj  Gabr.  Schveder,  De    pa- 


196  LUT 

cis  religiosae  constantia  et  perpetui- 
tatej  Viti  Broitschiverd  ,  De  jure 
immediati  ord.  equ.  S.  R.  I.  circa 
exercitium  religionisj  F.  Gohelii , 
De  majeslatico  religìonis  jurej  ed 
altri. 

L'ultima  lega  de'  protestanti  era 
stato  lo  scoglio  della  formidabile 
potenza  di  Carlo  V ,  ed  il  re  di 
Francia  che  si  era  unito  coi  pro- 
testanti avea  preso  i  tre  vescovati 
di  Lorena,  Toul,  Metz  e  Verdun. 
Avendo  pertanto  l' imperatore  fatta 
la  pace  coi  protestanti,  mise  in  pie- 
di una  numerosa  armata  e  assediò 
Metz;  ma  questa  impresa  fu  la 
meta  d'ogni  sua  prosperità,  poiché 
fu  costretto  di  levar  l'assedio,  on- 
de prese  risoluzione  di  finire  i  suoi 
giorni  nel  ritiro.  Rassegnò  quindi 
l' impero  a  Ferdinando  I  suo  fra- 
tello, e  il  trono  di  Spagna  a  Fi- 
lippo II  suo  figlio.  Il  duro  gover- 
no di  questo  principe,  la  fierezza 
ed  imprudenza  de'  suoi  ministri,  i 
taciti  progressi  della  religione  pro- 
testante, e  lo  stabilimento  dell'  in- 
quisizione, fecero  di  molte  parti  del 
suo  regno  il  teatro  di  una  guerra 
lunga  e  crudele,  la  quale  staccò 
per  sempre  l'Olanda  dalla  monar- 
chia spagnuola,  e  vi  stabilì  mise- 
ramente il  calvinismo.  La  pace  re- 
ligiosa non  soffocò  in  ni  un  modo 
le  dissensioni  della  Germania  ;  giac- 
ché poco  dopo  la  sua  conclusione 
si  udirono  lamenti  d'ambo  le  par- 
ti, che  il  partito  opposto  ne  aves- 
se infranti  molti  punti  ;  ne  vi  era 
giudice  che  potesse  decidere,  men- 
tre le  due  parti  si  ricusavano  scam- 
bievolmente. I  protestanti  però  non 
erano  meglio  uniti  tra  loro,  dappoi- 
ché s'erano  divisi  tra  Zuinglio  e  Lu- 
tero. La  principale  loro  differenza 
si  fu  alla  prima  sulla  presenza  rea- 
le, che  Lutero  riconosceva  e  Zuin- 


LUT 

glio  negava;  il  langravio  d'Assia 
avea  fatto  inutilmente  tutti  gli  sfor- 
zi che  gli  era  stato  possibile  onde 
accordare  tali  differenze  :  molti  tra 
i  luterani  aggiunsero  alla  confessio- 
ne d'Augusta  uno  scritto  detto  for- 
mala rio  di  concordia,  in  cui  con- 
dannavano la  dottrina  de'  zuinglia- 
ui,  e  sostenevano  ancora  che  questi 
non  avessero  alcun  diritto,  onde 
pretendere  la  libertà  di  coscienza 
accordata  a  quelli  della  confessione 
d'Augusta,  perchè  avevano  abban- 
donata tale  confessione.  I  principi 
luterani  trattavano  con  più  mode- 
razione, ma  non  ricevevano  i  prin- 
cipi zuingliani  nelle  loro  assemblee, 
se  non  quasi  per  grazia  ,  volendo 
bene  che  godessero  de'  privilegi,  ma 
che  conoscessero  che ,  a  propria- 
mente parlare,  non  erano  loro  pun- 
tò dovuti;  e  finalmente  si  venne 
alla  risoluzione  di  scacciare  da  una 
parte  e  dall'altra  i  teologi  che  non 
erano  della  opinione  de'  principi. 
Ad  onta  di  tali  divisioni  la  religio- 
ne protestante  faceva  de'  progressi 
in  Germania  ;  i  vescovi  a"  Alber- 
stadt  e  di  Maddeburgo  l' avevano 
abbracciata,  ed  eransi  mantenuti  in 
possesso  de'  loro  vescovati;  ma  l'e- 
lettore di  Colonia  che  avea  voluto 
far  lo  stesso,  avea  perduto  il  suo 
e  la  dignità  di  elettore,  che  l' im- 
peratore gli  avea  tolto  di  sua  pri- 
vata autorità,  senza  consultar  gli 
altri  elettori.  Sì  fece  allora  un'  u- 
nione  tra'  principi  calvinisti  ed  al- 
cuni luterani,  affine  di  opporsi  ai 
cattolici,  che  volevano  sopraffarli  3 
ina  questa  unione  non  produsse  al- 
cun effetto,  poiché  l'elettore  di  Sas- 
sonia malcontento  della  loro  con- 
dotta, ed  irritato  per  opera  de'suoi 
teologi  non  meno  che  de'  cattolici, 
si  persuase  che  i  calvinisti  non  cer- 
cassero se  non  di  opprimere  egual- 


LUT 

mente  i  luterani  ed  i  cattolici.  Que 
sti  dal  canto  loro  fecero  una  lega  a 
Wirtzbourg,  che  denominarono  la 
lega  cattolica,  per  opporla  a  quel 
la  de'  protestanti,  che  si  diceva  la 
lega  evangelica j  e  Massimiliano  di 
Baviera,  antico  nemico  dell'elettore 
palatino,  ne  fu  il  capo. 

Gl'imperatori  Ferdinando  I,  Mas- 
similiano li  e  Bodolfo  II  aveano 
tollerato  i  protestanti,  in  forza  del 
mollo  denaro  che  ne  avevano  trat- 
to, anzi  aveano  accordato  loro  dei 
privilegi,  che  Mattia  si  sforzò  in- 
vano di  rivocare;  e  dopo  averli 
necessitati  a  ribellarsi ,  ed  essere 
stato  vinto,  erasi  veduto  costretto 
di  confermar  nuovamente  i  privi- 
legi  che  Rodolfo  II  avea  accorda- 
to ai  boemi  ;  e  di  lasciar  loro 
l'accademia  di  Praga,  un  tribunale 
di  giudicatura  in  quella  città,  e  la 
libertà  di  fabbricare  de' templi,  con 
de'  giudici  delegati  per  indennità 
de'loro  privilegi.  Il  numero  de'pro- 
testanti  sempre  più  si  aumentava, 
onde  la  casa  d'Austria  e  i  suoi  al- 
leati presero  risoluzione  di  oppor- 
si ad  un  ulteriore  accrescimento  ;  e 
per  riuscirvi  fecero  eleggere  in  re 
di  Boemia  Ferdinando  II.  Questo 
principe  avea  molto  zelo  per  la  re- 
ligione cattolica,  tuttavia  promise 
solamente,  che  non  violerebbe  in 
niun  modo  i  privilegi  accordati 
dai  suoi  predecessori  ai  boemi,  né 
si  meschierebbe  nella  amministra- 
zione del  regno,  finché  vivesse  Mat- 
tia. Poco  dopo  i  protestanti  volle- 
ro fabbricare  delle  chiese  sulle  ter- 
re de'cattolici  e  questi  si  opposero. 
I  protestanti  presero  le  armi,  ec- 
citarono una  sedizione,  gittarono 
dalle  finestre  tre  magistrati  di  Pra- 
ga, e  sul  fatto  tutta  la  Boemia  fu 
in  armi  e  chiese  soccorso  ai  suoi 
confratelli.  Essendo    morto  Mattia, 


LUT  197 

Ferdinando  II  inutilmente  volle 
prendere  il  possesso  della  Boemia, 
poiché  i  boemi  ricusarono  di  co- 
noscerlo per  re,  e  lo  dichiararono 
scaduto  da  tutti  i  diritti  che  po- 
tesse allegare,  perchè  vi  avea  spe- 
dito delle  truppe,  vivente  ancora 
Mattia.  Fu  eletto  in  suo  luogo  l'e- 
lettore palatino,  il  quale  accettò  la 
corona,  ma  l'abbandonò  ben  tosto, 
ne  potè  conservare  i  suoi  stati  pa- 
trimoniali. Le  truppe  di  Ferdinan- 
do II  non  riuscirono  con  minor 
fortuna  contro  il  duca  di  Brun- 
swick, il  quale  era  alla  testa  del 
partito.  Tutto  piegò  sotto  l'autori- 
tà imperiale;  e  Ferdinando  II 
pubblicò  un  editto  nel  1629,  che 
decretava  che  tutti  i  beni  eccle- 
siastici ,  de'  quali  s' erano  impos- 
sessati i  protestanti  dopo  il  trat- 
tato di  Passavia,  venissero  ai  cat- 
tolici restituiti.  Colla  felicità  di  ta- 
li avvenimenti,  l'imperatore  credet- 
te di  poter  impossessarsi  del  mare 
Baltico.  Il  Wallenstein  suo  generale 
entrò  in  Pomerania  ,  intimò  la 
guerra  al  duca  col  pretesto  che  a- 
vesse  bevuto  alla  salute  dell'impe- 
ratore colla  birra.  Gustavo  Adolfo 
re  di  Svezia  s'  avvide  essere  asso- 
lutamente necessario  di  opporsi  al 
progetto  dell'  imperatore  ,  e  dopo 
qualche  maneggio  inutilmente  trat- 
tato, e  rigettato  dall'  imperatore 
con  disprezzo,  gli  dichiarò  la  guer- 
ra ed  entrò  in  Pomerania,  La 
Francia,  le  provincie  unite,  l'In- 
ghilterra, la  Spagna,  in  una  paro- 
la tutta  l'Europa  prese  partito  in 
questa  guerra,  che  durò  trent'anni 
e  fini  con  una  pace  generale  in 
TVestfalia  (Fedi),  in  cui  i  princi- 
pi e  gli  stati,  tanto  luterani  che 
zuingliani  o  calvinisti,  ottennero  il 
libero  esercizio  della  loro  religione, 
col  consiglio  unanime    dell'impera- 


i9S                    LUX  LUT 
lòre,  degli  elettori,  principi  e  siali  sentemente     recata    ad     esecuzione, 
delle    due    religioni;     e    di   più  fu  Essa  cominciò  nel    1817  a  Wisba- 
stabilito  che    nelle     assemblee    or-  den,  capitale  del  ducato  di  Nassau, 
dinarie  e    nella    camera    imperiale,  dove   ne    gittarono     le  basi     i  due 
il   numero    de'capi    dell'una  e  del-  soprainlendenti  alle  due  comunioni, 
l'altra  religione  fosse  eguale.  Tutta  Muller  e  Giese ,  colà    trovatisi   In- 
l'Europa  garanti  l'esecuzione  di  quel  sieme  per  celebrare    la  festa    seco- 
li -attalo    tra'  principi  protestanti    e  lare  della  riforma  (di   tali  feste  cen- 
ci ttolici     di     Germania.    11    nunzio  tenarie    de'  luterani     ne     tenemmo 
Fabio  Chigi  si  oppose  con  ogni  sfor-  proposito  nel   voi.   XXXI,  p.     i?.5 
zo,  ed  il  Papa  Innocenzo X  con  una  dei  Dizionario).  Proseguì  poscia  in 
bolla  dichiarò    que'  famosi     trattati  Hanau,  principato  appartenente  al 
nulli,   vani,   riprovati,  invalidi,    ini-  l'Assia-Cassel,  indi  si   estese  al   cir- 
qui,  ingiusti,  condannati,  .senza  for-  colo    renano    della    Baviera,    dove 
?a,  e    che    niuno    era     obbligalo  a  luterani  e  calvinisti  nel    sinodo  gè- 
mantenere,  ancorché  avesse  giura-  nerale  da     essi   tenuto  a    quest'og- 
to  di   farlo  :    ma    non  si  badò  alla  getto,    stabilirono     eziandio     alcuni 
bolla  pontificia,  come  non  si   avea  articoli  dominatici  ,    da    professarsi 
fatto  caso  della  protesta  del  nunzio  in  comune,  e    fra    questi  che    non 
che  fu  poi   Alessandro  VII.  Già  ne  ammettevano  il   battesimo  per    ur- 
dammo  un  cenno  all'articolo  Ger-  genza.  Del  pari    nel  granducato  di 
mania,  ove  pur  dicemmo    dei  beni  Baden    effettuossi    solennemente    la 
ecclesiastici    che    in  quelP  epoca    e  riunione  delle  due  chiese  dopo  un 
nelle  vicende  politiche  dei  primor-  sinodo  generale  tenuto  a  Carlsruhe, 
di  del  corrente  secolo  furono  con-  e  finalmente  anche    a  Berlino  una 
cessi  ai  principi  protestanti,  ad  on-  commissione    di     teologi    incaricati 
ta  delle    forti    rimostranze    di    Pio  da    quel    governo    di    ritrovare    i 
VII.  migliori    espedienti    a  fine  di     fare 
Nella   Continuazione  della  storia  risorgere  il  sacro    culto,  suggerì  la 
del  cristianesimo  del  eh.  ab.  Bello-  riunione  delle  due  chiese,  la  quale 
mo,nelvol.  II,  p.  180  si  leggequanto  col  fatto  ebbe    luogo     almeno    dal 
segue.  11  trionfo  riportato  dalla  Chiesa  canto    dei  protestanti    della    Slesia. 
cattolica  nell'ultima  persecuzione  era  Per    unanime    accordo    i    seguaci 
stato    tanto    sfolgorante    che  aveva  delle   confessioni    assuusero    la    de- 
chiamato e  continuamente  chiamava  nominazione    di    chiesa    evangelica 
a  ricongiungersi  al  suo  seno  molti  cristiana.  Se  di  nuovo  sorgesse  l'im- 
dei  piò  ragguardevoli    fra  i  prote-     mortale  Bossuet,     ben  egli  coll'evi- 
stanti.   I  capi  di  questi  ne  rimase-  dente  sua    eloquenza,  mostrerebbe 
ro  spaventati,  ed  a  fine  di  puntel-  esser  questo  avvenimento  stesso  una 
lare  in  qualche  modo  il    vacillante  delle    più    grandi    variazioni    della 
edifizio,  immaginarono    la  riunione     riforma.  Edi  fatto,  trattandosi  del- 
delle  due  chiese    luterana    e  calvi-  la    riunione  di  due  chiese  state  fra 
nisla  in  una  sola.   Questa  riunione     loro  irreconciliabili  nemiche,  per  la 
appena    proposta,    ottenne  il  mag-  ragione     che     professavano    donimi 
gioì  favore  appresso  la  più  gran  parte     fra  loro    contrari,  conviene    accor- 
de'principi  della  confederazione  ger-     dare,  che  per  giungere    a    riunirsi 
inanica,  e  perciò  videsi  anche  pie*     insieme,   o  gli  hanno  abbandonati, 


LUT 

o  che  almeno    non   li  credono    più 
ili  nessuna    importanza.   Donde    ne 
avviene,  clie  aveva    ragione   Haller 
nella  sua  lettera  divenuta  tanto  ce- 
lebre,   quando    affermava,  che    un 
notabile  cangiamento  erasi   operato 
in  seno  del    protestantismo  da  cir- 
ca  trent'anni  :  »   non    vi  è  più  una 
comune  credenza,  ognuno  si  forma 
una  religione  a    sua    posta.,  o  non 
ne  riconosce  più    veruna.    Ognuno 
spiega   la  Bibbia  secondo  i  capric- 
ci suoi   propri,    o  più  non   vi  cre- 
de.  1    nostri     stessi     ministri     sono 
divisi   fra  loro,  e  perciò  non  sanno 
ne  ciò  che  si  credono,  ne  ciò  ch'es- 
ci    debbano     insegnare    agli     altri. 
L'   uno    comballe    la  sera    ciocche 
l'altro  ha  affermato    la     mattina  ". 
L'  esperienza     non    tarderà    poi     a 
farci   vedere,  che  gli  aderenti  del- 
le due  comunioni,  con    questa    u- 
nione     si     sono     da    per     se    slessi 
data    la    zappa   sui   piedi;    percioc- 
ché amalgamando  elementi   fra   lo- 
ro   contrari  ,     devono     necessaria- 
mente   produrre  scioglimento  e  di- 
struzione.   Ciò  appunto    fanno  pie 
sugire  i   discorsi     dei    loro     pastoti 
stessi,  che    nel    granducato    di   Ba- 
den,  dopo  il    '819,  debbono  esse- 
re sottoposti  alla  censura,  prima  di 
essere     recitati     nelle     loro  chiese; 
gl'insegnamenti     de'  professori     nel- 
l'università   di  Heidelberga,  a'qua- 
li    un'  ordinanza  del    granduca  co- 
mandava   di    evitare    tuttociò    che 
tendere     potesse    ad    indebolire    i 
miracoli  del  nuovo  Testamento,  ben 
necessaria  per  quelli   che  la  pensa- 
vano alla    foggia    del    Lillbop  che 
in  Magonza   avea   pubblicalo  un'o- 
pera intorno    ai     miracoli  del    cri- 
stianesimo, e  al     loro  rapporto  col 
magnetismo  animale.  Su  questo  ar- 
gomento va  letto  il    Discorso  isto- 
vico  critico  sul  magnetismo  anima- 


LUT  199 

le,  Roma  1842,  del  dotto  abbate 
d.  Vincenzo  Tizzani  procuratore 
generale  de'canonici  regolari  del  ss. 
Salvatore  lateranensi,  ora  degno  ve- 
scovo di  Terni. 

LUTTO,  luctus.  Mestizia  per 
perdita  di  parenti,  duolo,  pianto, 
Jlelus,  vioeror.  Lutto  inoltre  dicesi 
del  vestito  che  si  porta  in  segno  di 
dolore  per  morte  di  qualche  per- 
sona, e  del  tempo  in  cui  si  porta 
il  vestito  medesimo,  accompagna- 
to da  altre  dimostrazioni  di  duolo 
e  di  privazione  di  divertimenti:  il 
lutto  è  di  diverse  specie,  ed  è  pu- 
re pubblico  e  privato.  Volgarmente 
il  lutto  dicesi  ancora  Corrucciot  da 
Cruccio  per  travaglio  ed  afflizione 
d'animo,  aegrìtudo3  dolor;  ovvero 
da  Corrotto ,  pianto  che  si  fa  ai 
morti,  luctus  funebris3  e  per  dolo- 
re o  pianto  generale,  luctus ,  flelus. 
L'uso  di  mostrare  il  dolore  che  si 
prova  per  la  perdita  dei  congiunti 
col  mezzo  di  segni  esteriori ,  ebbe 
luogo  ne'  tempi  più  remoti.  Nella 
Scrittura  si  legge  che  alla  morte 
di  Sara,  Abramo  compì  tutti  i  do- 
veri del  lutto,  e  altrove  si  nota 
che  Giuda  figlio  di  Giacobbe,  per- 
duta avendo  la  sua  moglie,  lasciò 
passare  il  periodo  del  lutto  avanti 
di  mostrarsi  al  pubblico.  S'ignora 
però  quanto  tempo  durasse  allora  il 
lutto  presso  gli  orientali,  e  non  è 
neppur  noto  il  modo,  in  cui  il  lutto 
si  portasse  o  pubblicamente  si  di- 
mostrasse. Certo  è  soltanto  che  si 
cangiavano  abiti,  e  che  ve  ne  ave- 
vano anche  allora  alcuni  riserbati 
alle  vedove  ;  la  storia  di  Tamar 
non  permette  di  dubitare  di  quel 
fatto.  Gli  ebrei  costumavano  di  ra- 
dersi la  barba  e  tagliarsi  i  capelli 
durante  il  lutto,  spargendo  la  ce- 
nere sul  capo,  e  di  lacerare  le 
loro   vesti  ;  ma  presso  di  essi  il  hit- 


200  LUT 

to  non  portavasi  giammai  dal  som- 
mo sacerdote.  Il  tempo  del  lutto 
presso  gli  ebrei,  per  la  morte  dei 
loro  parenti  od  amici,  era  di  sette 
giorni,  nei  quali  piangevano,  e  strac- 
ciatisi i  loro  abiti,  vestivansi  di  sac- 
co o  di  cilicio,  battevansi  il  petto, 
digiunavano,  coricavansi  sulla  nuda 
terra,  andavano  a  piedi  nudi,  e  fa- 
cevansi  persino  delle  incisioni  o 
delle  graffiature  sul  petto.  In  oc- 
casione di  pubblico  lutto,  salivano 
sui  tetto  o  sia  sul  terrazzo  della 
casa  per  deplorarvi  le  loro  disgra- 
zie. Nelle  occasioni  di  grande  lutto 
gli  egizi  si  lasciavano  crescere  i  ca- 
pelli, e  tagliavano  la  barba  ,  giac- 
che fuori  di  quel  periodo  porta- 
vano i  capelli  corti.  Gli  assiri  e  i 
persiani  si  radevano  nel  lutto  al 
pari  degli  egizi  :  tra  i  romani  men- 
tre il  cadavere  passava  per  le  con- 
trade, s'erasi  meritata  la  pubblica 
stima  il  defunto,  la  bara  veniva 
coperta  di  balsami,  d'  unguenti,  e 
di  altre  cose  odorose,  non  che  dai 
balconi  si  gittavano  corone  e  ghir- 
lande, gli  amici  i  peli  della  barba, 
e  le  donne  buona  parte  dei  loro 
crini.  Nell'antichità  le  donne  por- 
tavano nel  lutto  abiti  di  color  ne- 
ro, e  questo  tanto  presso  i  romani, 
quanto  presso  i  greci.  QuelP  uso 
esisteva  di  già  ai  tempi  di  Omero, 
il  quale  ci  fa  sapere  che  Teli  im- 
mersa nel  dolore  e  nella  tristezza 
per  la  morte  di  Patroclo,  indossò. 
la  più  nera  delle  sue  vesti.  I  licii 
poi,  stimando  il  lutto  cosa  molle 
e  puerile,  in  morte  de'  loro  con- 
giunti vestivano  abiti  donneschi , 
come  scrive  Plutarco.  È  inoltre 
degno  di  attenzione  quello  ch'egli 
dice  per  ispalleggiare  la  sentenza 
di  que'  popoli,  così  spiegato  da  Si- 
landro  Augustano.  Èst  enini  re- 
vera  muliebre,  imbecillisque  ,  et  de- 


LUT 

generis  animi  luctus  :  et  ut  ad  eum 
tnulieres  viris3  ita  barbari  graeciSy 
ac  deteriores  praestantioribus  sunt 
propensiores.  Ac  de  ipsis  barbaris) 
si  quiluctum  exercent,  non  animo- 
sissimi hoc  celtae  non  galli,  aut 
qui  olii  generoso  pieni  sunt  spiri- 
to id  facilini;  sed  aegyptii}  syri, 
lydi}  aliique  horum  similes.  Che 
avrebbe  egli  potuto  dire  di  Cras- 
so, il  quale  si  vestì  a  bruno,  e 
pianse  la  perdita  d'una  lampreda, 
pesce  di  mare  o  di  fiume,  che  gli 
era  morta  nel  suo  famoso  vivaio? 
Il  Guasco  ne'  Riti  funebri  di 
Roma  pagana  da  lui  descritti,  dice 
a  pag.  43  che  nelle  pompe  fune- 
rali degli  antichi  romani ,  gli  uo- 
mini erano  vestiti  di  abiti  neri; 
se  però  il  defunto  non  avea  oltre- 
passata l'adolescenza,  il  colore  lut- 
tuoso era  il  ceruleo  o  sia  l'azzur- 
ro. I  vestimenti  lugubri  delle  don- 
ne, al  dire  di  Vairone,  erano  neri  ; 
secondo  Paolo,  quelli  eh'  erano  io 
lutto  dovevano  svestirsi  degli  abiti 
bianchi,  e  Valerio  Massimo  ripor- 
ta, che  dopo  la  battaglia  di  Can- 
ne fu  ordinato  alle  matrone,  pian- 
genti i  loro  morti  congiunti ,  di 
non  portare  le  vesti  nere  più  di 
trenta  giorni ,  affine  di  celebrare 
secondo  il  costume  la  festa  di  Ce- 
rere, terminati  i  quali,  le  madri, 
le  figliuole,  le  mogli  e  le  sorelle 
degli  uccisi  deposero  il  lutto,  e 
presero  le  vesti  bianche  in  segno 
di  giubilo.  A  spiegare  queste  dif- 
ferenti testimonianze,  pare  che  Pao- 
lo intendesse  parlare  degli  uomini 
soltanto,  ai  quali  veramente  furo- 
no proibite  le  vesti  bianche  in  tem- 
po di  lutto  ;  quanto  poi  alle  asser- 
tive di  Vairone  e  di  Valerio,  al- 
tro non  si  può  dire,  che  l'abito 
lugubre  secondo  i  tempi  e  le  cir- 
costanze cangiò   di    colore    (muta- 


LUT 
rione  che  seguì  a'  tempi  degli  im- 
peratoli romani  ,  ne'  quali  crebbe 
smodatamente  il  lusso  e  l'ambizio- 
ne de'ciltadini  ),  e  ch'essendo  nero 
da  principio,  in  bianco  si  trasmu- 
tasse; dappoiché  oltre  i  moltissimi 
esempi  che  provano  il  bianco  es- 
sere stato  colore  funebre,  moltissi- 
mi eziandio  sono  gli  scrittori  che  Jo 
affermano,  massime  Plutarco.  Os- 
serva il  Guasco,  che  il  bianco  non 
fu  ricevuto  per  lugubre  solamente 
dai  romani,  ma  ancora  dagli  argi- 
vi,  dai  sicioni,  dai  siracusani,  e  da 
tulli  i  greci,  e  talvolta  ancora  da- 
gli ebrei;  e  che  nel  convoglio  fu- 
nebre recavansi  le  insegne  appar- 
tenenti al  defunto,  e  per  segno  di 
dolore  si  portavano  rivolle  a  terra, 
cioè  a  rovescio.  11  medesimo  Gua- 
sco parla  più  eruditamente  del  lut- 
to a  pag.  1 3 1  e  seg.  dicendo  così. 
I  conviti  funebri  contribuivano  al- 
l' intemperanza  de'  vivi,  e  di  ni  un 
sollievo  riuscivano  ai  morti  ;  il  lut- 
to veramente  era  forse  l'unica  di- 
mostrazione sincera  di  dolore  che 
si  dasse  dai  romani  ai  defunti,  le 
altre  essendo  piuttosto  spettacoli  fa- 
stosi e  ridicoli,  che  cerimonie  an- 
gosciose e  lugubri.  Biasimando  essi 
la  legge  di  Licurgo ,  il  quale  col 
proibire  ai  lacedemoni  di  portare 
il  lutto  più  d'undici  giorni,  tanto 
di  porre  in  certo  modo  un  limite 
al  dolore  e  alla  pietà ,  giudicaro- 
no che  essendo  il  lutto  un  attesta- 
to pubblico  della  stima  e  dell'a- 
more de'  vivi  verso  i  loro  defunti, 
non  fosse  né  giusto,  ne  dicevole  il 
determinarne  il  tempo,  togliendo  a- 
gli  animi  la  libertà  delle  querele 
e  del  pianto.  In  virtù  adunque  di 
questa  massima  ,  quando  le  ma- 
trone domandarono  di  portare  il 
lutto  per  Giunio  Bruto  e  per  Pu- 
blicola  un  anno  intero,   e  per  Co- 


LUT  201 

rio! ano  sei  mesi,  fu  loro  tostamen- 
te conceduto .  Ma  perchè  quelli 
che  non  avessero  in  cosa  alcuna 
giovalo  alla  patria,  erano  slimati 
immeritevoli  di  pianto,  così  i  fan- 
ciulli minori  di  tre  anni  non  si 
piangevano  affatto,  avendo  ciò  de- 
cretato il  buon  re  INuma ,  conlro 
il  costume  di  alcuni  barbari,  i  qua- 
li ali'  opposto  non  piangevano  che 
i  fanciulli  ed  i  giovani,  a  cagione 
di  essere  morti  per  tempo  senza 
gioire  né  delle  nozze,  né  delle  ma- 
gistrature, né  delle  discipline,  né 
degli  onori  civili.  Variando  poi  in 
Roma  le  massime  di  governo,  va- 
riarono conseguentemente  ancora 
gli  statuti  particolari;  laonde  An- 
tonino ordinò  che  i  figliuoli  dal 
padre  non  si  piangessero  più  di 
cinque  giorni,  altri  dicono  che  i  fi- 
gli ed  i  padri  si  poteano  piangere 
dagli  altri  parenti  un  anno  ;  i  mi- 
nori di  sei  anni  un  mese;  il  ma- 
rito dieci  mesi,  ed  il  cognato  otto. 
Circa  le  vesti  o  piuttosto  il  co- 
lore delle  vesti  di  lutto,  non  pare 
che  fosse  alcuna  legge  che  lo  sta- 
bilisse, e  la  sola  consuetudine,  che 
poteva  aver  vigore  di  legge,  ve  lo 
determinò.  Non  si  può  accertare 
se  il  trascelto  fosse  il  bianco,  o  ve- 
ramente il  nero,  e  come  abbiamo 
detto,  facilmente  l'uno  vicendevol- 
mente successe  all'altro,  dicendo 
Vairone  soltanto,  che  le  donne  de- 
ponessero le  vesti  morbide  e  pom- 
pose, e  che  si  ricoprissero  con  quel- 
la vesle  o  velo  dello  ricinium  o 
recinium.  Sulla  divisione  della  qua- 
lità del  lutto,  esso  era  presso  gli 
antichi  romani  di  due  sorti ,  uno 
pubblico,  privato  l'altro.  11  primo 
s'intimava  dal  senato  ad  ogni  or- 
dine di  cittadini,  quando  volevano 
in  segnalata  guisa  onorare  la  vir- 
tù e  la  fama  degli  illustri  defunti, 


20  j  LUX 

ovvero  quando  perdevano  qualche 
battaglia  considerabile,  come  fu 
quella  di  Canne.  Allora  si  denun- 
ciava la  vacanza  de'  magistrati ,  e 
la  sospensione  dal  rendere  ragione. 
In  questo  tempo  i  consoli  sedendo 
nella  curia  usavano  le  sedie  voi* 
gari  ;  i  fasci  si  portavano  per  tut- 
to capovolti;  i  senatori  deponeva- 
no il  laticlavio  e  gli  anelli  d'oro, 
non  si  tagliavano  i  capelli ,  ne  si 
radevano  la  barba.  I  conviti  fe- 
stosi erano  proibiti;  nelle  loro  case 
non  si  accendeva  il  fuoco;  a  niu- 
no  era  conceduto  di  fabbricare  ;  e 
la  città  tutta  desistendo  dalle  ope- 
re manuali  e  dai  lavori,  palesava 
con  l'ozio  e  col  silenzio  l'univer- 
sale rammarico.  11  lutto  privato 
nou  obbligava  che  la  famiglia  ,  e 
forse  gli  amici  del  defunto:  finche 
durava  questo  lutto  gli  addolorati 
parenti  non  uscivano  di  casa ,  e 
uscendo  evitavano  le  liete  assem- 
blee, gli  ameni  diporti,  le  conver- 
sazioni giocose,  e  specialmente  le 
feste  tanto  ordinarie  che  straordi- 
narie. Le  donne  poi  solevano  una 
volta  per  segno  di  sincero  cordo- 
glio radersi  quella  poca  lanugine 
che  avessero  sul  volto,  ma  dopo 
die  una  legge  decemvirale  lo  proi- 
bì, non  ritornò  più.  in  uso.  In  certi 
casi  era  lecito  interrompere  il  lut- 
to. La  celebrazione  delle  feste  di 
Cerere,  la  consagrazione  di  qual- 
che tempio,  la  notizia  di  qualche 
segnalata  vittoria,  ed  altri  avveni- 
menti gloriosi  e  vantaggiosi  all'im- 
pero facevano  cessare  il  lutto  anche 
pubblico.  11  privato  veniva  sospeso 
dal  nascimento  di  prole  maschile , 
dal  ritorno  d'un  figliuolo,  o  ricom- 
prato dai  ueuiici  o  rimandato  dal 
principe,  da  cui  fosse  stato  ritenu- 
to per  ostaggio.  Cosi  se  una  gio- 
vami sposa  andava  a  marito,  o  se 


LUT 

alcuno  della  famiglia  veniva  gra- 
zialo di  qualche  onorevole  impie- 
go, svestivano  i  panni  lugubri  e 
ripigliavamo  i  festivi.  Intanto,  per- 
chè nulla  mancasse  alla  gloria  del 
defunto,  appendevano  le  di  lui  im- 
magini nelle  sale  (ninno  poteva 
farsi  ritrattare  prima  di  avere  con- 
seguila l'edilità),  dove  schierava- 
no tutte  quelle  de'  loro  antenati  , 
e  qualche  volta  anche  quelle  degli 
uomini  più  celebri.  Nell'atrio  della 
casa  collocavano  inchiodate  le  sco- 
glie che  il  defunto  avea  toHe  ai 
nemici,  e  queste  rimanevano  appe- 
se ad  eterna  memoria.  V.  Fune- 
bali  e  Vesti.  Ai  rispettivi  articoli 
si  parla  del  lutto  di  molte  na- 
zioni. 

Alcuni  dicono  che  i  re  di  Fran- 
cia portavano  anticamente  nel  lut- 
to abito  di  color  violetto,  ma  que- 
sto costume  non  è  mollo  antico , 
perchè  Carlo  VII  e  Luigi  XI  alla 
morte  de'  padri  loro  pigliarono  il 
lutto  vestendosi  di  nero.  Le  regine 
di  Francia,  dieesi  che  aulicamente 
portavano  il  lullo  vestite  di  biau- 
co,  costume  che  si  cambiò  a'  tem- 
pi della  regina  Anna  di  Bretagna, 
perchè  alla  morte  di  Carlo  Vili 
suo  marito  lo  pianse  in  modo 
straordinario,  e  prese  veli,  manti 
e  ciarpe  nere,  siccome  più  oppor- 
tune per  mostrare  esteriormente  la 
somma  tristezza  che  internamente 
la  opprimeva.  In  Italia  e  negli  al- 
tri stali ,  specialmente  nelle  corti 
di  Europa,  variarono  sommamen- 
te i  colori ,  la  durata  e  le  altre 
costumanze  del  lutto;  i  colori  però 
non  si  mutarono  più  sovente  che 
dal  bianco  al  nero  e  viceversa.  V . 
Colori.  Dicesi  poi  l'anno  di  lutto, 
ber  significare  l'anno  di  vedovan- 
za, prima  che  sia  decorso  il  quale 
la  vedova  non  può  maritarsi  senza 


LUT 

perdere  i  vantaggi  a  lei  accordati 
dal  defunto  marito.  Eranvi  de'paesi 
in  cui  le  vedove  di  stirpe  nobile 
non  sortivano  dalle  loro  case  per 
venti  o  quaranta  giorni  dopo  la 
morte  del  marito,  nemmeno  per 
andare  alla  chiesa  nelle  feste  di 
precetto  ad  ascoltar  la  messa  :  s. 
Antonino  tollera  per  qualche  set- 
timana siffatta  costumanza,  e  s. 
Carlo  uel  suo  primo  concilio  te- 
nuto a  Milano  nel  i565  la  tollera 
per  un  mese.  Altri  sono  d'avviso 
coti trario,  e  considerano  quella  co- 
stumanza come  intollerabile  e  pro- 
scritta da'  sacri  canoni,  i  quali  im- 
pongono a  tutti  i  fedeli  1'  obbligo 
di  ascoltar  la  messa  in  tutte  le  fe- 
ste di  precetto  ;  concorda  ciò  colla 
regola  d'  Innocenzo  III  in  cap.  ad 
Nostrani,  3  de  consuetud.  lib.  I,  tit. 
3.  Era  permesso  anticamente  agli 
ecclesiastici  il  portare  il  vestito  di 
lutto,  purché  nou  fosse  cambiata 
la  forma  esteriore,  come  apparisce 
dalle  seguenti  parole  del  concilio 
di  Toledo  :  »  Qui  lugubres  et  lu- 
ctuosas  vestes  induunt,  et  flebilio- 
res  quam  suae  congruit  honestati  ". 
Così  pure  si  legge  nel  citalo  con- 
cilio di   Milano  :  »    Clericus 

ne  parentum  quidem  obitu  vestes 
lugubres  ,  more  laicorum  ,  induat , 
gestetque  :  neque  vero  vestis  for- 
matti, aut  panni  genus ,  quo  cle- 
rum  universum  uti  moris  est,  com- 
mutet  ".  Ma  che  i  chierici  non  deb- 
bano portare  vesti  lugubri,  che  di- 
ciamo di  corrotto  o  di  corruccio, 
nella  morte  de'  loro  congiunti,  lo 
prescrissero  il  seguente  concilio  di 
Milano  ,  ed  i  sinodi  di  Piacenza  , 
di  Firenze  e  di  Amelia.  Nel  con- 
cilio di  Milano  del  1579  fu  decre- 
tato. »  Clericus  qui  amiclu  elerU 
cali  indutus  inccdit,  ne  in  propin- 
quorum,  ne  parentum  quidem  obj- 


LUT  ao3 

tu,  vestes  lugubres,  more  laicorum, 
induat,  gestetque.  Neque  vero  vestis 
formam,  aut  panni  genus,  quo  cle- 
rum  universum  uti  moris  est,  com- 
mutet;  sed  pium  erga  propinquos 
mortuos  charitalis  studium ,  offi- 
ciumque  praeseferat,  ouuii  alia  ra- 
tione ,  quae  cum  clericalis  ordinis 
decore,  dignitateque  omnino  conve- 
niant  ".  Nel  sinodo  di  Piacenza  del 
1 589  fu  ordinato  »  Porro  vestes 
lugubres,  et  pullas  ex  lino  gossi- 
pino,  seu  xylino  confectas ,  vulgo 
di  cotone,  nemo  clericorum,  cujus- 
cumque  sit  conditionis,  atque  gra- 
dus,  gestare  audeat  ".  Nel  sinodo  di 
Firenze  del  1589  venne  prescrit- 
to: >»  Clerici  lugubres  vestes,  alias, 
quam  clencales,  in  obitu  parentum 
non  ferant  "".  Nel  sinodo  di  Ame- 
lia del  i5q5  si  comandò.  «  Qui 
clericali  in  veste  incedunt,  eam,  ne 
in  parentum  quidem  funeribus  po- 
naut,  et  cum  atra,  lugubrique  com- 
mutent  ".  E  nel  cap.  65S.  »  Cle- 
rici, mortuorum  causa  ,  vestem  ne 
mutent". 

Prima  che  Alessandro  VII  e  la 
congregazione  cerimoniale  vietasse- 
ro a'  cardinali  l'uso  del  corruccio 
nella  loro  persona  per  la  perdita 
de'  congiunti,  al  modo  che  si  dirà, 
lo  portavano  in  tali  occasioni,  ed 
ecco  come  lo  descrive  Michiel  Lo- 
nigo,  Delle  vesti  purpuree,  Venelia 
1623,  p.  43  :  Lutto  ovvero  scomo- 
do. »  Li  cardinali  di  lutto  ovve- 
ro scor uccio,  per  morte  di  alcuno 
de  parenti  suoi  portano  le  vesti  e 
cappe  di  saietta  paonazza  senza  fa- 
scie  o  mostre,  bottoni  o  imbotti- 
ture rosse  per  tutto  il  tempo  del- 
l'anno, quando  gli  altri  cardinali 
portano  le  cappe  paonazze  di  ciana - 
bcllotto  tanto  a  cappelle,  quanto  a 
concistori.  Ma  quando  gli  altri  car- 
dinali in  cappella 0  ad  altro  atto  pub- 


2o4  LUT  LUT 
hlico  intervenendo  collegialmente  puccio  della  cappa,  quando  non  vi 
portano  la  cappa  rossa,  dovranno  sono  le  pelli,  di  ormisino  paouaz- 
porlarla  ancora  li  cardinali  di  lutto;  zo,  ma  sempre  di  rosso".  Si  vede 
ed  in  (al  giorno  se  cavalcheranno  che  il  Lonigo  riprodusse  il  decre- 
pei  concistori  o  cappelle  porterau-  tato  dalla  sacra  congregazione  dei 
no  la  cappa  paonazza  di  saietta  iti  riti  li  3o  agosto  1602,  sotto  Cle- 
pala/zo,  poi  dovranno  vestir  la  ros-  mente  Vili,  essendo  segretario  del- 
sa  sopra  la  sottana  paonazza  (ma  la  congregazione  Gio.  Paolo  Ma- 
il decreto  che  citeremo  veramente  canzio  celebre  cerimoniere  pontiii- 
dice  che  i  cardinali  di  lutto  do-  ciò,  ciò  che  confermò  la  stessa  sa- 
vranno  come  gli  altri  vestire  in  era  congregazione  a'3 1  marzo  dei- 
tutto,  e  se  di  rosso,  di  questo  co-  Tanno  1618,  nel  pontificato  di 
Iure  useranno  le  vesti  oltre  la  cap-  Paolo  V,  essendo  segretario  della 
pa  ).  Nei  tre  giorni  veramente  di  medesima  Pietro  Ciammariconi  o 
Pasqua  di  resurrezione,  della  Pen-  Ciammaruconi,  altro  cerimoniere 
tecoste,  di  Natale  (e  loro  feste),  pontificio.  Però  le  cose  tralasciate  dal 
Epifania,  Annunziazione  della  Bea-  Lonigo,  e  facenti  parte  de'  citati 
ta  Vergine  (per  la  cui  cavalcata  decreti,  le  notammo  fra  parentesi, 
useranno  anco  nelle  mule  gli  orna-  anzi  crediamo  opportuno  riportare 
menti  rossi),  nel  giorno  del  Cor-  l'ultimo  periodo  di  essi.  «  Adver- 
pus  Domini  (  e  sua  ottava  ),  del-  tant  tamen  RR.mi  DD.  cardinale* 
l'Ascensione,  de' ss.  Pietro  e  Paolo  ne  propter  luctum  utantur  colore 
(  dell'  Assunzione  della  Beata  Ver-  nigro  nec  in  vestibus,  nec  in  cur- 
vine, della  Circoncisione),  di  tutti  ru,  nec  domi  in  aulaeis  ad  parie- 
i  santi,  nell'anniversario  della  crea-  les,  sed  tantum  colore  violaceo  u- 
zione  e  coronazione  del  Pontefice  tantur  in  omnibus  :  et  quando  vi- 
vivente  (e  nelle  altre  cappelle  in  sitantur  ab  aliis  DD.  cardinalibus 
cui  gli  altri  cardinali  useranno  cap-  ad  condolendum  de  luctu  ,  debent 
pe  rosse  ),  non  ostante  il  scoruc-  et  ipsi  DD.  cardi nales  visitanles  esse 
ciò,  per  tutto  il  giorno  avranno  la  in  abitu  violaceo".  11  Sestini  nel 
cappa  e  tutti  i  vestimenti  rossi,  suo  Maestro  di  camera,  stampato 
Nelle  domeniche  III  dell'avvento,  in  Liegi  nel  i634,  cap.  XIV,  Del 
e  IV  di  quaresima  ,  nelle  cappelle  lutto  de  cardinali,  e  dell'abito  che 
almeno  avranno  le  sottane  di  rosato  usano  in  tempo  di  esso,  ripeten- 
o  rosaceo,  secondo  il  solito,  e  le  do  in  parte  quanto  si  è  detto, 
cappe  paonazze  di  saietta.  Nel  gior-  nota,  che  quando  i  cardinali  por- 
no dell'Annunziazione  cavalcando  tavano  la  cappa  di  eiauibellotto,  i 
alla  Minerva  li  cardinali  di  sco-  cardinali  in  lutto,  comprese  le  do- 
i uccio,  saranno  con  le  cappe,  sot-  meniche  HI  dell'avvento,  e  IV  di 
Lane  e  finimenti  rossi,  e  per  tutto  quaresima,  l'assumevano  di  saietta, 
il  giorno  vestiranno  di  rosso,  non  i  quali  uniformandosi  nel  colore 
ostante  il  scoruccio.  Non  devono  rosso  delle  vesti  ai  primi  ;  molti  tut- 
mai  li  cardinali  per  lutto  o  sco-  tavolla  per  il  lutto  greve,  nell'otla- 
i  uccio  alcuno  quanto  grande  si  sia,  va  del  Corpus  Domini  non  usava- 
usar  nelli  vestili  propri,  nel  eoe-  no  vestir  di  rosso  allorché  incede- 
chio,  o  negli  ornamenti  di  casa  il  vano  per  la  città   a   far  visite,  o  a 

,iui   negro,  né  fodrar  mai  il  cap-  spasso,  ancorché  tali    visite    le    fa- 


LUT 

cessero  in  abito.  Notò  ancora,  eh 
nelle  cavalcate  i  guarnì  menti  ti 
mule  e  le  valigie  erano  dello  ste 
so  colore  delle  vesti  che  portava- 
no; e  quando  non  cavalcavano  man- 
davano le  mule  come  nelle  cavalca- 
te degli  ambasciatori.  Finalmente 
aggiunge:  i  cardinali  non  sogliono 
mai  usare  per  occasione  di  lutto  il 
color  nero,  né  alle  vesti  ,  ne  alle 
carrozze,  né  agli  addobbi  e  parati 
della  casa;  i  cardinali  nuovi  non 
ammettono  bruno,  e  se  l'avessero 
allorché  sono  creati  o  pubblicati, 
se  lo  cavano,  e  non  lo  riprendono 
che  dopo  avere  ricevuto  e  reso  le 
visite. 

Il  cav.  Lunadoro  nella  Relazio- 
ne della  corte  di  Roma  stampata 
nel  1646,  pag.  223,  Per  quando 
li  cardinali  fanno  scoruccio  >  tra  le 
altre  cose  che  si  confrontano  colle 
già  riportate,  dice  che  i  cardinali 
per  morte  possono  fare  scoruccio, 
e  andar  tutto  l'anno  vestiti  di  pao- 
nazzo, e  le  mostre  e  imbottiture 
delle  vesti  hanno  da  essere  paonaz- 
ze e  non  rosse;  che  i  cardinali 
non  possono  usare  nelle  cose  no- 
minate dal  Sestini  il  colore  nero, 
ma  il  paonazzo  ;  bensì  per  casa 
privatamente  possono  portare  zim- 
marra  nera  di  scoruccio,  ma  deb- 
bono farsi  vedere  così  dapochi;il 
cardinale  cui  muore  il  padre,  la 
madre,  o  il  fratello  carnale  suole 
ricevere  visite  dal  sacro  collegio,  e 
nel  riceverle  dev'  essere  vestito  di 
sottana  e  mozzetta  paonazza,  ed  in 
quella  circostanza  non  deve  incon- 
trare ne  accompagnare  alcuno,  stan- 
do nella  propria  camera  come  fosse 
un  cardinale  nuovo  ;  i  cardinali  che 
■vanno  a  visitare,  vi  devono  andare 
in  abito  paonazzo ,  con  sottana , 
mozzetta  e  ferraiuolo,  ed  il  cardi- 
nale visitato  deve  rendere  la  visita 


LUT  2o5 

tanto  ai  cardinali,  come  agli  am- 
basciatori, col  medesimo  abito  dei 
cardinali  che  lo  visitarono.  E  soli- 
to che  i  cardinali  in  tale  occasione 
vestono  di  tutto  punto  a  loro  spe- 
se di  scoruccio  tutla  la  famiglia , 
di  roba  e  forma  conforme  alla 
qualità  delle  persone,  vestendosi  di 
rovescio  (specie  di  panno  lano,  che 
ha  il  pelo  lungo  da  rovescio  )  co- 
tonalo. Per  la  nobiltà  (o  sia  fa- 
miglia nobile)  si  piglia  di  quello 
di  Firenze,  e  per  gli  altri  di  quello 
di  Fabriano  odi  Fossombrone,  do- 
vendosi vestire  tutti  quelli  a  cui 
si  dà  la  parte.  E  perchè  in  palazzo 
di  sua  Santità  i  cardinali  nipoti 
del  Papa  non  usano  mai  fare  sco- 
ruccio, vivente  lo  zio,  occorse  che 
sotto  il  pontificato  di  Clemente  VJ1I 
mori  in  Ungheria,  dov'era  capitano 
generale  di  s.  Chiesa,  d.  Giovanni 
Francesco  Aldobrandini  ,  conte  di 
Medola  e  nipote  di  sua  Santità  , 
i  cardinali  Aldobrandini  e  San  Gior- 
gio, altri  nipoti  del  Papa  e  co- 
gnati del  defunto,  fecero  lo  scoruc- 
cio di  questa  forma.  Le  persone  lo- 
ro eminentissime  andavano  vestite 
di  rosso  o  di  paonazzo  conforme 
che  correva  alla  giornata,  ma  non 
portarono  mai  né  ciambellotto,  né 
sottana  di  seta,  essendo  sempre  tut- 
te le  vesti  di  saietta,  e  le  mostre 
e  imbottiture  delle  vesti  paonazze 
erano  rosse  al  solito.  Le  carrozze 
che  usarono  in  detto  tempo  erano 
di  velluto  nero,  imbollettale  di  ne- 
ro, con  colonne  del  medesimo  vel- 
luto, e  fornito  ogni  cosa  di  nero. 
I  gentiluomini  e  aiutanti  di  came- 
ra, li  vestirono  di  saietta  di  Mila- 
no, perchè  era  del  mese  di  settem- 
bre, ed  i  parafrenieri  di  panno  fi- 
no, ma  senza  cotone,  ed  i  servi- 
tori de'  gentiluomini,  con  il  resto 
della  famiglia,  di  panno    un    poco 


2o6  LUX 

più  grosso,  avendo  dato  quei  buo- 
ni principi  tutto  quello  che  biso- 
gnava per  vestirsi,  e  pagato  fattu- 
re e  di  più  calzette  di  seta,  legac- 
ci,  cappello,  cintura,  centurino  e 
stringhe  ad  ogni  persona  conforme 
al  suo  grado.  Deve  avvertirsi  che 
venendo  a  Roma  un  nuovo  cardi- 
nale per  pigliare  il  cappello,  il  qua- 
le per  occasione  di  morte  di  alcun 
suo  congiunto,  si  trova  far  scoruc- 
cio, in  tale  occasione  deve  depor- 
lo, e  usar  gli  abiti  di  cardinale 
che  non  faccia  scoruccio  ;  può  bensì, 
se  vuole,  avuto  che  ha  il  cappello  in 
concistoro  pubblico,  e  fatta  dal  Papa 
la  cerimonia  ne'concistori  segreti  di 
aprire  e  serrare  la  bocca,  ripigliar 
lo  scoruccio  e  portarlo  quando  gli 
tornerà  a  comodo.  Sin  qui  il  Luna- 
doro,  il  quale  nell'edizione  di  Ro- 
ma 1664,  intorno  al  lutto  de'car- 
dinali  però  dice  :  »»  Oggi  per  de- 
creto fatto  dalla  Santità  di  no- 
stro Signore  Alessandro  VII,  i  car- 
dinali nelle  proprie  persone ,  car- 
rozze e  fiocchi  de' cavalli  non  usa- 
no più  lo  scoruccio  ".  Nella  vita 
di  Alessandro  VII  del  Sandini  ,  t. 
II,  p.  689,  si  legge.  »  Cardinalibus 
vero  interdix.it  usum  coloris  nigri 
ac  lugubris;  quo  dolorem  ex  neces- 
sarii  alicujus  obitu  testabantur  ". 
Inoltre  la  sacra  congregazione  ceri- 
moniale ,  l' osservanza  dei  decreti 
della  quale  giurano  osservare  i  car- 
dinali, derogò  a  quanto  era  stato 
permesso  dalla  sacra  congregazione 
de'  riti  a*  cardinali  in  occasione  di 
lutto,  col  seguente  decreto  in  data 
de*  18  luglio  1701.  »  E. mi  DD. 
occasione  luctus  e  rocchettis  laci- 
nia, vulgo  merletti,  nec  non  in  pi- 
leis  cingula  aurea  quocumque  tem- 
pore non  auferant,  et  sicut  in  per- 
sona, et  in  proprio  curru  nil  luctus 
habere  debebunt,  ita  neque  in  domi- 


LUT 
bus,  neque  in  curribus  qnibuscuro- 
que  ".  Noteremo  che  parlando  il 
Lunndoro  della  processione  del  Cor- 
pus Domini,  avverte  che  i  cardi- 
nali devono  sempre  avere  scarpe 
e  calze  rosse;  quando  però  portava- 
no i  vestimenti  paonazzi,  anche  le 
calze  e  le  scarpe  si  portavano  pao- 
nazze. 

Non  solo  i  cardinali  vestirono 
e  vestono  a  lutto  i  loro  famigliari, 
quando  prendono  essi  stessi  il  lut- 
to per  la  morte  di  qualche  con- 
giunto, ma  alla  loro  stessa  morte 
concedono  il  vestiario  detto  corruc- 
cio, ed  il  compenso  pecuniario  chia- 
mato quarantena,  oltre  quelle  be- 
neficenze particolari  che  loro  piace 
usare,  secondo  il  loro  animo  gene- 
roso e  possibilità.  Per  corruccio  si 
dà  un  compenso  in  denari  equi- 
valente al  vestiario  che  ad  ogni 
individuo  della  famiglia  compe- 
te per  quarantena  si  dà  quanto 
in  ragione  della  mesata  d'  ogni 
famigliare  corrisponde  al  periodo 
di  quaranta  giorni .  Il  corruccio 
e  la  quarantena  sono  un  dirit- 
to sostenuto  dalla  costituzione  di 
Benedetto  XIV,  In  eminenti  su- 
premi priiicipatus  ,  idibus  julii 
i75o,  presso  il  suo  Bull.  tom. 
HI,  pag.  i3i.  »  Praeterea  nullam 
iisdem  competere  volumusactionem 
prò  quadragenorum  dierum,  ut  a- 
junt,  stipendio,  sive  prò  atris  ve- 
stibus,  aut  prò  conseguenda  por- 
tione  cujusque  summae  inter  alios 
familiares  mercede  conductos ,  ut 
supra  dividendae,  sed  praeter  ho- 
norem, quem  ex  defuncti  familia- 
ritate  consequuti  sunt,  aliasque  u- 
tilitales,  si  quas  illius  grafia  et 
auctoritate  jam  perceperunt,  nil  a- 
liud  ipsis  sperandum  relinquimus, 
quam  quod  vel  defunctus  ipse,  gra- 
ti animi  ergo,    eisdem    nominatim 


LUT 

testamento  legaverit  ".  Questa  dis- 
posizione di  Benedetto  XIV  fu  san- 
zionata dal  decreto  del  cardinal 
Roverella  pro-uditore  di  Pio  VI, 
favorevole  ai  famigliari  del  cardi- 
nal Filippo  Lancellotti,  morto  dopo 
circa  cinque  mesi  di  cardinalato  ai 
i3  luglio  1794,  ed  emanato  facto 
verbo  cum  sanclissimo,  per  cui  ha 
forza  di  legge.  In  seguito  fu  la 
disposizione  anche  confermala  suc- 
cessivamente da  diverse  sentenze 
nelle  cause  sostenute  dai  famigliari 
dei  defunti  cardinali  Guidobono  Ca- 
valcioni, Cesare  Guerrieri,  France- 
sco Pandolfi- Alberici,  Luigi  Frez- 
za, ec.  contro  i  loro  eredi,  ed  ema- 
nate in  favore  de'  medesimi  fami- 
gliari. V.  Famiglia  de'  cardinali 
e  prelati.  Al  presente  la  maggior 
parte  de'  cardinali  non  fanno  lut- 
to per  la  morte  dei  loro  parenti , 
tranne  qualcuno ,  e  per  lo  più  di 
nobili  famiglie  romane.  Ne  diedero 
gli  ultimi  esempli  i  cardinali  Bene- 
detto Naro  romano,  Giorgio  Do- 
ria  romano,  Carlo  Odescalchi  ro- 
mauo,  Giacomo  Fransoni  genovese; 
non  prese  il  lutto  il  cardinal  Tom- 
maso Weld  inglese  nella  morte  del- 
la figlia,  per  riguardi  di  modera- 
zione. Il  lutto  greve  dura  un  anno 
e  tre  giorni,  e  consiste  nel  vestire 
tutta  la  famiglia  di  abiti  e  calze 
nere,  compresi  i  domestici  da  li- 
vrea,  i  cui  abiti  si  fanno  della  for- 
ma delle  livree  giornaliere ,  tutti 
portando  il  velo  nero  al  cappello. 
Deve  però  avvertirsi,  che  quel  car- 
dinale che  ha  vestito  la  sua  fami- 
glia a  lutto,  questa  non  può  por- 
tare recandosi  all'udienza  del  Papa, 
alle  cappelle,  ed  in  tutti  i  luoghi 
e  funzioni  ne'  quali  ha  luogo  il 
treno  e  le  vesti  da  gala.  In  Roma 
ordinariamente  i  prelati  non  usano 
il  lutto  nei  loro    famigliari,    meno 


LUT  207 

qualcuno  di  casa  magnatizia.  Agli 
articoli  Calze,  Cappa,  Cappello  car- 
dinalizio ,  Conclave  ,  ed  altri  si 
discorre  di  altro  riguardante  il  lut- 
to, le  vesti  del  venerdì  santo,  quel- 
le pei  novendiali  del  Papa  defun- 
to, e  per  la  sede  vacante.  All'artico- 
lo Conclave  dicemmo  come  Cle- 
mente XI 1  proibì  che  si  dassero  le 
vesti  di  corruccio  nella  morte  del 
Papa  al  cardinal  camerlengo,  ed  ai 
prelati  uditore  generale  della  ca- 
mera, tesoriere  generale,  a  due 
chierici  di  camera  ed  al  presiden- 
te della  medesima.  Nei  ruoli  del 
palazzo  apostolico  del  i55i,  vi  è 
la  nota  della  famiglia  che  dovea 
conseguire  il  corruccio  in  sede  va- 
cante, come  notammo  all'articolo 
Famiglia  Pontificia.  La  cera  di  spa- 
gna nera  che  si  adopera  ne' sigilli 
di  chi  è  in  lutto,  poco  si  usa  dai 
cardinali  e  prelati,  e  mai  scriven- 
dosi ai  sovrani  ;  sogliono  adoperarla 
privatamente. 

Prima  giustamente  i  soli  nobili 
e  le  persone  distinte  o  per  condi- 
zione o  per  ricchezza,  nella  morte 
de'  loro  congiunti  prendevano  il 
lutto.  Ora  tal  costume  è  divenuto 
moda  quasi  comune  a  tutti  i  celi, 
poiché  si  vede  il  mediocre  parti- 
colare, l'impiegato,  le  persone  che 
vivono  di  salario,  e  persino  qual- 
che artista  di  arti  meccaniche,  col 
velo  nero  al  cappello,  e  spesso  ac- 
ciocché risalti  sul  cappello  bianco. 
Tutte  le  persone  assennate  e  di 
buon  senso  riprovano  e  disprezza* 
no  l' invalso  abuso  ed  ostentazio- 
ne di  coloro  che  più  per  vanità 
che  per  duolo  prendono  il  corruc- 
cio, seguendo  la  leggerezza  d' un 
secolo  per  una  parte  meraviglioso, 
per  l'altra  veramente  a  vapore.  Fe- 
lici que'  tempi  in  cui  si  osservava 
la  prammatica    sì    nelle    vesti    che 


2oS  LLT 

nel  Irattamcnto,  secondo  le  quali- 
le,  gn^O  ed  ordine  de'  cittadini , 
poi  eli  è  non  solo  allora  si  conosce- 
vano nella  società  i  diversi  celi , 
ma  veniva  tenuto  in  freno  il  fa- 
tale ed  immorale  Lusso  (f^edi),  ro- 
vina delle  famiglie,  e  cagione  d'in- 
finiti mali.  Non  si  nega  che  tutti 
possano  anzi  debbano  esprimere  con 
modi  esterni  il  lutto,  per  quel  sen- 
timento di  dolore  che  abbiamo  per 
la  perdita  de'  nostri,  ma  solo  i  sag- 
gi desiderano  che  non  si  faccia  con 
que'  segni  che  sono  da  tempo  im- 
memorabile propri  della  nobiltà 
e  delle  persone  distinte  e  qualificate, 
poiché  l'amalgama  ha  sempre  dis- 
piacevoli conseguenze.  In  alcuno 
parti  d'Italia,  come  in  Bologna, 
fu  costume  anticamente,  che  quan- 
do moriva  alcuno  de'  nobili  della 
città,  il  pretore  ed  il  capitano  an- 
davano ad  onorarne  il  funerale.  A 
Modena  si  concedeva  l' onore  del 
suono  funebre  delle  campane  del 
pubblico,  che  per  un  giorno  inte- 
ro davano  segno  e  pubblicavano 
la  morte  delle  persone  nobili.  L'in- 
troduzione delle  armi  gentilizie  tie- 
ne luogo  delle  immagini  e  ritratti 
de'  maggiori,  che  appresso  i  roma- 
ni venivano  esposte,  e  che  secondo 
i  costumi  loro.,  designavano  le  fa- 
miglie nobili  di  que' tempi,  per  cui 
quando  una  famiglia  non  poteva 
esporre  una  simile  pompa,  giudi- 
ca vasi  che  fosse  ignobile  ed  oscura. 
Tali  immagini  consistevano  in  te- 
ste di  cera,  che  conservavansi  negli 
armadi  di  legno,  tenuti  rinchiusi 
negli  atrii  delle  case.  In  occasione 
de' funerali  si  adornavano  que'  si- 
mulacri con  abiti  neri.  In  tal  mo- 
do ravvivavansi  le  memorie  di  que- 
gli eroi,  si  esponevano  nella  parte 
piìi  insigne  e  più  celebre  della  ca- 
sa,  affinchè  col    far    risplendere    in 


LUT 

quelle  il  sangue  delle  famiglie,  ser- 
vissero & 'posteri  di  continuo  stimo- 
lo ad  imitarli.  Tifilo  più  nobile 
era  stimata  una  stirpe,  quanto 
maggiore  era  il  numero  delle  im- 
magini di  cui  vedevasene  adorna 
la  casa.  Riputavansi  non  meno  cu- 
stodi, che  autori  dello  splendo- 
re acquistato.  Daremo  qui  appres- 
so alcune  delle  principali  nozio- 
ni sul  lutto  che  usano  le  nobili 
famiglie  romane  e  le  persone  d'am- 
bo i  sessi,  oltre  quanto  dicemmo 
all'articolo  Funerali,  massime  a  p. 
72,  voi.  XXVI II  del  Dizionario. 

Nella  nobiltà  romana  la  durata 
e  qualità  di  lutto  non  avendo  re- 
gola scritta,  esiste  nelle  tradizioni, 
le  quali  hanno  variato  e  variano 
tra  gli  antichi  usi  ed  i  moderni,  e 
principalmente  per  comodo  di  quelli 
che  di  mala  voglia  soffrono  le  pri- 
vazioni dei  divertimenti  che  il  lut- 
to porta  seco.  Dopo  aver  consulta- 
to i  più  osservanti  ed  istruiti  si- 
gnori di  Roma  su  argomento  sì 
delicato  e  difficile,  riporterò  alcune 
norme  approssimative,  poiché,  il  ri- 
peto, non  essendovi  una  salutare 
prammatica.,  ciascuno  si  fa  un  me- 
todo particolare,  aumentando  o  di- 
minuendo le  consuetudini,  secondo 
le  circostanze,  l'arbitrio  e  forse  an- 
cora la  poca  affezione  e  rispetto  per 
gli  estinti.  Di  fatti  anticamente  mai 
intervengasi  ai  balli  ed  alle  cla- 
morose riunioni  col  lutto,  massime 
col  greve,  come  si  fa  ora  con  dis- 
approvazione di  non  pochi  saggi.  Il 
lutto  greve  non  si  deponeva  mai 
dalle  vedove  nella  sua  durata,  e 
gli  altri  non  lo  deponevano  che 
nelle  grandi  solennità  della  Chiesa. 
Oggidì  anche  i  vari  gradi  di  lutto 
sono  diversi  dagli  antichi.  Eziandio 
nella  qualità  delle  stoffe  e  colori, 
prima  nel  lutto  greve  rigorosamen- 


LUX 

te  si  osservava  l'incedere  in  tutto 
nero  e  di  lana  ;  in  quello  di  mez- 
zo lutto  il  vestiario  era  tutto  dì 
nero ,  ma  con  stoffe  di  seta  ;  e  nel 
lutto  leggiero  le  dame  indossavano 
abiti  cenerini,  frammischiandovi  in- 
dumenti bianchi  e  neri;  gli  uomi- 
ni portavano  abito  nero  con  cai- 
toni  e  calzette  simili ,  corpetto  e 
cravatta  bianca.  Andiamo  dunque  a 
riportare  le  norme  più  general- 
mente osservate.  Il  lutto,  secondo 
lo  stile  delle  famiglie  patrizie  ro- 
mane, si  distingue  in  lutto  greve, 
in  mezzo  lutto,  ed  in  lutto  leggie- 
ro. Il  lutto  greve  consiste  nell'in- 
tiero vestiario  nero  di  tutta  lana, 
sì  negli  uomini  che  nelle  donne. 
Per  altro  gli  uomini  usano  la  cal- 
zatura consueta,  le  donne  poi  la 
calza  di  seta.  Nel  lutto  greve  gli 
uomini  usano  fasciare  il  cappello 
di  velo  nero  crespo  ,  le  donne 
abbandonano  gli  ornamenti  delle 
gioie  ed  ori.  11  mezzo  lutto  sì  ne- 
gli uomini  che  nelle  donne  consiste 
nel  vestiario  di  color  nero ,  ed  è 
permessa  la  seta  ;  dalle  donne  si 
usano  eziandio  i  merletti.  Il  lutto 
leggiero  poi  consiste  negli  uomini 
nel  velo  nero  al  cappello ,  nelle 
donne  il  vestiario  si  compone  di 
abiti  di  color  bianco  meschiati  con 
alcuni  neri,  polendo  usare  i  bril- 
lanti e  gli  ori.  La  durata  del  lut- 
to ne'  diversi  casi  è  come  segue. 

Il  coniuge  superstite  per  la  morte 
dell'altro  coniuge  indossa  il  lutto  per 
mesi  dieciotto,  cioè  dodici  mesi  di 
lutto  greve,  tre  di  mezzo  lutto,  e 
tre  di  lutto  leggiero.  Altri  assegna- 
no ai  vedovi  ed  alle  vedove  quin- 
dici mesi  di  lutto.  Quanto  a  quelli 
che  ammettono  i  dieciolto  mesi  di 
lutto  ,  vi  sono  molti  che  lo  divi- 
dono così  :  un  anno  lutto  greve , 
sei  mesi  mezzo  lutto  usando  lai  se- 

VOL.    XL. 


LUT  209 

ta,  e  negli  ultimi  mesi  la  seta  bi* 
già  o  cenerina.  Le  visite  si  rendo- 
no dopo  i  quaranta  giorni,    e  per 
un  anno  non  si  va  nelle  grandi  so- 
cietà. E  da  notarsi    che    il    teatro 
attualmente  viene  riguardato  come 
grande    società .    Padre    e    madre  : 
un  anno  di  lutto,    sei   mesi    greve 
e  sei    leggiero,    negli    ultimi    mesi 
però  potranno  mettersi  i  veli  bian- 
chi   e    neri  ;    nei    primi    due    mesi 
non  si  va  in   gran  società.  Altri  o- 
pinano  che  il  lutto  de'  genitori  sia 
sei  mesi  di   lana    e  sei  di   seta  ;    le 
donne  nei  primi  quattro  mesi  use- 
ranno   i    veli    crespi  ,    nei    secondi 
quattro  mesi  i  veli  appannati,   ne- 
gli ultimi  quattro  mesi  i  veli  bian- 
chi. Vi  sono  altri  che    dividono  il 
lutto  de'  genitori ,    in    sei    mesi  di 
lutto  greve,  in  tre  di  mezzo  lutto,1 
ed  in  tre  di  lutto    leggiero.    Note- 
remo che  il   lutto  per  un  capo  di 
casa  si  porta  per  lo  spazio  di  tem- 
po e  nello  stesso   modo  che  si  por- 
ta pei  genitori.  Figli  e  Figlie:  i  fi- 
gli e  figlie   minori  o  di  famiglia  or- 
dinariamente non  ammettono  lutto 
nei  loro  genitori  e  nella  parentela; 
quando  poi  essi  sono  coniugati,  al- 
lora   i    genitori    prendono    il  lutto 
del  primo  grado    di    parentela ,    o 
meglio  quello  de'  fratelli  e  sorelle. 
Per     i    parenti    di  primo    grado  4 
nonno  e  nonna,  dodici  mesi  di  lutto 
greve,  tre  mesi  di  mezzo    lutto ,  e 
tre  mesi  di  lutto   leggiero.    Per    il 
terzo  grado  di  parentela,  tre  mesi 
di  lutto,    cioè    quaranta    giorni  di 
lutto  greve,  il  restante    del    tempo 
di  lutto  leggiero.  Per  i  parenti  iit 
quarto  grado    quaranta    giorni    di 
lutto  fra  tutto.   In  quest'ultimo  ca- 
so gli   uomini   non  usano  che  il  ve- 
lo nero  sul  cappello.  Nei  primi  tre 
mesi    del     tempo    del    lutto    greve 
non  sono  ammessi  i  teatri,  le  feste 

•4 


aio  LUT 

o  accademie,  ne  i  clamorosi  rice- 
vimenti, benché  di  recente  siasi  in- 
trodotto l'uso  non  lodevole  di  an- 
dare  al  teatro  spirati  i  primi  qua- 
ranta giorni. 

Ma  a  voler  classificare  meglio  i 
gradi  di  parentela,  li  faremo  come 
segue.  Nonno  e  nonna  :   nove  me- 
si di    lutto,    cinque    greve,    e    nei 
primi  quaranta   giorni    non    si  va 
in  gran    società  ;    quattro    mesi    di 
lutto  leggiero,  e  per  il  primo  tem- 
po di    questi    suol    portarsi    l'abi- 
to di    seta    nera  con    veli  leggieri 
detti  di  Bologna,  e  negli  ultimi  può 
andarsi  anche  con  veli  neri  e  bian- 
chi.  Altri  dicono  che    si    deve    in- 
cedere, sei  mesi  in    lana    e    tre  in 
seta;  le  donne  pei   primi  tre  mesi 
porteranno    i    veli    crespi  ,   pei  se- 
condi  tre  mesi  gli  appannati,    per 
gli    altri    tre   i    veli  bianchi.   Altri 
sono  di  parere  che    il    lutto   degli 
avi    sia    di    cinque    mesi    di    lutto 
greve,  di  due  di   mezzo  lutto,  e  di 
due  di  lutto  leggiero.  Fratelli  e  so- 
relle :   sei    o    sette    mesi    di  lutto; 
tre  o  quattro,  secondo  le  circostan- 
ze, di  lutto  greve;  due  o  tre  mez- 
zo lutto,  ed  in  ultimo  pel    tempo 
rimanente  lutto  leggiero.  Per  qua- 
ranta giorni   non  si   va  in  gran  so- 
cietà.  Altri  sono  di  parere    che   il 
lutto  per  tali  parenti  sia  di  sei  me- 
si, tre  in  lana  e  tre  in  seta.    Co- 
gnati e  cognate:  come  il  lutto  pei 
fratelli  e  sorelle;  se  però  i  cognati 
ed   i  fratelli  fossero    capi    di    casa , 
o  avessero  qualche  pubblica  rappre- 
sentanza o  dignità,  allora    si  adot- 
terà il  lutto  che  si  osserva  per  gli 
avi.  Zìi  e  nipoti:  alcuni    sono  pel 
medesimo    lutto    de'  fratelli    e  co- 
gnati ;  altri  lo  stabiliscono  in  quat- 
tro mesi,  cioè  due  di    lutto    greve 
e  due  di  mezzo  lutto  e  lutto  leg- 
giero; per  quindici   giorni    non    si 


LUT 

accede  nelle  grandi  società.  Cugini: 
alcuni  dicono  come  il  lutto  de' fra- 
telli e  cognati;  altri  sono  di  pare- 
re che  quaranta  giorni  si  debba 
andare  con  abito  di  seta  nera  e 
veli  neri  ;  un  mese  di  mezzo  lutto, 
e  per  una  settimana  astenersi  di 
andare  in  società.  Cugini  in  secon- 
do e  terzo  grado  :  un  mese  di  lut- 
to nero,  ma  in  seta,  similmente  pei 
sii  cugini.  Parenti  più  lontani  :  quin- 
dici giorni  di  mezzo  lutto. 

Suol  farsi  qualche  distinzione  nel 
portare  i  lutti  per  i  parenti  domicilia- 
ti in  altre  città,  e  si  regola  presso  a 
poco  come  sogliono  regolarsi  i  lutti 
dei    parenti    più    prossimi.    Questa 
distinzione    consisterebbe  nel  dimi- 
nuire il  tempo  del  lutto,    di  due, 
tre    o    quattro    settimane.    Vi    so- 
no poi  diverse    circostanze    in    cui 
suol  mettersi  il  lutto  che  chiama- 
si di  convenienza,  lungo    o    breve 
secondo  i  casi,  gli  usi  e  le  consue- 
tudini  delle    famiglie.    Aggiungere- 
mo altre  generiche  nozioni  sul  lut- 
to della  nobiltà  romana.    Gli    uo- 
mini in    mezzo  lutto    o   lutto    leg- 
giero   in    società    possono    portare 
cravatta  e  guanti  bianchi.    Le    vi- 
site di  condoglianza,    generalmente 
parlando,  si  possono  rendere  anche 
dopo    quindici    giorni.     Ai    parenti 
stretti  si  possono  rendere  le    visite 
anche    prima    dei    quindici    giorni. 
Nelle  piccole  società  vi  si  può  an- 
dare dopo   i  quindici    giorni;    non 
così  nelle  grandi  società  e  al    tea- 
tro, meno  che  a  questo  non    vi  si 
andasse  che  privatissimamente,  ove 
per  altro  ordinariamente  non  si  va 
che  dopo  quaranta  giorni.  Nelle  car- 
rozze ed  appartamenti  non    si    co- 
stuma affatto  segni  di  lutto.  Il  lut- 
to de'  famigliari,  si  uomini  che  don- 
ne, uguagliasi  a  quello    de'  padro- 
ni. I  famigliari  però   non    indossa- 


LUX 

no  gli  abiti  di  lutto  se  non  che 
per  la  morte  de'  loro  padroni,  pa- 
dre e  madre  di  essi  padroni ,  avo 
ed  avola  sì  paterni  che  materni. 
Per  la  morte  di  altri  parenti  dei 
padroni,  la  servitù  non  indossa  al- 
cun lutto,  a  meno  che  non  trattisi 
della  morte  di  un  cardinale  fratel- 
lo o  zio  carnale  del  padrone  di 
casa.  In  tale  caso  non  in  ragione 
della  parentela,  ma  a  causa  di  gra- 
titudine, indossa  il  lutto  anche  la 
famiglia  dell'erede.  Va  notato,  che 
il  lutto  ossia  le  vesti  della  fami- 
glia nobile,  deve  distinguersi  nella 
qualità  dalle  famiglie  di  sala ,  di 
scuderia,  ed  il  portiere.  Sono  poi 
varie  le  regole  del  lutto  nelle  al- 
tre città  dello  stato  pontificio,  come 
negli  altri  luoghi  degli  stati  este- 
ri. Varie  egualmente  sono  le  re- 
gole del  lutto  nelle  corti  sovrane, 
così  una  è  l' etichetta  ne'  governi 
ereditari,  altra  quella  nei  governi 
elettivi. 

LUXEMBOURG  Pietro  (beato). 
V.  il  voi.  Ili,  p.  216  del  Diziona- 
rio. 

LUXEMBOURG  Lodovico,  Car- 
dinale. Lodovico  Luxembourg,  di 
Ligny  de'  signori  di  Beraurevoir,  non 
che  detto  Bar,  dopo  essere  stato  pre- 
sidente della  camera  regia  di  Parigi  e 
gran  cancelliere  di  Francia  nel  regno 
di  Enrico  V  re  d'  Inghilterra,  nel 
tempo  in  cui  quel  sovrano  avea 
occupato  le  Gallie,  ottenne  il  vesco- 
vato di  Terovanne  nel  i4'5,  »n 
luogo  di  quello  di  Losanna  che  già 
possedeva,  e  trovossi  presente  alla 
solenne  consecrazione  dello  stesso 
Enrico  V  in  re  di  Francia,  fatta 
in  Parigi.  Terminato  il  concilio  di 
Basilea  a  cui  intervenne,  fu  tra- 
sferito nel  i436  da  Eugenio  IV 
all'arcivescovato  di  Ptouen,  e  nel 
i438    a  quello  di  s.    Ely  nell'  In- 


LUX  sin 

ghiltérra.  Mentre    Eugenio  IV  ce- 
lebrava il  concilio    generale  di  Fi- 
renze, a' 18  dicembre   i439  lo  creò 
cardinale    prete     del     titolo    de' ss. 
Quattro,  indi  dallo  stesso  Papa  nel 
i442  m  fatto    vescovo  Tusculano. 
Morì  in    Hatfeild    nell'  Inghilterra 
nel  i443,  6  fu  sepolto  nella  catte- 
drale di    s.    Ely     tra  due    colonne 
presso  F  altare  delle  reliquie.    La- 
sciò per    testamento   alla  chiesa  di 
Terovanne  la  terra    di  Harmaville 
nella  diocesi  di  Arras,  per  la  fon- 
dazione di  sei  cappellanie  a  favore 
e  in  servigio  di    quella    cattedrale. 
LUXEMBOURG  Teobaldo,  Car- 
dinale.  Teobaldo   di    Luxembourg 
della     real    stirpe    de'  monarchi  di 
Francia,    fu  a'  suoi  tempi  capitano 
di  gran  valore   e  fama  e  per  con- 
seguenza   accettissimo    ai    sovrani 
delle  Gallìe.    Tolta  moglie    ne  ri- 
portò un  figlio  detto  Filippo  ,  che 
poi  fu  cardinale    Passata  la  di  lui 
moglie  a    miglior    vita,   abbandonò 
Teobaldo  il  secolo,  e  vestì  la  cocol- 
la monastica  nell'ordine  cisterciense, 
dove  divenuto  chiaro  per  la  prati- 
ca costante    delle    religiose    virtù, 
fu    eletto  abbate  di  Orsocampo    e 
poi    fatto    vescovo    di    Mans,    indi 
nel    1472    ambasciatore    del  re    di 
Francia   presso    Sisto  IV,  che    nel 
i474  ìn  grazia  del    re    lo  destinò 
ma     non     lo     pubblicò    cardinale . 
Claudio  Roberto  nella  serie  de've- 
scovi      di    Mans ,     Ferdinando     U- 
ghellio     nelle    aggiunte  al    Ciacco- 
nio,  scrivono    che    nell'  anno    stes- 
so 1 474-  portandosi  a  Roma  finì  di 
vivere.  Siccome  però  ne'registri  va- 
ticani, come  nei    diari  di  Sisto  IV 
non  vi   è  il  suo  nome,  molti  dubi- 
tano della  dignità  cardinalizia,   che 
il    Ciacconio  dice  aver  conseguita. 

LUXEMBOURG  Filippo,  Cardi- 
naie.  Filippo  di  Luxembourg  figlio 


312  LUX 

del  precedente  ,  ed  oriundo  della 
regia  stirpe  de*  monarchi  di  Fran- 
cia, venne  promosso  da  Alessandro 
Vi  ai  vescovato  di  Terovanne,  e 
nel  i5i2  da  Giulio  li  a  quello 
di  Arras,  che  al  dire  de'  Salumai-- 
tani  ritenne  per  tre  anni,  i  quali 
poi  contraddicendosi  affermano  che 
solo  nel  1 5 1 6  ottenne  quella  chie- 
sa. Dipoi  fu  fatto  vescovo  di  Mans, 
e  ad  istanza  del  re  di  Francia  il 
Papa  Alessandro  VI  ai  21  gennaio 
1496  lo  creò  cardinale  prete  de'ss. 
Marcellino  e  Pietro,  colla  preroga- 
tiva di  legato  a  Intere  nelle  Gallie; 
Leone  X  nel  1  5 1 8  lo  fece  vescovo 
Tusculano.  Fu  uno  de' giudici  de- 
putati col  carattere  di  legato  nella 
causa  per  lo  scioglimento  del  ma- 
trimonio di  Luigi  XII  e  Giovan- 
na Francesca  di  Valois,  che  dopo 
lo  scioglimento  fondò  un  mona- 
stero di  francescane,  visse  e  mori 
santamente.  Istituì  il  cardinale  due 
collegi  ,  uno  in  Parigi,  1'  altro  in 
Mans,  a  cui  si  diede  principio  do- 
po la  sua  morte  nel  i526,  asse- 
gnando al  primo  diecimila  lire  di 
dote.  Rinunziò  il  vescovato  di  Mans 
a  suo  nipote  con  regresso,  secondo 
l'uso  di  que' tempi,  ed  essendo  que- 
sti premorto  allo  zio,  fu  di  nuovo 
il  cardinale  collocato  sulla  cattedra 
di  quella  chiesa,  alla  quale  com- 
partì segnalati  benefizi.  Il  suo  no- 
me si  legge  registrato  nel  martiro- 
logio gallicano  a'22  giugno,  dicen- 
do ivi  essere  stati  da  Dio  operati 
al  suo  sepolcro  strepitosi  miracoli. 
Certo  è  che  fu  riguardato  come 
uno  de' più  grau  cardinali  del  suo 
tempo.  Egli  morì  in  Mans  nel  1^19, 
in  età  di  settantaquattr'  anni,  ed 
ebbe  in  quella  cattedrale  la  tom- 
ba, che  in  tempo  delle  guerre  ci- 
vili sperimentò  il  furore  degli  ere- 
tici, che  nel   loro  fanatismo    dopo 


LUX 

aver    bruciate  le  sue  ossa  ,    affatto 
hi    rovinarono. 

LUX.KUNE    Cesare  Guglielmo, 
Cardinale.    Cesare     Guglielmo    de 
la   Luzeme,  d'una   delle    principali 
famiglie  della  Normandia,  ed  essen- 
do  sua  madre  figlia  di  de  Lamoi- 
gnon  cancelliere  di  Francia,  nacque 
a   Parigi     nel     1738.  Sviluppò    di 
buon'ora  delle  eccellenti  qualità  di 
spirito  e  di  cuore.    All'  uscire    del 
collegio    passò    agli  studi    teologici, 
ove  ottenne  dei  gran  successi   dap- 
prima  nel    seminario    di  s.  Magio- 
rio,   poi  alla  casa  di  Navarra.    Nel 
1762    fu  acclamalo  il  primo  della 
sua  classe.  Fu  poi   vicario  generale 
di   Narbona  ,     e    nel    1765     venne 
nominato    agente    generale  del  cle- 
ro.  Dovette  a'  suoi   talenti     l'onore 
di  essere  nominato  dal  re  nel  1770 
per  successore    di    Montmorin     ve- 
scovo   di    Langres,   ove    preceduto 
dalla   fama  di  sue    virtù  si  guada- 
gnò la  stima  e  l'amore  de'suoi  dio- 
cesani.    Instancabile     nell'  adempi- 
mento de'doveri  del  vescovato,  era 
indefessamente    occupato;    il     poco- 
tempo  che  gli     rimaneva    lo  dava 
allo  studio,  e  quindi  nel  1773   pro- 
nunziò   a  Nostre  Dame    l'orazione 
funebre  del  re  di     Sardegna  Carlo 
Emmanuele  III.   Nell'anno  seguente 
nella  stessa  chiesa  vi   recitò  quella 
di  Luigi  XV.  Nel    1787  fu  eletto 
per  uno  de'residenti  nell'assemblea 
de'  notabili,    e  nell'  anno     appresso 
del    suo    clero    per    rappresentarlo 
agli  stali    generali.    Fu  in    questa 
occasione  che    conobbe    quali  pro- 
gressi avesse    fatti    lo  spirito  della 
vertigine  rivoluzionaria.    Vide    che 
l'unico  mezzo   d'arrestarne    i   pro- 
gressi sarebbe  stato  quello  di    for- 
mare due  camere    a    un    dipresso 
simili  a  quelle  dell'Inghilterra  ;  ma 
la  sua    proposizione  non  fu    ascoi- 


LUX 

tata,  e   il  conte    di  Mirabeau  con- 
futò questa  opinione.  Indi   fu  elet- 
to presidente    del    clero.     Allorché 
seguirono  gli  orrori  delle    giornate 
5  e  6    ottobre,    egli  ritornò    nella 
.sua  diocesi;  ma    vedendo  ancor  là 
die  i  due    partiti    erano    inaspriti, 
pensò    di  ritirarsi     nella     Svizzera. 
L'emigrazione  de'buoni  francesi  fu 
per  lui  un  motivo  di  esercitare  le 
virlù    episcopali.    Egli  accoglieva  a 
Costanza  ogni    giorno  dodici   preti 
emigrati  della  6ua  diocesi  alla  sua 
tavola,    e    divideva    con  essi     quel 
poco  denaro  che    avea  salvato.  Da 
Welo,  ove  il  soggiorno  de'suoi  pa- 
renti   lo    avea     momentaneamente 
attirato,  passò    in     Italia.    Venezia 
conserverà  lungamente  la  memoria 
delle  sue  eminenti  virtù,   il   suo  ze- 
lo per  la  salute  de'prigionieri  fran- 
cesi ,  che  jin  età  di  settantacinque 
anni  visitava   instancabilmente  negli 
spedali,  gli    fece  contrarre    un   tifo 
che  poco   mancò  non  lo  portase  alla 
tomba.  Tanti    meriti    e  tante  fati- 
che sostenute  da  lui  in  favore  del- 
la Chiesa  e  dello   stato  furono    ri- 
compensate nel    1814  con    l'invito 
fattogli  dal   re  Luigi  XVII I  di   re- 
carsi    u     Parigi     per  riprendere  il 
suo  antico  rango    di    duca  e  pari, 
e  per  la  sua  elevazione  al  cardina- 
lato. A  questa     dignità  lo  promos- 
se Pio  VII    nel    concistoro  de'  28 
luglio  1817,  annoverandolo  nell'or- 
dine de'  cardinali  preti.    Gli.  spedì 
la  notizia  e  il  berrettino  rosso  per 
la    guardia    nobile    Melchiorre  dei 
conti  della  Porta,  che  il  re  decorò 
del  titolo  di  cavaliere  della  legione 
d'onore.    Per    ablegato    apostolico 
per  la  tradizione  della  berretta  car- 
dinalizia il  Papa  destinò  monsignor 
Costantino    Patrizi    suo    cameriere 
segreto,  ora  cardinale  e  vicario  di 
Roma.  Il  re  dopo  aver  imposto  sul 


LUX  2i3 

capo  del    cardinale    la  berretta    gli 
disse.   >*    In    quanto  a   me    se  valgo 
qualche  cosa,  è  perchè  io  mi   sono 
costantemente    applicato    a    seguire 
i  consigli  che     voi   mi     avete     dati 
quarantatre  anni   sono,  terminando 
l'elogio    funebre  di     mio  nonno  "  . 
Ripristinando  Pio  VII   in  detto  an- 
no la  sede  di  Langres,    nel  conci- 
storo del     primo  ottobre  lo   preco- 
nizzò di   nuovo    vescovo.    Il    cardi- 
nale dopo    aver  nuovamente  edifi- 
cata  la  Francia,  cessò  di  vivere  ri- 
colmo di   meriti    a    Parigi  sua   pa- 
tria, a'21  giugno  1821,  e   fu  espo- 
sto   e   tumulato    nella  chiesa   delle 
carmelitane,   nella    strada  Wauggi- 
rard.  Ecco  la  nota  delle  sue  opere, 
la  maggior  parte    delle  quali  sono 
state   recentemente    ristampate.     1. 
Orazione    funebre  di     Carlo  Em- 
manuele  III  re  di  Sardegna,  1773. 
2.  Istruzioni    sul  rituale.  3.    Ora- 
zione funebre  di  Luigi  XF \  1774» 
4.    Dissertazione   sulla  libertà    del- 
l'uomo, siili9  esistenza    e  gli    attri- 
buti di  Dio,     1808.    5.    Istruzione 
pastorale  sullo  scisma  di  Francia, 
1808.  6.   Dissertazione  sulle  chiese 
cattoliche  e   protestanti,     iS  16.     7. 
Sermone  sulle    cause  dell'  ine redu* 
lità    detto    a    Costanza    nel    1795, 
1808.   8.    Dissertazione  sulla  legge 
naturale,    1810.    g.    Considerazioni 
sullo  staio  ecclesiastico,    18 io.    io. 
L'eccellenza  della  religione  nuova, 
1 8 1  o.    11.    Dissertazione    sulla  ri- 
relazione   in   generale,    18  io.     12. 
Dissertazione  sulle  profezie,    18 io. 
i3.  Dissertazione  sulle    verità  dèl- 
ia religione,    181  1.    i4^  Sulla  dif- 
ferenza   della  costituzione    inglese , 
con  la  costituzione  francese,   1816. 
i5.  Sulla  responsabilità  de' ministri, 
18 16.    16.     Considerazioni    sopra 
diversi   punti    di  morale   cristiana, 
1816.      17.    Dissertazioni    morali 


ai4  LUX 

lette  a  Venezia  nell'  accademia  dei 

Filareti,    1816.    1 8.  Spiegazione  dei     sullo  stesso    soggetto,    2  a.    Disscr- 


LUX 

Ossen>azioni  sul   progetto  di  legge 


vangeli,   18 16.    19.    Su  II  istruzione  tations    sur  le  prct    de  commerce, 

pubblica,    18 16.    20.    Risposta    al  Dijon    i8^3,  toni.  V.  Molte    altre 

discorso  di  Lally    Tollendal  sulla  restano  inedite. 
responsabilità  de  ministri,  1817.  ai. 


MA  A 


MAB 


2  i5 


M 


MAADAN.  Sede  vescovile  della 
Meso  pò  tamia,  nella  diocesi  de'  gia- 
cobiti,  ch'ebbe  per  vescovi  Malcho 
che  fiorì  nel  i494>  sotto  il  patriar- 
ca Ignazio  XII;  Dionigi  che  visse 
sotto  il  patriarca  Ignazio  Davide 
Sciaci)  ,  nel  i586.  Oriens  christ. 
t.    Il,   p.      l5l2. 

MA  ALTA.  Sede  vescovile  della 
provincia  di  Mosul  od  Adiabena, 
nella  diocesi  de'caldei,  situata  pres- 
so Nuhadra  ed  Ilonita.  Ne  furono 
vescovi,  Dindoa  cui  succedette  Ser- 
gio. Al  tempo  di  questi  due  pre- 
lati la  chiesa  di  Maalta  venne  u- 
nita  a  quella  di  Honita.  Successe- 
ro a  Sergio,  Ebedejeso  I,  Jabal- 
laha  1,  Jaballaha  li,  Malama  Ebn- 
Dora  nel  1602,  Giovanni,  Ciriaco, 
Ebedejeso  II,  Giorgio,  ec.  Oriens 
christ.  t.   II,  p.    12  36. 

MAANE  o  MAANETE  (s.), 
martire.   V.  Sapore  (s.). 

MAARA  o  MAARIN.  Sede  ve- 
scovile giacchila,  che  venne  in  se- 
guito unita  a  quella  di  Nisibi , 
sotto  la  dipendenza  del  mainano 
de'giacobiti.  Ebbe  per  vescovi  N. . . 
ordinato  dal  rnafriano  Gregorio  IV; 
N  . .  .  che  sedeva  nel  i  365.  Oriens 
christ.  t.  II,  p.    i588. 

MAARSAPORE  (s.),  martire. 
Principe  persiano,  commendevole 
per  le  sue  virtù  e  pel  suo  zelo  reli- 
gioso. Nel  cominciamento  della  per- 
secuzione mossa  dal  re  Isdeger- 
do  fu  preso  con  Narsete  e  Sabu- 
tacaj  i  quali  dopo  aver  sofferto 
vari  tormenti  riportarono  la  coro- 
na de!  martirio.  Maarsapore  subì 
molti  interrogatoli!,  e  fu  posto  al- 
la   tortura,    poi    lasciato    languire 


tre  anni  in  una  infetta  prigione, 
ove  patì  tutti  i  rigori  della  fame. 
Quindi  fu  ricondotto  davanti  al 
giudice,  che  trovandolo  fermo  nel- 
la confessione  di  Gesù  Cristo,  or- 
dinò di  gittarlo  in  una  fossa,  e 
chiuderne  l'apertura.  Alcuni  gior- 
ni dopo  i  soldati  aprirono  questa 
fossa,  e  trovarono  il  corpo  del  mar- 
tire senza  vita,  ma  circondato  di 
luce,  e  in  ginocchio,  come  se  stes- 
se in  orazione.  In  questa  posizione 
Maarsapore  avea  consumato  il  suo 
6agrifizio,  T  anno  di  Gesù  Cristo 
421.  La  sua  memoria  è  onorata  il 
dì  27  novembre. 

MABILLON  d.  Giovanni.  Nacque 
il  23  o  i5  novembre  1623  a  Saint- 
Pierre- Mont  diocesi  di  Reiuis.  Si 
fece  monaco  benedettino  della  con- 
gregazione di  s.  Mauro,  e  professò 
nell'abbazia  di  s.  Remigio  di  Reims 
nel  i654,  divenendo  celebre  e  be- 
nemerito per  la  sua  dot  tri  uà ,  e 
per  aver  passato  tutta  la  sua  vi- 
ta a  comporre  un  gran  numero 
di  eccellenti  opere.  Incominciò  a  far- 
si conoscere  pubblicando  i  Sermoni 
di  s.  Bernardo,  e  nel  1666  una 
composizione  sulla  morte  della  re- 
gina Anna  d'Austria  intitolata:  Gal' 
liae  ad  Hìspaniam  lugubre  nuntium. 
L'anno  1667  egli  pubblicò  una  nuo- 
va edizione  delle  opere  di  s.  Ber- 
nardo. Incaricato  poco  dopo  dal- 
la sua  congregazione  dell'  edizione 
degli  Atti  dei  santi  dell'  ordine  di 
s.  Benedetto,  ne  pubblicò  il  primo 
volume  nel  1668,  ed  in  seguito  ot- 
to altri  che  arrivarono  sino  all'XI 
secolo,  condotte  prefazioni,  le  qua- 
li   vengono    a    ragione    considerate 


oi6  MA3 

come  capi-lavori,  e  die  contengo- 
no moltissime    importanti     notizie 
ed  osservazioni  sulla  dottrina,  sul- 
la disciplina    e  sulla  storia   di   cia- 
scun secolo.  Nel   1674  compose    u- 
ua     dissertazione    latina     sull'  uso 
del  pane  azimo,  nella  quale  egli  so- 
stiene che  il    pane    azimo    è  il  so- 
lo di   cui    si   è   sempre    fatto     uso 
nella  Chiesa  latina.  Pubblicò  in  se- 
guito  alcuni    schiarimenti   sopra  la 
dissertazione  stessa,  contro  l'opinione 
del  cardinale  Bona.  Nel    1675  pub- 
blicò il  primo  "volume  degli  Analet- 
ii,  cioè  piccoli  frammenti  o  princi- 
pi! d'opere  da  lui  rinvenute  in  di- 
Verse  biblioteche,  e  ne  pubblicò  po- 
scia due  altri  volumi   con  eccellenti 
dissertazioni.    Nel    1677    pubblicò 
le    Animadversiones    in    vindicias 
Kempens.es  3    intorno    al  libro  della 
imitazione  ;  e  nel  1681    pubblicò  la 
Diplomatica ,  eh 'è  una  eccellente  o- 
pera  divisa  in  sei  libri,  nella  quale 
fa  riconoscere  gli  antichi  diplomi,  ed 
insegna  a  giudicare   di  tutti  i  mo- 
numenti dell'antichità.    D.  Michele 
Germain  cooperò  in  molta  parte  a 
questo  lavoro  che  versa  su  di  un  gene- 
re di  erudizione  affatto  particolare, 
e  che  niuno  sino  allora  avea  tentato. 
Il    p.  Mabillon   vi  aggiunse    poscia 
un  supplimenlo.  Nel  i685  diede  al- 
le stampe  il  Trattato  dell'antica  li- 
turgia gallicana.  Pubblicò  anche  la 
relazioue   del    viaggio    da    lui    fatto 
in  Italia  col  p.    Germain    per  visi- 
tarvi    le    più     ricche    biblioteche  , 
sotto  il  titolo  di  Museum  Italicum. 
Questa    opera  è  divisa  in    due  vo- 
lumi,   il    primo    de'  quali    compar- 
so    nell'anno    1686  contiene    molti 
monumenti  dell'antichità,  ed  il  se» 
condo  comparso  nel  1687   contiene 
i  diversi  rituali  della  Chiesa  roma- 
na. Nel    1688  stese    una  allegazio- 
ne per  mantenere  i  diritti  del  suo 


MAB 

ordine  all'occasione  di   una  (Jisputa 
insorta  fra   i  benedettini  della  pro- 
vincia  di    Borgogna,  e    i    canonici 
regolari  della  provincia  stessa,  intor- 
no al  sedere   negli    stati.   1   canoni- 
ci regolari     avendo     risposto,     il   p. 
Mabillon  vi  rispose  di   nuovo.   Dopo 
qualche  tempo    entrò     in     un'altra 
contesa  letteraria  intorno  all'  intel- 
ligenza di  alcuni  passi    della   rego- 
la di    s.    Benedetto  ,    per  cui    nel 
1690  pubblicò  un  trattato  analogo. 
Indi  nel    1691   die  alla   luce  un  li- 
bro   contro     Rancé     abbate     della 
Trappa  intorno    agli   studi     mona- 
stici, lo  scopo  del    quale    è  di  di- 
mostrare che  i    monaci  possono    e 
devono    studiare  ,  e  di    spiegare  il 
genere  de'loro  studi  e  lo  scopo  che 
devono  proporsi  studiando.  L'abba- 
te della     trappa    replicò,    e  il    p. 
Mabillon  fece  esso  pure  una  rispo- 
sta intitolata    riflessioni.    Nel   1698 
pubblicò  una  lettera  sotto  il  nome 
di  Eusebio  romano,  intorno  al  cul- 
to   de'  santi    sconosciuti.    Dipoi   die 
alle  stampe  una  lettera  riguardante 
la  santa    lagrima  di    Vendome,  ed 
altra  concernente    il    primitivo  isti- 
tuto dell'  abbazia  di    Remiremont, 
eh*  egli    pretende     essere    stata    in 
origine  un'abbazia  di    monaci;  al- 
cune osservazioni  sulla  dissertazione 
del   p.     Delfau    intorno     all'  autore 
del    libro    dell'  Imitazione  di    Gesù 
Cristo;  ed    un'  altra    dissertazione 
sul     monachismo  di  s.  Gregorio   I, 
e  che  trovasi  pure  ne'suoi  analetli; 
un  itinerario  della    Borgogna;   una 
dissertazione  sulla  canonizzazione  dei 
santi  ;  una  relazione  di    alcuni  fat- 
ti della   vita  del  p.  Marzolle  gene- 
rale della  congregazione  di  s.  Mau- 
ro ;  delle  osservazioni    sul   versetto 
della  prima  epistola  di  s.   Giovanni, 
Trcs    sunt    qui,  ec.  ;  il  parere    da 
lui  dato    intorno    all'  opera    in  cui 


MAB 
Vossio  tratta  della  cronologia  dei 
settanta  ;  un  discorso  sulle  antiche 
sepolture  dei  re  di  Francia  ;  osser- 
vazioni sulle  antichità  di  s.  Dioni- 
gi ;  riflessioni  sulle  doti  delle  reli- 
giose, sulle  prigioni  de'  monasteri, 
e  sull'ordine  di  s.  Lazzaro;  avver- 
timenti per  quelli  che  si  occupano 
della  storia  de'uionasteri  della  con- 
gregazione di  s.  Mauro;  una  lette- 
ra sulla  morte  della  madre  Gia- 
comina  Boete  de  Blemur,  benedet- 
tina dell'  adorazione  perpetua  del 
ss.  Sagramento;  una  traduzione 
della  regola  di  s.  Benedetto  cogli 
statuti  di  Stefano  Poncher  vescovo 
di  Parigi,  ad  uso  delle  religiose  di 
Chelles;  una  lettera  ai  cattolici  del- 
l' Inghilterra,  sulla  voce  sparsa  in 
quel  regno,  ch'egli  avesse  cambia- 
to di  religione  nel  1698;  la  Mor- 
te cristiana  ;  molti  inni  per  s.  A- 
delaro,  s.  Batilde  ed  altri  santi  ; 
1'  epistola  dedicatoria  delle  opere 
di  s.  Agostino,  e  la  prejazione  del- 
l' ultimo  tomo  ;  alcune  lettere  ; 
una  dissertazione  sull'anno  di  Da- 
goberlo  I  e  di  suo  figlio  Clodoveo, 
un'altra  sull'anno  ed  il  giorno  del- 
l'ordinazione e  della  morte  di  Desi- 
derio vescovo  di  Chaors  ;  alcune  ri- 
sposte a  Bocquillot  sulle  difficoltà  del 
rituale;  sei  volumi  degli  Annali  be- 
nedettini, che  contengono  la  storia 
dell'ordine  di  s.  Benedetto,  dal  suo 
principio  fino  al  1066,  il  cui  primo 
volume  uscì  nel  1703.  JNelle  opere 
postume  del  p.  Mabillon  e  del  p. 
Thierry  Ruinart,  pubblicate  nel  1  724 
dal  p.  Thuillier  in  tre  volumi,  non 
si  trovano  altri  scritti  inediti  del 
p.  Mabillon  fuorché  i  seguenti. 
Moltissime  lettere;  la  relazione  del 
viaggio  fatto  in  Borgogna  nel  1682; 
un  elogio  storico  del  p.  Marsolle  ; 
De  ratione  sludiorum  monachorumj 
votum  de  quibusdam  Isacii  Vos&ii-, 


MAC  217 

riflessioni  sulle  doti  religiose;  avvisi 
per  coloro  che  scrivono  le  storie  dei 
monasteri  ;  riflessioni  sulle  prigioni 
de'religiosi  ;  osservazioni  sulle  anti- 
chità dell'abbazia  di  s.  Dionigi.  A 
tutti  è  nota  la  profonda  erudizione, 
l'umiltà,  la  modestia,  la  dolcezza 
e  la  pietà  esemplare  del  p.  Mabil- 
lon, che  fu  generalmente  amalo  e 
stimato  da  tutte  le  persone  di  let- 
tere. 11  suo  stile  è  maschio ,  puro, 
chiaro  e  metodico,  senza  affettazio- 
ne ,  senza  ornamenti  superflui,  e 
quale  si  conviene  alle  opere  da 
lui  composte.  Il  detto  p.  Ruinart 
ne  pubblicò  la  vita,  ed  altri  ne 
hanno  tessuti  magnifici  elogi.  Mo- 
rì a'25  dicembre  1707,  d'anni  set- 
tantacinque, nell'abbazia  di  s.  Ger- 
mano dei  Prati  a  Parigi,  al  di  cui 
bibliotecario  d.  Luca  d'Achery  erasi 
associato  nel  principio  di  sua  car- 
riera letteraria,  e  gli  fu  di  grande 
soccorso  per  la  continuazione  del- 
l'impressione del  suo   Specilegium. 

MABUG.  Sede  vescovile  e  me- 
tropolitana della  diocesi  de'giacobi- 
ti,  chiamata  pure  Bambyce  ed  E- 
dessa>  poi  Hieropolis.  La  città  fu 
celebre  pel  culto  della  gran  dea 
Siria  od  Atergatis,  ed  ebbe  la  pre- 
minenza su  tutte  le  città  della  Si- 
ria Eufratense.  Il  vescovo  di  Ma- 
bug  era  unito  con  quello  di  Mar- 
has  nel  VII  secolo.  Giacomo  fu 
il  primo  de 'suoi  vescovi,  cui  suc- 
cesse Tommaso,  il  quale  sedeva 
sotto  il  patriarca  Atanasio  I,  verso 
la  fine  del  VI  secolo  o  nel  prin- 
cipio del  VII.  Gli  altri  vescovi  suoi 
successori  sono  riportati  dal  padre 
Le  Quien  ,  Oriens  christ.  t.  II, 
p.    i448. 

MAGALLIO  (s.).  Principe  ir- 
landese, ch'era  capitano  di  que'  ladri 
ossia  filibustieri  convertiti  alla  fede 
da  s.  Patrizio.  Divenuto  dopo  il  suo 


218  MAC 

battesimo  un  uomo  tutto  nuovo, 
abbandonò  l'umano  consorzio,  e 
i-itit ossi  nell'isola  di  Man,  di  cui 
dicesi  che  fu  poi  eletto  vescovo  nel 
4<j8.  Egli  aveva  in  lì  no  allora  me- 
nato austeri vsi ma  vita  in  un  luogo 
pieno  di  montagne,  il  quale  dal  suo 
nome  è  stato  appellato  s.  Magol- 
do.  Ampliò  molto  il  regno  di  Ge- 
sù Cristo  colle  sue  fatiche  e  co'  suoi 
esempli.  Ignorasi  l'anno  della  sua 
morte  ;  ed  è  nominato  nei  calen- 
dari d' Inghilterra  e  d'Irlanda  sotto 
il  giorno  i5  aprile.  La  sua  cassa 
fu  custodita  a  Man  nella  chiesa  di 
s.  Magoldo ,  sino  al  tempo  della 
pretesa  riforma. 

MACAO  (Macaonen).  Città  con 
residenza  vescovile  sotto  il  dominio 
del  Portogallo  nella  Cina ,  provin- 
cia di  Kovang-toung,  distante  25 
leghe  da  Canton,  all'estremità  me- 
ridionale della  penisola  del  suo  no- 
me ,  che  forma  la  punta  sud  di 
un'isola  della  baia  di  Canton.  £ 
residenza  d'un  governatore  porto- 
ghese e  di  un  mandarino  cinese. 
Costrutta  in  figura  d'anfiteatro,  so- 
pra un'altura,  si  distingue  molto 
da  lunge  per  le  sue  case  imbian- 
cate ed  i  suoi  altri  edilizi  europei, 
che  formano  un  contrasto  marcato 
coi  templi  ed  altri  monumenti  ci- 
nesi. E  assai  bene  fortificata ,  ec- 
cettuato nella  parte  occidentale, 
ove  non  è  chiusa  che  da  semplice 
mura  di  giardini.  Vedesi  difesa  da 
molti  forti,  il  più  grande  de' quali 
domina  la  città  ;  gli  altri  proteg- 
gono la  baia  e  l'ingresso  del  porto. 
Le  strade  di  Macao  sono  strette  ed 
irregolari,  ma  lastricate  ;  hanno  nel 
mezzo  una  piccola  grondaia  rico- 
perta di  pietra,  per  la  quale  l'ac- 
qua scomparisce  prontamente  dopo 
la  pioggia  ;  le  case,  fabbricate  in 
pietra,    non    hanno    che    un  piano 


MAC 

solo,  e  sono  di  poca  apparenza,  ma 
vedonsi  convenientemente  distribui- 
te in  un  paese  caldo.  Sonovi  po- 
chi edilìzi  degni  di  osservazione,  il 
palazzo  del  consiglio  d'una  pesante 
architettura ,  è  di  granito ,  ed  ha 
due  piani  e  molte  colonne,  sulle 
quali  è  scolpita  in  caratteri  cinesi 
la  cessione  che  1'  imperatore  della 
(lina  fece  di  Macao  ai  portoghesi; 
la  casa  del  governatore  non  è  ri- 
marcabile che  per  la  bella  prospet- 
tiva che  vi  si  gode.  Fra  le  chiese 
quelle  di  s.  Paolo  e  di  s.  Giusep- 
pe, senza  essere  bellissime,  meri- 
tano qualche  osservazione;  vi  sono 
conventi  e  monasteri ,  e  dei  ban- 
chi di  molte  nazioni  :  quello  do- 
gi' inglesi  si  distingue  per  un  vasto 
edilìzio  e  comodo ,  e  per  un  bel 
giardino  all'  inglese,  che  rinchiude 
la  grotta,  ove  dicesi  che  il  celebre 
Camoens  componesse  il  suo  poema 
della  Lusiade.  I  giardini  di  Macao 
sono  in  piccolo  numero  e  poco 
estesi  ;  una  strada  lungo  l' acqua 
assai  larga,  che  domina  verso  l'est, 
offre  un  passeggio  delizioso,  spesso 
rinfrescato  dai  venticelli  regolari  di 
mare.  Il  porto  di  Macao  situato 
fra  la  città  ed  un'isola,  ove  si  co- 
strusse  una  chiesa  ed  un  osserva- 
torio, è  poco  profondo  ed  esposto 
ai  venti  del  sud,  del  sud-ovest,  del 
nord  e  del  nord-est.  I  grossi  na- 
vigli non  vi  possono  entrare  e  get- 
tano l'ancora  a  due  leghe  all'est; 
la  rada  è  spaziosa.  Macao  era  un 
tempo  piazza  di  commercio  assai 
importante ,  ma  dacché  i  porto- 
ghesi più  non  frequentano  il  Giap- 
pone, e  che  le  loro  relazioni  colla 
Cina,  Siam,  la  Cocincina  ed  altre 
parti  dell'Asia  furono  quasi  del  tut- 
to abbandonate,  il  suo  commercio 
si  riduce  a  qualche  spedizione  per 
Lisbona.  Le  nazioni  di  Europa  che 


MAC 
vi  hanno  dei  Pondachi  vi  fanno  dei 
grandi  affari  colla  Cina  mediante 
Canton.  Conta  più  di  i5,ooo  abi- 
tanti, portoghesi,  cinesi  e  malesi.  I 
primi  comunicano  poco  cogli  altri 
abitanti  ;  si  credono  disonorati  se 
si  dedicano  ad  un  mestiere  qua- 
lunque, ed  i  negozianti  ricchi  fan- 
no qualche  armamento  o  prestano 
il  loro  denaro;  i  portoghesi  pove- 
ri fanno  de'  viaggi  per  mare.  Le 
loro  donne  vivono  assai  ritirate  ; 
vestite  di  nero  e  coperte  di  un 
manto  quando  vanno  alla  chiesa, 
si  avviluppano  in  una  specie  di 
abbigliamento  che  le  copre  dalla 
testa  a'  piedi ,  quando  si  recano  iu 
qualunque  altro  luogo  ;  con  tale 
vestito  si  vedono  portate  sopra  un 
palanchino  se  sono  ricche ,  o  in 
una  specie  di  baule  quasi  quadra- 
to e  che  si  chiama  cayola,  se  so- 
no poco  ricche.  I  cinesi  esercitano 
a  Macao  ogni  sorte  di  professione, 
ed  esclusivamente  hanno  tutte  le 
botteghe  ;  le  cinesi  portano  quasi 
generalmente  un  parasole  a  metà 
chiuso,  tanto  per  guarentirsi  dal 
sole,  quanto  dalle  occhiate  impor- 
tune degli  uomini.  D'  ordinario  vi 
sono  in  Macao  molti  forastieri  che 
v'impiegano  delle  grandi  somme 
in  case  ed  in  piaceri ,  e  ne'  quali 
osservasi  agiatezza  e  grandissima  at- 
tività. 

Macao,  Amacaum,  sino  ai  no- 
stri giorni  e  prima  del  trattato 
conchiuso  tra  l'Inghilterra  e  l'im- 
peratore della  Cina,  era  il  solo  sta- 
bilimento europeo  nell'  impero  ci- 
nese: fu  ceduto  al  Portogallo  a 
perpetuità,  dall'imperatore  Chi- 
tsong  verso  l'anno  i58o,  con  uno 
spazio  di  circa  venti  miglia  di  cir- 
conferenza, per  avere  i  portoghesi 
liberato  la  Cina  da  un  capo  di  pi- 
rati che  avea  posto  l'assedio  a  Cau- 


MAC  219 

ton,    ed    erasi    anche  impadronito 
del  porto  di   Macao.    I    portoghesi 
s'impegnarono  allora  ad  un  annuo 
tributo  di  37,5oo  lire,    per  avere 
la   libertà  d'innalzare  delle   fortifi- 
cazioni. I  loro  possessi    si  limitano 
presentemente  alla  penisola  di  Ma- 
cao ,    chiusa    da    una    muraglia  di 
pietra  grossissima,  custodita  da  un 
corpo    cinese,   che   impedisce  ogni 
comunicazione  col  restante  dell'iso- 
la. Il  governo  di  Macao  sta  tra  le 
mani    di    un    governatore  militare 
portoghese  assistito  da  un  consiglio 
composto  dal  vescovo,  da    un  giu- 
dice   e    da    alcuni    fra    i  principali 
abitanti  ;  un    mandarino   cinese    vi 
esercita   le  funzioni  di  governatore. 
Dopo  che  nel   i555  si  aprì  il  traf- 
fico   tra    la    Cina    ed    i  portoghesi 
per  mare,  a  questi  fu  come  dicem- 
mo   donato    Macao,  a  quel  tempo 
ignobile,  e  scoglio  solamente  famo- 
so perchè   ricovero  dei   pirati  cine- 
si. Prima  di    tal   donazione    e   nel 
106*2,  come  narrammo  all'articolo 
Cina  (Fedi),  i  gesuiti  penetrati  in 
Macao  vi   battezzarono  molti  schia- 
vi cinesi,  de'  quali  novecento  erano 
portoghesi,  che  tanti  appunto   sta- 
vano allora  in  Macao,    ove    vuoisi 
che  nel   i5j5  Gregorio  XIII    eri- 
gesse la  sede  vescovile    suflìaganea 
della  metropoli  di  Goa,  come  lo  è 
tuttora.  Indi  nel    i58i    il    p.    Mi- 
chele Ruggieri  gesuita  coli'elemosi- 
na  a  lui   fatta    di    trecento    ducati 
da  un  soldato  o  mercante  italiano, 
fabbricovvi  una  casa  ad  uso  di  se- 
minario. Macao  fu  dunque   il  pri- 
mo vescovato  eretto  nella  Cina,  la 
quale  da  principio  non  formò  che 
una  sola  diocesi,    anzi    abbracciava 
questa  anche  le  isole  del    Giappo- 
ne. Avendo  Gregorio  XIII  istituito 
questa  sede  ad  istanza  di  Sebastia- 
no re    di   Portogallo,   gliene    con- 


2  20  MAC 

cesso  il  patronato  a  condizione  che 
dotaste  l' episcopio    nascente   ed    il 
capitolo.   A  cagione  dell'  immensità 
di  questo  vescovato    che  compren- 
deva  in  origine  tutta    la    Cina  ed 
il   Giappone,  il   Pontefice   Sisto    V 
nel    i588  dismembrando  dalla  dio- 
cesi di  Macao  l'impero  ed  isole  del 
Giappone,  eresse  in  quelle  un  nuo- 
vo  vescovato  nella  città  di   Funai, 
accordandone  al     re    di    Portogal- 
lo  la   nomina.     Restando    però  an- 
cora amplissima  la  diocesi    di   Ma- 
cao, e  propagandosi  sempre  più  la 
lede  cattolica   nella   Cina,  ad  istau- 
za  della   corona  di    Portogallo    fu- 
rono eretti  da    Alessandro  Vili  nel 
1689  i  due  vescovati  di   Pekino  e 
di   iNankino,  e    data  la    nomina    ai 
sovrani   portoghesi.    La    diocesi    di 
Macao    comprende    al    presente    le 
vaste  provincie  di  Kovang-toung  e 
di    Kovang-sij    non    che  l' isola    di 
llaj  nan  o   Anjan.  1  cattolici  di  tut- 
ta    T  isola     si     fanno     ascendere    a 
16,000.  Nel  tom.   1,  pag.    287   del 
Bull,  de  prop.  fide,  è    riportato   il 
breve  di   Clemente  XI,  Ad  aposto- 
lalus  nostri  notiliam,  de'  1 5  marzo 
1711,  col  quale  il  Pontefice  dichia- 
rò nullo,  irrito  ed  invalido,  ec.  ogni 
decreto,   monitorio  e  censura  ema- 
nata da  Giovanni  de  Gazai   vesco- 
vo di   Macao,  e  dal  suo  vicario  ge- 
nerale, ministri  ed   ufFiziali,    contro 
il  cardinal  Carlo  Tommaso  de  Tour- 
non   visitatore  apostolico    e  legato , 
in  pregiudizio  dell'immunità  eccle- 
siastica. Questo  cardinale  morto  nel- 
le carceri  di  Macao  agli    8  giugno 
1710,  per  ordine  del  Papa   il  suo 
cadavere  fu  trasportato  in    Roma, 
e  tumulalo  nella  chiesa    del  colle- 
gio Urbano.  Gli  ultimi    vescovi  di 
Macao  sono  ,    Marcellino  Giuseppe 
a  Sylva  dell'ordine  equestre    di    s. 
ìienedetly  d'Avis  di  Papaiia,  fatto 


MAC 

vescovo  da  Pio  VI  nel  1789;  Fran- 
cesco della  Nostra  Signora  della 
Luce,  de'  minori  della  più  stretta 
osservanza  di  s.  Francesco,  della 
diocesi  di  Lisbona,  preconizzato  da 
Pio  VII  nel  i8o4;  e  l'odierno 
monsignore  Nicola  Rodriguez  Pe- 
reira de  Borja  della  congregazione 
della  missione,  nato  in  Corticada  , 
fatto  vescovo  da  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  de'  19  giugno  i843.  In 
quello  poi  de'  17  giugno  1844  il 
medesimo  Papa  dichiarò  coadiutore 
di  esso  con  futura  successione  mon- 
signor Girolamo  Giuseppe  de  Mat- 
ta portoghese,  e  vescovo  di  Alto- 
bosco  o  sia  Colofone  in  partibus. 
11  vescovo  fu  nominato  dalla  regi- 
na che  regna  Maria  II,  la  quale 
acconsenti  all'elezione  del  coadiu- 
tore. 

La  cattedrale  è  dedicata    a   Dio 
in  onore  di  s.  Pietro  principe  degli 
apostoli,  la  quale  per  essere  in  ista- 
to  rovinoso,  i  divini  offizi    si  cele- 
brano nella  chiesa  di  s.   Maria  del 
Rosario.   Il  capitolo  si  compone  di 
cinque  dignità,  la  prima  delle  quali 
è  il  decano,  di  sei  canonici,  di  due 
semi-canonici  senza  prebenda,  di  sei 
cappellani,  ed  altri  preti  e  chierici 
addetti    al    servigio     divino.    Nella 
cattedrale  avvi  il  battisterio,    e  la 
cura  d'anime,  la  quale  è  ammini- 
strata da  un  canonico;    l' episcopio 
è  contiguo  alla  medesima.  Oltre  la 
cattedrale  vi  sono  due  altre  chiese 
parrocchiali  in  Macao,   munite  del 
sacro  fonte,   un  monastero  di  mo- 
nache Clarisse,  una  casa  per  le  mis- 
sioni, ed  il  seminario,  oltre  il  mon- 
te di  pietà.  La  mensa  ad  ogni  nuo- 
vo vescovo  è  tassata  ne'  libri  della 
camera  apostolica    in    fiorini     1 33 , 
ascendendo  la  rendita  a  5,ooo  cro- 
ciati portoghesi,  che  paga    l' erario 
regio,  pari  a  scudi  romani    2,5oo, 


MAC 

Queste  sono  le  notizie  che  della  se- 
de e  diocesi   di  Macao  ci  danno  le 
ultime  proposizioni  concistoriali.  Al- 
tre notizie  recenti,  sono  le  seguen- 
ti.   I    lazzaristi    francesi    hanno  in 
Macao  un   procuratore  ed  un  ora- 
torio; quivi  risiede  ancora    il  pro- 
curatore   delle    missioni    de'  dome- 
nicani. I  pochi  conventi  che  esiste- 
vano   nell'isola    di    Macao    hanno 
subito  la  disgrazia  comune  a  tutti 
i    pii    stabilimenti     che    esistevano 
ne'  domimi  portoghesi.    Il    semina- 
rio di  s.   Giuseppe  è  sotto  la  dire- 
zione   de'  lazzaristi    portoghesi ,   ed 
ultimamente  eranvi  alunni    di  Pe- 
lano e  di  Nankino.    11    collegio  di 
lazzaristi     francesi    serve    anche    di 
noviziato  pei  cinesi.   Il   procuratore 
della  congregazione  di    propaganda 
fide,  ha  la  patente  di  console  del 
re  di   Sardegna  e  di  viceconsole  di 
Francia.  JNou  tutte  le  persone  nate 
o    domiciliale    a    Macao    godono  i 
privilegi  concessi  ai  neofiti    cinesi , 
li  godono  però  in  quanto  ai  digiu- 
ni e  cibi   proibiti    in    certi    giorni, 
per  dispensa  pontificia.   Presso  Ma- 
cao vi  è  il   villaggio  di  s.  Lazzaro 
abitato  da  600  cinesi  cattolici,  che 
ha    una    cappella    ed    una    scuola. 
L'isola  di  Hong-Kong  vicina  a  Can- 
ton,  da    ultimo    ceduta    agl'inglesi 
nel  trattato  di   pace,  formava  parte 
della  diocesi  di   Macao;   ma  il  Papa 
Gregorio  XVI  a'  22    aprile     184.1 
l'eresse  in  prefettura  apostolica,  che 
comprende  tutta  l' isola.   I  cattolici 
sono  più  di   3 00,  ed  a  questa  ora 
dovranno    già    godere    una    scuola 
ed    una    chiesa.    L' isola   di   Hong- 
Kong  nella  sua  maggior  lunghezza 
ha  nove  leghe,  e  quattro  nella  sua 
maggior  larghezza.  Per  gli  europei 
e  per  quelli  di  Macao  vi  è  libero 
l'esercizio  di  religione.  I  soli    por- 
toghesi possono  possedere  in  Macao 


MAC  ii\ 

fondi  stabili,  gli  altri  hanno  i  loro 
capitali  rinvestiti  in  censi  imposti 
sopra  i  fondi  posseduti  dai  porto- 
ghesi, i  quali  in  caso  di  morosità 
possono  essere  obbligati  a  vendere 
ad  altri  portoghesi  i  fondi  ipoteca- 
ti. In  Macao  vi  sono  finalmente 
conventi  di  domenicani,  francesca- 
ni ed  agostiniani. 

MACARIO  d'Egitto  (s.) ,    detto 
il   Vecchio.  Nacque  nell'alto  Egitto 
verso    Tanno  3oo  ,    e   fu  messo  a 
guardare  le  gregge.  Essendo  ancor 
molto  giovine  si  ritirò  in  una  cel- 
letta,  ove  accoppiava  al  lavoro  del- 
le   mani ,    che    consisteva  nel    fare 
delle  ceste,  un'orazione  continua  e 
la  pratica  delle  più    grandi    auste- 
rità. Una  figlia    di    quel    vicinato, 
divenuta    gravida,  accusò    Macario 
d'averle  fatto  onta,  per  lo  che  esso 
ebbe  a  soffrire  i  più  indegni    trat- 
tamenti ,  ma  Dio  non  istelte  mol- 
to a  render  palese  l'innocenza  del 
suo  servo.  Allora  Macario,  per  fug- 
gire l'ammirazione  ch'era  succedu- 
ta alla  collera  di  quel  popolo,    ri- 
parò nel  deserto  di  Scetti,  ove  pas- 
sò   gli    ultimi    sessant'anni    di    sua 
vita.  Quantunque  mettesse  tutta  la 
sua  attenzione  a  celare  le  sue  vir- 
tù, esse  però  tralucevano    da    lun- 
gi; laonde  molte    persone    vennero 
a  porsi  sotto  la  sua  condotta,    per 
apprendere  da  lui  il  modo  di  giun- 
gere   alla    perfezione.    Fra    tutti    i 
suoi  discepoli  egli  non  ne    ritenne 
presso  di   se  fuorché  uno,  per  aver 
cura  dei   forestieri;    tutti    gli    altri 
abitavano  in  celle  romite,  distanti 
le  une  dalle  altre.    Un   vescovo  di 
Egitto,  che  conoscea  l'eminente  san- 
tità di  Macario,    pensò    esser  con- 
veniente innalzarlo    ai    sacerdozio, 
perchè    potesse    celebrare    i     divini 
misteri  a  comodo  di    quella    santa 
colonia,  che  crescea  tuttodì.  Straor- 


ii  i  MAC 

dinaric  ciano  le  austerità    di    Ma- 
cario :  egli  mangiava  una  volta  so* 
la  alla  settimana.   Le  sue  istruzioni 
erano  ristrette  a  pochi  motti,  e  mi- 
ravano in  ispezialilà    a    raccoman- 
dare il  silenzio,  l'orazione  ,    il  rac- 
coglimento, l'umiltà  e  la  mortifica- 
zione, virtù  che  egli    possedeva    in 
sommo  grado.  Oltre  il  dono   della 
profezia  avea  anche  quello  dei  mi- 
racoli. Egli  risuscitò  un  morto,  per 
svergognare    un  eretico  della  setta 
dei  Jeratìci  (Vedi)  ch'erasi  caccia- 
to nel  deserto,  il  quale  fra  gli  altri 
suoi  errori  negava    la    risurrezione 
dei  corpi.  Cassiano  dice,  che  s.  Ma- 
cario   fece    solo   parlare    un   corpo 
morto,  e  poi  gli  disse  di  starsi   in 
pace  fino  alla  risurrezioue    univer- 
sale.  Lucio,  patriarca    ariano    d' A.- 
lessandria,  convinto  per    esperienza 
che  i  solitari  non  si  potevano  smuo- 
vere   dalla    dottrina    dei  padri  del 
concilio  di  Nicea,  mandò  delle  trup- 
pe nel  deserto  a  dispergerli  :  molti 
riportarono  la  corona  del  martino; 
Macario  ed  altri  principali    furono 
rilegati  per  ordine  dell'  imperatore 
Valente  in  un'  isoletta  d'Egitto  cin- 
ta di  paludi.    I  pagani    che    quivi 
abitavano,    ammaestrati    dai    santi 
confessori,  rinunziarono  al  colto  de- 
gl'  idoli,  e  ricevettero   il   battesimo. 
Tosto  che  il  popolo    d'  Alessandria 
ebbe  saputo  questa  cosa ,    esclamò 
contro  l'ingiustizia    del    patriarca, 
di    maniera    che    questi ,    temendo 
una  sedizione ,    permise    ai  solitari 
di  tornarsene  alle  loro  cellette.    S. 
Macario,  restituito  alla  sua  solitu- 
dine, riprese  gli  ordinari  suoi  eser- 
cizi. Qualche  tempo  appresso,  aven- 
do conosciuto  ch'era  vicino  al  suo 
fine,  visitò  tutti   i  solitari  di  Nitria, 
lasciando  loro  utili  ammaestramen- 
ti ;  e  morì  nel  390,  in  età  di  no- 
vantanni. Pare  eh'  egli   sia  stato  il 


MAC 
primo  anacoreta  che  abitasse  in 
quella  vasta  solitudine.  Cassiano  lo 
dice  espressamente.  Alcuni  autori 
lo  dicono  discepolo  di  s.  Antonio; 
ma  questa  opinione  non  ha  alcun 
sodo  fondamento,  e  meglio  s'addi- 
rebbe a  s.  Macario  d' Alessandria. 
Si  trova  il  suo  nome  a'  l5  di  gen- 
naio nel  martirologio  romano,  e 
a'  19  dello  stesso  mese  nei  Menei 
de'  greci. 

MACARIO    d'  Alessandria    (s.)  , 
detto  il   Giovine.    Esercitò    dappri- 
ma il  mestiere  di  mercante  di  treg- 
gea  o  confettura  ;  ma  in  sul    fiore 
dell*  età  abbandonò    il    mondo  per 
consecrarsi  tutto  a  Dio.  Si  ritrasse 
nella  Tebaide  o  alto  Egitto  l'anno 
335 ,    e    colà  apprese    le   massime 
della  più  sublime    virtù ,    sotto  la 
direzione  dei  più  abili  maestri  della 
vita  monastica.    Dopo    molti    anni 
passò  nel  basso  Egitto,    e    dimorò 
successivamente  nei  deserti  di  Scet- 
ti,  di  Nitria,  e  in  quello  delle  Cel- 
lette, cosi  detto  dalle  piccole    celle 
che  i  solitari  vi   fabbricarono:  quivi 
fu  innalzato  al    sacerdozio.    Quan- 
tunque grandi   fossero  le    austerità 
che  si   pia lica vano  in  quel   deserto, 
tutte  le  avanzavano  di  molto  quelle 
di   Macario.  Per  sett'anni  egli  non 
visse  d'altro  che  d'erbe  crude  e  di 
legumi  ;  nei  tre  susseguenti  si  con- 
tentò di  tre  o  quattro  onde  di  pa- 
ne al  giorno.  Penetrato  dalla  fama 
del   monastero  di  Tabenna    gover- 
nato da  s.   Pacomio,  volle  andarvi 
travestito  da  artigiano,  e  vi   passò 
una  quaresima  senza    mai    sedersi, 
e  senza   mangiare  altro  che  alcune 
fogliacee  di  cavoli   affatto  crude.  Il 
lavoro  delle  mani,  in  cui     occupa- 
vasi,   non   arrecava  alcuna  distrazio- 
ne al  suo  spirito,  unito  intimamen- 
te a  Dio  per  mezzo   dell'orazione. 
Fu  sovente  tentato  di  abbandona- 


MAC 
re  il  deserto,  per  poter  esercitole 
altre  opere  dk  carità  ;  ma  seppe 
scoprire  il  laccio  che  gli  tendeva 
lo  spirito  tentatore  sotto  sì  specio- 
so pretesto,  e  ne  trionfò  tribolando 
il  suo  corpo.  Iddio  che  si  piace 
compartire  alle  anime  pure  straor- 
dinari favori,  fece  conoscere  a  Ma- 
cario le  cose  più  segrete  ed  impe- 
netrabili all'umano  intelletto,  e  gli 
conferì  eziandio  il  dono  dei  mira- 
coli :  Palladio,  che  visse  tre  anni 
con  lui ,  ne  conta  parecchi  di  cui 
fu  testimonio.  Nel  'Òj5  Lucio  pa- 
triarca ariano  d'Alessandria  lo  fece 
sbandire  pel  suo  attaccamento  alla 
fede  cattolica  ;  insieme  con  s.  Ma- 
cario d'Egilto.  Giunto  finalmente 
ad  una  estrema  vecchiezza  si  ad- 
dormentò nel  Signore.  Tillemont , 
coll'autorità  di  Palladio,  stabilisce 
la  data  della  sua  morte  nell'anno 
3g4  o  395.  I  latini  ne  celebrano 
la  festa  il  dì  2  gennaio;  i  greci 
l'onorano  il  dì  19  dello  stesso  me- 
se, con  s.  Macario  d'Egitto,  detto 
il  Vecchio.  La  Regola  detta  di  s. 
Macario,  è  a  lui  attribuita. 

MACARIO  (s.),  vescovo  in  Iseo- 
zia.  Fioriva  circa  l'anno  787,  e 
meritò  per  le  sue  virtù  l'onore  del- 
l'episcopato ,  i  doveri  del  cui  mi- 
nistero adempì  con  esatta  fedeltà 
da  buon  pastore.  La  chiesa  catte- 
drale di  Aberdeen  fu  dedicata  alla 
Beata  Vergine  e  a  s.  Macario,  la 
cui  festa  è  segnata  il  12  novem- 
bre. 

MACARIOTATO,  Macariotatas. 
Superlativo  di  Macarios,  beato,  cioè 
Beatissimo  (Fedi).  Il  patriarca  di 
Costantinopoli  scrivendo  al  Papa  gli 
dava  questo  titolo,  e  l'imperatore 
Giustiniano  I  lo  diede  agli  arcive- 
scovi di  Acrida  metropolitani  di 
tutta  la  Bulgaria.  Dicesi  poi  Ma- 
cariote,  Macariotes,  dal  greco  ma- 


MAC  p?3 

car>  beato.  Questo  titolo  che  equi- 
vale a  quello  di  Beatitudine  (di 
cui  si  parla  all'articolo  Beatissimo), 
che  si  dà  ora  al  sommo  Pontefice 
romano,  nella  novella  VII  di  Giu- 
stiniano I,  e  nel  concilio  di  Costan- 
tinopoli sotto  Menna,  Jet.  1,  2,  ap- 
plicossi  pure  al  patriarca  di  Costan- 
tinopoli ;  e  quello  di  Macariolato 
cioè  Beatissimo,  esclusivamente  da- 
vasi  al  patriarca  d'Alessandria  ed  al 
Papa. 

MACARSKA     (de    Macarska). 
Città  vescovile  di    Dalmazia,  capo- 
luogo di  circondario,    distante    26 
leghe  da  Ragusi,  ed    11    da  Spala- 
tro.    È    situata    sulla  spiaggia  del- 
l'Adriatico,    in  faccia    della  punta 
orientale  dell'  isola  B razza  ;    non  è 
cinta  di  mura  perchè  di  nuova  fon- 
dazione, ma  piantata  in  sito  ame- 
no e  comodo.  Posta  al    piede    del 
monte  Briocovo  ,    ha  due    sobbor- 
ghi, tre  chiese  ed  una  caserma  pei* 
5oo  uomini.  11  suo  porto  non  mol- 
to ampio,  né  sicuro  ,  è   però  suffi- 
ciente al  suo  traffico;   vi   si  espor- 
ta principalmente  una   quantità  di 
squisiti    fichi    ed    altre    frutta  ;    fa 
pure  un  attivo  commercio  di  tran- 
sito fra  l'Italia   e  la    Turchia.    La 
pesca  è  assai  abbondante  sulla  co- 
sta. Vi  è  stabilito  un  seminario  per 
gli  ecclesiastici   di  liturgia    slavoni- 
ca ,    i    quali    differiscono    nel    rito. 
Conta  più  di   2000    abitanti ,    che 
hanno  uno  spirito  vivo,    commer- 
ciante, e  sono  quasi   tutti  di  figura 
altissima;  si  dedicano  principalmen- 
te alla  navigazione    ed    alla    pesca. 
11  circondario  di  Macarska,   situato 
fra  quello  di  Spala tro  al    nord ,  e 
quello  di  Ragusi  al  sud,  è  irrigato 
dalla  Warenta.    Questa    città    è    il 
capoluogo  dell'antica  Dalmazia  pro- 
priamente detta,  alla  quale  le  foci 
del  Ciltina  e  del  Narenta  facevano 


1*4  MAC 

confine.  I  greci  chiamarono  Para- 
talassici  questa  contrada,  ed  ni  no- 
stri giorni  tutto  il  littoralc  porla 
il  nome  di  Primorie.  A  non  molla 
distanza  si  vedono  ancora  gli  avan- 
zi dell'antica  città  di  Mocro,  men- 
zionata dal  Porfìrogenito,  e  si  cre- 
de che  da  un  tal  nome,  per  corru- 
zione, sia  derivato  quello  di  Ma- 
carsca,  o  Macarska,  o  Makarska. 
Alcuni  vogliono  che  abbia  rimpiaz- 
zato la  città  di  Rataneum  o  Reti- 
no. Antiche  tombe  slave,  ma  pri- 
ve di  epigrafe,  sono  sparse  intorno 
al  santuario  della  Madonna  di  Tu- 
cepi.  Nel  1646  si  diede  volonta- 
riamente alla  veneta  repubblica , 
che  le  accordò  molti  privilegi. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  ad 
istanza  del  conte  di  Chulmie  nel 
secolo  XI,  e  fatta  suffraganea  del- 
l'arcivescovo di  Spala tro  primate 
della  Dalmazia  e  Croazia.  Alessan- 
dro Vili  nel  1690,  avendo  conce- 
duto alla  repubblica  veneta  1'  in- 
dulto di  presentare  alle  sue  catte- 
drali conquistate  e  da  conquistarsi, 
il  successore  Innocenzo  XII  ad  i- 
stanza  della  medesima  nel  1698 
dichiarò  esenti  dall'  esame  e  dal 
venire  a  Roma  i  soggetti  che  avreb- 
be presentato  alle  cattedrali  di  Scar- 
dona  e  di  Macarska,  della  quale  fu 
fatto  vescovo  Nicola  Biancovich.  Cle- 
mente XII  nel  1731  preconizzò  a 
questa  chiesa  Stefano  Blascovich. 
L'ultimo  vescovo  di  Macarska  fu 
l'arcidiacono  della  medesima  Fa- 
biano Blascovich  di  Solta  diocesi 
di  Spalatro,  fatto  vescovo  da  Pio 
VI  nel  concistoro  de'  i5  dicembre 
1777,  e  morto  nel  1 8 1 9  d'anni 
novanta.  Il  Pontefice  Leone  XII 
colla  bolla  Locum  B.  Petri  Aposlo- 
liì  priclie  kalendas  julii  1829,  sop- 
presse la  sede  di  Macarska,  dichia- 
rò Spalatro  (Vedi)  sede  vescovile, 


MAC 

ed  a  questa  l'uni  col  grado  di  con- 
callcdralc,  onde  il  vescovo  s'inti- 
tola vescovo  di  Spalatro  e  Mac.ar- 
fcka,  ed  <x  suflVaganeo  della  metro- 
poli di  /ara.  Primo  vescovo  di 
queste  due  chiese  unite  fu  Paolo 
Mi  ossi  eh,  secondo  le  annuali  Noti- 
zie di  Roma,  della  diocesi  di  Slri- 
gonia,  fatto  vescovo  da  Pio  Vili 
nel  concistoro  de'  18  marzo  i83o: 
la  proposizione  concistoriale  lo  di- 
ce di  Macarska.  Dalla  proposizione 
concistoriale  poi  del  nominato  ul- 
timo vescovo  rilevasi  lo  stato  della 
chiesa  di  Macarska,  quale  andiamo 
a  descriverla.  La  cattedrale,  di  buo- 
na e  recente  struttura  ,  è  sacra  a 
Dio  sotto  il  titolo  di  s.  Marco.  In 
essa  si  venera  il  corpo  di  s.  Cle- 
mente martire,  patrono  della  città. 
Vi  è  la  cura  d'anime  col  fonte 
battesimale,  essendone  parroco  l'ar- 
ciprete. Il  capitolo  si  compone  della 
dignità  d'arcidiacono,  di  sei  cano- 
nici comprese  le  prebende  del  teo- 
logo e  del  penitenziere,  di  quattro 
mansionari,  e  di  due  chierici  be- 
neficiati con  sufficienti  assegni.  L'e- 
piscopio è  situato  presso  la  catte- 
drale. Non  vi  è  nella  città  altra 
chiesa  parrocchiale,  bensì  due  con- 
venti di  religiosi  ,  ed  alcune  con- 
fraternite. Ogni  nuovo  vescovo  era 
tassato  ne'  libri  della  camera  apo- 
stolica in  fiorini  i43,  corrisponden- 
ti alla  mensa  che  si  calcolava  cor- 
rispondere a  i5oo  ducati.  La  dio- 
cesi aveva  80  miglia  di  circuito,  e 
conteneva  60  parrocchie. 

MACCABEI  (  i  sette  ) ,  martiri 
dell'  antica  legge.  I  sette  fratelli 
chiamati  Maccabei  erano  giudei 
ragguardevoli  pel  loro  attaccamento 
alla  legge,  e  per  la  santità  della 
loro  vita.  Essi  furono  martirizzati 
colla  loro  madre  durante  la  perse- 
cuzione di    Antioco    Epifane  re    di 


MAC  MAC  225 
Siria.    Questo    principe    arrivato   a  non    pochi    che    vollero    piuttosto 
Gerusalemme,    uccise  in  tre  giorni  morire  che  trasgredire  i  divini  pre- 
ottantamila    giudei  ,    ne    vendette  cetti.  Eleazaro,  uno  dei    principali 
quarantamila  come  schiavi  alle  vici-  dottori    della  legge,    in  età  di  no- 
ne nazioni,    ed    altrettanti    ne  fece  vant'  anni ,   fu  di  quelli    che  si  se- 
prigioni  ;   indi    spogliato    sacrilega-  gnalarono    maggiormente  per    zelo 
mente  il    tempio    de'  sacri    arredi,  e    coraggio  ,     lasciando    nella    sua 
oltre  a  mille    ottoceuto  talenti  ,  se  morte  un  grande  esempio  di  virtìi 
ne  tornò    in    Antiochia  ,    lasciando  e  di  fermezza.  Il    martirio    di    E- 
governatore  della  Giudea    Filippo^  leazaro  fu  seguito  da  quello  de'set- 
uomo    ancor  più  crudele    di    lui.  te  fratelli    detti  Maccabei,  che  sof- 
Dopo  diverse  conquiste  nell'Egitto  frirono  l'uno  dopo  l'altro  con  in- 
essendo stato  costretto    per  l' auto-  vincibile   costanza    i  più  spaventosi 
rifa    dei    romani    di  por    fine    alla  tormenti.  La    loro  madre,    di    un 
guerra,  mentre    era  rivolto  contro  coraggio  ben  superiore  al  suo  ses- 
Alessandria,    fermò    di     vendicarsi  so ,    era    con    essi    e    confortavali 
sopra  i  giudei,  e  mandò    nella  Pa-  a  patire  e  morire  per  la  religione 
lestina  Apollonio  con    ventiduemila  de'loro  padri.    Ne    rimaneva  anco- 
uomini,  commettendogli  di  porre  a  ra  uno,    il    minore,    cui    Antioco 
sacco  Gerusalemme.  Costui,  il  sab-  tentò    di   sedurre    con    lusinghe   e 
bato  seguente  al  suo   arrivo,  allor-  generose   promesse,    procurando  e- 
chè  tutto  èra  tranquillo,  fece  spar-  ziandio  d'indurre  la   madre  a  per- 
gere  i  suoi  soldati  nei  diversi  quar-  suadervelo    per    conservarsi  almeno 
tieri    della    città,    con     ordine    di  quest'  uno;    ma    essa   con  sovrau- 
trucidare  tutti  quelli  a  cui  si  sareb-  mana  fortezza    lo    esortò    invece  a 
bero  avvenuti.  I    giudei     si  lascia-  seguire  1'  esempio   de'  suoi    fratelli, 
rono  uccidere  senza  difesa,  per  non  Finalmente  dopo  aver    veduto  spi- 
violare  l'osservanza  di  quel  giorno:  rare  anche  questo,  l'eroica    donna 
diecimila  che  non  rimasero  vittime  terminò  essa  pure  la  vita  in   mez- 
della  strage  generale  furono  mena-  zo  ai    supplizi.  La  vittoria  di  que- 
ti  prigioni ,  alcuni    si  diedero    alla  sti    santi  atleti    fu    tanto    più  glo- 
fuga.  Gerusalemme  fu  saccheggiata  riosa,    in    quanto   che    trionfarono 
e  incendiata,    le  mura    furono    de-  di  Antioco  in  persona.  Sembra  es- 
molite,  il  culto  del  Signore  abban-  sere  questo  principe  venuto  a  Ge- 
donato,  e  il  luogo  santo  profanato,  rusalemme,    sperando    di    vincere 
venendo  il  tempio  dedicato  a  Gio-  colla  sua  autorità,    o  con    barbari 
ve  Olimpio.  Da  tutte    le  parti  ve-  raffinamenti  di  crudeltà,  la  costau- 
deansi  altari,  statue  e  boschi  conse-  za    di   coloro    che   aveano    resistito 
ciati  agli  impuri  misteri  del  paga-  agli  artifìzii  ed  alle  torture  impie- 
nesimo.  I    giudei   erano  costretti  a  gate  da'suoi  ministri.    Alcuni  scrit- 
sagrifìcare    sotto    pena    della    vita,  tori  hanno  preteso  che  questi  san- 
per  guisa    che  tutta    la    Palestina  ti  martiri  abbiano  sofferto  ad  An- 
non  eia  che  un  teatro  spaventevole  tiochia ,  non  a    Gerusalemme  ;  ma 
d  idolatria,  di  dissolutezze  e  di  uc-  è  più  verosimile  che  ciò  avvenisse 
cisioni.  Chi  seguiva  qualche    osser-  in  quest'  ultima  città.     Essi  consu- 
vanza  della    legge  era    condannato  marono    il    loro  sagrifizio    1'  anno 
alla  morte;  nulladimeno  ve  n'ebbe  del   mondo  3837,  che  corrisponde. 
vol.  xl.                                                                     i5 


1*6  MAC 

al  i45»  dell'era  de'Seleucidi ,  e  164 
avanti  Gesù  Cristo.  La  festa  ilei 
sette  Maccabei  e  della  loro  madre 
celebrava  si  il  primo  d'agosto  nei 
primitivi  tempi  della  Chiesa,  e  sot- 
to questo  giorno  sono  menzionati 
nel  martirologio  romano.  Abbiamo 
dei  panegirici  scritti  in  onore  di  essi 
da  s.  Gregorio  Nazianzeno,  da  s, 
Giovanni  Crisostomo,  da  s.  Agosti- 
no, da  s.  Gaudenzio  di  Brescia, 
e  da  s.  Leone  Magno. 

MACCHIAVELLI  Francesco  Ma- 
ria,  Cardinale.  Francesco  Maria  Mac- 
hiavelli, di  nobile  ed  antica  stirpe 
di  Firenze,  nipote  del  cardinal  Ma- 
galotti ,    e     cugino    dei    cardinali 
[Barberini    nipoti  di  Urbano   VI  IT, 
giovane  di  aurea    indole,     di  soda 
pietà    e  d' integerrimi  costumi,  ot- 
tenne da  detto  Papa  un  canonica- 
to nella    basilica    vaticana,    e    poi 
fu  destinato    alla    vice-legazione  di 
Ferrara,    indi    ammesso  tra  gli  u- 
ditori  di  rota.   Inoltre  Urbano  Vili 
lo  spedì  in    Milano  a    complimen- 
tare in  suo   nome    il  cardinale  in- 
fante di  Spagna,  avanti  a    cui  re- 
citò nel  pontifìcio  nome  ed  in  quel- 
lo de'cardinali    nipoti,  un'elegante 
orazione.  Poscia  accompagnò  il  car- 
dinal   Ginetti    legato    a  latere    in 
Colonia ,    in    qualità  di  uditore     e 
datario    della     legazione;    dipoi  ivi 
si  fermò  coi    gradi  di   patriarca  di 
Costantinopoli    e  nunzio  apostolico, 
a  fine  di  stabilire  la  pace.  Accadu- 
ta in  quel  tempo  la  morte  del  car- 
dinal Magalotti  suo    zio  e  vescovo 
di  Ferrara ,  questa  chiesa  gli  fu  con- 
ferita nel  i638,  in  età  d'anni  ven- 
totto.   Il  suo  contegno  ecclesiastico, 
esemplare  e  cortese,  gli  acquistò  la 
affezione  comuue,  e  la  stima  de'dio- 
cesani,   avendo  esercitato  in  tempo 
di  guerra  anco  l'officio  di  pro-lega- 
to.  Benché    assunte,  Urbano    Vili 


MAC 

a' 16  dicembre  1641  Io  creò  car- 
dinale prete  del  titolo  de'ss.  Gio- 
vanni e  Paolo.  Dopo  aver  contri- 
buito col  suo  voto  all'elezione  d'In- 
nocenzo X ,  e  celebrato  il  sinodo 
nella  sua  chiesa  ,  che  pubblicò 
colle  stampe,  morì  in  Ferrara  nel 
i653,  d'anni  quarantatre,  e  fu  se- 
polto in  quella  cattedrale  col  solo  no- 
me scolpito  sopra  la  tomba  avanti 
l'altare  dell'Angelo  Custode,  ora  non 
più  esistente. 

M ACEDO  Francesco.  Nacque  a 
Coirnbra  nel  Portogallo    nel    1596, 
quindi  entrò    nella    compagnia     di 
Gesù  nel    1610,  e  passò  in  seguito 
nei  francescani.    Recossi    a    Parigi 
sulla  fine  del    ministero  del  cardi- 
nal  Richelieu,  e  qualificossi    poscia 
come  consigliere    e  predicatore  or- 
dinario   del  re.     Dalla    Francia     si 
recò  in    Inghilterra,    fece  un  viag- 
gio   in   Portogallo,    e   si    portò  in 
Roma  verso  il    16 58,  per  insegnar 
la    teologia     nel    collegio    Urbano. 
Ivi  sostenne  per  tre  giorni  pubbli- 
che tesi  intorno  a    moltissimi  sva- 
riati quesiti,    ai  quali    non    poteva 
essere     preparato     preventivamente. 
Chiamato    qualche    tempo    dopo  a 
Padova  per  insegnarvi,  egli   vi  die- 
de eguale  spettacolo  per  otto  gior- 
ni ,    e    la    sua     vena     poetica     fece 
scorrere  anche   in  quella    occasione 
i  versi  latini    con    maggior  facilità 
e  prontezza  che  nella  prima  circo- 
stanza. Dicesi  che  credendo  alcuno  di 
porlo  in  imbarazzo    gli   propose  di 
descrivere  estemporaneamente  la  Gì- 
gantomachia,    e  Medea  in   furore, 
e  che  Macedo    lo  fece    immediata- 
mente impiegando  più  di  duemila 
versi.  In    occasione  di  queste    tesi, 
egli  compose  un'epigramma  in  ono- 
re della  repubblica  di  Venezia,  che 
la  repubblica  stessa   trovò  così  bel- 
lo, che  lo  volle    esposto  nella  bi- 


MAC  MAC  22/ 
blioteca  di  s.  Marco,  scritto  di  Tessaglia,  ed  è  circondata  a  le- 
nroprio  pugno  dell'autore,  det  qua-  vante  dal  mare  Egeo,  a  ponente 
le  il  Senatore  G  ri  mani  fece  il  ri-  dal  mare  Adriatico  ,  a  mezzodì 
tratto.  Essendosi  però  Macedo  ini  dall'Epiro,  ed  a  settentrione  dalla 
mischiato  in  cose  che  non  gli  ap-  Mesia  superiore.  Dividevasi  la  Ma- 
partenevanp,  cadde  in  disgrazia  del-  cedonia  nel  VI  secolo  in  due  pro- 
la  repubblica  che  lo  fece  mettere  vincie,  in  Macedonia  prima  cioè, 
in  carcere,  ove  mori  nel  1678  o  ed  in  seconda.  Trovasene  fatta 
1681.  Il  p.  Macedo  avea  un'im-  menzione  dell'una  e  dell'altra  nel- 
mensa  erudizione,,  molta  presenza  la  Notizia,  che  contiene  la  divi- 
di spirito,  una  memoria  prodigiosa  sione  dell'  impero  romano  sotto 
ed  una  fecondissima  penna.  Egli  Arcadio  ed  Onorio.  La  prima  e  la 
stesso  in  una  delle  sue  ultime  ope-  seconda  Macedonia  ebbero  per  me- 
re intitolata  :  Myrolhecium  morale,  tropoli  la  città  di  Tessalonica,  infino 
dice  di  avere  recitato  e  composto  in  a  che  l'Illiria  orientale  passò  sot- 
sua  vita  cinquantatre  panegirici,  ses-  to  la  dipendenza  della  sede  di  Co- 
santa  arringhe  in  latino,  trentadue  stantinopoli  :  fu  in  allora  che  Fi- 
orazioni  funebri,  quarantotto  poemi  lippi  diventò  metropoli  della  secoli  - 
epici, centoveutitre  elegie,  centoquin-  da  Macedonia.  V.  Tessalonica  e 
dici  epitaffi,  duecentododici  epistole  Filippi.  La  Macedonia  occupa  il 
di  dedica,  più  di  tremila  cinquecento  trentesimonono  rango  nella  Notizia 
versi,  e  composti  quarantaquattro  dell'imperatore  Leone.  Il  metropo- 
volumi.  Le  sue  opere  principali  litano  di  Eraclea  Perinthus  (Vedi) 
sono:  i.°  Elogia  Gallorum.  2.  "  assunse  il  titolo  di  esarca  di  tut- 
Jus  succedendo  in  Lusitani ae  regnimi  ta  la  Tracia  e  della  Macedonia. 
CaOierinae  regis  Emmanuelis  ex  MACEDONIA.  Parte  considera- 
Eduardo  /ìlio  neptis  ,  doctorum  bile  della  Grecia,  presa  nella  sua 
sub  Henrico  rege  ultimo  Conimbr.  maggior  estensione,  e  che  portò 
sententiìsQ.onfirmaLum,  Parigi  1 64  • :  un  tempo  diversi  altri  nomi,  come 
quest'opera  è  scritta  in  favore  del  quelli  di  Gemenia,  Migdonia,  Peo- 
duca  di  Braga n za  innalzato  al  tro-  nia,  Edonia,  Pieria,  Ematia,  ec. , 
no  di  Portogallo,  e  di  cui  Macedo  antica  sede  di  una  famosa  monar- 
tu  uno  dei  più  zelanti  difensori.  3.°  chia.  Vi  sono  degli  interpreti  del- 
Mens  divinilus  inspirata  Innocen-  la  Scrittura  sacra,  i  quali  credono 
tio  X.  Quest'  opera  scritta  contro  che  la  Macedonia  sia  stata  popo- 
le  proposizioni  di  Giansenio,  ebbe  lata  da  Gethim,  figlio  di  Javan, 
gran  plauso  in  Roma.  4-°  Historia  e  che  tutte  le  volte  che  leggesi 
recenlium  marlyrum  japonensium.  Geihim  nel  testo  ebraico  devesi 
5.°  Apologetici^  prò  Lusitania  vin-  sempre  intendere  la  Macedonia.  I 
dicata,  ed  altre  opere,  oltre  quelle  suoi  limiti  molto  variarono,  come 
scritte  nella  lizza  contro  il  p.  No-  la  sua  estensione.,  ad  epoche  di- 
ris  poi  cardinale,  cui  spedi  un  verse,  e  la  Macedonia  fu  qualche 
cartello  di  sfida  letteraria.  volta  confusa  anche  con  la  Tessa- 
MACEDOJNIA.  Contrada  d'Euro-  glia.  I  suoi  confini  antichi  erano 
pa,  e  provincia  ecclesiastica  della  all'oriente  1'  oceano  ed  il  mare 
diocesi  deWJlliria  (Vedi)  orientale.  Egeo;  all'occidente  il  mare  Jonio 
Essa    confina    coli'   Acaia     e    colla  e    l'Adriatico;    al    settentrione    le 


2*8  MAC 

montagne  della  Mcsia,  ed  al  mez- 
zodì l'Kpiro  e  la  Tessaglia,  che  al- 
cuni pongono  altresì  colla  Tracia 
nella  Macedonia,  nel  tempo  che 
era  considerata  come  una  possente 
monarchia  sotto  Filippo  ed  Ales- 
sandro il  Grande.  Sotto  Carano, 
fondatore  di  questo  imperio,  era 
limitala  la  Macedonia,  all'est  dal- 
la Fiotide  e  la  Pieria  ;  all'  ovest 
dai  lincesti  e  gli  Oresti;  al  sud 
dalle  montagne  della  Tessaglia,  ed 
al  nord  dalla  Migdonia  e  dalla 
Pelagonia.  Dacché  il  valore  e  la 
prudenza  de'suoi  re  la  portarono 
ad  un  alto  punto  di  splendore  e 
di  gloria,  vi  si  contavano  sino  a 
i5o  popoli  diversi,  fra  i  quali  i 
più  rinomati  nella  storia  furono  i 
taulanti,  gli  elymioti,  i  dessareti, 
i  migdonii,  i  bissiti,  gli  edonii., 
ec.  Fra  le  principali  città  si  devo- 
no nominare  Pella  ,  Dyrrachium  , 
Apollonia,  Edessa,  Tessalonica,  La- 
rissa,  Lissus,  ec.  oltre  a  tante  al- 
tre, contandosi  che  questo  regno 
ne  contenesse  sino  a  i5o,  numero 
che  corrisponde  a  quello  dei  diver- 
si popoli  che  l'abitavano.  I  mace- 
doni sembrano  avere  avuto  molte 
relazioni  coi  traci;  ma  siccome  i 
greci  li  risguardarono  come  bar- 
bari, e  che  quindi  pochissimo  con 
essi  comunicavano,  cosi  se  ne  han- 
no incerte  nozioni.  Probabilmente 
condussero  per  lungo  tempo  una 
•vita  selvaggia,  cosicché  la  lista  dei 
loro  re  non  risale  che  all'  anno 
807  o  796  avanti  Gesù  Cristo  , 
allorquando  l'eraclide  Carano  mon- 
tò sul  trono.  Secondo  Giustino 
questo  principe  era  capo  di  una 
colonia  di  argieni,  che  colla  forza 
delle  armi  si  stabilì  in  questo  pae- 
se, e  che  si  dicevano  discendenti 
da  Ercole.  Si  aggiunge  che  il  vin- 
citore si  condusse  eoo   tanta    mo- 


MAC 

derazione,  che  conciliossi  l'amicizia 
de' popoli  vinti,  e  col  loro  aiuto 
pervenne  ad  estendere  le  sue  con- 
quiste. Niente  essendosi  conservato 
di  preciso  sulla  primitiva  lingua 
de'  macedoni,  alcuni  autori  dicono 
ch'era  tanto  diversa  dalla  lingua 
greca,  che  i  greci  ed  i  macedoni 
non  s'intendevano  che  col  favore 
d'un  interprete.  Quantunque  fos- 
sero governati  da  un  re,  conserva- 
rono però  molta  libertà,  talché 
Luciano  chiamò  i  macedoni  uo- 
mini liberi.  I  macedoni  adoravano 
molte  divinità,  e  particolarmente 
Ercole  e  Diana;  erano  superstizio- 
si quanto  i  greci .  I  macedoni 
quanto  sobri  nelle  abituali  loro 
maniere  di  vivere,  erano  altrettan- 
to magnifici  nei  pubblici  festini  : 
i  giovani  potevano  prender  posto 
in  questi  festini  anche  presso  il  re, 
purché  avessero  ucciso  un  cinghiale 
colle  proprie  armi.  Questo  regno 
ne' suoi  principii  debole  e  rinchiu- 
so fra  i  suoi  limiti  naturali,  fu  per 
quasi  quattro  secoli  il  giuoco  dei 
greci,  de'peoni  e  degli  illirii. 

Quasi  tutti  gli  autori  si  accor- 
dano nel  fare  il  fondatore  dell'an- 
tico regno  di  Macedonia,  Carano 
discendente  di  Ercole,  che  uscito 
dal  Peloponneso,  sorprese  Edessa , 
e  incominciando  da  tale  conquista 
fece  la  guerra  ai  suoi  vicini,  fin- 
ché lasciando  questo  nuovo  regno 
alla  sua  posterità,  essa  ne  godette 
tranquillamente  in  Ceno  eTirimma, 
fino  a  Perdicca  I  che  fu  assunto 
al  trono  695  anni  avanti  la  nostra 
era.  11  suo  figlio  legittimo  fu  uc- 
ciso da  Archelao  suo  bastardo,  a. 
cui  Galero  tolse  la  vita.  Oreste, 
altro  bastardo  di  Perdicca  1,  fu  as- 
sassinato dal  suo  tutore  Atropo,  il 
cui  figlio  Pausa uia,  dopo  il  regno 
di  un  anno,  fu  scacciato  da  Amin- 


MAC 

ta  I    ch'era   figlio   di    Filippo  I    e 
fratello  di   Perdicca  II,   e    discen- 
dente  di    Carano:     le    guerre    fra 
Pausania  ed  i  Caranaidi  non  fini- 
rono finché    Perdicca    III,    di    cui 
parleremo,  non    vendicò    la  morte 
del     fratello    Alessandro»    Il    regno 
di  Aminta  IV    fu  clamoroso:  sot- 
to questo    principe    Dario   volendo 
portare  le  sue  armi  contro  i  greci 
di  Europa,    inviò    ambasciatori    al 
re  macedone  per  chiedere  soccorsi, 
ma  questi  avendo  insultato  le  don- 
ne che    comparvero    alla    fine    del 
pranzo  dato  per  festeggiarli ,  furo- 
no tutti    assassinati.    Questa    scena 
di    sangue    avrebbe    avuto    conse- 
guenze terribili   pei   macedoni,  se  il 
principe  Alessandro    non   aveva  la 
destrezza  di  guadagnare  il  coman- 
dante delle  truppe  che  si  spediva- 
no contro  suo  padre.  Bubaris    di- 
venuto amoroso  della  sorella  di  A- 
lessandro ,    prestossi    a    tutto  onde 
guadagnare    la    sua  mano ,  ma  la 
Macedonia  fini  per  divenire  tribu- 
taria dei  re  di  Persia.    Da   questo 
regno  la  storia    di    Macedonia    in- 
comincia ad  essere  legata  con  quel- 
la delle  altre  potenze  della  Grecia: 
A  minta  IV  morì  3j5  anni  avanti 
l'era  nostra,  lasciando  tre  figli*  A- 
lessandro,  Perdicca  e  Filippo,  non 
che  un  figlio  naturale  chiamato  To- 
lomeo. La  prudenza  di  Perdicca  IH, 
uno    de'  tre    figli   di    Aminta    IV , 
preparò  il   regno  di   Filippo  II  suo 
fratello,   il  quale  montò  sul    trono 
l'anno  3 60  :  morendo  Perdicca  III 
lasciò  il  suo  figlio  A  minta  sotto  la 
tutela  dello  zio  Filippo  II.   Il  giova- 
ne principe    poco    visse ,    lasciando 
una  figlia  che  in  seconde  nozze  fu 
maritata  a  Cassandnr,  quando  già 
Filippo  li  erasi  impadronito    dello 
slato. 

Non  è    qui    possibile    di   svilup- 


MAC  229 

pare  tutti  i  mezzi  posti  in  ope- 
ra dalla  politica  destra  ed  ambi- 
ziosa di  questo  principe,  ne  di  se- 
guire Alessandro  il  Grande  suo  fi- 
glio nel  rapido  corso  delle  sue  im- 
mense conquiste ,  parlandosi  delle 
cose  e  fasti  principali  dell'  uno  e 
dell'altro  negli  analoghi  articoli. 
Sotto  il  regno  di  Filippo  II  la  di- 
sciplina militare  pervenne  ad  un 
alto  grado  di  perfezione  in  Mace- 
donia. Oltre  le  truppe  nazionali  vi 
erano  d'ordinario  vari  corpi  ausi- 
liari, e  le  prime  si  dividevano  in 
tre  corpi.  Il  più  terribile  era  la 
falange  macedonica^  così  detta  per- 
chè inventata  dai  macedoni,  corpo 
particolare  di  soldati  :  scudi  e  lun- 
ghe picche  ne  formavano  l'armatura; 
nelle  battaglie  gli  uomini  che  la 
componevano  si  rannodavano  insie- 
me strettamente  in  un  quadrato 
profondo,  co7  loro  scudi  uniti  e  col- 
le picche  incrociate,  e  si  tenevano 
talmente  tra  loro  congiunti  ch'era 
impossibile  rompere  o  penetrare  en- 
tro la  massa.  La  falange  era  coni» 
posta  di  ottomila  uomini,  e  l'Evre- 
mont  nota  che  questo  formidabile 
corpo  di  combattenti  superava  in 
coraggio  e  vigore  la  legione  ro- 
mana. Allorché  Filippo  II  ebbe 
conquistato  una  porzione  della  Tra- 
cia e  dell'I lliria,  il  regno  di  Mace- 
donia cominciò  a  divenire  celebre 
nella  storia.  Sì  stese  allora  dal  mar 
Adriatico  sino  allo  Strimone,  o  per 
meglio  dire  imperò  nella  Grecia  ; 
in  fine  era  riservalo  ad  Alessandro 
il  Grande,  che  col  nome  di  Ales- 
sandro III  divenne  re  di  Macedo- 
nia l'anno  336 ,  di  aggiungere  a 
questo  regno  non  solo  l'intera  Gre- 
cia, ma  pur  anco  tutta  1'  Asia  ed 
una  considerabile  porzione  dell'  A* 
frica.  In  tal  modo  per  le  conquiste 
di    questo    grand'  uomo    innalzossi 


23o  MAC 

l' impero  macedonico  sulle  rovine 
immense  di  tanti  regni  e  di  gre- 
che repubbliche,  e  gli  avanzi  della 
Joro  gloria  procurarono  un  nome 
singolare  a  dei  barbari  eh'  erano 
stati  per  lungo  tempo  tributari  dei 
soli  ateniesi.  La  storia  ci  tramandò 
i  nomi  di  Agi  re  de'peoni,  di  Bar- 
dili re  dell'llliria,  e  d'Alia  re  di 
Scita,  vinti  da  Filippo  II  nel  338 
e  33q  ,  e  quelli  di  Sirino  re  dei 
triballi  popoli  di  Mesia,  e  di  Glau- 
cia  re  de'  taulanzii,  sconfìtti  da  A- 
Jcssandro  il  Grande  nel  336.  Mori 
questo  celebratissimo  principe  nel 
324,  e  venne  proclamato  re  di  Ma- 
cedonia dalla  fanteria  Filippo  Ari- 
deo  suo  fratello ,  che  fu  succeduto 
(oltre  Alessandro  Ego  nato  un  me- 
se dopo  la  morte  di  Alessandro  il 
Grande,  Perdicca  e  Pitone  che  ne 
furono  reggenti  )  nel  3 20  da  An- 
tipatro;  ma  sotto  Alessandro  il 
Grande  incominciò  e  firn  l'univer- 
sale monarchia  de'  greci. 

Antipatro  ebbe  in  successore  Po- 
lispercone  che  regnò  sino  al  3 11. 
La  posterità  di  Alessandro  il  Gran- 
de si  spense  per  la  morte  di  Er- 
cole suo  figlio  naturale.  Cassandro, 
Tolomeo,  Lisimaco,  Seleuco  ed  An- 
tigono si  contesero  l' impero  nella 
battaglia  d'Ipso  o  Ipsopoli.  Cassan- 
dro divenne  signore  di  Macedonia 
e  regnò  dal  3 1 1  al  298  ;  era  fi- 
glio di  Antipatro,  e  fece  morire  la 
regina  Olimpia  vedova  di  Filippo 
II,  ed  Alessandro  Ego  figlio  postu- 
mo del  grande  Alessandro.  Fu  egli 
che  persuase  Polispercone  di  dis- 
farsi altresì  del  nominato  spurio 
Ercole,  e  gli  lasciò  il  Peloponneso, 
ritenendo  per  sé  il  restante  della 
Grecia  colla  Macedonia.  A  Cassan- 
dro successe  Filippo  suo  figlio,  e 
dopo  la  morte  di  questo,  Antipa- 
tro ed  Alessandro  fratello  di  Filip- 


MAC 

pò  si  divisero  il  regno.  Antipatro 
uccise  la  madre,  ed  esseìido  stalo 
scacciato  da  Alessandro,  ritirossi 
presso  Lisimaco  suo  suocero ,  che 
lo  fece  uccidere.  Alessandro  avea 
chiamato  in  soccorso  Pirro  re  di 
Epiro  [Fedì)  e  Demetrio  I  figlio 
d'Antigono  re  di  Siria,  contro  suo 
fratello;  ma  la  dillideuza  essendo 
fra  loro  insorta,  Demetrio  fece  uc- 
cidere Alessandro,  e  si  rese  padro- 
ne della  Macedonia  che  lasciò  ad 
Antigono  suo  figlio,  il  quale  ne  fu 
due  volte  scacciato.  Fra  esso  e  De- 
metrio lì  suo  figlio,  Lisimaco  re 
di  Tracia,  che  avea  comandato  sot- 
to Alessandro,  e  che  poscia  era  sta- 
to fatto  governatore  della  Tracia 
da  Perdicca,  dal  286  in  poi  regnò 
cinque  anni  in  Macedonia,  e  poscia 
Alessandro  figlio  di  Pirro  in  Epi- 
ro. Oltre  a  ciò,  Seleuco  re  di  Si- 
ria dominò  la  Macedonia  282  an- 
ni avanti  Gesù.  Cristo,  indi  la  si- 
gnoreggiarono Tolomeo  Cerauno 
figlio  di  Tolomeo  I  re  d'Egitto, 
Meleagro  fratello  di  Cerauno,  An- 
tipatro figlio  di  Cassandro  nel  278 
per  la  seconda  volta,  non  che  An- 
tigono da  Goni  figlio  di  Demetrio 
I.  Dipoi  Demetrio  li  ricuperò  la 
Macedonia  sopra  Alessandro,  e  la- 
sciò Filippo  III  suo  figlio  (ovvero 
Filippo  V  contando  Filippo  Ari- 
deo,  e  Filippo  figlio  di  Cassandro), 
sotto  la  tutela  di  Antigono  Doso- 
ne  suo  figliuolo  bastardo,  il  quale 
usurpò  il  regno  del  pupillo  Tanno 
232.  Intanto  l'Epiro  dopo  Pirro 
III,  Laodamia  o  Deidamia ,  cadde 
in  potere  de'  re  di  Macedonia.  Fi- 
lippo III  o  V  ritrovò  il  mezzo  di 
riconquistar  il  suo  stato,  e  gover- 
nollo  sino  a  che  Perseo  lo  fece  mo- 
rire 178  anni  avanti  la  nostra  era. 
Questo  Perseo,  ultimo  re  di  Mace- 
donia, fu  preso  e  vinto  dai  roma- 


MAC 
ni  Tanno  167,  sotto  il  console  Pao- 
lo Emilio  loro  generale,  con  Filip- 
po ed  Alessandro  suoi  figli,  cioè 
l'anno  586  dalla  fondazione  di  Ro- 
ma. Filippo  morì  in  prigione,  ed 
Alessandro  non  ebbe  per  sussistere 
che  il  travaglio  delle  proprie  mani. 
Certo  Andrisco  dominò  in  qualche 
parte  della  Macedonia  dall'  anno 
i52  all'anno  148  avanti  la  nostra 
era ,  e  la  Macedonia  venne  fatta 
provincia  romana.  Paolo  Emilio  di- 
vise il  regno  in  quattro  regioni  ; 
la  seconda  fu  chiamata  Macedonia 
salutaris,  a  cagione  delle  sue  acque 
minerali,  ed  estendevasi  nella  parte 
superiore  della  Macedonia,  dal  lato 
delle  montagne  che  separavano  que- 
sta provincia  dalla  Mesia  superiore 
o  Dardania.  Stava  sotto  la  metro- 
poli di  Sobi,  e  comprendeva  otto 
città.  I  principali  dello  stato ,  che 
potevano  eccitare  turbolenze ,  fu- 
rono condotti  in  Roma,  ed  i  ma- 
cedoni dopo  tanti  anni  di  gloria, 
successivamente  divennero  sudditi 
degli  imperatori  greci,  passando 
pure  sotto  il  dominio  de' turchi , 
che  chiamarono  Magdonia  la  Mace- 
donia, quando  si  resero  padroni  di 
tutta  la  Grecia. 

La  luce  del  vangelo  fu  recata  ai 
macedoni  dall'  apostolo  s.  Paolo. 
Essendo  egli  in  Troade  gli  appar- 
ve in  visione  un  uomo  vestito  alla 
macedonica ,  che  istantemente  lo 
pregò  passar  in  Macedonia  ad  il- 
luminarne i  popoli,  ed  alcuni  dis- 
sero che  l'apparso  era  l' angelo  di 
questa  contrada.  Dall'Asia  s.  Pàolo 
passò  dunque  in  Europa,  onde  co- 
minciar dai  macedoni  a  predicare 
il  vangelo.  All'apostolo  si  unirono 
Timoteo,  Sila  e  s.  Luca;  portandosi- 
a  Filippi,  città  primaria  della  Ma- 
cedonia, insegnarono  al  popolo  gli 
articoli  principali  della  credenza  cri- 


MAC  %U 

stiana,  ed  i  punti  più  sostanziali 
della  disciplina  e  morale  evangeli- 
ca. Da  Filippi  i  banditori  del  van- 
gelo passarono  per  Amfipoli  e  per 
Apollonia,  giunsero  a  Tessalonica 
città  nobilissima  di  tutta  la  Mace- 
donia. Vi  predicò  s.  Paolo  il  van- 
gelo e  lo  confermò  colla  virtù  dei 
miracoli,  per  cui  una  gran  molti- 
tudine di  gentili  abbracciarono  la 
fede  cristiana.  I  filippensi  per  ben 
due  volte  lo  provvidero  di  tutto  il 
bisognevole  quando  soggiornava  in 
Tessaglia,  ed  i  macedoni  gli  man- 
darono denaro  in  Corinto  :  i  ma- 
cedoni divennero  il  modello  de'cre- 
denti.  Nell'anno  4' 4  fi*  tenuto  uu 
concilio  nella  provincia  di  Mace- 
donia, che  fu  confermato  dal  Pon- 
tefice s.  Innocenzo  I.  Reg.  tom.  I, 
Labbé"  tom.  II,  Arduino  tom.   I. 

La  chiesa  di  Macedonia  fu  sempre 
dipendente  dalla  Sede  apostolica:  tan- 
to dichiarò  a  nome  di  tutti  i  ve- 
scovi dell'lllirio,  Teodosio  vescovo 
di  Echino  della  provincia  di  Tes- 
saglia, nel  concilio  romano  tenuto 
nel  53 1  da  s.  Bonifacio  li.  Molti 
monumenti  apertamente  dimostra- 
no la  podestà  patriarcale  de' roma- 
ni Pontefici  sopra  la  diocesi  dell'II- 
lirio.  Essi  commisero  le  proprie  ve- 
ci ai  vescovi  di  Tessalonica  capo 
delle  provincie  contenute  nella  dio- 
cesi di  Macedonia,  acciocché  le  am- 
ministrassero con  potestà  esarcale  ; 
raccogliendosi  dalla  lettera  di  s.  In- 
nocenzo I  ad  Anisio  Tessalonicense, 
che  i  Pontefici  s.  Damaso  I,  s.  Siri- 
ciò,  e  s.  Anastasio  I,  fino  dal  secolo 
IV  aveano  istituito  que' prelati  vi- 
cari della  santa  Sede,  riuscendo  per 
la  distanza  de'luoghi  incomodissimo 
e  difficile  che  i  vescovi  dell'  Illiri- 
co si  recassero  in  Roma  a  riceve- 
re l'ordinazione  dal  Papa,  e  che 
le  proprie  cause  ordinariamente  sog- 


232  MAC 

gettassero  al  suo  giudizio.  Così  i 
Pontefici  commisero  le  loro  veci  ai 
vescovi  di  Tessalònica,  onde  impo- 
nessero le  mani  sui  metropolitani 
di  quelle  provincie,  dassero  il  con- 
senso alle  ordinazioni  de'  vescovi , 
e  conoscendo  le  loro  differenze,  de- 
cidessero le  cause  e  negozi  occor- 
renti, ma  le  più  gravi  riferissero 
alla  santa  Sede,  cui  apparteneva  il 
supremo  giudizio  e  la  finale  deli- 
berazione de'  più  importanti  affari. 
Più  chiaramente  s.  Innocenzo  I , 
concedendo  nel  412  a  ^uro  vesc0* 
vo  tessalonicense  e  successore  d'A- 
nisio,  la  vicaria  apostolica  sopra 
l'Illirico,  nel  modo  ch'era  stata  con- 
ceduta ai  predecessori  di  lui,  ed 
enumerando  le  provincie  sulle  quali 
dovesse  stendersi  la  sua  podestà , 
addita  quelle  delle  due  diocesi  di 
Macedoni^  e  di  Dacia  (Vedi),  com- 
prese neh'  Illirico  orientale  ,  cioè 
l'Acaia,  la  Tessaglia,  la  Candia 
(Vedi),  l'Epiro  vecchio  e  nuovo, 
cioè  l'Epiro  vero  e  \' Albania  (Ve- 
di), di  cui  furono  metropoli,  della 
prima  Nicopoli  (Vedi),  della  secon- 
da Durazzo  (Vedi)j  le  quali  pro- 
vincie colla  Macedonia  prima  non 
nominata  in  questo  luogo,  di  cui 
Rufo  era  metropolitano,  e  vi  eser- 
citava autorità  ordinaria,  formano 
il  numero  di  sei  provincie  della 
diocesi  di  Macedonia.  Oltre  a  que- 
ste s.  Innocenzo  I  novera  ancora 
la  Dacia  Mediterranea ,  la  Dacia 
Ripense,  la  Mesia,  la  Dardania,  e 
la  Prevalitana ,  eh'  è  parte  della 
Macedonia  Salutare,  le  quali  costi- 
tuiscono le  cinque  provincie  compre- 
se nella  diocesi  di  Dacia.  La  stretta 
dipendenza,  che  dal  trono  pontificale 
di  Roma  ebbero  i  vescovi  dell'Illi- 
rico, fu  la  principale  cagione,  che 
combattendo  eglino  contro  l'eresia 
di  Aimo  ,    difendessero    con  sommo 


MAC 

ardore  la  divinità  di  Gesù  Cristo. 
Che  se  de' quattrocento  prelati  adu- 
nati in  Rimini  nel  35c),  erano  del 
partito  eretico  Ursacio  ,  Valente , 
Germinio,  Gaio,  Migodonio  e  Me- 
gaso  vescovi  illirici  ;  questo  fu 
un  numero  scarso  in  paragone  di 
tanti  altri,  che  governando  le  al- 
tre chiese  di  vaste  e  popolate  pro- 
vincie dell'Illirico,  particolarmente 
orientale  (  che  il  ripetiamo  conte- 
neva la  diocesi  di  Macedonia,  ov'e- 
rano  la  Macedonia,  l'Epiro  vecchio 
e  nuovo,  e  la  Tessaglia  colle  città 
che  appartengono  all'  Albania  su- 
periore ,  nelle  quali  dominava  la 
cattolica  religione),  senza  muoversi 
dalle  loro  sedie  altamente  condan- 
narono la  prevaricazione  di  quei 
pochi  loro  confratelli.   V.  Illiria. 

Gli  albanesi  si  mantennero  fe- 
deli alla  Chiesa  romana  ne'  mag- 
giori torbidi  della  Chiesa  e  nelle 
controversie  dell'oriente;  ed  i  ve- 
scovi di  Macedonia  si  conformaro- 
no ai  sentimenti  degli  occidentali , 
colla  scorta  del  Papa  s.  Innocenzo 
I,  contro  quelli  che  avevano  con- 
dannato s.  Giovanni  Crisostomo.  Se 
la  pace  universale  della  Chiesa  fu 
turbata  dai  vescovi  Dioscoro  ales- 
sandrino, Severo  antiocheno  e  Ti- 
moteo costantinopolitano,  i  vescovi 
dell'  Epiro  palesarono  il  distacca- 
mento da  loro,  poiché  Giovanni 
eletto  metropolitano  di  Nicopoli  ri- 
chiese dal  Papa  s.  Ormisda  per 
mezzo  di  legati  epiroti,  un'esatta 
istruzione  di  que'  dommi ,  che  in 
tanta  varietà  di  professioni  di  fede 
del  tutto  ingannevoli ,  era  facile 
cadere  nelle  insidie.  Queste  pro- 
vincie si  mantennero  pure  aliene 
dai  deliri  di  Fozio,  dai  quali  fu- 
rono preservati  per  favore  speciale 
del  cielo  ;  avvegnaché  ,  occupate 
dai  bulgari  e  molto  tempo  rilenu- 


MAC 

le    sotto    la    loro  autorità ,  furono 
restituite  alla    santa    Sede    innanzi 
che  Fozio,  esaltato  alla  cattedra  di 
Costantinopoli,  potesse  trarle  al  suo 
partito.  Alla  potestà  spirituale  della 
Chiesa  romana  nel  secolo  IX,  s'ac- 
coppiò il  dominio  temporale  di  Boe- 
mondo  figlio  di    Roberto    Guiscar- 
do, il  quale  nel  secolo  XI  unì  alla 
sua  corona    di  Puglia    e    Calabria 
la  Macedonia  ed  altri  stati  dell'Al- 
bania, non  che  della  Bulgaria  e  di 
diversi  luoghi  della  Grecia.  Ambe- 
due queste  potenze  tra  di  loro  con- 
giunte, erano  un  validissimo  ante- 
murale all'inondazione  dell'eresie, 
che  per  le  regioni  orientali  rapida- 
mente scorrevano.    Dopo    Boemon- 
do,  obbedì  l'Epiro  ai  re  di   Sicilia 
Ruggiero  I,  Guglielmo  e  Costanza. 
L' impero  greco  in    molte    signorie 
miseramente  lacerato  e  diviso,  Teo- 
doro Comneno  s'impadronì  dell'E- 
piro e  della  parte  occidentale  della 
Macedonia,  in  cui  l'Albania  fu  indi 
in  poi  ristretta,  essendo  passata  sot- 
to altro  signore  la  Macedonia  orien- 
tale, che  fu  dall'  Albania    separata 
e  distinta.  Gli  albanesi  obbligati  al- 
lora di  piegare  il    collo    alle    leggi 
de'  principi  scismatici ,  non  trascu- 
rarono   di     tentare    gli    opportuni 
mezzi  onde  opporsi  alle  loro    vio- 
lenze, sottrarsi  dal  loro  dominio  e 
far  comparire  lo  zelo  comune  con 
molto  splendore  e  frutto  maggiore. 
Il  Papa  Giovanni  XXII   nel   i3i8 
si  congratulò  cogli  albanesi  che   a- 
veano  implorato    il    soccorso    della 
Chiesa  romana,  per  aver    sconfitto 
l' invasore  Urosio  re  di  Rascia  ,    il 
quale  deposta  l'ereticale  perfidia  si 
umiliò  al  Pontefice.  Nel  libro  di  d. 
Paolo   Maria    Panino  ,    intitolato: 
Perpcluac  Albancnsis  ecclesiac  con- 
scnsionis   cimi    Romana,   narra    la 
divozione    verso    la    santa  Sede  di 


MAC  233 

Giorgio  Statimiri  barone  albanese, 
il  quale  prevedendo  di  dover  mo- 
rire senza  lasciar  prole  maschile,  le 
soggettò  i  pochi  suoi  feudi  che  pos- 
sedeva nella  provincia.  Bonifacio 
IX  accettò  con  benevolenza  l'offer- 
ta fatta  al  principe  degli  apostoli, 
e  gliene  palesò  il  gradimento  con 
breve  del  i3o,i,  di  cui  parla  pure 
il  Rinaldi  a  detto  anno,  num.  ij. 
Gli  albanesi  nel  secolo  XIV  con 
raro  ed  indicibile  valore  resistette- 
ro alla  potenza  ottomana,  sotto  la 
condotta  di  Giorgio  Caslriota  detto 
Scanderbegh  principe  di  Macedonia, 
di  cui  parlammo  all'articolo  Alba- 
nia ed  altrove,  aiutato  ed  encomia- 
to dai  Pontefici  Nicolò  V,  Calisto 
ili,  Pio  II,  e  Paolo  II.  I  Castrioli 
furono  signori  d' una  parte  della 
Macedonia,  mentre  l'Albania  col- 
l'Epiro,  e  molte  isole  furono  con- 
cedute dagl'  imperatori  di  Costanti- 
nopoli ai  Comneni,  ai  Tocchi ,  ed 
agli  stessi  Castrioti.  Scanderbegh 
dopo  prodigi  di  valore,  vedendo  la 
Macedonia,  l'Epiro  e  l'Albania  inon- 
data dalle  armi  di  Maometto  1[ 
imperatore  de'  turchi,  si  portò  in 
Roma  dal  Pontefice  Paolo  II,  che 
lo  ricevette  con  dimostrazioni  di 
stima  in  concistoro,  e  riportò  co- 
piosi soccorsi  di  denaro  per  opporsi 
alla  potenza  ottomana,  e  difendere 
Croia  capitale  de'  suoi  stati  ;  ma 
dopo  la  sua  morte  l'Albania,  l'E- 
piro e  la  Macedonia  furono  inte- 
ramente conquistate  dai  turchi  nel 
1478.  Passate  queste  provincie  in 
potere  degl'  infedeli,  gli  albanesi,  e- 
piroti  e  macedoni  dierono  contras- 
segni di  sommo  valore,  e  fiorirono 
nella  gloria  dell'arte  militare  negli 
eserciti  di  principi  cattolici,  massi- 
me nel  regno  delle  due  Sicilie,  ove 
fondarouo  delle  colonie  di  rito  greco. 
Per  mantenere  la  religione    nel- 


234  MAC 

l'Albania  ed  in  tulio  l'Illino,  Gre 
gorio  XIII  fondò  il  celebre  colle- 
gio, di  cui  trattammo  all'articolo 
Loreto  (Vedi).  Nel  pontificato  poi 
di  Clemente  XI  fu  celebrato  un 
concilio  nell'Albania,  ebe  approva- 
to dalla  congregazione  di  propa- 
ganda fide,  se  ne  fece  una  secon- 
da edizione  nel  i8o3,  coll'aggiun- 
ta  delle  ultime  costituzioni  pontifì- 
cie, ebe  riguardano  le  cinese  del- 
l'Epiro. Dicemmo  altrove  come  il 
medesimo  Clemente  XI  stabili  al- 
cuni posti  pei  giovani  epiroti  nel 
collegio  Urbano:  se  ne  legge  la  dis- 
posizione, Optai'imus  quidem,  dei 
ì5  settembre  1708,  presso  il  Bull, 
de  prop.  fide,  Append.  tom.  I, 
p.  373.  Benedetto XIV  stabili  gl'in- 
terrogatorii  che  doveansi  fare  ai  ve- 
scovi di  Albania  e  Macedonia,  e 
sono  riportati  anco  nel  Bull,  de 
prop.  fide  tom.  Ili,  pag.  44$-  Nel- 
l'Albania ed  Epiro  sonovi  due  ar- 
civescovati, Antivari  e  Durazzo  che 
hanno  dei  vescovi  suffraganei.  La 
missione  di  Macedonia  consiste  in 
tre  ospizi,  due  nell'arcidiocesi  di  Du- 
razzo, ed  uno  nella  diocesi  di  Alessio  o 
Lisso  (Fedi).  Nell'arcidiocesi  di  Du- 
lazzo  gli  ospizi  hanno  le  parroc- 
chie Piscasio  e  Luria.  L'ospizio  del- 
la diocesi  d'Alessio  è  Pedana  che 
ha  la'  chiesa  di  s.  Antonio.  Il  pre- 
fetto della  missione  risiede  nell'  o- 
spizio  dì  Pedana,  il  quale  ha  la 
parrocchia  di  Pedana  e  di  Soime- 
ìii.  La  missione  di  Albania  e  Ma- 
cedonia appartiene  ai  minori  osser- 
vanti riformati,  dei  quali  religiosi 
eravi  una  provincia  in  Albania,  su 
de' quali  può  consultarsi  la  costitu- 
zione di  Clemente  XIII,  Inter  ani- 
mi nostri  desiderici,  degli  1  1  set- 
tembre 1761,  presso  il  citalo  Bull. 
tom.  IV,  pag.  52.  Nel  i832  la 
congregazione  di    propaganda  fide 


MAC 

ai  nominati  tre  ospizi  vi  ha  «ng- 
giunto  un  altro  ospizio  nella  dio- 
cesi di  Sappa,  e  risarcì  le  chiese 
ed  i  medesimi  ospizi,  per  le  deva- 
stazioni che  soffrirono  nell'ultima 
guerra  de'  turchi.  L'antica  e  famo- 
sa contrada  di  Macedonia  forma 
adesso  la  parte  occidentale  della 
provincia  turca  di  Romelia ,  ed  è 
compresa  fra  la  catena  del  Balkan 
al  nord,  la  catena  ellenica  all'ovest, 
i  monti  Volutza,  l'Olimpo  e  l'Ar- 
cipelago al  sud,  ed  il  Carasu  o  Me- 
sto all'est.  Essa  forma  i  sangiacati 
di  Uskup,  di  Ghiustendil,  di  Mona- 
stir,  di  Salonichi,  e  la  parte  occi- 
dentale di  quello  di  Gallipoli.  L'a- 
ria vi  è  salubre,  ed  il  suolo  ferti- 
le :  ebbe  un  tempo  miniere  d' oro 
e  d'argento.  Salonichi  o  Tessaloni- 
ca  n' è  il  capoluogo,  ed  è  gover- 
nata da  un  pascià  che  quivi  risie- 
de, ed  ha  circa  700,000  abitanti. 
I  fiumi  Stri  mone,  Vardari  e  Vis- 
tritza  bagnano  questo  paese. 

MACEDONIANI.  Eretici  del  IV 
secolo  che  negavano  la  divinità  del- 
lo Spirito  Santo.  I  macedoniani  e- 
rano  discepoli  di  Macedonio  vesco- 
vo di  Costantinopoli,  che  avea  ab- 
bracciato il  partito  dei  semi-ariani, 
e  da  loro  posto  su  quella  sede  nel 
342  con  violenza.  L' imperatore 
Costanzo  avendolo  deposto  a  cagio- 
ne dei  disordini  da  lui  fatti  insor- 
gere nella  città ,  allorché  voleva 
trasportare  il  corpo  di  Costantino 
il  Grande  in  un'altra  chiesa,  riti- 
rassi egli  in  un  sobborgo  di  Co- 
stantinopoli, ed  inventò  una  nuo- 
va eresia,  sostenendo  cioè  che  lo 
Spirito  Santo  non  era  Dio,  ma  sol- 
tanto uno  spirito  creato  simile  agli 
angeli  perchè  fosse  l'istromento  del 
Figlio.  La  deposizione  di  Macedo- 
nio ebbe  luogo  in  un  concilio  te- 
nuto in  Costantinopoli  dagli  stessi 


MAC 
ariani  nel  35g.  La  sua  eresìa  fu 
effetto  dell'orgoglio,  della  vendetta, 
e  dello  spirito  di  contraddizione , 
poiché  malgrado  gli  ariani,  sosten- 
ne la  divinità  del  Verbo,  mentre 
contro  i  cattolici  negò  essere  lo 
Spirilo  Santo  una  persona  divina. 
)  macedoniani,  perciò  chiamati  an- 
che pneumatornachì  3  cioè  nemici 
della  divinità  dello  Spirito  Santo, 
furono  condannati  nel  concilio  ge- 
nerale di  Costantinopoli  dell'anno 
3oi,  in  quello  di  Efeso  del  zp  '  , 
in  quello  di  Calcedonia  del  4^r  > 
ed  in  quello  di  Laterano  del  i  i  3g. 
Tra  quelli  che  scrissero  contro  que- 
sti eretici,  nomineremo  s.  Atanasio, 
Didimo  Alessandrino,  s.  Basilio,  s. 
Ambrogio  e  s.  Ephrem.  Inoltre  i 
macedoniani  furono  chiamati  Ma- 
r  ctonia  ni,  a  causa  di  Maretone  ve- 
scovo di  Nicornedia ,  uno  de'  più 
noti  tra  di  essi.  Sed licevano  il  po- 
polo con  un  esteriore  grave  e  con 
costumi  austeri ,  artifizio  comune 
degli  eretici;  imitavano  la  vita  dei 
monaci ,  e  seminavano  la  zizzania 
de'  loro  errori  particolarmente  nei 
monasteri.  Verso  l'anno  4^7  1  im- 
peratore Antemio  l'introdusse  in 
lioma,  ma  il  Papa  s.  Unro  li  re- 
presse. 11  battesimo  de'  macedoniani 
era  nullo. 

MACEDONIO  (s),  anacoreta  in 
Siria,  il  quale  pel  corso  di  qna- 
ì  ani'  anni  non  visse  d'  altro  che 
d'orzo  stemperato  nell'acqua,  ed 
essendosi  perciò  di  molto  alterata 
la  sua  salute,  si  persuase  a  man- 
giar pane.  Teodorelo  racconta  che 
molti  malati,  fra'  quali  la  propria 
madre,  furono  miracolosamente  gua- 
riti con  semplice  acqua ,  sopra  la 
quale  Macedonio  avea  fatto  il  se- 
guo della  croce.  Morì  in  età  di 
novant'  anni ,  ed  è  nominato  nei 
Menologi  de'greci  il  dì  24  gennaio. 


MAC  s35 

MACEDOiNOPOLI.  Sede  vesco- 
vile e  colonia  di  macedoni,  i  quali 
ivi  furono  introdotti  da  Alessandro 
il  Grande.  JNegli  atti  de'concilii  si 
trova  notato  come  un  vescovato 
della  diocesi  di  Antiochia.  Il  primo 
concilio  generale  di  Nicea  l'attri- 
buisce alla  provincia  di  Osroena , 
e  quello  di  Calcedonia  alla  Meso- 
potamia.  Si  conoscono  due  suoi  ve- 
scovi, Marco  che  intervenne  al  con- 
cilio di  INicea,  e  Daniele  che  sot- 
toscrisse quello  di  Calcedonia.  (?- 
ricns  christ.   t     II,   p.   986. 

MACERATA  (Macerateti).  Città 
con  residenza     vescovile  dello  stato 
pontificio  nella    Marca,    capoluogo 
della  provincia  e     delegazione  apo- 
stolica del    suo  nome,  della    quale 
daremo    prima     un  cenno     storico, 
come  della  sua   posizione  topografi- 
ca.    La     delegazione     apostolica     e 
provincia     di   Macerata     confina    al 
nord  co'  governi  anconitani  di     O- 
sirno,  Jesi  ed    Arcevia,  essendo  ba- 
gnata dal  corso    superiore  dell'Esi, 
il  quale   viene  formato  dalla  unione 
de'due   fiumi  Santangelo  e  Sentino 
nel   territorio  fabrianese;  all'est  col 
mare    Adriatico,  ove  mettono    foce 
il   Musone,  il   Potenza,  ed   il  Clien- 
ti ;  al    sud   coi    governi    fermani  di 
Sant'Elpidio,  Monte-Giorgio,  Santa- 
Vittoria,    col    governo    ascolano  di 
Amandola  e   col  governo  di  Came- 
rino ;  all'ovest    col  governo    peru- 
gino di    Gualdo-Tadino,  e    coi  go- 
verni urbinati  di   Gubbio,  Cagli  e 
Pergola.    II    picco    del  monte  San- 
Vicino  è  visibile  da  tutti   i  lati  del 
suo  territorio  ,     sollevandosi     quasi 
dal    centro.     La    parte    maceratese 
del  Piceno  fu  compresa   talora  nel- 
la Marca  d'Ancona,  talora  in  quel- 
la di  Fermo ,    sebbene    i  Pontefici 
gli  dassero  poi  il  primato  governa- 
tivo   e  giudiziario  di  tutte  le  mar- 


236  MAC 

che  o  marchesati,  ne' quali  era  di- 
Viso.  Comunemente  però  i  geografi 
chiamano  Marca  d'Ancona  tutto  il 
paese  dall' Esi  al  Tronto,  per  aver 
fatto  in  Ancona  la  residenza  i 
marchesi  nell'epoca  del  maggior  lu- 
stro. Quanto  più  le  selvose  rupi 
si  allontanano  dal  territorio  Camer- 
te,  tanto  meglio  viene  ricreato  lo 
sguardo  da  ripetuti  ordini  di  va- 
riate colline,  ove  alla  copia  delle 
viti ,  si  unisce  ogni  rurale  prodot- 
to, che  gli  operosi  coloni  molti- 
plicano con  intlustre  attività.  Quin- 
di in  ubertà  ed  in  coltura  supe- 
ra qualunque  altra  parte  del  Pice- 
no, e  gli  svariati  punti  delle  sue 
colline  deliziano  il  passeggiero.  Vi 
si  alleva  una  quantità  di  bestia- 
me, ed  il  clima  vi  è  sano  e  tem- 
perato. La  superficie  non  eccede 
un  centinaio  di  leghe.  Si  divide 
la  delegazione  apostolica  di  Mace- 
rata, secondo  V  ultimo  riparto  ter- 
ritoriale fino  al  i833,  ne'  quattro 
distretti  di  Macerata,  Fabriano, 
Rccanad,  e  Sanseverino,  in  dodici 
governi  di  secondo  ordine,  ed  in 
ventiquattro  comuni.  Macerata  ha 
soggetto  nel  suo  particolare  gover- 
no Monte  Cassiano,  e  la  Villa  di 
Potenza,  e  contiene  nel  suo  di- 
stretto i  governi  di  Cingoli,  colle 
comuni  di  Apiro  e  Ficano;  di  Ci- 
vitanova ,  colle  comuni  di  Monte 
Cosaroe  Morrovalle;  di  Mont'Olmo, 
colle  comuni  di  Mogliano,  Petrio- 
lo  e  s.  Giusto  ;  di  Tolentino,  col- 
le comuni  di  Belforte ,  Colmura- 
no  e  Urbisaglia  ;  e  di  Treia,  colle 
comuni  d'  Appigliano  e  Monte-Mi- 
Ione.  Fabriano  ha  soggetto  nel  suo 
particolare  governo  Serra  s.  Qui- 
rico,  e  contiene  nel  suo  distretto  i 
governi  di  Sassoferralo ,  colla  co- 
mune di  Genga  ;  e  di  Maidica, 
colla  comune  di  s.  Anatolia.   Reca- 


MAC 

nati  ha  soggetto  nel  suo  particola- 
re governo  Monte  Fano,  e  contiene 
nel  suo  distretto  i  governi  di  Fi- 
lottrano,  e  di  Monte  Santo  ,  colla 
comune  di  Monte-Luponc  :  il  go- 
verno del  commissariato  della  san- 
ta Casa  di  Loreto,  col  prelato  com- 
missario apostolico,  forma  un  go- 
verno speciale.  Sanseverino  contiene 
nel  suo  distretto  i  governi  di  san 
Ginesio ,  che  ha  per  appodiato 
Morico  colle  comuni  di  Loro  , 
Ripe  s.  Ginesio,  e  sant'  Angelo 
in  Pontano;  e  di  Sarnano  ,  colle 
comuni  di  Gualdo,  Monte  s.  Mar- 
tino e  Penna  s.  Giovanni.  Com- 
preso il  governo  del  commissariato 
di  Loreto,  la  popolazione  della  de- 
legazione di  Macerata  è  composta 
di  220, i3o  abitanti.  Col  medesimo 
ordine  de'distretti,  governi  e  comu- 
ni, passiamo  a  dare  di  tutti  un 
semplice  cenno  storico. 

Distretto  di  Macerata. 

Monte  Cassiano.  Comune  del  di- 
stretto di  Macerata,  nella  diocesi  di 
Recanati  e  Loreto,  già  Monte  di  s. 
Maria  in  Cassiano y  e  ne'  primi 
tempi  Monte  di  s.  Maria  e  Ca- 
stello di  s.  Mariat  è  lontano  do- 
dici miglia  dal  mare,  situato  in 
posizione  agevole.  Entra  nel  suo 
territorio,  lungi  circa  un  miglio, 
il  fiume  Potenza ,  sulla  sinistra 
sponda  del  quale,  al  passo  o  pon- 
te di  Macerata,  si  vedono  le  ve- 
stigia dell'antica  Retina,  città  illu- 
stre del  Piceno,  colonia  romana , 
distrutta  da  feroci  nazioni  nel  V 
secolo.  I  suoi  abitanti  si  divisero 
in  più  popolazioni,  ed  uno  di  es- 
si dell' antichissima  famiglia  de'Cas- 
si  con  alcuni  compagui  si  ridusse 
in  ameno  piccolo  colle,  verso  tra- 
montana,   due     miglia     dall'  amala 


MAC  MAC                   237 
pallia,    e  \i    fondò    il    castello  di  muta  dopo  la  tirannide  di  France- 
santa     Maria  ,    così    chiamandolo  sco  Sforza.  Estinta  la  prole  de'Cas- 
dal    tempio  ,    che    nella    più    al-  siani,  le  giurisdizioni  e  tenute  ch'es- 
tà parte  vi  eresse    ad  onore    della  si  riconoscevano  dall'abbazia  cister- 
Beata  Vergine,  se  pure  già  esistes-  ciense  di    Chiaravalle,    furono    dai 
se  in  un  fondo    delia  gente  Cassia  monaci  trasferite  al  comune,  finché 
di  Roma.  Nel  secolo  XII  n'era  si-  nel   i335  convenuta  in  giudizio  la 
gnore    un    conte    Pietro  figlio    del.  comunità,  o  per  mancanza  di  cor- 
conte  Cassiano ,  i  quali  nelle  vicen-  risposte  o  per  altre  cagioni,  fecero 
de    e    guerre    di    Enrico    IV  e  di  la  loro  chiesa    riconoscere  padrona 
Enrico  V  si  appropriarono  le  rendi-  delle  antiche    tenute.    Intanto  alle 
te  de'beni  ecclesiastici,  e  ne  dispo-  crudelissime  fazioni  de'guelfì  e  ghi- 
sero  liberamente.  Ridonata  la  pace  bellini  si    aggiunse    il    famoso  ma- 
alla  Chiesa  dall'imperatore  Lotario  snadiero  fra  Morreale    capo  di  av- 
JI ,  che  fu    coronato  in  Roma  nel  venturieri,  che  manomise  Filottra- 
ii  33  da  Innocenzo  II,  l'augusto  si  no,  Monte    Fano,    Monte  Fiore  di 
portò    nella    Marca    d'Ancona,  ove  Recanati  ,    e    forse    ancora    Monte 
domate  le    città  ribelli  e    i  luoghi  Cassiano    (benché    si    creda    fosse 
usurpati    dai    tiranni  ,    le    restituì  con  altri    luoghi    della    Marca    oc- 
ai  Pontefice.  Il  conte  Pietro  fu  le-  cupato  dalle  armi    di  Malatesta  si- 
vaio  dal  possesso  di  Monte  Cassia-  gnore    di    Rimini  ) ,  i  quali  furono 
no,  e    la    chiesa  di    s.    Maria    da  poi    ricuperati  dal  celebre  cardinal 
lui  occupata,  con  tutte  le  sue  mol-  legato    Egidio    Albornoz.    Siccome 
le  giurisdizioni ,    dai    Papi  fu  con-  gli  abitanti  erano    in    qualche  col- 
ceduta  ai  monaci  cisterciensi  dell'ab-  pa,  implorarono    ed  ottennero    da 
ba/ia  di  Chiaravalle,  dopo  il   1 1  Zj.  Gregorio  XI  e    da    Urbano    VI  il 
In    tal  modo  la  terra  fu   incomin-  perdono.  Quindi  i  bretoni  mossero 
ciata  a  reggere  nel  temporale  dagli  a    danno    della    Marca,  fomentati 
uomini    suoi,   riconoscendo   solo   il  dall'  antipapa    Clemente    VII,    da 
Papa  in  signore,  e  nello   spirituale  Giovanna  I  regina  di    Napoli  e  da 
i  monaci.  Questi  verso  il  1 1 65  con-  altri    principi,    finche    Alberico    di 
cessero  in  enfiteusi  alcune  giuriseli-  Cunio  li  cacciò  d'Italia, 
zioni,  anche  a  favore   de' successori  Nel  pontificato  di  Bonifacio    IX 
degli    antichi    signori ,  cioè    ad  un  il  suo    fratello    Andrea     Tomacelli 
conte  Cassiano    figlio  o  meglio  ni-  marchese  della  Marca,    ricompensò 
potè  del    conte    Pietro,  caduto    in  la    fedeltà    de' montecassianesi ,  u- 
povera    condizione.  Forse  i  monaci  sando  loro  delle  condiscendenze  pei 
non    per    quanto  si    attribuisce    a  mali    e  danni  sofferti  nelle    incur- 
Lotario  II ,  ma  per  vendita  o    do-  sioni    e  guerre.    Avendo  i  monte- 
nazione    divennero     possessori    del  cassianesi     ucciso  il  podestà     Paolo 
luogo,  che  a  quell'epoca  vuoisi  che  da  Monte  Reale,    che    loro    aveva 
consistesse  nel  terziero  di  s.  Miche-  mandato     una   delle  città  guerreg- 
Ie  e  di  s.  Nicolò,  e  nella  sommila  gianti,  cioè  o  Recanati  o  Osinio  o 
del   colle  ov' è  la  chiesa  di  s.  Maria,  Macerata,  il    detto  marchese  assol- 
per  tulio  il  terziero  di  s.  Salvatore,  vette  gli   uccisori,    e  die  facoltà  al 
col  girone  o    luogo   fortificato,  che  comune    di   eleggersi  il  podestà   nel 
in  seguito   si    accrebbe    con  case  e  1 3o,3  ;  tutto    approvò   con  bolla  il 


«38  MAC 

Pnpn,  assolvendo  la  terra  dalla  sco- 
munica ed  interdetto  cui  era  in- 
corsa o  per  avere  ricettato  e  soc- 
corso qualche  gran  capitano  nemi- 
co di  Bonifacio  IX,  o  a  cagione  di 
alcuni  facinorosi  predatori  dello 
stesso  luogo.  Recandosi  a  difendere 
la  Marca  contro  diversi  tiranni  e 
in  favore  del  marchese,  il  capitano 
Paolo  Orsini,  fu  regalato  di  buona 
quantità  di  biade  dal  comune,  che 
in  questo  tempo  il  cittadino  Lotto 
Nicoluzio  lasciò  suo  erede  de'beui. 
Grata  la  comunità  ai  benefattore, 
ordinò  che  in  tre  chiese  ogn'anno 
se  ne  suffragasse  l'anima.  Nel  i4°4 
divenne  Papa  Innocenzo  VII,  e  suo 
nipote  Lodovico  Migliorati  mar- 
chese della  Marca.  Ebbero  poscia 
luogo  vari  torbidi,  che  continuaro- 
no sotto  Gregorio  XII  a  cagione 
del  funesto  scisma  :  i  montecassia- 
nesi  rigettando  l'antipapa  Benedet- 
to XIII  e  Giovanni  XXIII,  se- 
guirono Gregorio  XII  legittimo  Pa- 
pa, tranne  poco  tempo  che  segui- 
rono le  parti  di  Alessandro  V. 
Carlo  Malatesta  generale  delle  ar- 
mi pontificie  nel  i4'3  s'  impadronì 
di  Monte  Cassiano,  e  per  resistere 
a  Braccio  da  Montone  al  soldo  dei 
Varani  signori  di  Camerino,  ordi- 
nò fortificazioni  ed  altre  difese,  op- 
ponendosi così  contro  Lodovico  Mi- 
gliorati protetto  dai  Varani.  Men- 
tre si  celebrava  il  concilio  di  Co- 
stanza per  terminare  lo  scisma,  se- 
guì la  pace  fra  i  Malatesta  ed  i 
Varani  ,  ma  profittando  Braccio 
della  quiete  occupò  Monte  Cassia- 
no, depredandone  il  territorio  Mar- 
lino  da  Faenza.  Nel  1 4  *  7  eletto 
Martino  V,  Io  scisma  ebbe  termine, 
ricuperando  egli  le  terre  di  s.  Chie- 
sa*; nelT  anno  seguente  gli  statuti 
furono  riformati,  ed  il  comune  do- 
nò granaglie   al    Papa    per  la    ca- 


MAC 

restia  che  minacciava  Roma.  Nel 
pontificato  di  Eugenio  IV  la  Mar- 
ca trovandosi  bersaglio  di  feroci 
guerre,  perchè  il  duca  di  Milano 
agognando  alla  sovranità  d'  Italia, 
per  Francesco  Sforza  se  ne  fece 
padrone,  col  pretesto  d'essere  vi- 
cario d'  Italia  nominato  dal  con- 
cilio di  Basilea  contro  il  Pontefice. 
Riuscì  a  questi  di  guadagnare  lo 
Sforza  facendolo  marchese  della  Mar- 
ca, il  perchè  Monte  Cassiano  sog- 
giacque a  lui  ,  ed  ebbe  poi  a  ca- 
gione de'confìni  differenze  con  Ap- 
pianano, ma  si  stabilirono  come 
con  Monte  Fano.  Francesco  tenne 
Monte  Cassiano  come  luogo  forte,  e 
molte  provvidenze  ebbero  luogo, 
allorquando  il  finca  di  Milano  gli 
spedì  contro  Nicolò  Piccinino,  il 
quale  entrò  al  servigio  di  Alfonso 
re  d'Aragona,  quando  a  questi  Eu- 
genio IV  commise  il  ricupero  del- 
la Marca,  per  averlo  confermato 
nel  reame  di  Napoli.  Grandi  per- 
ciò furono  i  disagi,  le  calamità,  e 
la  somministrazione  di  viveri,  cui 
andò  soggetta  questa  terra,  che  per 
voler  tornare  all'  antica  divozione 
di  s.  Chiesa,  fu  dallo  Sforza  fatta 
miseramente  saccheggiare  nel  i44^ 
da  Ciarpellone  ;  catastrofe  provata 
ancora  da  Monte  Milone,  Appiglia- 
no e  Monte  Fano.  A  sloggiare  Io 
Sforza  dalla  Marca,  Eugenio  IV 
spedì  il  cardinal  Lodovico  Scaram- 
po  Mezzarota ,  a  cui  si  die  pel 
primo  Monte  Cassiano  con  conve- 
nuti capitoli ,  e  la  conservazione 
delle  sue  giurisdizioni,  confini  e 
privilegi  ,  fra'  quali  l'elezione  del 
podestà ,  da  approvarsi  però  dal 
legato  o  governatore  della  Marca. 
Nel  pontificato  di  Nicolò  V  alla 
fonte  presso  la  terra  del  Solco 
si  fecero  eccellenti  condotti  sotter- 
ranei per  l'acqua,  ed  il  comune  si 


MAC 
fece  confermare  gli  statuti  dal  car- 
dinal legato.  Sebbene  un  tempo 
Osimo,  secondo  il  Martorelli  ed  il 
Fanciulli ,  esercitasse  il  temporale 
dominio  in  Monte  Cassia  no,  questa 
terra  si  dichiarò  del  contado  di 
decanati,  riserbandosi  il  mero  e 
misto  impero,  e  la  facoltà  di  far 
leggi  e  statuti,  e  ciò  dopo  il  i±5i. 
11  iXovaes  nella  vita  di  Nicolò  V 
dice  che  a*  9  novembre  i4-53  il 
Papa  concesse  in  feudo  a  Pandol- 
fo  Mala  testa  Monte  Marciano  e 
Monte  Cassiano,  coll'annuo  tributo 
d'un  piatto  d'argento  di  sei  oncie. 
A  cagione  della  peste,  gran  parte 
degli  abitanti  ne  partì,  e  molti 
furono  accolti  a  Monte  Lupone  ; 
ai  patroni  ss.  Bordone  e  Macario 
si  aggiunsero  i  ss.  Francesco,  Giu- 
liano e  Sebastiano  .  Intanto  con 
beneplacito  di  Calisto  III,  median- 
te compensi  ai  monaci  di  Chiara- 
valle,  la  terra  si  liberò  dalle  loro 
giurisdizioni.  Avendo  Maometto  li 
conquistato  I'  Epiro,  molti  albanesi 
si  rifugiarono  in  più.  luoghi,  ed 
alcuni  anche  in  questo  territorio. 
Benché  Monte  Cassiano  contribuis- 
se alla  guerra  conico  il  turco,  Pio 
II  grato  alle  dimostrazioni  di  Jesi 
(Fedi)  gli  donò  Monte  Marciano  ed 
ancora  questa  lena  nel  1464.  Morto 
il  Papa  in  Ancona  ,  i  cardinali  si 
portarono  in  Roma,  ed  il  cardinal 
Pietro  Barbo  fu  splendidamente 
accolto  da  questo  comune,  facendo 
perciò  molte  offerte  al  pubblico. 
Eletto  Pontefice  col  nome  di  Pao- 
lo II,  fece  canonico  di  s.  Pietro 
Domenico  Calvelli  da  Monte  Cas- 
siano da  lui  amato.  Nel  1466  si 
fabbricò  il  ponte  sul  Potenza  ad 
onta  delle  proteste  del  comune,  che 
ebbe  però  stabiliti  i  confini  col 
territorio  di  Recanati.  Io  luogo 
delle  demolite  chiese  di  s.  Michele 


MAC  239 

e  di  s.  Lorenzo  ,  il  comune  eresse 
l'odierna  chiesa  di  s.  Michele  ed 
ingrandì  quella  di  s.  Salvatore;  e- 
dificò  pure  la  loggia  e  prospettiva 
del  palazzo,  residenza  de'priori  so- 
pra la  piazza.  In  questo  tempo  e 
sotto  Sisto  IV  fiorì  in  Monte  Cas- 
siano il  valoroso  militare  Giorgio 
Cariasi o,  che  a  difesa  di  Roma 
combattè  numerosa  banda  d'ar- 
mati del  duca  di  Calabria  ,  sul 
ponte  Corvo.  Il  comune  concorse 
all'ampliazione  del  tempio  di  Loreto, 
aumentò  gli  edifìcii  della  terra,  in- 
grandì la  chiesa  di  ».  Marco,  ristaurò 
quella  di  s.  Giovanni,  non  che  il 
fonte  delle  Stiuche  ne'confini  di  Ma- 
cerata, ed  avvicinò  quello  del  Solco. 
Per  diversi  motivi  Monte  Cassiano 
somministrò  soccorsi  a  Sisto  IV, 
e  si  fortificò  contro  i  turchi  eleg- 
gendo un  capitano  per  terziero . 
venne  ampliata  ed  abbellita  la  chie- 
sa di  s.  Maria,  e  stabilito  di  ono- 
rare con  festa  la  ss.  Croce,  per 
la  ragguardevole  reliquia  che  in 
essa  veneravasi  entro  bellissima  cro- 
ce d'argento,  per  non  dire  di  altre 
reliquie.  Nel  i4^7  morendo  Egi- 
dio de  Ntìtarelli  dottore  in  legge  e 
podestà  di  s.  Vittoria  nel  i565, 
lasciò  erede  de'suoi  beni  la  comu- 
nità. Alle  turbolenze  delle  guerre 
sotto  Innocenzo  Vili,  per  cui  si 
restaurarono  le  muraglia  ed  i  tor- 
rioni, insorse  mortifero  contagio, 
ed  ebbe  principio  la  lunghissima 
lite  con  Macerata,  per  le  acque  del 
Potenza  pei  molini. 

Verso  questa  epoca  la  terra  cam- 
biò forma  di  governo,  istituì  il  con- 
siglio di  credenza,  ed  elesse  a  pro- 
tettore il  cardinal  Gio.  Battista  Sa- 
velli. La  chiesa  di  s.  Marco  fu  ce- 
duta agli  agostiniani,  che  cinque 
anni  dopo  vi  celebrarono  il  capi- 
tolo generale,  e  vi  fiorì  un  fr.  Gio» 


240  MAC 

vanni    eccellente  oratore    di    santa 
vita,  di  Monte  Cassiano.  Altro    Il- 
lustre cittadino   in  questo  tempo  fu 
Bernardino  Buratto,  egregio  filoso- 
lo ed  astrologo,  e  medico  della  pa- 
tria. Nel  i499>  pw  timori  di  peste 
si  ricorse    al    patrocinio    della  Ma- 
donna di  Loreto,  con  lampada    di 
argento  e  perpetuo  assegno  d'olio, 
poi  aumentato  :   in  altre    circostan- 
ze il  comune  fece  dimostrazioni  di 
devozione  a  quel  santuario.  Sotto  Leo- 
ne X  il  comune  provò  diverse  peripe- 
zie nella  guerra  col  duca  d'Urbino. 
Allora  viveva  il  cittadino  Nicolò  Pe- 
ra nzone,  eccellente  oratore,   autore 
di    dotte    opere    e    proprietario  di 
scelta  libreria  :  fu  pure  versato  nel- 
le matematiche,    nella    filosofìa,  ed 
in    altre    scienze,    e    compose  una 
breve  ed  accurata  descrizione  delle 
più  nobili  città  e  terre  della  Mar- 
ca, che  il  Col  ucci  pubblicò   nel    t. 
XXV  delle  Antichità    picene.    Al- 
l'occasione che  alcuni  corsari    bru- 
ciarono il  porto  di  Recanati,  il  co- 
mune mandò  cento    operai  per  for- 
tificar   le    mura    del    santuario    di 
Loreto,  ed  istituì    una  milizia    per 
difesa.  Per  la  peste  che  afflisse  Ma- 
cerata, il  vicelegato  Antonio  Erco- 
lano  si  rifugiò  in  questo  luogo,  che 
ricorse  al  divino  aiuto  erigendo  le 
chiese  sotto  il  titolo  di  s.    Giusep- 
pe e  di  s.  Maria  di  Salimbene.  An- 
lonfrancesco  Scaramuccia,  eccellente 
filosofo  e  poeta,  divenne  medico  del- 
la patria.  Nel   1527,  pel  tremendo 
sacco    di    Roma ,   la  provincia  con 
raro  esempio  di  fedeltà  spedì  i5,ooo 
soldati,  e  questo  comune  sommini- 
strò   soccorsi    all'  afflitto    Clemente 
VII,  che  avea  deposto   il    pensiero 
di  vendere  Monte  Cassiano  con  al- 
tri luoghi  della  Marca ,    e    tutti  si 
fortificarono  e  misero    in    guardia. 
Nel   1529  la  pestilenza   percosse  il 


MAC 

paese,  ed  il  comune  come  altra 
volta  elesse  deputati  per  impedir 
la  comunicazione  del  contagio,  chiu- 
se due  porte,  ed  a  quella  di  s.  Ni- 
colò pose  guardie.  Nel  pontificato 
di  Paolo  III,  il  quale  onorò  di  sua 
presenza  il  territorio,  per  la  som- 
ma venerazione  degli  abitanti  ver- 
so la  reliquia  della  ss.  Croce,  aven- 
do il  comune  per  antichissimo  stem- 
ma cinque  monti  verdi  in  campo 
bianco,  con  due  stelle  sopra,  vi  ag- 
giunse fra  queste  e  nella  sommità 
del  più  elevato  monte ,  il  salutife- 
ro segno  di  nostra  redenzione  in 
oro. 

Appena  eletto  nel  i55o  Giulio 
III,  questi  die  Monte  Cassiano  in 
commenda  al  cardinal  Girolamo 
Verallo  romano,  con  profondo  do- 
lore degli  abitanti,  vedendo  così  mal 
corrisposta  la  loro  fedeltà.  Fermi 
nel  continuare  sotto  il  dominio  im- 
mediato del  Pontefice  e  suoi  mi- 
nistri, ripugnarono  dare  il  possesso 
del  governo  agli  agenti  del  cardi- 
nale, fecero  energiche  proteste  agli 
ordini  superiori,  appellarono  a  Giu- 
lio III  cui  inviarono  due  ambascia- 
tori ed  il  cancelliere.  11  Papa  be« 
nignamenle  gli  accolse ,  ma  emanò 
una  risoluzione  ambigua,  propria 
del  suo  carattere,  ordinando  che 
non  si  scontentasse  il  popolo,  che 
continuasse  ad  essere  nella  provin- 
cia della  Marca,  senza  ritirare  il 
breve  di  concessione  dato  al  cardi- 
nale, cui  non  voleva  mancar  di  pro- 
messa. Il  perchè  questi  facendo  cre- 
dere che  solo  alcuni  lo  ricusarono 
per  signore,  mandò  armati  contro 
la  terra,  che  bravamente  li  respin- 
se, ciò  che  saputosi  da  Giulio  III, 
ordinò  che  non  si  facesse  altro  con- 
tro Monte  Cassiano.  Fin  qui  arri- 
va il  Discorso  istorico  sopra  l'ori- 
gine e  rovina  di  Recina,    t  dcWc* 


MAC 

dificazione  ed  avvenimenti  di  Mon- 
te Cassiano,  del  montecassianese 
Scaramuccia  Angelita,  Loreto  i638 
pei  Serafini.  Il  Ranghiasci  !o  qua- 
lifica libro  raro  e  bello  ,  e  noi, 
con  qualche  giunta,  ne  facemmo 
questo  breve  sunto.  Il  Colucci  ri- 
produsse questo  Discorso  nel  tomo 
XXVIII  delle  Antichità  picene^  con 
correzioni  e  note  critiche,  ed  un 
prologo.  In  questo  il  Colucci  die 
un  cenno  biografico  dell'  Angeli- 
ta, che  loda  per  l'erudizione,  per 
la  sua  scienza  legale  e  per  la  poe- 
sia, noverando  le  tragicomedie  da 
lui  date  alle  stampe.  Il  Martorelli, 
nelle  Memorie  storiche  d'  Osimo  a 
pag.  1^1  e  seg.  contro  l' Angelita 
vuol  provare,  che  Monte  Cassia  no 
fu  soggetto  a  Osimo  nel  temporale 
e  nello  spirituale.  Il  Calindri  nel 
Saggio  statistico  dice  che  in  que- 
sta cospicua  tetra  vi  è  un  fabbri- 
cato per  correggere  le  donne  (ma 
avendo  ripristinato  questo  luogo  il 
vescovo  Paoli,  dopo  la  sua  morte 
accaduta  nel  1806,  tornò  a  soppri- 
mersi e  non  più  esiste  )  ;  vari  e 
grandiosi  fabbricati,  fra' quali  il  log- 
giato semigotico  del  pubblico  pa- 
lazzo, il  tutto  munito  dalle  mura 
castellane.  La  collegiata  dedicata 
all'Assunzione  della  Beata  Vergine, 
è  d'ordine  semigotico,  ed  è  secon- 
do tale  scrittore  l'antico  tempio  di 
Venere  Ericina. 

Nel  viaggio  fatto  da  Gregorio 
XVI  nel  1 841,  partendo  sabbato  11 
settembre  da  Macerata  per  Recana- 
ti e  Loreto,  entrò  nel  territorio  di 
Monte  Cassiano,  la  cui  popolazione, 
il  clero  e  la  magistratura  erano  con- 
venuti alla  deliziosa  campagna  del 
conte  Gaetano  Mattei.  Ivi  perve- 
nuto il  germano  cardinal  Mario 
Mattei  protettore  del  comune ,  il 
quale  precedeva  nel  viaggio  il  Pon« 

VOL.    XL. 


MAC  2/ji 

tefìce,  vi  si  trattenne  alquanto. 
Giunse  poco  dopo  il  santo  Padre, 
ed  accolta  la  preghiera  di  recarsi 
al  casino  della  campagna  medesi- 
ma, affinchè  le  autorità  ecclesiasti- 
che e  civili  ed  il  popolo  di  Monte 
Cassiano  potessero  in  tanta  fortu- 
nata occasione  soddisfare  ad  un 
qualche  atto  di  loro  divozione,  di- 
scese dalla  carrozza.  All'  ingresso 
del  casino  si  presentò  genuflessa  la 
contessa  Giulia  Paduli  di  Milano 
consorte  al  nominato  conte,  la  qua- 
le fu  benignamente  accolta  dal  Pa- 
pa ,  il  quale  avendo  preso  breve 
riposo,  ed  ammesso  ad  udienza  e 
al  bacio  del  piede  il  capitolo  della 
collegiata,  il  clero,  la  magistratura 
e  molte  altre  persone  ivi  accorse , 
benedi  poi  dalla  loggia  il  popolo 
ivi  presso  riunito.  Alla  vaghezza  ed 
agiatezza  del  luogo  il  conte  aggiun- 
se diversi  ornati  e  segni  di  letizia, 
con  banda  musicale  per  celebrare 
l'onore  che  riceveva  dal  supremo 
Gerarca,  il  quale  nel  partire  se  ne 
congratulò  col  conte  e  colla  con- 
tessa. Da  questo  luogo  sino  a  Lo- 
reto ,  tutti  i  luoghi  dimostrarono 
la  loro  divozione  e  giubilo  per 
l' avventuroso  passaggio.  Dipoi  il 
conte  nella  camera  onorata  dalla 
presenza  del  Pontefice,  eresse  in 
memoria  una  lapide  marmorea. 

Potenza.  Villa  di  Potenza  nella 
diocesi  di  Macerata.  Sta  sulla  riva 
destra  del  fiume  del  suo  nome, 
poco  lunge  da  Macerata.  Reduce 
da  questa  il  Papa  Gregorio  XVI, 
alte  preghiere  degli  abitanti  del  vil- 
laggio e  del  contado,  ascese  il  tro- 
no che  gli  aveano  eretto  per  es- 
sere ammessi  al  bacio  del  piede  i 
principali,  e  tutti  ricevere  l'apo- 
stolica benedizione  ;  avendo  il  par- 
roco e  i  deputati  del  luogo  spar- 
sa di  fiori  la  strada  ed  abbellita 
16 


a4a  MAC 

in  vari  modi  per  onorarne   il  pas- 
saggio. 

Cingoli  (Kedi).  Città  vescovile  e 
governo. 

Apiro.  Comune  del    governo  di 
Cingoli,    diocesi    di    Camerino.  La 
Valle  di  s.    Clemente  è  uno  spazio 
che  passa  dai  monti  che  si  unisco- 
no al    San  vici  no,  a  que'  colli    che 
sovrastano  Apiro,  e  prese  la  deno- 
minazione dalla  chiesa    di    s.    Cle- 
mente posta  fra  i  castelli  s.  Pietro 
ed  Isola.  Prima  assai  del  secolo  XIII 
era  a   tal  chiesa  unito  un  monaste- 
ro di  benedettini  ora    diroccato  ,    i 
quali  possedevano    gran    parte    del 
territorio  della  Valle.  I    detti    due 
castelli  si   chiamarono  pure    Castel 
s.  Pietro  ed  Isola  di  s.    Clemente; 
il  primo  per  la  chiesa    dedicata   al 
santo  del  suo  nome.  Isola  fu  signo- 
reggiata nel  secolo  X11I  dai  signori  di 
llovellone,  che  nel  seguente  la   ven 
derono  con  Frontale    alla    comune 
di  Sanse  verino,  ed  è  probabile  che 
i   medesimi  signori  acquistassero    il 
castello  dai    monaci  ;    certo    è    che 
qutali  possedevano  Castel  s.  Pietro. 
Nelle    adiacenze    vi    fu     il    castello 
Colleputture,  che  venne  venduto  a 
Sanseverino  da  Caterina  e  Giovanni 
Massio    nobili    del    luogo.    L'altro 
castello  che  trovasi  nella  stessa  Val- 
le è  l' Apiro,  che  dal  secolo  XII  o 
XIII   fu  sempre  esente  da  ogni  vas- 
sallaggio, regolato  prima    dai    suoi 
consoli  e  poscia  dai  podestà,  essen- 
do popolato  più    del  presente,    ed 
allora  cinto  da  due  grossi    borghi. 
Tutti  i  nominati  luoghi  resero  ce- 
lebre e  popolata  la  valle  di  s.  Cle- 
mente, essendo  il  più  nobile  e  prin- 
cipale Apiro,  godendo  fino  dal  1227 
l'alleanza  di  Sanseverino  e  Fabria- 
no. L'ampiezza    e  la    giurisdizione 
della  Valle,  che  esercitavano  i  conti, 
la    curia    e    poi    i  vicari  imperiali 


MAC 
che  ad  essa  prcsedevano,  stendevasi 
da  Castel planio    a    Fiumesino.   Ab- 
bracciava la  giurisdizione  della  Val- 
le, oltre  i   mentovali  castelli,  quelli 
di  Castelletta,    Procicchie,  Cologno- 
la,  Caslreccioni,   Moscosi,  Rotorsio, 
Domo,  Ficano,  Frontale.  La  nobil- 
tà degli  uomini   della    Valle,    non 
la  cedale  a  qualunque  città    della 
provincia,  a  cagione  della    posizio- 
ne,  nella  quale  come  nascosta  agli 
occhi    di    tutto    il    Piceno ,   per  le 
incursioni  barbariche,    i    popoli    vi 
trovarono  sicuro  ricovero;    il    per- 
chè entro  e    ne'  circostanti    luoghi 
ne'  secoli  X,  XI  e  XII  sursero  nu- 
merose castella,  ì    cui    signori  for- 
mavano il  loro  comune    in    Apiro. 
Da  ciò  la  Valle  fu  considerata  co- 
lonia del   più  bel   fiore  della  nobil- 
tà del  Piceno  in   essa  rifugiata.  Da 
tale  unione  di  personaggi,  il  comu- 
ne di  Apiro  si  leggeva  nel    secolo 
XIII  in    modo,   da  non    cederla  a 
qualunque  città  illustre,  risiedendo- 
vi  un  vicario  imperiale,  destinatovi 
dall'imperatore,  e  prima    di    esso 
ivi  era  la  curia  col  suo  conte:  la 
curia  avea   il   vicario,  il   giudice,  il 
bailo,  e  il  nunzio    o    messo    regio. 
Sino    dal    principio    di    tal  secolo, 
Apiro    compilò    leggi    municipali  e 
statuii.   Il  conte  della    Valle    di   s. 
Clemente,  la  quale  pur    coutea    fu 
chiamata,    avea    per  oflìzio  ammi- 
nistrare la  giustizia  o  colle  ragioni 
o  colle  armi.    Dopo    che   Federico 
lì  si  ribellò  alla  Chiesa,    verso    il 
i2/{o    al    conte    successe  il  vicario 
imperiale,  perchè  la   Valle    seguiva 
il  partito  imperiale.  Federico  lì  ai 
diversi   vicari    che    deputò,    ordinò 
ricevere  il  giuramento  di  fedeltà  sì 
dalle  comuni ,    che    dagli  abbati  e 
monaci  de'  monasteri:  i  vicari  era- 
no anco  capi  della  curia. 

Apiro    primeggiò   nella    valle  di 


MAC 
s.  Clemente  siccome  comune  lìbe- 
ro, avendo  gli  «nitri  particolari  pa- 
dróni, e  perciò  luogo  principale  di 
essa:  tultavolta  i  suoi  abitanti  pu- 
re si  dissero  uomini  della  Valle  di 
s.  Clemente.  Nel  12.36  Apiro  di- 
roccò Casa  voi  la  dopo  clic  dai  par- 
ticolari signori  l'aveva  comprato. 
Adirato  perciò  Sanseverino ,  corse 
a  farne  vendetta ,  devastando  le 
campagne,  e  incendiando  dopo  un 
fatto  d'armi  un  intero  borgo.  E 
qui  noteremo  che  l'origine  dell'  at- 
tuale Apiro  si  racconta  che  viene 
da  un  castello  chiamato  Piro,  po- 
sto in  altro  sito,  il  quale  Piro  era  si- 
gnoreggiato da  Andrea  d'Ugolino 
di  Monlecchio,  che  1'  avea  conse- 
guito in  dote  dalla  moglie.  11  ca- 
stello fu  distrutto  dagli  uomini  del 
nuovo,  e  Andrea  colla  moglie,  sen- 
za risentirsene,  si  obbligarono  ob- 
bedire agli  statuti  e  leggi  di  Apiro. 
Ciò  non  per  tanto  sembra  impro- 
babile che  l'odierno  succedesse  in 
tal  modo  all'antico,  e  piuttosto  que- 
sto distrusse  l'altro,  come  più  assai 
antico,  libero  e  nobile,  con  giuris- 
dizione su  più  castelli,  e  situato 
nel  basso  della  valle.  Circa  il  di- 
roccato Piro,  esso  era  sulle  colline 
che  di  poco  sovrastano  il  nuovo, 
e  vuoisi  che  soffrisse  le  devastazio- 
ni de'goti  e  longobardi;  pertanto 
alla  desolazione  de'  primi  si  attri- 
buisce la  decadenza  di  Piro,  e  la 
fondazione  di  Apiro  nella  parte  piti 
bella  ed  elevata  della  Valle.  Quan- 
to al  nome  di  Piro,  Lapero,  La- 
piro,  Apiro,  dicesi  derivato  da  un 
antico  albero  di  pero  sul  colle  pian- 
tato. Certo  è  che  V  antichissimo 
stemma  del  comune,  come  si  ha 
dai  sigilli  de'secoli  XIII  e  XIV, 
fu  un  albero  di  pero  colle  radiche, 
e  ne' lati  le  lettere  P  ed  I,  che 
dir  vogliono  Pirum.  Altri  sigilli  so» 


MAC  243 

no  senza  le  lettere,  ma  l'albero  è 
sovrastato  dal  gonfalone  colle  chia- 
vi incrociale,  insegna  della  Chiesa 
romana,  a  testimonianza  di  vassal- 
laggio verso  di  essa.  Non  deve  ta- 
cerci, che  siccome  ph\  piros,  in  lin- 
gua greca  significa  fuoco,  è  tradi- 
zione che  il  più  antico  stemma  di 
Piro  fosse  una  fiamma  di  fuoco; 
ciò  ammettendosi,  nasce  la  proba- 
bile congettura,  che  Piro  fosse  uno 
de' luoghi  fabbricati  nel  Piceno  dai 
greci  siculi.  Apiro  è  cinto  di  mu- 
ra castellane,  ha  tre  porte  aperte, 
essendo  chiusa  la  quarta  detta  Om- 
briana.  Prima  sulle  mura,  oltre  co- 
moda strada,  erano  disposte  quat- 
tordici torri,  non  che  il  suo  cassero 
o  fortezza  posto  nella  parte  più  ele- 
vata della  terra,  lo  che  rendeva  il 
castello  fortissimo  e  ben  munito. 
Aveva  parimenti  attorno  le  mura 
due  popolali  borghi,  mancati  poi 
negli  avvenimenti  che  oppressero 
Apiro.  Ora  del  secolo  XIII  altra 
fabbrica  non  vi  si  scorge  che  il 
palazzo  priorale,  già  fortificato  con 
merli  e  loggie.  Pare  che  l'edificas- 
se prima  del  1286  Gentile  di  Cor- 
rado di  Rovellone  erede  dell'ulti- 
mo signore  d'Accola,  e  perchè  a 
guisa  di  fortezza  ne  ingelosì  il  co- 
mune. L'antico  suo  territorio  con- 
teneva tredici  parrocchie,  con  di- 
versi castelli.  Seguì  la  diminuzione 
del  suo  territorio  verso  Sanseveri- 
no e  Fabriano;  soffrì  perciò  nel  se- 
colo XV  molti  litigi  colle  comuni 
confinanti:  il  più  ostinato  l'ebbe 
con  Sanseverino,  e  durò  dal  1226 
al  1734;  di  poco  momento  poi  fu- 
rono quelli  che  passarono  fra  Cin- 
goli e  Staffolo.  Giaceva  nel  suo  ter- 
ritorio il  monastero  dell'eremo  del- 
la ss.  Trinità  fondato  da  s.  Pier 
Damiani  alle  radici  del  monte  San- 
vicino.  Tanto  e    più    copiosamente 


144  MAC 

scrisse  Ottavio  Turchi  di  Apiro 
canonico  dell'  insigne  collegiata  di 
s.  Urbano  della  terra  di  Apiro, 
autore  di  altre  opere,  nel  suo 
Trattalo  storico  inedito  della  Val- 
le di  s.  Clemente,  donde  traemmo 
queste  poche  notizie,  e  per  la  pri- 
ma volta  pubblicato  dal  Colucci, 
in  fine  del  tomo  XVI  delle  Anti- 
chità picene. 

Leggo  nel  Gritio,  Dell'  istorie  di 
Jesi  p.  i  io,  che  Lapiro  ogni  anno 
per  la  festa  di  s.  Fiorano  portava 
a  Jesi  un  pallio  e  venticinque  uo- 
mini che  in  nome  del  comune  giu- 
ravano l'osservanza  de'patti  tra  lo- 
ro convenuti.  Nelle  Memorie  della 
città  di  Cingoli  di  Avicenna,  a  p. 
189  si  narra  come  il  celebre  pe- 
rugino Braccio  da  Montone  verso 
il  142  3  ebbe  funestissima  rotta  dai 
cingolani,  a' quali  vendè  poi  la  ter- 
ra dell'Apiro  di  cui  si  era  fatto 
signore  per  cinquemila  fiorini  d'oro, 
onde  il  comune  vi  esercitò  il  me- 
ro e  misto  impero,  senza  che  Gio- 
vanni di  Benutino  vi  avesse  alcu- 
na giurisdizione  e  solo  fosse  con- 
siderato come  semplice  cittadino. 
Nella  Visita  triennale  del  p.  Ci  val- 
li, presso  il  Colucci,  Antichità  pi- 
cene pag.  110,  si  parla  di  Apiro. 
Ivi  si  dice  che  vi  fiorirono  mess. 
Antonio  Mannelli  depositario  del 
concilio  di  Trento,  ed  altri  uomi- 
ni illustri;  che  i  conventuali  v'  han- 
no convento  e  chiesa  consecrata 
nel  1 38 1  da  Lodovico  vescovo 
Castoriense,  avendo  abbellito  il  con- 
vento di  molte  fabbriche  il  p.  Màt- 
tio  letterato,  che  predicando  in 
Recanati  fu  cagione  dell'erezione 
del  monte  di  pietà,  per  cui  quel- 
la comunità  assegnò  al  convento 
annua  elargizione.  Si  aggiunge  che 
poco  lunge  da  Apiro  è  il  luogo 
detto   delle  Favete,    preso    da    s. 


MAC 

Francesco,  e  dove  operò  molti  mi- 
racoli. Parla  in  molti  luoghi  del- 
l'Apiro il  Compagnoni  nella  Reggia 
picena,  dicendo  che  nel  i355  n'e- 
ra signore  Jumentaro  dall' A  pira, 
che  nel  1371  concorse  con  altre 
città  e  terre  per  la  riduzione  della 
curia  in  Macerata,  e  parla  pure  del 
sindacare  de'suoi  offiziali.  Del  mo- 
nastero di  s.  Urbano  nel  territorio 
di  Apiro  e  dell'antichissima  chiesa 
de'  monaci  di  s.  Salvatore  posta 
sul  colle  prossimo  alla  terra,  ne 
discorre  il  march.  Ricci  nelle  Me- 
morie storiche  1. 1,  p.  26  e  74.  La 
collegiata  di  Apiro  è  sotto  il  tito- 
lo di  s.  Urbano,  il  cui  capitolo 
era  ricchissimo,  e  dispensava  ogni 
anno  quante  doti  occorrevano  alle 
zitelle  del  paese.  11  Turchi  ancora 
nel  suo  Carne  ri  num  sacrimi,  non 
solo  discorre  della  Valle  di  s. 
Clemente,  del  suo  governo  spiri- 
tuale e  vicario  imperiale,  ma  ci  dà 
copiose  notizie  civili  e  sacre  di 
Apiro. 

Ficano.  Comune  del  governo  di 
Cingoli,  diocesi  di  Sanseverino.  Si 
crede  che  un  tempo  fosse  il  Ca- 
stello di  Poggio,  della  colonia  ro- 
mana Tufico.  Trovasi  il  suo  ter- 
ritorio disteso  in  monte,  con  pochi 
fabbricati  ;  e  vi  è  una  tenue  quan  - 
tità  di  acque  salse.  Verso  il  i3o,i 
era  castello  di  Sanseverino  e  fu 
fortificato  da  Boldrino  da  Panicale. 
Ficano  ha  per  appodiato  Frontaleì 
da  cui  distante  un  miglio  fu  già 
la  chiesa  de'  monaci  di  Sanvicino, 
a  contatto  della  quale  era  vi  un  e- 
rerno,  di  che  fa  menzione  il  march. 
Ricci  a  p.  74.  Parla  di  Frontale 
il  Turchi  nel  suo  Trattato  della 
Valle  di  s.  Clemente ,  e  nel  suo 
Camerinum  sacrum  p.  38  e  47- 
Dice  dunque  che  di  questo  antichis- 
simo castello,    situalo  nel  territorio 


MAC 

Pirano,  n'erano  signore  Vanna  o 
Giovanna  e  sua  sorella  Caterina  Ma 
si  di  Sanseverino  moglie  di  Corrado 
Ranuzio  Bulgaruzi  di  Matelica  già 
padrone  di  esso.  Caterina  lo  ven- 
dè nel  i348  a  Smeduzio  Nuzi,  il 
quale  dopo  due  anni  fu  annove- 
rato tra  i  cittadini  di  Piro,  alie- 
nando il  castello.  Bartolomeo  e  suo 
figlio  Smeduzio  vedendosi  spoglia- 
ti di  Sanseverino  e  di  A  piro,  ven- 
dettero Ficano  nel  i388  a  Boldri- 
no  da  Panicale  per  diecimila  scu- 
di d'oro,  insieme  ad  altri  beni: 
Boldrino  fu  ucciso  in  Macerata  a 
mensa  e  proditoriamente  per  ordi- 
ne di  Tomacelli,  ed  allora  Ficano 
con  altri  beni  fu  restituito  a  Sme- 
duzio, il  di  cui  nipote  Y  ottenne 
poi  nel  1407  sotto  Innocenzo  VII. 
Continuò  nella  dominazione  nel  pon- 
tificato di  Martino  V,  ma  Eugenio 
IV  espulse  Smeduzio  nipote ,  ed 
il  castello  e  sue  ragioni  passò  nel 
dominio  di  Sanseverino.  Inoltre  il 
Turchi  parla  ancora  di  Frontale 
appodiato  di  Ficano  e  soggetto 
al  comune. 

Civitanova.  Governo  nella  dio- 
cesi di  Fermo.  Diversi  storici  sos- 
tengono che  Civitanova  sia  l'anti- 
ca Novana,  già  celebre  città  e  re- 
pubblica libera  del  Piceno,  la  qua- 
le reggevasi  con  proprie  leggi  e 
magistrati,  come  tutte  le  altre  di 
tal  provincia,  sinché  furono  sog- 
giogate dai  romani  nelT  anno  di 
Roma  485,  e  poi  di  nuovo  nel 
655.  Pare  quindi  che  Novana,  co- 
me le  altre,  sotto  i  romani  fosse 
prefettura  e  poi  municipio,  senza 
perdere  1'  antico  suo  splendore  di 
repubblica,  col  solo  obbligo,  quale 
confederata  di  Roma,  di  dover 
prestare  un  numero  di  soldati  nel- 
le guerre,  e  dipendere  dal  console 
della  provincia  al  cui  governo  pre- 


MAC  245 

siedeva.  Incerto    è    il    tempo  della 
decadenza  di  Novana  ,    e  pare  che 
fosse  per   opera  de' goti,   dopo  che 
Alarico  loro  re    calò  in     Italia  nel 
568  di  nostra  era,  ovvero  sotto  il 
re  Totila.    Calmate    poi  le  cose,  i 
cittadini    dell'antica  Novana  procu- 
rarono di    ristorare   le   proprie  ro- 
vine, e  vuoisi  che  a  conservar  l'anti- 
co titolo  di  città  avendola  riedificata 
la  chiamassero    Civitanova  o  Nuo- 
va Città ,  cingendola    di  mura    col 
suo    cassero    o    girone ,    specie   di 
fortezza.    In    progresso  essa    edificò 
i  castelli     di     Torliano,    e    di  san 
Marone  ,    così  detto  perchè   conti- 
guo alla  chiesa  del  santo,  e  disten- 
dendosi vi  suo    territorio    sino  alla 
spiaggia   dell'Adriatico,  rifece   l'an- 
tico suo  porto,  per  avere  il  com- 
mercio del  mare.  Dicesi  inoltre  che 
nel  suo     territorio  vi    fossero  altri 
castelli,  come  quello  di  Petra,  che 
nel  secolo    XI  fu  da  Esperino   per 
metà  donato  al  vescovato  di  Fermo. 
Nel    territorio    di  Novana,  e  nella 
via  Salaria  che  entrando  nel  Pice- 
no   giungeva    al  mare,    fu    esiliato 
s.  Marone,  probabilmente  romano, 
convertito   da  s.  Pietro   e  ordinato 
sacerdote    da  s.    Clemente    I.  Egli 
fu  l'apostolo    del  Piceno  ed  il  pri- 
mo suo  martire.  Nel   luogo  del  suo 
martirio    presso    Novana,  fu  eretta 
una  chiesa,  e  pei  miracoli  che  Dio 
operò  a  sua    intercessione    il  culto 
di  lui  molto  si  propagò.  Nel   i5io 
il  suo  corpo  fu  trasferito  alla  chie- 
sa matrice  di  s.    Paolo  dentro  Ci- 
vitanova, e  poscia  nel    i5i4  venne 
restituito  all'antichissima  sua  chiesa, 
essendo  il  principal  patrono    di  Ci- 
vitanova, che  solennemente  ne  cele- 
bra la  festa,  perchè    apparso    visi- 
bilmente alla    sua   difesa,  ed  in  o- 
gni  tempo    se  ne  mostrò    protetto- 
re. Il    viceutino    d.  Giovanni    Ma- 


246  M  A  C 

rangoni    colle    stampe    del   Zeinpel 
pubblicò  in  Roma  nel    1743,  dedi- 
,. indole  a  monsignor    Borgia  arci- 
vescovo   di  Fermo,    che  giuridica- 
mente riconobbe  il  corpo  del  san- 
to: Memorie  sacre  e   civili  deW an- 
tica  città   di    Novana    oggi    Civi- 
tanova nella    provincia    del    Pice- 
no,   libri    tre.    Il  primo    contiene 
Tistoria  di  s.  Marone  prete,  primo 
inai  lire  ed  apostolo    del  Piceno,  il 
il  di  cui  santo  corpo  si  venera  nel- 
la   sua    chiesa    presso    Ci  vita  no  va. 
Nel    secondo    si     espongono    altre 
memorie    sacre  della   medesima.    Il 
terzo  abbraccia  l'istoria  civile  di  es- 
sa,   tessuta  con     molte    e  varie  vi- 
cende della  provincia.  Ma  il  Coluc- 
ci  nel     1789,  nel    t.  IV     delle  sue 
Antichità  picene    v'inserì:    Lettere 
ad  un  amico   sulV  antica   città   di 
Novana  ,  nelle    quali     dissente  da 
quanto  stabilisce  il  Marangoni  sul- 
l'origine di    Civitanova.  Sette  sono 
le  lettere    del    Col  ucci    ed    eccone 
gli    argomenti.    I.  Si    parla  d' una 
censura  anonima.    Si    mostra  irra- 
gionevole   il    rimprovero    dato  da 
alcuni  che  non    siasi    parlato    del- 
la    loro    patria .    Si    promette    di 
parlar    di    Novana.   lì.    Si    parla 
dell'esistenza    di     Novana    e    della 
difficoltà  di    trovarne  la  situazione. 
III.  Secondo  l'espressione  di  Plinio, 
Novana  non  fu    a  Civitanova.  IV. 
Si  esamina  anche    meglio  l'espres- 
sione   di  Plinio,    e    confermasi  ciò 
che  si    è  detto.    V.    Si  risponde  a 
un'obbiezione  sulla  varia  lezione  del 
passo  di  Plinio,  che  poco  favorisce 
chi  sostiene  che    Novana    fosse  in 
Civitanova.     VI.  Si     risponde    alla 
seconda  obbiezione  sulla  situazione 
di  Civitanova.  VII.  Può  benissimo 
s.   Marone  aver  incontrata  la  mor- 
te nel  territorio  che    ora    spetta    a 
Civitanova,  senza  che  vi  sia  neces- 


M  A  C 
silfi  di  stabilirvi   Novana.   Noi  però, 
principalmente  call'autorilà  del  dot- 
tissimo Marangoni,   daremo  un   bre- 
ve cenno   di   Civitanova. 

Nella     persecuzione     delle     sacre 
immagini  fatta  dall'imperatore  Leo- 
ne l'Isaurieo,   i   popoli  dell'  Emilia, 
della   Pentapoli,  e  del  Piceno  scos- 
sero il  giogo  imperiale  e  de'longo- 
bardi,   e  si   posero    sotto    la  prote- 
zione e    difesa  del    romano  Ponte- 
fice nel     73o,    anche  nel    dominio 
temporale;     e  per     tale    spontanea 
dedizione    acquistò  la    Sede  aposto- 
lica il  dominio  temporale  delle  men- 
tovate   provincie,  specialmente     del 
ducato  di    Spoleto    e    della  Marca. 
Occupati    i  luoghi    dai   longobardi, 
i    Pontefici     ricorsero  all'  aiuto  dei 
re  di  Francia,  che  prontamente  Io 
somministrarono.    Nel     755     il     re 
Pipino  restituì    e  donò    alla  santa 
Sede    il    ducato    di    Spoleto    ed  il 
Piceno  f    ciò    che     rinnovò     Carlo 
Magno  nel  774.   Vedendo  gli  abi- 
tanti  del  ducato  di    Fermo,  d'Osi- 
mo  e  di   Ancona,  che  imprigiouato 
Desiderio  re  de'longobardi,  le  cose 
di  questi    dominatori    andavano  di 
male  in  peggio  ,  ricorsero  al   Papa 
Adriano    I,     e  prestarono  a     lui  e 
successori  il  giuramento  di   fedeltà, 
ed  in  conferma  si  raserò  la  barba 
e  tagliarono   i  cappelli,  che  all'uso 
de'  longobardi    portavano.     Ora  es- 
sendo compresa  Civitanova  nel  du- 
cato di  Fermo,  pare  certo  che  an- 
co essa    giurò  fedeltà    alla    Chiesa. 
Venne  distinta    con   titoli  di  nobil- 
tà e    lodata    di     fedeltà  dai    legali 
pontificii.   Ottenne  privilegi  da   Ul- 
derico    vescovo  di     Fermo,    gover- 
nandosi per    lungo   tempo    come  a 
repubblica  ,     avendole     i    Pontefici 
confermati    gli    antichi     privilegi    e 
prerogative  e  leggi  col  mero  e  mi- 
sto   impero  ,    per    cui    amministrò 


MAC  MAC  247 
U  giustizia  civile  e  eliminale,  eleg-  anche  dalla  natura,  è  situata  in 
gendosi  i  propri  governatori  o  pò-  amenissimo  colle,  lunge  dal  mare 
desta,  quantunque  soggetta  al  le-  Adriatico  due  miglia,  di  cui  ne  go- 
galo  apostolico  o  rettore  della  prò-  de  il  vago  prospetto.  E  decorata 
vincia.  Le  leggi  municipali  colle  di  belli  edifìzi ,  con  circa  y5oo  a- 
quali  governasi  Civitanova  furono  bitanti.  Si  divide  in  quattro  quar- 
rilrovate  nel  i477  e  pubblicale,  tieri,  che  prendono  denominazione 
Che  lo  statuto  esisteva  nel  i^ìi,  dalle  quattro  sue  porte:  il  primo 
lo  dichiara  una  bolla  di  Eugenio  si  chiama  s.  Angelo,  il  secondo 
IV,  colla  quale  conferma  le  sue  del  Mercato,  il  terzo  del  Girone, 
leggi,  ciò  che  poi  fecero  Nicolò  V,  il  quarto  della  Zoppa.  II  suo  ter- 
Giulio  II  e  Leone  X.  li  consiglio  ritorio  viene  bagnato  dai  fiumi 
di  crederla  ed  il  generale  furono  Chienti  e  Asola,  i  quali  gli  servo- 
approvati  nel  1480  da  Sisto  IV  e  no  di  confine,  godendone  in  domi- 
da  Innocenzo  VIII  nel  i49o:  al>  n'°  'a  metà.  Il  suo  territorio  fu 
presso  i  due  consigli  era  il  mero  celebrato  dai  poeti,  siccome  fecou- 
e  misto  impero  ,  confermato  sino  do,  ameno  e  delizioso,  e  commen- 
dai 1291  da  Nicolò  IV  ;  mentre  dato  dal  cardinal  Borgia  poi  Ales- 
la  libera  elezione  del  podestà  e  dei  Sandro  VI,  e  dal  celebre  filosofo  e 
giudici  venne  confermata  anche  da  scrittore  Andrea  Bacci  di  s.  Elpi- 
Calisto  III  e  da  Paolo  III.  La  no-  dio,  nel  suo  trattato  De  naturali 
bilia  di  Civitanova  fu  sempre  co-  vinorum  hìstoria,  lib.  5,  p.  258. 
spicua,  per  cui  alcuni  suoi  citta-  Alle  vicende  cui  soggiacque  il 
diui  furono  insigniti  eziandio  degli  Piceno  pei  goti,  longobardi,  re  d'i- 
ordini  gerosolimitano  e  di  s.  Ste-  talia  ed  imperatori,  comune  fu  la 
fouo,  venendo  riconosciuta  Civita-  sorte  di  Civilanova.  Le  maggiori 
nova  e  la  sua  collegiata  per  insigni  calamità  però  della  Marca  ne'tempi 
ad  omnes  furis  ejfectus  ,  ciò  che  posteriori,  seguirono  nell'impero  di 
confermò  nel  1623  Gregorio  XV.  Federico  I,  il  quale  circa  il  1176 
Molto  prima  Sisto  V,  che  era  sta-  costrinse  Civitanova  a  rendersi  alle 
lo  suo  pastore,  come  vescovo  di  sue  forze,  e  giurargli  fedeltà.  Nel 
Fermo,  conoscendone  i  distinti  pre-  1191  il  comune  fece  una  conven- 
gi,  come  luogo  nobile,  illustre,  in-  «ione  col  vescovo  di  Fermo,  di  ri- 
signe  per  la  quantità  de'suoi  abi-  sarcire  quel  Girone ,  difenderlo  in 
tanti  e  per  le  ricchezze  de'cittadini,  un  al  castello  di  s.  Giovanni,  e  di 
l'eresse,  come  diremo,  in  ducato,  ed  non  collegarsi  con  Monte  Santo, 
è  considerata  città.  Fiori  in  Civi-  Essendo  nell'obbedienza  della  Chie- 
tanova  una  nobile  accademia'  di  sa,  nel  ir 98  il  comune  si  confe- 
letterati,  sotto  il  nome  degl' injor-  derò  con  Ancona  ed  Osimo,  e  nel 
mi  (i  quali  ebbe  pure  Ravenna,  1199  con  Sanseverino,  Fabriano 
come  scrive  il  conte  Paolino  Ma-  ed  altri  luoghi.  Nel  1200  insorse- 
stai  Ferretti ,  Accademie  aV  Euro-  ro  alcune  differenze  pei  confini  tra 
pa}  pag.  55)}  di  cui  degna  memo-  Civitanova  e  i  signori  di  Monte 
ria  ne  fanno  Giovanni  Ferri  e  Cosaro,  che  compose  Innocenzo  IH 
monsignor  Centofiorini  ,  presso  il  mediante  concordia  stipulata  in  Poi- 
Barbosa,  Collcctau.  doctr.  t.  I,  tract.  verigi.  Sempre  fedele  il  comune 
5,    dist.    80.    Favorita    Civitanova  alla  Chiesa,    Macerata    con  licenza 


a48 


MAC 


di  Oaimo  si  collegò  con  Civitanova. 
Intanto  Federico  11  spedì  in  Italia 
un  esercito,  e  nella  Marca  un  vi- 
cario imperiale.  I  popoli  non  vo- 
lendo riconoscere  altro  dominio  che 
quello  della  Chiesa,  cercarono  di- 
fendersi ;  Civitanova  spontaneamen- 
te si  die  alla  giurisdizione  del  ve- 
scovo di  Fermo,  per  difendere  lo 
stato  di  Fermo  nella  sua  libertà, 
e  l'indipendenza  della  Sede  aposto- 
lica,  ciò  che  pur  fecero  altri  luo- 
ghi. Nel  1129  benché  gli  osima- 
ni  si  rendessero  a  Federico  II,  Civi- 
tanova resistette  alle  sue  richieste, 
per  cui  Gregorio  IX  la  premiò  con 
speciali  privilegi, confermandole  l'an- 
tico commercio  libero  al  suo  porlo 
e  lido  di  s.  Marone  nel  i^35,  me- 
diante bolla.  Divisa  la  Marca  dal- 
le fazioni  de'guelfi  e  ghibellini,  in- 
calzata dalle  armi  di  Federico  li, 
seguendo  Civitanova  la  parte  guel- 
fa del  Papa,  fu  invitata  con  let- 
tera dall'imperatore  a  soggettarsi 
all'impero,  offrendole  grazie  e  pri- 
vilegi, quindi  la  costrinse  per  non 
vedersi  distrutta  ad  aderirvi.  Eret- 
tasi nel  1 246  in  Macerata  la  pub- 
blica università  degli  studi,  fra  i  luo- 
ghi che  vi  concorsero  noverasi  Civita- 
nova,  che  fu  obbligata  dagl'impe- 
riali a  prendere  le  armi,  e  danneg- 
giare gli  aderenti  alla  Chiesa.  L'im- 
peratore per  tenerla  nel  suo  par- 
tito le  spedi  artifiziosi  diplomi,  en- 
comiandone la  fedeltà  e  i  servigi 
resi.  Tuttavolta  nel  1248  il  comu- 
ne, con  altri  luoghi  della  Marca,  ne 
scossero  il  giogo  totalmente,  e  fe- 
cero intendere  al  cardinal  Capocci 
legalo  d'essere  pronti  tornare  all'ob- 
bedienza della  romana  Chiesa,  purché 
fossero  confermati  i  loro  privilegi; 
onde  il  legato  nel  fine  di  novem- 
bre portatosi  a  Civitanova,  tutto 
concesse  con  onorifico  diploma.  Do- 


MAC 

pò  la  morte  di  Federico  II,  Inno- 
cenzo IV  accordò  grazie  e  privile- 
gi al  comune,  e  alla  diminuzione 
d'imposta  convenne  pure  Alessan- 
dro IV.  Mentre  la  Marca  veniva 
vessata  da  Pircisvalle  o  Perei  valle  ca- 
pitano di  Manfredi,  figlio  bastardo  del 
defunto  imperatore,  il  rettore  Anni- 
baldo  pel  suo  duro  governo  molti 
scontentò;  laonde  i  fermani  volen- 
dolo costringere  colle  armi  a  mi- 
glior consiglio,  i  civitanovesi  ad 
essi  uni  ronsi,  giacché  in  questo 
tempo  aderivano  a  Manfredi.  A? 
Jessandro  IV  nel  1259  scrisse  loro 
un  minaccioso  breve ,  per  cui  la- 
sciata la  parte  di  Pircisvalle  si  u- 
nirono  col  rettore  pontificio,  nulla 
curando  il  diploma  de'privilegi  di 
Manfredi,  e  riprendendo  le  armi 
contro  i  nemici  e  ribelli  della 
Chiesa. 

Godendo  Civitanova  quiete,  que- 
sta si  alterò  nel  1 292 ,  quando  pre- 
tesero i  fermani  che  dal  fiume  Tron- 
to sino  al  Potenza  niuno  fabbricasse 
abitazioni  e  porto,  asserendo  ap- 
partener loro  tutta  la  spiaggia  per 
concessione  di  Federico  II,  confer- 
mata poi  dal  cardinal  legato  Ra- 
nieri, non  ostante  che  Civitanova 
ne  godesse  immemorabile  possesso 
come  proprio  territorio,  per  cui  il 
castello  ed  il  porto  chiamavasi  s. 
Marone.  Riconoscendo  dunque  i 
fermani  che  solamente  Civitanova 
per  quella  spiaggia  godeva  comodo 
porto,  vantaggio  di  sito  e  comodi- 
tà di  strade  per  tutta  la  provincia, 
si  collegarono  con  Recanati,  Mon- 
te Lupone,  Murro,  Monte  Cosaro, 
Monte  Granaro  e  s.  Giusto,  ed 
armate  le  milizie  inondarono  il 
territorio  di  Civitanova,  distrussero 
il  porto  e  ripa  di  s.  Marone,  e 
sino  le  abitazioni  del  pievano,  la 
sagrestia  e  officine  della  chiesa,  non 


MAC 

che  le  torri,  e  per  otto  giorni  po- 
sero tutto    a  ferro  ,    a    fuoco    ed 
a  sacco.    Ciò    fecero    i    fermani  e 
collegati    come    allora    seguaci  dei 
ghibellini    contrari  al  Pontefice,  di 
cui  Civitanova  ne  sosteneva  le  par- 
ti, profittando    della  sede    vacante 
per  morte  di  Nicolo  IV.  Ricorsi  i 
civitanovesi  al  giudice  generale  del- 
la provincia,    Fermo  nel    1293    fu 
condannato     a    soddisfare    i    danni 
recati,    con    venticinque  mila    lire 
di  moneta    ravennate;  quindi  i  ci- 
vitanovesi   pensarono    a  rifabbricar 
la  fortezza  ed  il  porto,  il  quale  però 
poterono  restaurare  solo  più  tardi. 
In  premio  di  sua  fedeltà,  nel    i3oo 
il  cardinal  Orsini  gli    concesse  pri- 
vilegio di  franchigia  pel  commercio, 
tranne  il  frumento,  senza  dipendere 
dal  rettore.  Confederatasi  la  repub- 
blica di  Venezia  colla  Sede  aposto- 
lica, in  riguardo  del  lido  del  mare 
e  del  suo  porto,  ne  die  notizia  a  Ci- 
vitanova,  e  la  richiese  di  sua  amici- 
zia con  titoli  decorosi.  Continuando 
i  ghibellini    a  travagliar  la  Marca, 
sembra    che  fosse  costretta  aderirvi 
Civitanova,  per  cui  ebbe  parte  con 
Spera nzio    di  Montefeltro,    quando 
co'  tumultuanti  ghibellini     si  portò 
conilo  il  rettore  della  Marca,  laon- 
de fu  sottoposta  a  censure    e  mul- 
te,   indi     assoluta  dal  legato     apo- 
stolico. Nel  febbraio    i325  Andrea 
di  Marco  Zeno  da  Monte  Granaio, 
con  gente    raccolta    entrò    con  in- 
ganno in  Civitanova,  gridando    vi- 
va la  libertà,  e   viva  la    repubbli- 
ca di  Fermo.  Allora  Speranzio  coi 
soldati    dei    Varani    di    Camerino 
prese    la  terra  in   nome  de'suoi  si- 
gnori.   Dopo    due  giorni    Nello    e 
Grasso  al  soldo  de'  fermani,  all'  in- 
saputa di  questi,  con  soldati    a  ca- 
vallo obbligarono  il    popolo  di  Ci- 
vitanova   a    consegnar   le  chiavi  a 


MAC  349 

Grasso.  Così  presa  Civitanova,  Nel- 
lo con  Duldrino,  fatto  uccidere  Gras- 
so, restarono  padroni  del  luogo,  che 
poi  fu  preso  dai  Malatesta  signori 
di  Rimini.  Ricuperata  tutta  la  Marca 
dal  cardinal  legato  Albornoz,  dipoi 
nel  1372  temendo  Civitanova  d'es- 
sere costretta  ricevere  in  rettore 
qualche  particolare  persona  che  poi 
la  tenesse  a  se  soggetta,  implorò  ed 
ottenne  con  bolla  da  Gregorio  XI 
di  essere  ammessa  sotto  l'immedia- 
to suo  governo  pontificio  e  della 
Chiesa.  Nel  funesto  scisma  dell'an- 
tipapa Clemente  VII,  Civitanova 
ne  seguì  le  parti,  venendo  poi  as- 
solta dalle  censure  da  Bonifacio  IX; 
nel  1389  si  arrese  ai  Varani,  ma 
in  obbedienza  agli  ordini  del  Pa- 
pa non  aderì  al  conte  di  Carrara 
fautore  de'ghibellini,  che  scorse  o- 
stilmente  la  Marca. 

Divenuta  nuovamente  libera  , 
Civitanova  nel  i4°4  ottenne  da 
Innocenzo  VII  di  restare  sotto  l'im- 
mediato suo  governo,  e  favorì  il 
di  lui  nipote  Migliorati  marchese 
della  Marca ,  contro  Monte  Santo 
che  non  voleva  riconoscerlo  :  non 
pare  che  il  Papa  concedesse  ai  Va- 
rani Civitanova  come  scrive  il  Lilii, 
non  facendone  menzione  Gregorio 
XII  nella  bolla  con  cui  confermò  i 
suoi  privilegi.  Nel  1407  Civitanova 
rivolse  le  sue  armi  a  danno  di  Mon- 
te Cosaro  che  ricusava  sottomet- 
tersi al  Migliorati.  A  cagione  del- 
lo scisma  e  per  salvare  il  supremo 
dominio  della  Marca  ,  nel  1412 
Gregorio  XII  die  il  governo  di  Ci- 
vitanova a  Malatesta  de*  Malatesti 
di  Rimini,  con  annuo  tributo  alla 
Chiesa,  e  col  titolo  di  vicario  gene- 
rale, finche  nel  i43o  Martino  V 
ricuperò  Civitanova.  Neil'  anno  se- 
guente Eugenio  IV  approvò  i  pri- 
vilegi e  gli  statuti,    e    sottopose  U 


2JO  MAC 

luogo    all'immediato  governo   della 
Chiesa.    Dichiarato    marchese     della 
Marca  Francesco  Sforza,  Civitanova 
ili  venne  suo    dominio,    e  continuò 
ad    obbedirgli,    ancorehè     Eugenio 
IV  malcontento  di  Francesco,  e  di- 
chiarando capitano    generale  Nico- 
lò Piccinino,     di   questo    si     ricusò 
seguirne  gli  ordini.   Assediala  dalle 
armi     pontificie,     valorosamente     si 
dif<se,  liberandola  poi  il   marchese 
dall'assedio.    Ritornata     nel     1 44^ 
all'obbedienza  della     Chiesa ,    ebbe 
la  conferma  di  sue  prerogative,  as- 
soluzione da     qualunque  colpa,     la 
cognizione     di  tutte  le    cause  indi- 
pendentemente dalla    curia  genera- 
le,   ed     il     permesso  di     fabbricare 
una    fortezza     nel     suo      territorio 
presso  il  mare  e  in     vicinanza  del 
suo  porlo.   Nicolò  V  lutto  confermò, 
e  Calisto  111   concesse  ampio  indul- 
to per  la    libera    elezione     del   po- 
destà e  giudici  pel    suo    reggimen- 
to. Pio  It  con  bolla  del    lìfii  de- 
cretò contro    le  pretensioni  de'fer- 
mani,  che     Civitanova    liberamente 
potesse  fabbricare   la   torre  e  la  tor- 
tezza, e  mantenervi  milizie  custodi 
del  porlo    e    delle    mercanzie    che 
vi  approdavano  con  utile  della  pro- 
vincia ,    massime    il    sale  che    di- 
stribuivasi     alle     provincie     vicine  , 
imponendo  silenzio  ai  fermani  sot- 
to pena    di    venticinquemila  fiorini 
d'oro.   Nel  successivo  pontificato  di 
Paolo    II    ebbero     luogo    proteste 
tra'  fermaui    e  civitanovesi  ,     e  in 
favore    de'  secondi    fu    risoluta     la 
controversia,  sebbene    i   primi     ap- 
pellarono   a  Sisto   IV.     Finalmente 
Innocenzo  Vili  approvando  nel  1491 
il  decretalo  di     Pio     II,     ordinò  il 
proseguimento     della    fabbrica     del 
porlo  e  fortezza.  Nelle  nozze  di  Co- 
stanzo   Sforza    da     Pesaro  invitato 
il  comune,  vi  spedi  ambasciatore  il 


MAC 
nobile  Pietro  Celtei  col  dono  di 
cinquanta  ducati  d'oro.  Nel  i5io 
nacquero  gravi  discordie  tra  Civi- 
tanova e  il  comune  di  s.  Elpidio, 
onde  ambedue  si  armarono,  e  ven- 
nero a  battaglia,  ma  per  ordine 
del  vice- lega  lo  cessarono  lo  ostilità. 
Nel  1 5 1 4  furono  magnificamente 
alloggiate  in  Civitanova  due  regi- 
ne d'Aragona;  indi  nel  i5i5  Leo- 
ne X  che  avea  confermato  gli  sta- 
tuti e  privilegi,  per  soddisfar  il  de- 
bito di  scudi  diecimila  che  avea 
la  camera  apostolica  colla  fami- 
glia Varani,  concesse  a  Gio.  Maria 
il  governo  di  Civitanova  con  tulli 
gli  emolumenti,  dicendo  il  breve 
averlo  già  accordato  Innocenzo  Vili 
a  Ridolfo  Varani;  il  breve  fu  dal 
comune  accettato,  salvi  i  privilegi 
e  grazie  ricevute  dai  Papi.  Nel 
1527  Giulio  Pellicano  momentanea- 
mente s'  impadronì  di  Civitanova, 
e  nel  i528  Clemente  VII,  per 
morte  di  Giovanni  Maria,  confermò 
il  governo  alla  di  lui  vedova  e 
propria  nipote  duchessa  Caterina 
Cibo,  continuando  il  pubblico  a  go- 
der il  privilegio  di  mero  e  misto 
impero,  riconoscendo  le  cause  cri- 
minali sino  alla  condanna  di  morte. 
Pel  cattivo  governo  de'  ministri 
della  duchessa,  i  civitanovesi  vol- 
lero ritornare  sotto  l'  immediato 
governo  del  Papa,  ricorrendo  per- 
ciò al  cardinal  legato  della  Marca 
nel  i538;  quindi  essendosi  intro- 
messi i  presidi  della  provincia  nel- 
1'  elezione  del  podestà,  Paolo  III 
reintegrò  a  Civitanova  l'intera  li- 
bertà di  eleggersi  il  podestà.  Nel 
\5/±i  fu  stabilita  la  pace  tra' cit- 
tadini, e  nel  i55o  Giulio  III  con- 
fermò a  Civitanova  tutte  le  ma 
antiche  consuetudini  eprivilegi.  Tut- 
ta volta  questo  Papa  per  sgravai l 
la  camera  apostolica  di  un  debito 


MAC 

.li  ticdicimila  scudi  clic   teneva   con 
Giuliano   Gonfaloniere     del  popolo 
romano  (Kcdi)  ,     della   nobilissima 
famiglia  romana  Cesarini,  determinò 
nel    1 55 1 ,  con  breve  de'5   maggio, 
di  concedergli  Civitanova  io  gover- 
no,    indipendente     dalla     legazione 
della   Marca,  ed  a  beneplacito  pon- 
tifìcio, laqual  concessione   riportasi 
dal  cardinal    De    Luca  in    TkeaLr. 
verit.   et    just,  de  jeudis    disc.   4i  e 
dopo    alenai     mesi  glielo     concesse 
sino  a   terza    generazione.    Giuliano 
mandò  a     prender     possesso  di  tal 
concessione  Leone  Moroni    di  Fer- 
mo suo  luogotenente.     Il   Ratti   nel 
t.  Il,  p.   262  e    290     della   Fami- 
glia    Sforza,     dice  che     Giulio   IH 
investì   Giuliano    Cesarini    dei  due 
nobilissimi     feudi     di    Civitanova  e 
e  Monte  Cosaro  con  titolo  di   mar- 
chesato, cioè  gli  concesse  Civitano- 
va a  terza  generazione  non  compre- 
sa la  di  lui  persona,  collo   sborso  di 
quattordicimila  scudi,    somministra- 
ti da    Giuliano    per    supplire     alle 
spese  della  guerra    ed    alle  fortifi- 
cazioni de'  luoghi     marittimi     dello 
slato  minacciati  dal    turco.  Ma  sic- 
come   dopo     che     Giuliano     prese 
possesso  di  Civitanova,  si   trovò  che 
I  annua  rendita     non     oltrepassava 
trecento    scudi,  e  perciò  uà  11  corri- 
spondeva alla  somma  sborsala,  nel 
i552  Io  stesso    Papa  in  compenso 
vi  aggiunse  Monte  Cosaro  con  suo 
motu- proprio  del  26  febbraio,  nel 
quale  si  esprime  che  la  rendita  di 
questo  luogo  era  di  scudi  duecento 
all'anno.    Dal    i55i    in  poi  essendo 
Civitanova  passata  in  governo  del- 
l'eccellentissima   casa   Cesarini,  ces- 
ici la     libera     elezione     del  podestà 
che  facevasi  dal  consiglio,  onde  da 
qucll'  anno  iu  poi  i  Cesarini  eles- 
sero un  luogotenente  che  poi  chia- 
marono vice-duca,    11  catalogo  dei 


MAC  25 1 

podestà    di    Civitanova     dal     1291 
siuo  al    1 55 1     il     Marangoni  lo  ri- 
porta a  p.  384 :  'l  primo  fu  il  no- 
bile e  sapiente     llercolano  Gilberti 
d'Osimo,  l'ultimo  il  magnifico  dot- 
tore Orazio  Salimbene  di  Sarnano. 
Il   primo    luogotenente  fu  il  nomi- 
nalo Moroni.     Paolo  IV  uel   i556 
fece  sequestrare  a  Giuliano  ambedue 
i     feudi,  delle  rendite  de'  quali  re- 
stò     privo     fino     alla     morte     del 
Papa  accaduta  nel    1559.     Venuta 
la  sede  vacante  ne  fu  subito  rein- 
tegrato    dal     sacro     collegio     nella 
prima    congregazione     generale  dei 
22  agosto.,   con  lettera  al  governa- 
tore    della     Marca.    Ai   3i     agosto 
poi   con  ordine  del    cardinal  Guido 
Asianio   Sforza  gli  furono  restituiti 
ancora  tutti  i   frutti  percepiti  dalla 
camera  apostolica  durante  il  detto 
sequestro  a    ragione    di  scudi  cin- 
quecento   alP  anno,  e  di   più    altri 
scudi   seimila  cinquecento  diecisette 
per  varie  armature,  moschetti,  pic- 
coli    cannoni,     grano,    vino,    carne 
salata  e  salnitro,  portati  via  in  quel- 
l'occasione    dalla    Rocca     Sinibalda 
parimenti  suo    feudo.    Pio  IV  che 
ili  eletto  iu  quel  conclave  confermò 
ambedue    le  investiture     di  Civita- 
nova    e    Monte    Cosaro  ,    e    poco 
dopo  iu    considerazione  de'  servigi 
resi  da    Giuliano    alla  santa    Sede, 
singolarmente    di     quello     di     aver 
somministrato  varie  somme  di    de- 
naro nei  di  lei    bisogni ,  con  bolla 
del    i56o     perpetuò  nella    famiglia 
ambedue  i    feudi    di  Civitanova    e 
Monte  Cosaro,  abilitando  alla  suc- 
cessione  anche  le  femmine  e  gì'  il- 
legittimi, ed  erigendo  Civitanova  iu 
marchesato,   che  fu  il  primo  titolo 
portato    dai    signori     Cesarini .     A 
Giuliano  succes'se  Gio.  Giorgio  suo 
figlio,  che  morendo   sotto  Sisto  V, 
lasciò  a  lui    caldamente  racco  man- 


a5a  MAC 

d;ito  1*  unico  figlio  Giuliano  II. 
Il  Papa  quasi  presago  che  i  Cesa- 
iiiii  sa  re  Urto  stati  un  giorno  gli 
eredi  della  casa  sua,  prese  special 
cura  di  Giuliano  II,  per  il  quale 
erette  in  ducato  il  suo  feudo  di 
Civitanova  nel  i585.  In  d.  Livia 
si  riunì  l'eredità  di  questa  cospi- 
cua famiglia,  che  maritatasi  in  d. 
Federico  Sforza  discendente  dei  du- 
chi di  Milano,  ne'  loro  figli  pas- 
sarono le  signorie  e  prerogative 
de'  Osarmi,  portando  ora  il  titolo 
di  duca  di  Civitanova  il  degno 
duca  d.  Lorenzo  Sforza.  Della  fa- 
miglia Cesarini  ne  parlammo  in 
diversi  articoli  del  Dizionario,  mas- 
sime a  quello  di  Gemano  (Vedi), 
altro  suo  ducalo.  Civitanova  es- 
sendo compresa  nelle  provinole  det- 
te di  seconda  ricupera,  nel  1 8 1 5 
restò   esente  dai  diritti  baronali. 

Di  Civitanova  e  de' suoi  uomini 
illustri,  fra'  quali  primeggia  Anni- 
bai  Caro,  ne  trattano  oltre  il  Ma- 
rangoni i  seguenti  autori.  Jacopo 
Lauro,  Civitatis  TSovae  in  Piceno 
delineatio  et  descrìplio ,  Romae 
i63o.  Lodovico  Centofiorini,  Civi- 
tas  Uova  in  Piceno,  Romae  i63o. 
E  una  scrittura  legale  in  cui  si 
dimostra  che  Civitanova  ha  i  veri 
requisiti  di  città.  Giuseppe  Gaeta- 
ni,  Istoria  di  Civita  Nova  nel  Pi- 
ceno, Macerala  nel  1 7  1 1 .  Questa 
fu  confutata  dal  Marangoni  in  tut- 
to il  prologo  del  libro  IH  da  p. 
197  a  p.  223.  Del  convento  e  chie- 
sa di  s.  Maria  de*  conventuali  dis- 
corre il  p.  Civalli  nella  sua  Visita 
triennale,  presso  il  Colucci  t.  XXV, 
p.  5i.  Il  convento  già  esisteva  nel 
1290,  o  meglio  nel  pontificato  di 
Gregorio  IX,  e  la  chiesa  fu  conse- 
crala  a'  19  agosto  1399,  incorpo- 
randovi la  parrocchia  di  s.  Tom^ 
maso  Giulio  U  nel   i5ì2.    Ivi  fu- 


MAC 

«no  celebrati    molti    capitoli    del- 
l'ordine. Tra  i  religiosi  che  in  esso 
fiorirono  vi  furono  il  b.    Giacomo 
laico  di   Civitanova,  il  b.    Leonar- 
do   di    Civitanova,    il    p.    Lorenzo 
Ganganelli  poi  Clemente  XIV.  Nel- 
la chiesa  si  venera  il   corpo    di    s. 
Vitale  martire.  Ma  delle  memorie 
sacre    di    Civitanova,    sue  chiese, 
conventi  e  luoghi  pii,    trattandone 
il   Marangoni    nel    lib.    II,  qui  ne 
daremo    un    breve    sunto.    Per    la 
prodigiosa  apparizione  della    Beata 
Vergine  nel  territorio  di  Civitano- 
va, seguita    a' 5    giugno    1411    al 
contadino  Vico  Salimbene,    perchè 
ivi   voleva  essere  onorata,    ciò   che 
ripetè  due  altre  volte  ,   e    nel  sito 
ove  si  vide  la  sua  venerata  effigie 
dipinta  sul  muro,  venne    eretta  la 
chiesa    eh'  ebbe    compimento    nel 
i4^5,  sotto  il  titolo  di    s.  Maria 
apparente,  che  Leone  X   unì  alla 
confraternita  di  s.  Maria  della  Mi- 
sericordia e  all'ospedale.  Ne  fu  sta- 
bilita solenne  festa  e  i  capitoli  per 
onorare  la  regina  del    cielo    in  un 
modo  degno  di     lei,  come    fu    or- 
dinato olio,  offerte  e  processione  al 
santuario  di  Loreto.  Paolo  III  a' i5 
aprile  i5^5  concesse  una  fiera  fran- 
ca. La  chiesa   matrice  di  Civitano- 
va è  sotto  l' invocazione  di  s.  Pao- 
lo, di  antichissima  erezione  ,    nella 
quale  fu  pubblicata  una  bolla  d'In- 
nocenzo IV  nel  1258.  Alla  sua  par- 
rocchia  fu  unita  quella  di    s.  Ma. 
ione  nel    1292.  Sisto  V  ad  istanza 
del  duca  Cesarini  la  dichiarò    col- 
legiata   insigne    con    la    dignità  di 
arciprete,  canonici  coll'insegna  del- 
ralmuzia,  beneficiati  ed  altri  sacri 
ministri  :  la  bolla  però  venne  ema- 
nata da  Clemente  VIII  nel    1592, 
e  meglio  dichiarata    nel    1622    da 
Gregorio  XV.  Fu  quindi   conside- 
rata per  la  seconda  nell'arcidiocesi 


MAC 
di  Fermo,  precedendola  solo  quella 
di  s.  Lupidio  ne'  sinodi  e  pubbli- 
che funzioni.  Benedetto  XIII  nel 
1727,  con  bolla  che  contiene  le 
prerogative  di  Civitanova  vi  uni  le 
rendite  della  soppressa  confraterni- 
ta della  Misericordia.  L'arcivesco- 
vo monsignor  Borgia  istituì  la  pre- 
benda di  canonico  teologo,  e  nel 
1736  gettò  la  prima  pietra  della 
presente  chiesa  più  maestosa  ed  e- 
legante  dell'antica.  Tra  le  sacre  re- 
liquie avvi  il  corpo  di  s.  Principio 
martire,  donato  nel  1689  dalla  du- 
chessa d.  Livia  Cesarmi  Sforza.  La 
chiesa  parrocchiale  di  s.  Lucia  go- 
deva il  titolo  di  prepositura  e  fu 
unita  alla  matrice  nell'erezione  del- 
la collegiata.  La  parrocchia  di  s. 
Giovanni  nel  1578  fu  incorporata 
da  Gregorio  XIII  al  monastero  di 
s.  Chiara.  Tutte  queste  parrocchie 
erano  entro  Civitanova  ;  quelle  fuo- 
ri di  essa  furono  di  s.  Tommaso 
unita  ai  conventuali,  e  di  s.  Silve- 
stro già  de'  crociferi  non  più  esi- 
stente. In  Civitanova  oltre  il  sud- 
detto convento  de'  francescani,  pri- 
ma di  Gregorio  IX  fu  eretto  quel- 
lo degli  agostiniani,  con  chiesa  sa- 
cra a  s.  Antonio  abbate;  vi  furo- 
no tenuti  più  capitoli  provinciali. 
In  un  colle  fuori  di  Civitanova  nel 
i5o7  fu  edificato  il  convento  ai 
minori  osservanti  riformati ,  e  la 
chiesa  col  titolo  di  s.  Maria  del 
Monte  di  Fogliano;  vi  si  aduna- 
rono alcuni  capitoli.  Tra  i  primi 
monasteri  dell'ordine  di  s.  Chiara 
va  nominato  quello  di  Civitanova, 
fondato  verso  il  1228  sul  Monte 
Panico,  presso  la  chiesa  di  s.  Gia- 
como. Essendo  distante  dall'abitato, 
circa  il  1273  il  monastero  fu  tras- 
ferito sul  Monte  di  Fogliano,  ove 
fu  fabbricato  colla  chiesa  di  s.  Gia- 
como. Ridotto  in    rovina     e  senza 


MAC  253 

monache,  nei  primi  del  secolo  XIV 
venne  concesso  ai  conventuali  quan- 
to gli  spettava.  Nel  seguente  seco- 
lo colle  limosine  del  pubblico,  del 
duca  Gio.  Giorgio  Cesarini ,  e  di 
d.  Cleria  Farnese  sua  sposa,  ven- 
ne edificato  alle  monache  altro  mo- 
nastero e  la  chiesa  di  s.  Gio.  Bat- 
tista dentro  Civitanova,  incomin- 
ciando la  clausura  nel  1 583.  I  cap- 
puccini furono  chiamati  nel  i55o, 
indi  nel  1625  s'incominciò  in  mi- 
glior situazione  l'erezione  di  ui\ 
nuovo  convento  e  chiesa  sacra  pu- 
re a  s.  Gio.  Battista  :  vi  fiorirono 
santi  e  dotti  religiosi,  e  vi  si  cele- 
brarono de'  capitoli  provinciali.  Nel 
secolo  XIV  vennero  istituite  in  Ci- 
vitanova le  confraternite  di  s.  Ma- 
ria e  di  s.  Antonio,  che  poi  man- 
carono, e  la  prima  fu  forse  quella 
della  Misericordia.  La  confraternita 
del  ss.  Sagramento  già  esisteva  nel 
i/j.87;  quella  del  ss.  Crocefisso  di 
s.  Maria  Nova  fioriva  nel  i55tj, 
possedendo  un  miracoloso  ss.  Cro- 
cefisso ed  insigni  reliquie  ;  nel  1 585 
già  esisteva  la  confraternita  della 
ss.  Trinità,  e  quella  de'  ss.  Ambro- 
gio e  Carlo  fu  approvata  nel  16 16. 
Due  ospedali  vennero  eretti  in  Ci- 
vitanova, uno  sotto  il  titolo  di  s. 
Maria  della  Misericordia,  l'altro  di 
s.  Maria  Maddalena  a  cui  fu  unito 
il  primo  nel  i5i5,  del  quale  vi 
sono  memorie  del  1 447-  H  comu- 
ne fondò  il  monte  di  pietà  pei  po- 
veri nel   i556. 

Delle  chiese  e  pitture  di  Ci- 
vitanova, comprese  quelle  del  pa- 
lazzo ducale  Cesarini ,  ne  discor- 
re il  marchese  Ricci  in  più  luo- 
ghi delle  Memorie  sloriche.  Questo 
ampio  e  maestoso  palazzo  baronale, 
solidamente  costrutto,  trovasi  dove 
la  collina  ,  su  cui  la  città  è  fab- 
bricata ,    comincia    a    declinare    in 


7  54  v  A  e 

pendio.  Guarda  la  marina  ,  sovra- 
sta i  circostanti  edifici,  e  va  n  ter- 
minale contiguo  ni  convento  degli 
agostiniani,  nella  cui  chiesa  corri- 
spondono dei  ben  disposti  coretti, 
per  comodo  de'  signori  onde  assi- 
stere alle  sacre  funzioni,  essendovi 
pure  comunicazione  tra  il  palazzo 
e  la  chiesa.  Ricche  sono  le  pitture 
con  ornati  di  buono  stile,  ed  ai  sof- 
fitti fregi  ed  intagli  splendidamen- 
te dorati.  Trascurato  prima  dai  mi- 
nistri, e  poi  quasi  abbandonato  dai 
suoi  signori,  quando  il  lodato  odier- 
no duca  d.  Lorenzo  nell'autunno 
del  184*2  si  portò  la  prima  volta 
a  visitarlo,  vi  ordinò  vari  restauri 
diretti  a  conservarlo.  Allora  alle 
altre  sue  possidenze  volle  aggiun- 
gere l'acquisto  di  un  terreno  mi- 
rabile per  la  situazione,  che  spor- 
gendosi molto  innanzi  verso  il  ma- 
re, offre  estesissima  veduta  dell'a- 
meno littorale  e  de'  luoghi  convi- 
cini, per  cui  è  pur  luogo  di  deli- 
ziose passeggiate,  chiamandosi  Va- 
lazzuccio,  forse  perchè  ivi  esistette 
qualche  bel  palazzo.  Delle  antiche 
curie  di  Civitanova  e  Monte  Co- 
sarò  ne  parlammo  al  voi.  XIX,  p. 
4*5  del  Dizionario.  Appodiato  di 
Civitanova  è  il  Porlo  di  Civita/io- 
va,  che  il  riparto  territoriale  dice 
nella  diocesi  di  Macerata.  E  un 
maestoso  e  vasto  borgo  popolato  , 
lungo  la  rada ,  attraversato  dalla 
via  marittima,  che  mena  al  Tron- 
to, e  fornito  di  copiosi  magazzini 
ove  si  ammassano  le  granaglie  per 
l'asportazione.  Fu  chiamato  Porto, 
Ripa,  e  Castello  di  s.  Marone  per 
essere  vicino  alla  sua  antica  chiesa. 
Monte  Cosaro.  Comune  del  go- 
verno di  Civitanova,  diocesi  di  Fer- 
mo. Se  ne  ignora  l' origine ,  e  fu 
chiamato  pure  Monte  Cossaro  e 
Monte    Fedele   anticamente.  Ha    il 


MAC 

territorio  in  colle  e  in  piano,  con 
paese  composto  di  vasti  e  belli  fab- 
bricati cinti  di  mura.  Vi  è  la  col 
legiata  di  s.  Lorenzo.  Il  p.  Civalli 
nella  Visita  triennale,  presso  il  Co- 
lucci  toni.  XXV,  pag.  8?.,  narra 
che  per  pubblico  consiglio  del  co- 
mune, nel  i58o  fu  dato  il  con- 
vento ai  francescani  conventuali  , 
con  chiesa  sotto  il  titolo  della  Ma- 
donna del  Monte ,  alla  quale  si 
presta  molta  divozione,  avente  l'im- 
magine dell'aitar  maggiore  dipinta 
nel  i5i6  per  cagione  di  voto.  11 
march.  Ricci  nelle  Memorie  stori- 
che p.  16  narra  che  sulla  fede  del 
Lilii,  Storia  di  Camerino,  deve  dir- 
si che  al  declinare  del  XIV  secolo 
si  possa  assegnare  la  chiesa  di  s. 
Maria  a  pie  di  Chienti  nel  terri- 
torio presentemente  di  Monte  Co- 
saro. Era  vi  in  questo  luogo,  secon- 
do che  ne  racconta  il  citato  scrit- 
tore, un  monastero  ove  nel  964 
Guido  figlio  di  Berengario  si  na- 
scose, allorquando  seppe  la  notizia 
della  resa  di  suo  padre,  che  com- 
batteva contro  l' imperatore  Otto- 
ne I.  Questo  avvenimento  si  vuole 
che  fosse  ritratto  nella  tribuna,  do- 
ve oltre  Guido  eranvi  dipinti  di- 
versi clerici  suoi  famigliari  suppli- 
canti la  Vergine,  ed  intercedenti 
grazia  da  essa  per  l'infortunio  che 
soffriva  il  padre.  Le  odierne  pitture 
sono  diverse,  giacche  oltre  il  Sal- 
vatore che  ha  luogo  nel  mezzo  del- 
la tribuna,  in  diversi  quadri  si  ve- 
dono rappresentati  i  misteri  rela- 
tivi alla  nascita  di  Gesù.  La  chiesa 
si  conserva  anche  nell'antica  sua 
struttura,  ed  è  delle  pochissime  che 
l'abbiano  potuta  ritenere.  Retta  da 
grandi  pilastri  ha  finestre  strettis- 
sime, ed  è  divisa  in  due  piani  , 
salendosi  dal  primo  al  secondo  per 
ispaziosa  scala  di  venti  gradini.    A. 


MAC 

rapo  della  navata  di  mezzo  si  tro- 
va l'unico  aliare  presso  l'abside  con 
cripta  semicircolare:  questa  chie- 
sa è  un  monumento  pregevolissi- 
mo di  cristiana  antichità.  11  Ma- 
rangoni nelle  Memorie  di  Civita- 
nova,  e  come  abbiamo  accennato 
parlando  di  essa,  narra  le  differen- 
ze che  Monte  Cosaro  ebbe  con 
Civitanova  pei  confini.  Innocenzo 
III  con  breve  diretto  al  vescovo, 
cloro,  podestà  e  popolo  d'Osimo, 
de'  17  aprile  120*2,  prescrisse  la 
forma  di  comporsi  tali  discordie. 
Nel  1472  si  rinnovarono  le  dissen- 
sioni e  violenze  tra  gli  uomini  e 
comunità  di  Civitanova  e  di  Mon- 
te Cosaro,  le  quali  furono  composte 
li  2  dicembre,  rimettendosi  1'  una 
e  l'altra  parte  i  danni  vicendevol- 
mente sofferti,  collo  stabilimento  di 
pace  perpetua  fra  loro,  e  condizio- 
ne che  gli  uni  dovessero  conoscere 
gli  altri  come  propri  cittadini.  E- 
gualmente  ripullularono  le  stesse 
controversie  sopra  i  confini  del  1 4^4> 
le  quali  si  terminarono  nel  i4*^7  di 
buon  accordo,  con  assegnarsi  i  ter- 
mini ad  ambo  i  lerritorii,  stipu- 
landosi istiomento  nella  contrada 
di  Monte  s.  Andrea,  posta  ne'con- 
fìni  de'  due  luoghi.  Ripugnando 
Monte  Cosaro  di  riconoscere  in 
marchese  e  rettore  della  Marca 
Migliorati  nipote  d'Innocenzo  VII, 
fu  investila  dalle  armi  dei  civitano- 
vesi  nel  i4<>7-  Il  Compagnoni  nella 
Reggia  picena,  ci  dà  le  seguenti  no- 
tizie su  Monte  Cosaro,  Monte  Cau- 
sano. Nel  1248  il  cardinal  Ranieri 
legato,  per  la  fedeltà  degli  uomini  di 
Monte  Cosaro,  1'  onorò  della  con- 
ferma de'  confini  dal  Chienti  all'A- 
sola, e  di  altre  esenzioni  e  grazie 
contro  que'  di  Civitanova.  Nel  1288 
il  rettore  Agapito  Colonna  l'invitò 
a  mettere  in  arme  i   suoi    soldati. 


MAC  »5fó 

Nel  i3oS  seguendo  le  parti  ghi- 
belline fu  sottoposto  n  varie  pene 
da  Clemente  V.  Il  cardinal  legato 
Albornoz  nel  1 358  gli  concesse 
l' indulto  di  non  dover  trasmettere 
alcun  balio  alla  curia  generale.  Il 
legato  cardinal  Contempi  nel  i386 
spedì  un  decreto  agli  uomini  ed 
università  di  Monte  Cosaro,  i  quali 
abiurando  lo  scisma  dell'antipapa 
Clemente  VII,  li  assolveva  da  qua- 
lunque eccesso  e  delitto  di  lesa 
maestà,  confermando  i  privilegi  ed 
esenzioni.  Però  nel  i4o3  fu  obbli- 
gato dal  giudice  Angelo  da  s.  Ge- 
mini a  trasmettere  il  balio  alla  cu- 
ria ;  indi  nel  i4o5>  i  giudici  di 
Monte  Cosaro  furono  sottoposti  al 
sindacatore  generale.  La  positura 
di  Monte  Cosaro  è  forte,  e  la  roc- 
ca o  torre  fu  presa  nel  *4°7  per 
ordine  del  rettore  Benedetto,  ren- 
dendosi a  questi  con  diversi  patti. 
Che  Giulio  III  investì  del  feudo  di 
Monte  Cosato  Giuliano  Cesarmi 
gonfaloniere  del  senato  e  popolo 
romano,  con  titolo  di  marchesato, 
ciò  che  confermò  Pio  IV,  lo  di- 
cemmo parlando  di  Civitanova,  dal 
cui  ducato  essendo  separato,  for- 
mava a  parte  un   marchesato. 

Morrovalle.  Comune  del  gover- 
no di  Civitanova,  diocesi  di  Fer- 
mo. Vuoisi  edificalo  da  Carlo  Ma- 
gno nell' Vili  secolo,  e  quindi  am- 
pliato e  restaurato  nel  1 100  circa 
dal  marchese  Guarnerio  o  Varne- 
rio  di  Normandia.  Il  territorio  è 
in  piano  e  in  colle,  assai  popolato, 
con  paese  di  buoni  fabbricati,  cinti 
in  parte  da  mura ,  dentro  delle 
quali  è  ammirabile  il  palazzo  Laz- 
zarini,  di  architettura  gotica.  Vi  è 
la  collegiata  di  s.  Bartolomeo  apo- 
stolo. Fu  chiamato  anco  Morrò  di 
Valle,  ed  il  p.  Civalli  nella  Visita 
triennale,  presso  il  Colucci  t.  XXV, 


256  MAC 

p.  72,  parlando  del  convento  dei 
minori  conventuali,  dice  clic  questo 
fu  illustrato  con  molli  miracoli  dal 
b.  Masseo  da  Massignano,  compa- 
gno di  s.  Francesco ,  dove  pure 
mori.  Ivi  riposa  ancora  il  corpo 
del  b.  Filippo.  Maestro  Giovanni 
Minio  diede  molto  splendore  e  gran 
grido  a  questa  patria,  e  meritò  per 
la  sua  dottrina  di  essere  creato 
cardinale  da  Bonifacio  Vili  nel 
i3o2,  e  poi  fatto  vescovo  di  Porto 
e  s.  Ruffina.  Della  famiglia  Lazza- 
rini  nobile  di  Macerata  fu  il  car- 
dinale, e  Tommaso  vescovo  prima 
di  Cesena  e  poi  d'Ancona  nel  i336 
era  suo  nipote.  Il  Tondini  nelle 
Memorie  di  Durastante  da  San- 
giusto,  a  pag.  96,  riporta  l'albero 
della  famiglia  Lazzarini,  e  dichia- 
ra avere  essa  il  vanto  di  rettamen- 
te discendere  dalla  nobilissima  fa- 
miglia de'  Guarnieri,  marchesi  del- 
la Marca  d'Ancona;  essendo  pure 
signore  di  Morrovallè.  Illustrando 
detto  albero,  dice  che  Masseo  del 
i362  fu  rettore  di  più  chiese; 
Nicola  o  Cola  nel  1412  fondò  la 
chiesa  e  il  giuspatronato  di  s.  Ca- 
terina in  Morrò  ;  Nicolò  fu  celebre 
letterato  presso  i  duchi  di  Ferrara, 
ed  amicissimo  del  cardinal  Bessa- 
rione;  Costantino  e  Gio.  Matteo 
furono  militari  e  magistrati;  Cesa- 
re fu  familiarissimo  di  Pio  III,  e 
donò  alla  chiesa  di  s.  Bartolomeo 
di  Morrò  una  croce  stazionale  d'ar- 
gento di  superbo  lavoro;  Alessan- 
dro visse  nelle  corti  di  Leone  X 
e  Paolo  III,  ed  ottenne  ampli  pri- 
vilegi per  se  e  fratelli  ;  Dario,  uno 
de'  fondatori  dell'accademia  àe  Ca- 
tenari di  Macerata,  dotto  nella  poe- 
sia e  nelle  lingue  greca  e  latina  ; 
Domenico  insigne  professore  di  let- 
tere greche  e  latine,  di  cui  si  ha 
la    Vitaj  ed    Antonio    di    vasta  e 


MAC 

molteplice  erudizione.  Il  marchese 
Ricci  nelle  sue  Memorie  storiche  p. 
i33,  parla  del  forte  che  Mono- 
valle  edificò  nel  \f\ii,  il  quale  do- 
po aver  sostenuto  lunghissimo  as- 
sedio, venne  demolito  da  Alfonso 
re  d'Aragona  nel  1 44^>  Per  ordine 
del  Papa  Eugenio  IV.  Dal  Com- 
pagnoni, Reggia  picena,  apprendia- 
mo le  notizie  seguenti.  Lo  dice  e- 
retto  in  luogo  alto,  sette  miglia 
distante  da  Macerata  verso  il  ma- 
re, ed  essere  stato  chiamato  ne'di- 
plomi  pontificii,  Murro  Vallenti , 
Monte  Fallenti,  inferendosi  a  Val- 
lentia  città  antichissima  del  Pice- 
no, sebbene  al  credere  del  Peran- 
zoni ,  juxta  Plinii  observalam  in 
scribendis  urbibus  seriem,  Vallen- 
tiamy  et  non  Pollentiam  dici  non- 
nulli  arbitrentur.  Ma  di  ciò  ne 
parleremo  dicendo  di  Monte  San- 
to. Fu  luogo  forte  e  più  ampio 
dell'odierno,  sì  di  abitanti,  che  di 
circuito,  essendo  vicino  a  Monte 
Cosaro  eCivitanova,e  fu  pure  chia- 
mato Morrò  di  Vaglia.  Anticamente 
il  suo  municipio  godeva  libertà.  Il 
marchese  Varnerio  o  Guarniero , 
non  solo  dominò  Morrò,  ma  tutta 
la  Marca  d'Ancona.  Nel  1202  fu 
compreso  nella  pace  tra'fermani  ed 
altri  della  Marca.  Nel  1248  il  car- 
dinal Ranieri  legato  deplorò  l'uni- 
versità di  Morrò  di  Valle  per  gli 
aggravi  e  danni  fattigli  dai  civita- 
novesi,  fomentati  da  Riccardo  con- 
te di  Civita  di  Chieti,  figlio  di  Fe- 
derico II,  che  avea  rotto  l'esercito 
pontificio  nel  1246.  Essendo  ret- 
tore Annibaldo,  Morrò  di  Valle  si 
sollevò,  per  cui  fu  spedito  per  suo 
sindaco  Domodeo,  perdonandosi  il 
passato.  Nel  1264  vi  alloggiò  il 
vicario  regio,  Giordano  signor  d'A- 
gliano  piemontese,  parente  di  Man- 
fredi, siccome  sito   fortificato;    ma 


MAC 

nel  1288  mandò  aiuto  di  genie  al 
rettore  Agabito  Colonna:  aderendo 
poi  ai  ghibellini,  nel  i3o8  Clemen- 
te V  lo  sottopose  a  varie  pene. 
Tuttavolta  nel  1 3iS  Raimondo  Got- 
tofano,  Nicol  uccio  di  Giovanni  di 
Rinalduccio,  ed  altri  capi  ghibelli- 
ni di  detta  terra,  tentarono  darla 
nelle  mani  de'  fermani.  Dipoi  JYlor- 
rovalle  aderì  per  la  riduzione  del- 
la curia  in  Macerata,  sottoscriven- 
dosi alla  analoga  supplica  il  can- 
celliere Terrae  Murri  de  manda' 
lo  dominorum  poteslatìs  et  priorum 
dìclae  terrae.  Nel  i4o3  gli  fu  inti- 
mato mandare  un  balio  alla  curia 
generale,  venendo  quindi  sottopo- 
sta al  sindacatore  generale.  Nel 
i435  venne  costretto  a  pagar  le 
taglie  al  conte  Francesco  Sforza , 
e  nel  i442  a&  alloggiare  alcuni 
de'  suoi  uomini  d'arme. 

Mont'Olmo.  Governo,  diocesi  di 
Fermo.  Mont'Olmo,  Mons  Uhm ;, 
cospicuo  borgo  assai  popoloso,  che 
giace  su  di  un  colle  nella  destra 
riva  del  Chienti,  circondato  di  forti 
mura  ed  opulento  per  ubertosi 
campi.  Un  olmo  di  straordinaria 
grandezza  stendeva  gli  annosi  rami 
nel  mezzo  della  sua  piazza,  il  qua- 
le gli  diede  il  moderno  nome,  ma 
oggi  più  non  esiste.  Il  paese  ha 
molti  e  belli  fabbricati,  e  dicesi  e- 
dificato  per  l'atterramento  dell'an- 
tica città  di  Pansola  o  Pan  sola  o 
Pausula,  i  cui  abitanti  chiamaronsi 
pausulani.  Il  Colucci  nel  tom.  XV 
delle  Antichità  picene,  ci  ha  dato: 
Della  condizione  e  del  sito  di  Paii- 
sula città  antica  del  Piceno  ,  dis- 
sertazione epistolare  dell'ab.  Luigi 
Lanzi,  premettendo  una  lettera  al- 
l'ab.  Pietro  Paolo  Torelli, ed  aggiun- 
gendovi alcune  sue  note.  Dice  nella 
lettera  che  gli  giunse  la  disserta- 
zione quando   avea    ricevuto    altra 

VOL.    XL. 


MAC  2S7. 

dissertazione  in  argomento  del  p. 
Anton  Maria  Costantini  di  Monte- 
santo,  e  certe  lapidi  raccolte  dal- 
l'ab.  Riccomanni,  oltre  quanto  ave- 
vano detto  monsignor  Borgia  arci- 
vescovo di  Fermo  e  l'abbate  Lan- 
cel lotti.  Loda  sopra  tutti  il  celebre 
e  dottissimo  ex  gesuita  Lanzi,  ono- 
re di  Montolmo  sua  patria ,  per 
averla  illustrata  con  profonda  eru- 
dizione e  critica  ;  osserva  eh'  egli 
ancora  è  convenuto  nel  sentimen- 
to di  monsignor  Borgia  e  del  p. 
Costantini,  i  quali  stabiliscono  in  s. 
Claudio  o  sue  vicinanze  il  sito  di 
Pansola ,  di  scostandosi  solo  dal  Lan- 
cellotti,  che  voleva  essere  Montolmo 
piantato  sulla  distrutta  città.  Inol- 
tre rileva  che  il  p.  Costantini  opi- 
nò pure  in  favore  di  Monte  Lupo- 
ne  per  le  macerie  antiche  ivi  da 
lui  vedute,  cioè  che  la  primitiva 
Pausola  ivi  sorgesse,  e  che  poi  per 
infortunio  fosse  traslatata  in  s.  Clau- 
dio, abbazia  detta  anche  di  s.  Chio- 
do, spettante  alla  mensa  arcivescovi- 
le di  Fermo.  Conchiude  il  Colucci 
con  ragioni,  che  l'agro  Pausolense 
è  l'agro  istesso  dell'  odierno  Mon- 
tolmo, e  che  da  questo  territorio 
non  discosta  vasi  la  città  ;  protesta 
quindi  di  far  delle  note  alla  dis- 
sertazione del  Lanzi,  senza  profit- 
tare delle  notizie  raccolte  su  Mon- 
tolmo dal  Torelli  nell'archivio  se- 
creto della  terra,  con  che  avrebbe 
potuto  parlar  de'  vari  castelli  nel 
suo  territorio  compresi,  non  meno 
de'  pregi  con  cui  si  distinse  Mon- 
tolmo nel  medio  evo,  specialmente 
nel  secolo  XIII.  Ora  della  disser- 
tazione del  Lanzi,  e  delle  note  del 
Colucci  brevemente  parleremo. 

Poche  memorie  della  città  di  Pau- 
sula  lasciarono  gli  antichi,   per  cui 
i  gonfalonieri  e  priori    di    Montol- 
mo pregarono  il  concittadino  a  sup- 
»7 


*58  MAC 

plirvi,  munendolo  di  documenti  del 
pubblico  archivio.  All'anno  7  1 3  di 
Roma  ed  al  ritorno  di  Ottaviano 
in  Italia  co*  veterani,  che  divise  lo- 
ro le  campagne,  è  verosimile  che 
ad  essi  fosse  distribuito  questo  trat- 
to del  Piceno.  Allora  probabilmen- 
te Pausula  era  municipio  ovvero 
prefettura;  divenne  colonia,  se  pure 
non  lo  era  militare  o  civile  per 
precedente  deduzione  fatta  da  Siila. 
Pausula  fu  mediterranea  e  confi- 
nava con  Fermo,  Urbe  Salvia,  Fa- 
lerio  e  Novana.  Dopo  i  tempi  di 
Teodosio  II  è  nominata  Pausula 
nel  concilio  romano  tenuto  dal 
Pontefice  s.  Ilaro  nel  /^G5  dell'era 
nostra,  perchè  trovasi  sottoscritto 
Claudius  episcopus  Pausulanus.  Non 
è  noto  altro  vescovo  di  tal  cattedra, 
la  quale  intorno  alla  fine  del  se- 
colo VI,  insieme  con  quelle  di  Po- 
tenza, di  Urbe  Salvia  e  di  altre 
città,  furono  ad  altre  riunite ,  la 
prima  a  Fermo,  e  la  seconda  a 
Camerino,  poi  smembrata  ed  unita 
a  Macerata,  tranne  lievi  porzioni 
toccate  a  Fermo  e  Camerino.  Quin- 
di si  congettura,  che  Pausula  al- 
lorché i  goti  distruggitori  nel  4<>5 
vennero  nel  Piceno,  dovea  aver  ve- 
scovo ed  essere  città  grande;  ma  la 
sua  distruzione  piuttosto  fu  opera- 
ta da  tali  barbari  dopo  la  morte 
di  Alarico,  o  più  tardi  dai  longo- 
bardi. Dopo  la  metà  del  secolo  VI 
sembra  dunque  che  la  colonia  e 
ìa  sede  vescovile  di  Pausula  termi- 
nassero di  esistere:  da  Pausula  fu 
detto  Pausuli,  Pauso  e  Posoli. 

Vi  fu  un  piccolo  castello  che  in 
più  pergamene  è  chiamato  castrimi 
Pausulac  o  castellimi  Postili,  forse 
luogo  che  appartenne  alla  città,  es- 
sendo la  più  antica  del  99 5,  ove  si 
dice  che  Traso  donò  alla  chiesa  di 
Fermo  le  corti  di  Pretorio  e  di  Poso- 


MAC 

li  insieme  co'cnstclli  rispettivi.  Il  luo- 
go di  Posoli  si  distende  verso  Mou 
tolmo  e  s.  Claudio  già  monastero  di 
monaci  benedettini  di  cui  fa  men- 
zione s.  Gregorio  I.  Quivi  presso 
fu  il  casale  di  s.  Claudio,  di  cui 
rimangono  i  ruderi,  e  la  valle  di 
s.  Salvatore  oggi  contrada  Valle. 
Risulta  da  documenti  che  dalla  par- 
te di  s.  Claudio,  oltre  il  castello 
di  Posoli,  vi  fu  la  contrada  Pau- 
sola,  chiamata  Castel  Posolano  e 
fondo  Posolano.  In  progresso  di 
tempo  le  donazioni  di  Traso  furo- 
no da  Ottone  HI  nel  1001  tolte 
alla  chiesa  Fermana,  e  date  al  mo- 
nastero camaldolese  di  Classe  presso 
Ravenna,  col  castrum  Pausuli,  on- 
de poi  insorsero  liti  tra  gli  abbati 
classensi  e  i  vescovi  di  Fermo;  do- 
po il  1229  non  si  parla  più  del 
castello,  e  verso  il  secolo  XV  era 
distrutto.  Nel  iii5  già  esisteva  il 
castello  di  Monte  dell'Olmo,  il  qua- 
le ottenne  dal  vescovo  di  Fermo  e 
dai  monaci  di  Chiaravalle  del  mo- 
nastero di  Fiastra  alcuni  privilegi, 
a  condizione  di  essere  fedele  alla 
chiesa  Fermana  ed  ai  monaci,  e  di 
concorrere  sino  a  tre  volle  alla  rie- 
dificazione del  monastero  qualora 
fosse  distrutto.  Prima  del  1 1 1 5 
Montolmo  era  castello  della  contea 
di  Fermo,  con  proprio  territorio 
e  confini,  e  crescendo  il  paese  ri- 
tenne il  nome  di  Castel  vecchio  o 
Castello <j  la  chiesa  ch'era  detta  s. 
Maria  di  Castello  passò  ai  conven- 
tuali, che  la  rifabbricarono,  lascian- 
do nella  piazza  presso  la  chiesa 
l'albero  olmo  che  da  tempo  im~ 
memorabile  vi  era ,  secondo  1'  uso 
di  avere  un  grande  olmo  vicino 
alle  chiese  e  cimiteri  sino  dal  se- 
colo V.  Dall'albero  il  castello  prese 
il  nome  colJ'aggiunta  di  monte,  co- 
mune nel  Piceno.  Castel  vecchio  era 


MAC 
un  forte  o  palazzo  rinnovato  poi 
ad  uso  del  giusdicente,  con  sotter- 
raneo. Non  lungi  è  la  chiesa  di  s. 
Pietro  che  porta  pure  i  titoli  di  s. 
Paolo  e  di  s.  Donato,  parrocchia 
antica  ed  insigne  collegiata,  riedi- 
ficata magnificamente  nella  metà 
del  secolo  passato  :  ivi  erano  pit- 
ture del  secolo  XII  o  XIII.  Poco 
distante  il  monastero  delle  mona- 
che fu  già  abitalo  da  monaci.  Nel 
secolo  XII  Eugenio  III  conferì  più 
privilegi  al  castello,  confermati  poi 
ed  ampliati,  e  nel  1248  in  nome 
d'Innocenzo  IV  dal  cardinal  Ra- 
niero, per  avere  i  montolmesi  ade- 
rito alle  parti  della  Chiesa  nel 
tempo  di  Federico  II,  soggettando 
alla  loro  comunità  il  castello  di  Cer- 
queto  seguace  dell'imperatore,  ordi- 
nando agli  abitanti  passare  in  Mon- 
tolmo ,  ove  invitò  i  nobili  delle 
contrade  vicine  a  trasferirvisi,  spe- 
cialmente da  Pelriolo ,  e  da  Pog- 
gi di  s.  Giovanni,  di  s.  Lucia  e  di 
Colbuccolo.  Quest'ultimo  ch'era  feu- 
do della  nobile  famiglia  Ugolini 
(al  presente  è  protettore  di  Mon- 
tolmo  il  cardinal  Giuseppe  Ugolini 
di  Macerata,  legato  apostolico  di 
Ferrara  ),  servì  ad  accrescere  il  ter- 
ritorio verso  Mogliano  e  Petriolo. 
Fra  non  molto  tempo  Montolmo 
divenne  considerabile  in  popolazio- 
ne, in  averi  e  in  fortificazioni.  I 
rettori  della  provincia  .spesso  e  lun- 
gamente vi  si  trattennero ,  onde 
molti  sono  i  diplomi  spediti  apud 
Montoni  Ulnii.  Si  segnalò  special- 
mente nella  fedeltà  verso  la  Chie- 
sa, e  ne  diede  luminoso  esempio 
nella  guerra  di  Francesco  Sforza , 
opponendosegli  con  tutto  il  vigore, 
fiuthè  nel  i433  fu  esposto  per  e- 
sempio  degli  altri  luoghi  al  sacco 
e  crudeltà  de'  soldati  :  esso  fu  l'u- 
nico paese  della  provincia  che  sos- 


MAC  2^9 

tenesse  allora  col  sangue  le  ragio- 
ni della  santa  Sede.  Lo  Sforza  ne 
fece  una  piazza  d'armi,  e  nelle  sue 
vicinanze  a'  23  agosto  1 4-^4  ruP" 
pe  P  esercito  della  Chiesa  e  fece 
prigioniero  Francesco  figlio  del  ce- 
lebre generale  Nicolò  Piccinino.  La 
venuta  degli  Sforzeschi  è  l'epoca  del 
decadimento  della  terra ,  che  mai 
risorse  del   tutto. 

Avanti  di  continuare  col  Lanzi, 
riportiamo  qui  appresso  altre  no- 
tizie su  Montolmo ,  incominciando 
da  quelle  del  Compagnoni ,  nella 
sua  Reggia  picena  descritte.  Nel 
1202  fu  incluso  nella  pace  tra  Fer- 
mo ed  altri  luoghi  della  Marca,  e 
nel  1218  si  collegò  con  Macerata 
da  cui  è  cinque  miglia  distante, 
siccome  tenuto  per  luogo  inespu- 
gnabile e  forte ,  recinto  di  mura 
con  quattro  porte,  con  numeroso 
popolo  e  territorio  nobile  ed  opu- 
lento. Onorio  III  nel  1226  sotto- 
pose Montolmo  al  legato  apostoli- 
co, ma  poco  dopo  Federico  II  lo 
fece  occupare  dal  duca  di  Spoleto; 
tuttavolta  nel  1229  pacificandosi 
Gregorio  IX  coll'imperatore ,  restò 
Montolmo  sotto  il  rettore  della 
Marca.  Nel  1248  fu  danneggiato 
dagli  uomini  di  Macerata  e  Pe- 
triolo, indi  gli  fu  concessa  la  co- 
gnizione delle  cause,  poi  privilegia- 
to dal  cardinal  Capocci  ;  e  per  Pin- 
cursione  della  Ripa  d'Azzolino,  roc- 
ca antica  tra  Colbuccolo  e  Petrio- 
lo, fu  nel  12  55  assolto  dal  retto- 
re. Per  alcune  vertenze  si  compo- 
se con  Macerata,  e  nel  1264  ri- 
portò uu  indulto  dal  vicario  regio, 
contro  diversi  di  Petriolo  incolpati 
di  ribellione.  Vi  si  tiene  la  ragio- 
ne dal  rettore,  vi  si  spediscono  let- 
tere dal  suo  vicario  e  dal  tesoriere 
generale.  Nel  1297  il  consiglio  com- 
ponevasi    di   dodici  savi,   nel  qual 


260  MAC 

tempo  ebbe  luogo  un  fallo  d'  ar- 
me con  Petriolo.  Avendo  rivolte  le 
armi  contro  il  rettore,  nel  1 3o6 
fu  assoluto  dai  legati  di  Clemente 
V,  il  nipote  del  quale  Raimondo 
rettore  generale,  nel  1 3 1 3  vi  fece 
la  sua  residenza.  Amelio  di  Lau- 
trec  rettore  per  Giovanni  XXII, 
nel  i3 1 7  vi  tenne  un  parlamento 
generale.  Nel  1 34  «  si  segnalò  nelle 
milizie  pontifìcie  Nuccio  di  Giaco- 
mo contestabile  di  quelle  di  Mon- 
tolmo.  Gregorio  XI  l'attribuì  alla 
diocesi  di  Macerala  con  s.  Claudio, 
togliendoli  a  quella  di  Fermo  ;  in- 
di vi  marciò  una  banda  di  uomini 
d'armi  da  Macerata  per  guardia 
della  terra,  e  nel  i3g6  guerreggiò 
contro  i  Varani.  Fu  compreso  nel- 
le lettere  sopra  la  sindacazione  de- 
gli offiziali.  Mentre  era  sotto  il  do- 
minio degli  Sforzeschi,  l'occuparono 
per  Eugenio  IV  le  truppe  arago- 
nesi. Il  p.  Civalli  nella  Visita  trien- 
nale, presso  il  Col  ucci  t.  XXV,  p. 
i/\&,  chiama  terra  nobile  Montol- 
mo,  poiché  vi  hanno  sempre  fio- 
rito uomini  di  molto  valore,  come 
i  Rosini,  i  Bartolacci  avvocati  no- 
tissimi nella  corte  generale  della 
Marca.  Nella  chiesa  principale  di  s. 
Pietro  in  una  colonna  di  pietra  è 
dipinta  l'immagine  di  s.  Francesco, 
che  dicesi  fatta  mentre  predicava, 
e  perciò  riputata  naturale.  Loda  il 
convento  e  chiesa  de'  minori  os- 
servanti con  quadri  di  M.  Duran- 
te da  Montolmo  pittore  egregio. 
Di  questa  terra  pure  furono  il  p. 
Vincenzo,  nel  1 568  eletto  generale 
de*  cappuccini;  e  nella  Cronaca  dei 
crociferi  del  Leoni  si  fa  menzio- 
ne di  un  s.  Rainaldo  da  Monte 
dell'Olmo.  La  chiesa  di  s.  Maria 
del  Castello  col  convento  de*  fran- 
cescani conventuali,  con  alcune  fab- 
briche, fu  loro    donata    nel    1263 


MAC 

dall'abbate  e  monaci  di  s.  Croce; 
indi  nel  1266  Bernardo  Bacolini 
di  Montolmo  donò  diverse  case  che 
erano  ov'  è  il  primo  claustro  :  la 
chiesa  fu  consecrata  nel  1399  ^a 
Giovanni  arcivescovo  Neopatrense 
conventuale.  Si  vuole  che  il  b.  Gra- 
ziano morisse  a  Montolmo.  Il  p. 
Pier  Angelo  Fausto  di  Montolmo 
abbellì  il  convento  ;  il  p.  Civalli 
fa  inoltre  menzione  di  diversi  re- 
ligiosi di  questa  terra,  d'un  meri- 
to distinto.  Ivi  furono  celebrali  al- 
cuni capitoli  provinciali.  11  monte 
di  pietà  fu  stabilito  nel  1 5oo.  Il 
march.  Ricci  nelle  Memorie  stori- 
che parla  della  chiesa  di  s.  Rinal- 
do esistente  ne' sobborghi ,  e  risar- 
cita dall'  arcivescovo  Borgia  nel 
1726;  d'un  quadro  del  Pagano 
de'  frati  minori  ;  del  s.  Pietro  della 
chiesa  principale  del  pennello  di 
Roncalli;  e  dell'Immacolata  Con- 
cezione, quadro  della  chiesa  di  s. 
Francesco,  dipinto  dal  Marini. 

Ritornando  al  Lanzi ,  discorre 
ancora  della  denominazione  di  Pau- 
sala coll'autorità  di  vari  documenti 
dell'archivio  di  Montolmo;  come  il 
nome  di  pausolesi  si  attribuì  a  più 
contrade,  e  andò  in  oblivione  dopo 
il  secolo  XIV  ;  nomina  gli  autori 
che  ritengouo  giacere  Monte  del- 
l'Olmo sul  sito  di  Pausula,  e  quelli 
che  la  dissero  essere  stata  nel  suo 
territorio,  lo  che  con  prove  dimo- 
stra più  probabile;  riporta  le  la- 
pidi di  Pausula  tutte  sepolcrali, 
tranne  una  che  fu  già  del  conven- 
to degli  agostiniani,  distrutto  verso 
il  i368.  Passa  poi  a  parlare  del- 
l'altra questione,  se  Pausula  fu  più 
probabilmente  a  s.  Claudio,  nelle 
cui  pianure  si  rinvennero  pregevo- 
li anticaglie  che  mostrano  esser- 
vi stata  ricca  città,  non  tacendo 
delle  cose  che  si  rinvennero  presso 


MAC 

Pacigliano,  ove  qualcuno  opinò  es- 
sere stata  Pausula,  credendosi  no- 
me corrotto  del  Pausolanus.  Segue 
alla  dissertazione  del  Lanzi,  altra 
lettera  del  Colucci  al  Torelli,  con 
vari  opinamene  sulla  medesima. 
Sulle  notizie  ecclesiastiche  di  Mon- 
tolmo  scrisse  il  Catalani,  Comment. 
de  etcì.  Firmana,  p.  129,  1 54,  167, 
171,  356. 

Mogliano.  Comune  del  governo 
di  Montolmo  diocesi  di  Macerata. 
Si  crede  che  questa  popolosa  terra 
abbia  avuto  origine  da  Manlio  Tor- 
quato Capitolino.  Giace  il  territo- 
rio in  colle  e  in  piano,  con  paese 
avente  molti  e  pregevoli  fabbrica- 
ti, fra*  quali  un'ampia  piazza,  il 
tutto  chiuso  da  mura  con  borgo. 
La  chiesa  matrice  era  la  collegia- 
ta, ed  è  bella  e  grande.  Il  p.  Ci- 
valli  nella  risila  triennale ,  presso 
il  Colucci  t.  XXV,  p.  i38,  dice 
che  di  questa  terra  fu  Gentile  da 
Mogliano,  che  nel  i352  s'impa- 
dronì di  Fermo  (Fedi),  citando  di- 
versi autori  per  le  notizie  della  ter- 
ra. Nel  1 3 1 9  diede  molto  nomea 
questa  patria  Francesco  da  Moglia- 
no vescovo  di  Fermo.  Ivi  è  il  con- 
vento, che  nel  1 333  Buon  Giovan- 
ni vescovo  di  Fermo,  col  consenso 
de'  canonici,  donò  ai  minori  con- 
ventuali, a*  quali  Sisto  V  concesse 
la  parrocchia  ;  la  chiesa  è  bella,  ed 
ha  la  tribuna.  Fiorirono  in  questa 
terra  il  b.  Pietro  da  Mogliano  che 
morì  in  Camerino,  ed  il  b.  Gia- 
como da  Falerone,  il  cui  corpo 
riposa  in  s.  Colomba  :  di  Moglia- 
no fu  pure  il  p.  Giuliano  Causi, 
fatto  generale  de'  conventuali  nel 
i5go,  e  nel  convento  furono  te- 
nuli  de'  capitoli  generali.  Il  march. 
Ricci  nelle  Memorie  storiche  rife- 
risce che  gl'intagli  della  vecchia 
porta  di  s.  Maria  di    Piazza    sono 


MAC  261 

di  Cedi  ino;  parla  di  alcune  pittu- 
re esistenti  in  Mogliano;  che  ivi 
nacque  Filippo  Locateli!  detto  di 
Tolentino  da  alcuno,  per  essersi  ivi 
domiciliato,  mirabile  pittore  morto 
nel  1828.  11  Compagnoni  nella 
Reggia  picena,  scrive  che  nel  1  256 
n'era  signore  Gentile,  il  quale  fu 
ricevuto  in  grazia  da  Auibaldo  ret- 
tore per  Alessandro  IV;  che  nel 
i353  Gentile  da  Mogliano  de' No- 
bili di  Fermo  entrò  in  lega  con 
Giovanni  Visconti  signore  di  Mila- 
no e.  ghibellino,  contro  il  cardinal 
Albornoz  legato  ;  indi  divenuto  si- 
gnore di  Fermo,  difese  la  città  dal- 
le genti  di  fra  Morreale.  Più  cir- 
costanziate notizie  di  Gentile  da  Mo- 
gliano si  leggono  ne'  Cenni  storici 
dì  Fermo  dell'avv.  de  Minicis.  Egli 
racconta  come  Gentile  brigò  per  la 
signoria  di  Fermo,  e  come  verso 
la  metà  del  secolo  XIV  pervenne 
a  capo  del  suo  intento ,  siccome 
prode  capitano  favorito  da  Lodo- 
vico il  Bavaro.  Inoltre  Gentile  con- 
dusse le  milizie  di  Fermo  contro 
Civitanova,  e  sterminò  e  desolò 
pure  le  terre  vicine;  indi  sconfisse 
Malatesta  generale  pontificio.  Nel 
1 352  esercitando  Gentile  la  sua 
tirannia  in  Fermo,  divenne  Papa 
Innocenzo  VI,  che  spedì  in  Italia 
il  cardinal  Albornoz  a  ricuperare  i 
dominii  della  Chiesa.  Il  cardinale 
staccò  Gentile  dall'alleanza  dei  ghi- 
bellini ,  e  nel  i355  lo  nominò  gon- 
faloniere dell'esercito  pontificio,  con- 
cedendogli Fermo  e  suo  territorio 
in  feudo.  Infedele  Gentile  alla  data 
fede,  entrò  nella  lega,  e  cacciò  da 
Fermo  le  milizie  della  Chiesa  ,  la- 
sciandone il  comando.  Non  andò 
guari  che  il  legato  a  mezzo  degli 
stessi  fermani  e  del  pontificio  ca- 
pitano Blasco,  costrinse  Gentile  ad 
arrendersi  :  mal  corrispondendo   al 


262  MAC 

perdono  e  doni  ricevuti,  si  ribello 
di  nuovo ,  finche  preso ,  col  figlio 
Ruggiero  fu  decapitato. 

Petriolo.  Comune  del  governo  di 
Montolnio,  diocesi  di  Fermo.  In 
prossimità  del  territorio  sorgevano 
le  città  di  Urbe  Salvia  e  di  Pau- 
sula,  dalle  cui  rovine  alcuno  vuole 
che  fosse  eretto  questo  popolato 
paese,  senza  però  sapersene  l'epo- 
ca. Nel  1420  era  soggetto  ai  Va- 
rani duchi  di  Camerino,  e  nel 
1529  apparteneva  alla  città  di  Fer- 
mo. Il  territorio  si  estende  in  colle 
e  poco  in  piano,  con  mediocri  fab- 
bricati, tranne  il  palazzo  Lauri  ov'è 
un  grandissimo  cammino,  e  la  piaz- 
za eh' è  munita  di  portici.  La  chie- 
sa matrice  non  è  vasta,  e  la  terra 
è  circondata  di  mura  con  estesi 
borghi.  Veggasi  il  Catalani,  De  ec- 
clesia Firmano,  p.  177.  Appren- 
diamo dal  Compagnoni,  Reggia  pi' 
cena,  che  nel  1248  n'era  signore 
Fidesmindo  di  Rainaldo  di  Genti- 
le, il  quale  si  portò  a  danneggiare 
Montolmo.  Sollevatosi  contro  la 
Chiesa,  fu  perdonato  nel  1 256  dal 
rettore  della  Marca.  Claudio  da  Pe- 
triolo nel  secolo  XIII  tentò  di  u- 
surpare  la  signoria  di  Fermo;  nel 
1274  era  giudice  della  curia  ge- 
nerale il  suo  cittadino  Filippo;  e 
Marco  Martelli  oriundo  di  Petrio- 
lo, patrizio  di  Fermo,  dal  consiglio 
di  questo  nel  i5o6  fu  deputato  a 
compilare  il  nuovo  statuto,  sicco- 
me celebratissimo  giureconsulto. 

S.  Giusto.  Comune  del  governo 
di  Montolmo,  diocesi  di  Macerata. 
Chiamasi  anche  Sangiusto,  è  d' o- 
rigine  antica,  con  territorio  in  col- 
le e  piano,  con  paese  popolato  a- 
vente  alcuni  belli  fabbricati  e  piaz- 
za, il  tutto  cinto  di  mura  con  bor- 
go .  Giace  sul  colmo  d' una  deli- 
ziosa e  fertile  collina,  in    distanza 


MAC 

di  sette  miglia  egualmente  da  Ma- 
cerata che  da  Fermo  ;  vi  si  respi- 
ra aria  saluberrima,  e  si  gode  la 
vista  dell'Adriatico  e  degli  Apen- 
nini.  Antichissima  n'  è  la  fondazio- 
ne. La  chiesa  collegiata  sotto  la 
denominazione  di  s.  Stefano  pro- 
tomartire, è  di  recente  costruzione 
del  secolo  passato.  Il  Catalani,  De 
eccl.  Firmana,  tratta  di  Sangiusto 
a  p.  i54  e  162.  Il  march.  Ricci 
nelle  Memorie  storiche,  dice  ch'era 
di  questo  luogo  il  celebre  Nicolò 
Buonafede  vescovo  di  Chiusi  che 
celebrammo  altrove  (  come  all'arti- 
colo Jesi,  ove  dicemmo  che  non  è 
da  mettersi  in  dubbio,  che  Nicolò 
fosse  di  Sangiusto,  ed  il  Baldassi- 
ni  lo  noverò  tra  gì'  illustri  jesiui, 
perchè  un  ramò  della  famiglia  Bo- 
nafede  passò  a  stabilirsi  in  Jesi  ) , 
il  quale  per  finire  quietamente  la 
sua  vita  in  patria,  a  decoro  di  essa 
ed  a  propria  comodità  fabbricò  un 
grandissimo  palazzo,  compito  nel 
i524  colla  spesa  di  più  di  quin- 
dicimila ducati  d*  oro ,  ed  ancora 
sussiste;  riuscì  magnifico,  solido  e 
comodo,  ed  uno  de'  più  sontuosi 
dello  stato  pontificio.  Parla  ancora 
di  due  quadri  della  chiesa  de'frati 
di  s.  Francesco.  In  un  documento 
del  i522  prodotto  dal  Marangoni, 
Memorie  di  Civitanova  p.  211,  si 
ricava  che  Sangiusto  s' intitolava 
repubblica,  e  con  tale  patente  do- 
mandò a  quella  di  Sanseverino  un 
podestà,  da  confermarsi  poi  dal  vi- 
ce-legato della  Marca.  Sangiusto  si 
collegò  con  Fermo  contro  Ancona, 
e  si  pacificò  in  Polverigi  nel  1202. 
Prese  parte  nelle  guerre  pel  castel- 
lo di  Apezzano,  e  pel  Poggio  di  s. 
Lorenzo,  insorte  Ira  i  fermasi  e  i 
genesini  nel  i3o5.  Nel  i3o9  con- 
tro Jesi  e  Macerata  si  confederò 
con  Ancona,  Senigallia,  Umana  ed 


MAC 
Ascoli.   In  queste  guerre    i  cittadi- 
ni dierono  chiari  segni    di    valore. 
Bonifacio  IX  le  concesse  di    crear- 
si il  proprio  podestà,  come    le   al- 
tre terre  libere  della  Marca;  ed  il 
predecessore  Urbano  VI  nel    1387 
l'aveva  esentata  da  qualunque  sog- 
gezione,    e    dichiarata    immediata- 
mente soggetta  alla  santa  Sede.  Di- 
versi rettori  e  Papi  l'esentarono  da 
molte  gravezze,  per  la  sua  fedeltà 
alla  Chiesa.  Paolo    V    gli    accordò 
due  annue  fiere  franche,  e  Pio  VI 
il  pubblico  mercato    ogni    giovedì. 
Il  Compagnoni  nella  Reggia  picena 
registra  diverse  notizie  di    Sangiu- 
sto;   riporteremo   le  seguenti.  Que- 
sta   terra    fu    compresa    nel    1202 
nella  pace  tra'fermani  ed  anconita- 
ni. Nel   1 3o8   Clemente  V  la  con- 
dannò a  varie  pene,  per    attentati 
commessi    contro    i    ministri    della 
santa  Sede.  Nel    i4o5  i    suoi    giu- 
dici furono  sottoposti  al    sindacato 
generale;    e    nel    1^17.    elesse  per 
podestà  Manente  di  Conaccorso  da 
Macerata  :  il  suo  stemma  era  nella 
sala  dell'  antico    palazzo    pubblico  , 
cioè  due  teste  di  cavallo    e  nel  ci- 
miero un  turco.  Giambattista  Ton- 
dini nel    1790  pubblicò  in  Siniga- 
glia  :  Memorie  della  vita  di  Giani' 
mattco  Durastante,  che  per  la  sua 
vasta  e  molteplice  erudizione,  e  per 
la  sua  profonda  dottrina,    quale  si 
ammira  nel    gran  numero    di    sue 
opere,  meritò  gli  elogi  e  gli  applausi 
del  suo  secolo  e  de'  posteriori.  Sul- 
le di  lui  tracce  camminarono  molti 
sangiustani,  coetanei    e    posteriori, 
ed  altri  lo  aveano  preceduto  in  o- 
norare  la  patiia,  dappoiché  Sangiu- 
sto  fiorì  sempre  per  copioso  nove- 
ro di  uomini  celebri  in  ogni    ma- 
niera di  arti  liberali    e   di  scieuze. 
Di  molti  il  Tondini    ne    fa  chiara 
menzioue.  Chiama  immortale  il  Bo- 


MAC  263 

nafede  pel  suo    talento  e  perspica- 
cia nel  maneggiare  i  negozi  più  ar- 
dui e  scabrosi  :    di    tal  casa  si  deb- 
bono aggiungere  altri  individui  che 
fiorirono,  ed  ora  la  famiglia  è  ono- 
rata in  Fermo.  Dell'antica  e  nobile 
famiglia    Roberti    meritano    nomi- 
narsi: Tommaso  che  nel    1 334  &1 
dichiarato  uno  degli  statutisti  di  sua 
patria.  Berto  nel    1 383    venne  de- 
stinato alla  correzione  e  giunta  da 
farsi  agli  statuti  di    questa    nobile 
terra,  quale    esimio    giureconsulto. 
Tommaso  giuniore  si  distinse  pure 
nella  perizia  legale,   e  fu  uomo  di 
mente  e  di  consiglio ,    perciò  pro- 
mosso a  vari  governi    illustri.    Fa- 
brizio fu  dotato    di    singoiar    pru- 
denza e  dottrina  ;  a  nome  della  sua 
patria  fu  ambasciatore  nel  i5i3  a 
Leone  X,  da  cui  riportò  a    di  lei 
favore  alcuni  privilegi  :   fu  canoni- 
co di  Loreto  e  conte  palatino.  Non 
meno  versato   nella    scienza   legale 
fu  Marino,  spedito  dalla  patria  am- 
basciatore a  Giulio  II  e  Leone  X 
per  trattare  interessi  di  somma  im- 
portanza. Di  presente  fioriscono  due 
rispettabili  prelati ,  monsig.  Roberto 
Roberti  uditore  generale  della  came- 
ra, e  perciò  vicino  alla  dignità  cardi- 
nalizia, ed  il  suo  fratello  monsignor 
Giuseppe  Roberti  prelato    domesti- 
co e  preposto  della  collegiata  di  s. 
Giovanni  in  Macerata.  In   Sangiu- 
sto  si  distinse  pure  la  famiglia  To- 
lomei  originaria  di  Siena,  ch'ebbe 
Matteo  insigne  medico,  Giacomo  giu- 
reconsulto, Antonio  e  Francesco  al- 
tri giureconsulti    e    magistrati.    La 
famiglia  Romani,  una  delle  più  no- 
bili ed  antiche,  un  ramo  della  qua- 
le passò  nell'Adami  di  Fermo,  che 
si  trasferì  in  Macerata:  Taddeo  sot- 
to Benedetto  XII  fu  uno  de' coni» 
pilatori    degli    statuti,  che  stampati 
nel  1572  cou  giunte,  divennero  il 


2G4  MAC 

codice  legislativo  di  Sangiusto.  Altro 
venato  nella  facoltà  legale  fu  An- 
tonio di    Simonetto.    Questa    fami- 
glia  discende  da  Pietro    di  Roma- 
no di  Simonetto  profondo  legale  e 
magistrato  insigne,  cioè  il 'ramo  in- 
nestato nella  famiglia  Adami  :  sotto 
il  suo  gonfalonierato,  nel    i497   *u 
stipulata  la  transazione  fra    il    co- 
mune di  sua  patria  e  quello  di  Mon- 
te Granaro ,    con    che    si  spensero 
antiche  vertenze.  Giacomo  concorse 
alla  compilazione  delle    leggi    mu- 
nicipali,   ed    il    fratello    Andrea    a 
correggerle    nel     i383;  altrettanto 
poi  fece    nel    i4oo    Giacomo    giu- 
niore.   La  cospicua  famiglia  Recchi 
si  estinse  nei   primi  del  secolo  pas- 
sato, in    Giuseppe  ,    che     dispose 
dell'eredità  in  favore  del  convento 
degli  agostiniani.  Un  ramo  si   tra- 
piantò in  Ripatransone,    di    cui  fu 
vescovo  Luca  Nicolò.  Meritano  men- 
zione tra  i  Recchi,  Giacomo  di  Lu- 
cido, e  Pierfilippo  canonico  di  Fer- 
mo.  Altri  uomini  illustri  di  Sangiu- 
sto furono  :  Giovanni  Bruii,  fr.  Bar- 
tolomeo vicario  generale  degli  ago- 
stiniani,  Marino  Mancini  giurecon- 
sulto, Troilo  Cervinari  insigne  me- 
dico, Rainerio  Casiotti,  Marino  Ma- 
rini, Paolo  Martelli  prelato  e  chiaro 
canonista.  Coetanei  a  Matteo  Dura- 
stante  fiorirono  di  Sangiusto;  Camillo 
Bonafede,  Nicolò  Martelli,  Tolomeo 
Tolomei,  Angelo  e  Mercurio  Paccia- 
relli  ,    Pietro  Marzi ,    Luigi   Grazi , 
Vittorio  Bruni,  Gianfilippo   Panzo- 
ni, Giustiniano  Fi  netti    oriundo  di 
Montelupone,  protomedico  dello  sta- 
to,  Francesco  Ghislieri.    Dopo    del 
Duraslanle  si  distinsero  :    Elefantu- 
zio,  Savello,  Claudio  Tolomei,  Bru- 
to, Giusto    cappuccino,    Timaleone 
Bonafede,  Carlo  e  Bernardino  An- 
tonio romani,  Gregorio  Pesci,  Or- 
feo Pupilli,  Gio.    Giacomo    Bulga- 


MAC 
rini  referendario  e  segretario  apo- 
stolico, Timoteo  Marzi  commissa- 
rio nella  Marca  per  I'  erezione  de- 
gli archivi  ordinata  da  Sisto  V, 
Luzio  Seganti,  commissario  gene- 
rale de'  minori  osservanti,  Salutilo 
Grazi,  Isidoro  Roberti  che  si  crede 
autore  del  celebre  elogio  della  Mar- 
ca Anconitana,  posto  nella  galleria 
vaticana  da  Gregorio  XIII.  Sono 
pure  a  nominarsi  Mascio  Panzoni, 
Sebastiano  Pacciarelli,  Giacomo  Fi- 
lippo Concetti,  Simone  Alfàui,  e  d. 
Giusto  Capparucci. 

Tolentino  (Fedi).  Città  vescovile 
e  governo. 

Belforte.  Comune  del  governo 
di  Tolentino,  diocesi  di  Camerino. 
Il  paese  è  posto  in  colle  e  in  pia- 
no con  buoni  fabbricati  cinti  di 
mura,  con  due  grossi  borghi,  uno 
dei  quali  può  dirsi  bello  ed  è  po- 
polato. Il  suo  aspetto  corrisponde 
al  nome,  sovrastando  alla  via  Ro- 
mana,  e  scorrendogli  a  piedi  il 
Chienti.  Vicino  al  castello  si  con- 
giunge il  torrente  Fiastra,  sopra  il 
quale  evvi  un  bel  ponte  di  mate- 
riale di  un  solo  arco.  Due  porte 
sono  alle  sue  mura  di  vaga  strut- 
tura, quella  a  levante  chiamasi  Mar- 
chegiana,  l'altra  a  ponente  è  det- 
ta Romana.  A  s.  Eustachio  è  sacro 
il  suo  tempio  principale,  ove  si 
vede  la  Beata  Vergine  nel  i^6S 
dipinta  in  tavola  da  Giovanni  Boc- 
caccio camerinese.  Nelle  vicine  mon- 
tagne vi  sono  cave  di  gesso,  e  per 
lastre  di  pavimenti  e  scalini.  11 
Ranghiasci  registra  nella  sua  Biblio- 
grafia: Delineazione  della  vìa  Con- 
solare della  terra  di  Belforte ,  An- 
cona. Abbiamo  dal  march.  Ricci 
nelle  sue  Ale/norie,  che  nella  chie- 
sa maggiore  Pellegrino  Ti  baldi  rap- 
presentò in  tavola  Y  ingresso  del 
Salvatore    in  Gerusalemme,    e    fra 


MAC 

i  ritratti  che  dipinse  nella    cappel- 
la, vi  effigiò  se  stesso  e  l'arciprete: 
il    quadro     ed  i     ritratti  non     più 
esistono.  Nelle  Memorie  di    Tolen- 
tino del    Santini  sono     riportate  le 
seguenti    notizie    di    Belforte    a    p. 
108  e  seg.     Il  castello  di     Belforte 
è  distante  da  Tolentino  quattro  mi- 
glia, e  volle    contestare  la  potenza 
in     cui     trovavasi  nel    secolo  XIII 
Tolentino,  mettendosi  con  spontanea 
dedizione  sotto  la  sua  giurisdizione, 
i  cui    efletti  sperimentato    avea  al- 
cuni anni  prima  ,  facendo  lega  col 
comune    e  con  quello    di    Cameri- 
no nel   i25o.    Nel     1255  si  fecero 
diverse   convenzioni    tra    Tolentino 
e  Belforte,  cioè    che    tutti  gli  uo- 
mini di  Belforte  aver  debbano  in- 
sieme cogli     uomini    di    Tolentino 
il  podestà,  il    quale  sia  tenuto     di 
dar  loro  ogni    anno  un    giudice  o 
vicario    col    mutuo    aggradimento; 
che  le  terre    e  fondi    di     Belforte 
sieno    per    l'avvenire     compresi  nel 
territorio  di   Tolentino  ;  che    i  suoi 
uomini  facciano  pace  e  guerra  coi 
tolentinati,  e  giurino  di  osservare  i 
patti  ,    conforme  questi  giurino  di 
non  far  alcuna  convenzione  e  pat- 
to con  alcuna  comunità  ;  prometto- 
no inoltre    di     pagar     mille  libbre 
ed  un  moggiuolo  di  terra  per  cia- 
scun focolare,  e  il  cambio  di  diver- 
se terre,  volendo   che   venga  ad  es- 
si assegnato  il  sito  per    far  casari- 
ni   in    Tolentino ,    dal  girone  della 
porla  da  capo  fino    alla     porta  A- 
driana,  e  non    bastando  che  sia  as- 
segnato ancora  verso  la  Pieve  e  il 
girone    di     Moreto  ,    coli*  unire     il 
tutto  coli' altro  muro  castellano  ;  e 
che   finalmente  la  comunità  di  Bei- 
forte  abbia  voce  nella  comunità  di 
Tolentino    per  la  stessa     parte,  ed 
abbia  la  sesta    parte  degli  ufììziali, 
colla    convenzione     strettissima    di 


MAC  265 

non  fare  alcun  capitolo  o  statuto 
che  deroghi  a  delti  patti.  Dipoi  i 
sindaci  de'  due  luoghi  stabilirono 
dette  convenzioni,  che  si  ratificaro- 
no dai  primari  di  Belforte ,  i  cui 
abitanti  si  dichiararono  castellani 
di  Tolentino ,  con  libertà  di  abi- 
tarvi. Rolando  rettore  delia  Marca 
per  lo  zio  Alessandro  IV,  a' 5  di- 
cembre 1255  confermò  il  lutto. 
Contenti  i  belfortesi  di  tal  confede- 
razione, agli  ii  marzo  1256  per 
mezzo  del  sindaco  consegnarono  le 
chiavi  delle  porte  e  il  posssesso 
del  luogo  al  podestà  di  Tolentino 
che  lo  prese  in  nome  del  comune, 
il  quale  ottenne  dal  Papa  breve 
di  approvazione.  Indi  molti  princi- 
pali di  Belforte  si  fecero  castellani 
eli  Tolentino.  Nel  primo  maggio 
1260  il  consiglio  di  Tolentino  ri- 
cevette dal  nobile  Gentile  da  Mo- 
gliano  e  da  Gilino  suo  fratello  le 
cessioni  d'  ogni  jus  ch'essi  aveano 
sopra  Belforte.  A' 20  di  detto  me- 
se Enrico  Ventimiglia,  vicario  ge- 
nerale della  Marca  di  Manfredi  re 
di  Sicilia,  con  autorità  regia  cedet- 
te a  Tolentino  il  castello  di  Bei- 
forte,  con  piene  facoltà,  obbligando 
tulli  i  belfortesi  ad  abitar  in  To« 
tentino  e  demolir  le  mura  del 
castello  :  Manfredi  nel  seguente  ot- 
tobre confermò  la  cessione.  11  le- 
gato della  Marca  nel  1 3  1  o  proibì 
ai  tolentinati  l'esazione  delle  collet- 
te imposte,  per  pagar  le  pene  in- 
corse a  cagione  di  ribellione  sopra 
i  beni  de'possidenti  di  Belforte.  11 
Compagnoni  nota  nella  Reggia  pi- 
cena, che  Francesco  Sforza  divenu- 
to marchese  della  Marca,  nel  i435 
gravò  Belforte  con  varie  esazioni  ; 
e  che  nel  i442  glielo  tolse  Nico- 
lò Piccinino  capitano  della  Chiesa, 
dopo  un  assedio  di  venti  giorni, 
mediante  patti.     Nel    viaggio  fatto 


266  MAC 

dal  Papa  Gregorio  XVI  nel  1 84 1 
pel  santuario  di  Loreto,  portando 
si  martedì  7  settembre  da  Came- 
rino a  Tolentino,  le  popolazioni 
di  Valcimarra,  Borgia  no  e  Bell'orto 
festeggiarono  il  di  lui  passaggio 
con  nielli  ili  trionfo,  con  bande 
musicali  ,  e  con  dimostrazioni  di 
venerazione   e    letizia. 

Colmurano.  Comune  del  gover- 
no di  Tolentino,  diocesi  di  Mace- 
rata. Trovasi  il  territorio  in  colle 
ed  in  piano,  con  fabbricati  cinti  di 
mura,  con  alcuni  torrioni  a  guisa 
di  fortezza.  È  lontana  da  Tolentino 
circa  cinque  miglia  fuori  della  stra- 
da Flaminia.  Ha  due  chiese  con 
cura  d'  anime,  la  prima,  antichis- 
sima dedicata  a  s.  Donato,  eh'  è  la 
pieve,  nella  quale  è  il  fonte  batte- 
simale ,  ricca  di  molte  reliquie, 
colla  confraternita  del  ss.  Sagra- 
meli to,  eretta  nel  i58i  ,  ed  unita 
poi  alla  compagnia  della  Carità 
in  tèmpo  di  Girolamo  Bovi  vesco- 
vo di  Camerino  nel  i585,  con  un 
monte  frumentario  in  sollievo  dei 
poveri.  Havvi  altro  sodalizio  nella 
stessa  chiesa  sotto  Y  invocazione 
della  Beala  Vergine  del  Carmine, 
eretto  nel  1608  in  un  altare  dedi- 
cato alla  stessa  ss.  Vergine.  La  se- 
conda chiesa  parimenti  di  cura 
d'  anime  è  dedicata  alla  ss.  Annun- 
ziata :  ivi  è  la  confraternita  del 
Rosario  istituita  nel  1609,  ed  ha 
il  monte  frumentario  ricco  e  un 
ospedale  che  provvede  di  tutto  i 
poveri  nel  castello.  Dentro  e  fuori 
di  Colmurano  sono  altre  chiese, 
cioè  della  ss.  Croce,  che  appartiene 
alla  detta  confraternita  del  ss.  Sa- 
gramelo; di  s.  Gregorio  ;  di  s. 
Paolo  antichissima;  di  s.  Maria  del- 
la Croce,  e  di  s.  Maria  della  Piazza. 
11  castello  vanta  un'  origine  assai 
antica,  che  deve  ripetersi  dalle  pri- 


MAC 

me  invasioni  della  contrada,  fafc- 
te  da  milizie  straniere,  nel  qual 
tempo  le  famiglie  più  potenti  , 
abbandonate  le  rispettive  patrie , 
si  edificarono  a  poco  a  poco,  insie- 
me coi  loro  attinenti,  fautori  e 
vassalli  le  abitazioni  in  luoghi  for- 
ti ed  eminenti,  e  lontani  per  lo 
piti  dalla  strada  Flaminia,  per  vi- 
vere con  tutta  tranquillità  e  si- 
curezza. Prima  del  secolo  X  era 
padrona  del  castello  la  cospicua 
famiglia  Gualtieri  patrizia  di  Tolen- 
tino,  come  apparisce  da  una  lapi- 
de del  914,  col  titolo  Colmurani 
comiles.  Se  ne  leggono  le  notizie 
nel  Santini,  Memorie  di  Tolentino 
p.  1 1 6  e  seg.,  alla  qual  città  Col- 
murano si  diede.  Agli  8  aprile 
i'2L>4  posero  sotto  la  giurisdizione 
di  Tolentiuo,  Giacomo,  Andrea,  e 
1'  abbate  di  Pallia  da  Colmurano 
tutta  la  porzione  a  loro  spettante 
del  castello,  tanto  del  girone  e 
della  torre,  quanto  degli  uomini 
ad  essi  soggetti  insieme  colle  ri- 
spettive possidenze;  obbligandosi  di 
far  guerra  e  pace  secondo  il  vole- 
re della  comunità  di  Tolentino,  e 
dichiarandosi  pronti  di  devastate 
ancora  detta  loro  porzione  a  pia- 
cere di  lei  ;  ed  essa  li  ricevette  in 
castellani,  dando  a  Giacomo  ed  An- 
drea casa,  molino  e  vigna  di  cin- 
que moggiuoli  e  un  campo  di  do- 
dici ;  e  all'abbate  di  Pallia  un  cam- 
po di  sei  moggiuoli,  una  vigna  di 
quattro  e  una  casa.  Indi  a' 16  mag- 
gio Matteo  di  Colmurano  pose  sot- 
to la  giurisdizione  del  comune  di 
Tolentino  tutta  la  porzione  a  lui 
spettante  del  castello,  del  girone 
e  della  torre,  non  che  gli  uomini 
ad  esso  soggetti  e  le  loro  possi- 
denze, promettendo  ed  obbligando- 
si anche  a  nome  de'  suoi  discen- 
denti ,   di  portarsi    ad   abitare    in 


MAC 

Tolentino  ,  il  qnal  comune  gli 
concesse  una  casa,  molino,  vigna  e 
campo  di  dodici  moggiuoli,  in  con- 
trada Regnano.  Dipoi  nel  !25i 
Grimaldo  di  Viviano,  di  questo 
castello,  vendè  alla  comunità  di 
Tolentino  due  delle  cinque  parti 
di  esso  a  sé  spettanti ,  con  tutti  i 
suoi  uomini  e  vassalli,  pel  prezzo 
di  700  libbre.  Alla  fine  del  mede- 
simo anno  Rinaldo  da  Col  mura- 
no ed  i  suoi  figli  Giacobone  e 
Gualteruccio  vendettero  la  quinta 
parte  di  questo  luogo.,  loro  spet- 
tante, a  Tolentino,  pel  prezzo  di 
Suo  libbre,  con  promessa  di  dieci 
moggiuoli  di  terra  iti  contrada 
Agliano,  ed  altre  cose.  In  seguito 
e  nel  1254  Berardo  di  Offbne 
collo  stesso  titolo  vendè  al  cornuti 
di  Tolentino  la  metà  della  sua 
porzione  del  castello,  poggio,  giro- 
ne, ec.  Nel  medesimo  anno  Gual- 
teruccio di  Ollone  da  Colmurano 
pose  sé  stesso  e  i  suoi  beni  sotto 
la  giurisdizione  di  Tolentino,  dichia- 
randosi suo  castellano  ,  obbligan- 
dosi abitarvi  in  perpetuo  e  di  far 
ciò  che  fauno  gli  altri  nobili  di 
Tolentino;  indi  vendè  la  porzione 
del  castello  a  lui  spettante,  ec.  Nel 
1258  Uguccione  di  Gualtiero  ven- 
dè la  quinta  parte  del  castello,  in- 
sieme cogli  uomini  e  possidenze  , 
ec.  Nel  12 ^9  Tolentino  ricevette 
quietanze  per  quanto  avea  pagato 
ai  detti  padroni  di  Colmurano.  Nel- 
l'archivio di  Tolentino  vi  sono  gli 
annuali  giuramenti  di  Colmurano 
sino  al  1592;  l'atto  del  popolo 
nelle  persone  de'  pubblici  rappre- 
sentanti e  del  sindaco  fu  convenu- 
to si  farebbe  a'  17  ottobre  avanti 
il  magistrato  di  Tolentino.  11  po- 
destà soleva  essere  sempre  un  no- 
bile tolentinate  e  dottore  in  ambo 
le  leggi,  esercitante  la   giurisdizione 


MAC  267 

ordinaria  nelle  cause  civili  e  crimi- 
nali, eleggendosi  ogni  anno  a  sorte 
dal  pubblico  consiglio. 

Urbisaglia.  Comune  del  governo 
di  Tolentino,  diocesi  di  Macerata. 
Urbisaglia,  Orbisaglia,  Urbi  Sal- 
"ia,  nella  sua  antica  rinomanza  è 
eguale  a  quella  di  Recina,  ed  i  suoi 
ruderi,  i  preziosi  monumenti,  le 
vetuste  epigrafi  fanno  anche  oggi 
onorevole  testimonianza  del  rango 
di  città  illustre  da  lei  già  occupa- 
to. L'odierno  popoloso  borgo,  tro- 
vasi posto  a  metà  del  colle  su  flo- 
rido terreno,  ed  è  tuttora  cinto 
dalle  solide  antiche  muraglie  di 
forma  parallelogramma,  nella  esten- 
sione di  piedi  romani  8400,  fram- 
mezzate da  sessanta  torri.  Non 
manca  d'industria  e  trae  vantaggio 
dalla  coltura  de' suoi  campi,  man- 
tenendo copiosi  e  scelti  vivai  di 
piante,  onde  ne  fornisce  anche  il 
regno  di  Napoli.  Trovasi  il  terri- 
torio in  monte  ed  in  colle,  avente 
un  paese  con  molti  e  belli  fabbri- 
cati, fra' quali  una  bella  piazza  con 
portico  all'  intorno  e  buona  chiesa 
matrice.  Il  p.  Ci  valli  nella  Fistia 
triennale  la  chiama  Orbisaglia,  già 
città  antichissima  colonia  de'  roma- 
ni, disfatta  secondo  Leonardo  di 
Arezzo  da  Redagaiso  re  de'  goti, 
dalle  cui  rovine  sorse  il  presente 
luogo.  Evvi  una  fontana  detta  dì 
pie  di  Colle j  copiosissima  di  ec- 
cellente acqua,  con  grandiosi  ca- 
nali di  pietra.  Poco  lungi  è  il  con- 
ventino de'  francescani  riformati  , 
sotto  il  titolo  di  s.  Pietro  di  Mon- 
te Loreto,  così  detto  perchè  ai  tem- 
pi de'  romani  vi  si  cavava  1'  oro, 
e  si  vedono  profonde  cave.  Il  fiu- 
me Piastra  o  Piastrella,  anticamen- 
te Flussore,  influente  del  ducuti; 
|e  scorre  dappresso,  e  die  il  nome 
ad  un'insigne  abbazia,  che  vivente 


168  MAC 

{incora  s.  Bernardo,  ad  istanza  di 
questi  fu  editìcata  dal  marchese 
Guarnieri  nell'anno  i  1^2  con  gran- 
dioso monastero  e  chiesa  corrispon- 
dente, indi  fu  da  lui  consegnata 
e  donata  all'abbate  Ulgone  e  mo- 
naci cisterciensi  di  Chiaravalle,  che 
la  chiamarono  s.  Maria  di  Chia- 
ravalle  dì  Fiastra,  de  Fiastra, 
come  dice  il  p.  Lubin,  Abbat.  Ila- 
liae  p.  1 36.  11  marchese  orni  que- 
sto dono  cogìtans  de  futura  Dei 
retributione,  nec  non  de  die  ventu- 
ri judiciiy  prescrivendo  che  ogni 
nuovo  abbate  fosse  benedetto  dal 
romano  Pontefice,  e  che  niuno  po- 
tesse alterare  queste  sue  disposizio- 
ni. Nel  1 2o3,  secondo  il  Compa- 
gnoni, l'abbate  sostenne  lite  avanti 
il  giudice  e  podestà  di  Macerata  ; 
ed  aggiunge  che  nel  12  io  l'im- 
peratore Ottone  IV  ricevette  Od- 
done abbate  di  Fiastra  co' suoi 
monaci  sotto  la  sua  potestà  e  tu- 
tela ;  gli  confermò  tutti  i  poderi  e 
beni  compresi  in  quattro  vastissime 
tenute,  dette  del  Monte  di  s.  Ma- 
ria di  Fiastra  e  delle  tre  Gran- 
gie,  di  s.  Maria  in  Silva,  Sarroc- 
ciano,  e  di  Mont'  Orso,  dilatan- 
dosi in  gran  parte  ne'  limiti  dèi 
territorii  di  Macerata  e  d'altri  cir- 
convicini. I  monaci  cisterciensi  a- 
vendo  lasciato  l'abbazia  di  Fiastra, 
nel  i58o  Gregorio  XIII  la  die  in 
commenda  ai  gesuiti,  i  quali  la 
ritennero  sino  al  pontificato  di 
Clemente  XIV  che  li  soppresse,  e 
sebbene  ripristinali  non  la  riebbe- 
ro, perchè  ne  acquistarono  il  pos- 
sesso, insieme  ad  altre  limitrofe  ter- 
re, i  marchesi  Bandini  da  Came- 
rino, che  vi  mantengono  una  splen- 
dida autunnale  villeggiatura .  Il 
luogo  fu  onorato  dalla  dimora 
breve  che  vi  fece  il  p.  ab.  Cap- 
peilari,  poi  Gregorio  XVI,    quan- 


MAC 

do  andò  a  Macerala  per  visitatore 
apostolico  di  quell'università.  Nelle 
Memorie  del  march.  Ricci  si  leg- 
ge che  il  monastero  di  Fiastra  per- 
dette ogni  forma,  dopoché  fu  adat- 
tato a  diversi  usi;  non  avvenne 
però  cosi  della  chiesa,  la  quale  si 
presenta  maestosa  e  magnifica,  e 
se  in  qualche  parte  soffrì  varia- 
zioni, non  sono  però  tali  da  non 
farci  travedere  qual  fosse  nella  pri- 
mitiva sua  costruzione.  Nel  terri- 
torio di  Fiastra,  ed  alla  radice  del 
Monte  Vallefibbia,  vi  fu  il  mona- 
stero di  s.  Maria  del  Rio,  che  re- 
stò intatto  sino  al  secolo  XV.  Nel- 
le selve  di  Urbisaglia  crescono  al- 
beri grandissimi,  per  cui  nel  1826 
il  marchese  Bandini  ne  trasse  dai 
suoi  possessi  2,000  pedali  d'alto 
fusto  per  la  marina  inglese.  Il  co- 
mune e  territorio  di  Fiastra  è 
soggetto  al  distretto  e  diocesi  di 
Camerino. 

Prima  di  parlare  delle  antiche 
Urbs  Salvia  e  Pollentia  riportere- 
mo quanto  scrìssero  di  Urbisaglia 
il  Santini  nelle  Memorie  di  Tolen- 
tino,  e  il  citato  Compagnoni  nella 
Reggia  picena.  La  prima  epoca 
della  dedizione  del  castello  ora 
terra  di  Urbisaglia  fu  nel  1 199, 
quando  Gualtiero  figlio  di  Ab- 
bracciamonte  pose  sotto  la  giuris- 
dizione di  Tolentino  lutto  il  terre- 
no ch'egli  possedeva  in  contrada 
Brancaursina,  emettendo  giuramen- 
to nel  1 2  1 3  di  far  pace  e  guerra 
secondo  il  volere  di  Tolentino,  sen- 
za pesi  di  pedaggi  o  collette,  ed 
ebbe  compensi.  Era  in  questo  tem- 
po Urbisaglia  soggetta  a  diversi 
padroni,  oude  Tolentino  volendola 
comprare  se  ne  procurò  dai  pa- 
droni la  cessione;  cioè  da  Rosso 
figlio  di  detto  Gualtiero  per  una 
terza  parte  del    castello  nel    i25r, 


MAC  MAC                   269 

pel    prezzo    di    tremila    libbre    di  coi   tolentinati,  onde  fu  facile  otte- 
Ravenna    e    di   Ancona.     Rosso    si  nere  Urbisaglia  d'essere  libera  dal* 
sottomise  co* suoi  beni    alla  giuris-  la    giurisdizione    di    Tolentino,    fa- 
dizione  di   Tolentino,    castellano    e  cendo  approvar  la    sentenza    da  s. 
abitante  di  esso;  altri  fecero  egual  Pio  V,  con  breve    degli    8    agosto 
sommessione ,    e    le    quattro    figlie  1569,  per  cui  inutilmente    i   tolen- 
di   Rosso    ratificarono    il    fatto    del  tinati    reclamarono  e    protestarono 
padre.  Nel  1296  Salimbene  di  Ma-  sino  al    16 14-    L'antica    Urbs    Sal- 
vino, con  Giacomo  di  Matteo,  Già-  via  ebbe  il  decurione,  fu  una  del- 
cobuzio    e    Corrado,    venderono    a  le  maggiori  città  del   Piceno,   ven- 
Tolentino  le  loro  parti  di   Urbisa-  ne  incenerita  da  Alarico  re  de'goti, 
glia  pel  prezzo  di  diecimila    libbre,  e    nel   i436    n'era  signora    Elena 
Nella  parte    di  Fidesmido    aveano  Tomacelli;  così  il  Compagnoni.    Il 
diritto    i   comuni    di    Camerino    e  Colucci    nel  t.  XII  delle    Antichità 
di    s.  Ginesio,    per    cui    Tolentino  picene  a  p.    i4i    e  seg.   tratta  del- 
nel    i3o3  ne  procurò    la  rinunzia,  le  antiche  città  di  Urbsalvia  e  Pol- 
e  Fidesmido  vendè  la  sua  per  quin-  lenza,  di  che  daremo  qualche  cen- 
dicimila    libbre:    tutto   approvò    il  no  storico,  con  qualche  giunta, 
rettore     della    Marca.     Dopo     altri  Urbs  Salvia  esistè     a  destra  del 
minori  acquisti,  Tolentino    esercitò  Chienti,  venendosi    verso    il    mare, 
in  Urbisaglia  tutta  la  giurisdizione  e   precisamente    sotto    la    moderna 
con  mero    e  misto    impero,    ripor-  terra  d' Urbisaglia  dalla  parte   ver- 
tando  annui  giuramenti  di  fedeltà,  so  il  confluente  de'fiumi  Chienti  e 
Ma  nel    1 44^   insorsero   gravissime  Fiastra,  facendone  sicura  fede  i  su- 
contese  tra  Tolentino    e  il    popolo  perstiti  ruderi.   Fu  assai  frequenta- 
d' Urbisaglia   per  reciproche  dissen-  ta,  perchè    vi    facevano    capo    due 
sioni:  introdotti    giudizii    avanti   il  rami  di  strada  consolare,    uno  ve- 
cardinal  legato,    Eugenio   IV    con-  ni  va   da    Prolaqueo>    oggi  Pioraco, 
fermò  Urbisaglia  sotto    il    dominio  l'altro  da  Osimo.  Venne   chiamata 
di   Tolentino.    Nel     1466    rinnova-  Urbsalvia,    e    Urbs  Salvia  e    Ur~ 
ronsi  le  conlese,  onde  Paolo  II  com-  he  Salvia.  Sì  ripete  l'origine    lati- 
mise  al  cardinal  legato    il   possesso  na  dalla  gente  Salvia,  prima  plebea, 
di  Urbisaglia  a  favore    di  Tolenti-  poi  patrizia,  e  fiorì   per  rispettabili 
no;  quindi  infastidito  dalle    turbo-  cariche  che  esercitò  sotto  la  repub- 
lenze  e  maneggi   degli   urbisagliesi,  blica  romana.   Uno  di   essi  avendo 
a'  io  gennaio   i4?3    Sisto  IV   pò-  ottenuto  del   terreno  nella    contra- 
se  Urbisaglia   sotto  l'immediato  do-  da,  può  aver  contribuito    all'accre- 
minio  di  s.   Chiesa.  Riveduta  però  scimento  della    città  in    guisa    tale 
la  causa,  lo  stesso  Papa  nel   i47^  da  renderle  anco  comune  il  nome, 
la  rimise  sotto  Tolentino   che  fece  per  poterne  meglio    tramandare   ai 
approvare  il  giudizio  dalla  romana  posteri  la  memoria;    in    tal    modo 
rota,  con    tre  sentenze  e  perpetuo  restò  in  oblio  l'antico  nome    della 
silenzio.  Sino  al    i563    gli    urbisa-  città,    che  dai    più   antichi     tempi 
gliesi  prestarono    il   giuramento  di  sembra  edificata.  Plinio    il  vecchio 
fedeltà,  quindi  il  popolo  mosse  li-  nominò  Pollenza  eXubsalvia  come 
te  avanti  il  governatore  di  Roma,  una  città  sola,  per  cui    il  Catalani 
per  le  guerre   civili   che  ardevano  scrisse   che  Pollenza    era    il    nome 


.>;<>  MAC 

antico  della    città,    ma    poi    prima 
della  deduzione    d'una    colonia  ro* 
man  i,  ampliata  dalla  gente  Salvia, 
venne  chiamata  Urbi  Sylvia.    Pro- 
va il  Colucci  essere  stale   Pollcnza 
ed     Urbsalvia    due    città    diverse. 
Quelli  che  dicono    che    Pollenza  o 
Pollcntia  fu  l'antico  nome  di  Urbs 
Salvia,  la  fanno  colonia  romana  e 
sede  vescovile,  sostenendo  che  cam- 
biò il  nome  in  onore  del  suo   be- 
nemerito protettore  Salvie   La  for- 
tuna a   cui    soggiacquero    le   altre 
città  del  Piceno,  fu  egualmente  co- 
mune alla  città    di   Urbsalvia,    sia 
in  ordine    allo  stato    di  prefettura 
dopo    il    soggiogamento    de'  piceni, 
sia  in  ordine  all'essere  colonia  mi- 
litare, in  seguito  del  triumvirato  di 
Ottaviano,    Lepido    e    M.   Antonio, 
per  loro  legge  in  premio  de' servi- 
gi  prestati    dai    veterani.    Siccome 
peri  sotto  il  triumvirato  uno  della 
gente  Salvia,  contrario  alle  prepo- 
tenze de'  triumviri,    probabilmente 
mostrandosi  loro  nemici    gli    urbi- 
salvicsi,  per  le  aderenze  e  influenza 
della  gente  Salvia,  i  triumviri  con- 
cessero la  città   e  territorio    al  ri- 
partimento  de' veterani.    Gli    urbi- 
salviesi,    ad  imitazione    de'  romani, 
veneravano  in  un  qualebe    tempio 
la  università  di    tutti    gli  dei,    cui 
dall'oriente    mandò    un    dono   T. 
Flavio    Massimo .     Il    nume    della 
Salute  Augusta  avea   in  Urbsalvia 
tempio,  flamine    e    flaminia  ;    una 
di  queste   sacerdotesse    fu    Vitellia 
moglie    di     C.  Salvio    Liberale,    e 
madre  di  C.  Salvio  Vitelliano.    La 
memoria  di  costei  è  nella  facciata 
della  casa  del  pievano  di  s.  Loren- 
zo   di    Urbisaglia.     Niente    diversa 
dalle  altre  città,  fu  Urbsalvia  nella 
polizia  del  governo,   ebbe  quindi  i 
decurioni,    i    quatuorviri,    ed  altri 
magistrati.  Presso  ì  francescani  del 


MAC 

terz'ordine,  fuori  della  terra  attua- 
le, vi  sono  due    iscrizioni    antiche, 
altre  sono  presso  i   marchesi    I>an- 
dini  ed  altrove,  deducendosi  da  una 
di   esse  che   Urbsalvia    fosse    anche 
municipio.  Ad  onta  che  il  Malici  scris- 
se   che     gli    anfiteatri     non    erano 
comuni  nelle  città  u"  Italia,  il  Co- 
lucci  dice  che   dell'urbisalviese  non 
può  nascerne    dubbio  ,    che  anco- 
ra negli  avanzi  si  mantiene  in  me- 
diocre conservazione.    La    sua  for- 
ma è  ovale,  con  quattordici  vomi- 
toli, del  perimetro    di    piedi    7  >(>, 
e  per  la  sua    vastità    negli    ultimi 
tempi  vi  fu  fatta  la  giostra  dei  bo- 
vi. Questo  bel   monumento  rimane 
fuori  del    recinto  delle    mina    del- 
l' antica  Urbsalvia,  pochi  passi  lon- 
tano dalla  porta,  e  venne  edificato 
dopo    il  pomerio,   per   cui    non  fu 
trovato   sito  migliore    che    uè' sob- 
borghi. Aveva  teatri,   e    forse    tre: 
di   uno  esistono  le  reliquie    dentro 
il  recinto  delle  antiche    mura,    ed 
era    lungo  3 60    piedi    su    249  di 
larghezza.     Altri     monumenti     che 
attestano  la    sua  magnificenza    e  il 
recinto  del  pomerio,  le  macerie  di 
qualche  tempietto,  avanzi  di  anti- 
caglie e  di  marmi  lavorati  e  molti 
finissimi,  pezzi  di  statue,  tutte  co- 
se che  dimostrano  la  ricchezza    di 
Urbsalvia.  Negli  scavi  si  rinvennero 
avanzi  d'acquedotti,    di    terme,    di 
volte  dipinte,  di    bei  pavimenti  in 
mosaico,  di  vasi  sepolcrali.  Che  le 
arti  vi  fiorissero,  ne  convincono  le 
immense  monete  in  oro,  argento  e 
rame;  le  corniole,  i  cammei  ed  al- 
tre incisioni    degne    di    ammirazio- 
ne. Tra  le  moltissime  iscrizioni  ri- 
guardanti le  guerre  tra  gli  Ottoni, 
i   Vitelli  ed    i    Flavi,  nel    1822   fu 
scoperta  quella  che  ricorda  il  famoso 
Lucilie  Basso  cittadino  di  Urbsalvia, 
ricolmato  d'onori  e  d' impieghi  sot- 


MAC 

to  gl'imperatori  Vespasiano  e  Ti- 
to, ammesso  tra  gli  arvali,  e  le- 
gato nella  Macedonia,  nella  Breta- 
gna e  nell'Asia,  sebbene  da  que- 
st'ultima venisse  poi  dispensato. 
Nel  museo  vaticano  sono  un  Fau- 
no, un  Ganimede,  un  Narciso,  un 
mascherone  con  gran  bocca,  sca- 
vati nel  pontificato  di  Pio  VI,  seb- 
bene si  creda  rinvenuti  in  Falena 
(  f^edi),  luogo  principale  degli  scavi 
intrapresi  per  ordine  di  quel  Papa. 
Nel  palazzo  del  comune  di  Mace- 
rata evvi  T  Esculapio  rinvenuto 
nel  1808;  ed  una  rara  corniola 
rappresentante  Cesare,  venne  in 
potere  di  Odoardo  Nisi.  La  nobi- 
le famiglia  Baiidini  da  questo  me- 
desimo luogo  trasse  pure  molte 
statue  e  gemme,  che  colle  iscrizio- 
ni ne  ha  abbellita  la  sua  galleria 
di  Lanciano  appodiato  di  Castel 
Raimondo  nel  territorio  camerinese. 
Il  Colucci  narra  ancora  ,  che 
dal  principe  degli  apostoli  s.  Pie- 
tro o  dai  suoi  discepoli,  ricevette 
Urbsalvia  i  primi  lumi  del  vangelo. 
11  Turchi  è  di  parere  che  del- 
la sede  vescovile  che  fu  fondata  in 
Urbsalvia  fosse  vescovo  Lampadio 
che  sottoscrisse  al  primo  concilio 
che  il  Papa  s.  Simmaco  adunò  in 
Roma  nel  499 >  convenendovi  il 
Coleti  nel  tom.  X  dell'  Italia  sa- 
cra deH'Ughelli,  il  quale  avea  anno- 
verato Lampadio  tra  i  vescovi  Al- 
bensi  della  provincia  di  Milano.  A 
questo  parere  aderisce  il  Colucci, 
convenendo  sul  vescovato  di  Urb- 
salvia, non  che  in  quell'epoca  aves- 
se Lampadio,  venendo  la  diocesi 
circoscritta  nel  suo  territorio,  e 
tutto  al  più  estendevasi  nella  par- 
te meridionale,  avanzandosi  sino 
verso  s.  Ginesio.  Dentro  questi  con- 
fini si  saranno  compresi  non  pochi 
pagi    e  vici ,    de'  quali    ne    resterà 


MAC  271 

tuttavia  la  successione  ne*  castelli 
di  Loro,  di  Col  mura  no  ,  e  delle 
Ripe,  luoghi  tutti  che  per  la  vi 
cinanza  ad  Urbsalvia  doveano  en- 
trare nel  suo  agro  e  diocesi.  Sopra 
tutto  sono  rimarcabili  i  ruderi  del- 
la Villa  Magna,  la  quale  fu  cele- 
bre anco  ne'  bassi  tempi,  ebbe  con- 
ti, e  nel  secolo  XI  chiamavasi  Maja. 
Il  Compagnoni  nella  Reggia  picena 
parla  del  castello  di  Villa  Magna 
e  de* suoi  conti;  di  una  gran  par- 
te della  contea  che  fu  conferita  ad 
Alberto  di  Grimaldo  Compagnone, 
ed  in  Albertuccio  suo  figlio,  col- 
I*  uso  delle  condanne  e  altre  giu- 
risdizioni; e  della  sua  positura  pres- 
so la  Rancia  o  Arancia.  Final- 
mente, calato  Alarico  co' feroci  goti 
in  Italia ,  dopo  aver  manomesso 
Osimo,  Recina  e  Tolentino,  nel  4°8 
distrusse  Urbsalvia,  e  commise  con- 
tro gli  abitanti  ogni  crudeltà,  sen* 
za  eccezione  di  sesso  e  condizione, 
ed  ecco  perchè  il  Colucci  si  mo- 
strò contrario  che  ne  fosse  stato 
vescovo  nel  499 Lampadio,  m  un'e' 
poca  cioè  che  non  esistendo  la  cit- 
tà non  poteva  avere  il  proprio  ve- 
scovo. Si  narra  da  Procopio,  che 
una  madre  snaturata  avendo  ab- 
bandonato il  suo  bambino,  una 
capra  prese  cura  di  allevarlo,  e  si 
chiamò  Egisto:  colle  macerie  del- 
l'illustre città,  ne' secoli  posteriori 
risorse  colla  terra  di  Urbisaglia, 
mentre  gli  abitanti  dell'  antica  a- 
veano  popolato  le  circostanti  ville 
e  castella. 

Treia  (Fedi).  Città  vescovile  e 
governo. 

Jppignano.  Comune  del  gover- 
no di  Treia,  diocesi  di  Osimo.  Bor- 
go posto  su  di  un  piccolo  colle , 
alle  cui  falde  scorre  il  torrente  Mo- 
nocchia,  tributario  del  fiume  Po- 
tenza.  È  circondato  da  solide  imi- 


272  MAC 

ra,  sulle  quali  si  elevavano  quattro 
bastioni,  due  de*  quali  ancora  in 
piedi  hanno  cambiato  forma  i  de- 
stinazione. Le  sue  fabbriche  hanno 
sufficiente  aspetto,  e  qualche  palaz- 
zo vi  si  distingue.  Diverse  colline 
gli  fanno  corona ,  e  ne  formano 
l'ubertoso  territorio.  Sono  osserva- 
bili gli  antichi  acquedotti  della  fon- 
te pubblica,  detta  Bocca  di  Leone, 
copiosa  di  acque  limpide  e  saluta- 
ri, che  dicesi  sostengono  il  parago- 
ne con  quelle  celebri  di  Nocera,  i 
quali  condotti  si  credono  fatti  co- 
struire da  Aulo  Piniano  proconsole 
d'Asia  nel  terzo  secolo.  La  princi- 
pal  chiesa  ha  il  prevosto,  con  allra 
succursale  nella  contrada  rurale  di 
Valcampana.  Nella  chiesa  de'  con- 
frati della  Morte,  vi  è  un'elegante 
cappella,  con  ricco  altare  e  splen- 
dida collezione  di  reliquiari,  e  do- 
tazione per  disposizione  del  cano- 
nico Vincenzo  Benigni.  Ha  un  ospe- 
dale pegl'  infermi ,  una  scuola  pel- 
le fanciulle,  il  monte  di  pietà  e  il 
monte  frumentario.  Nel  suo  terri- 
torio esiste  il  convento  de'  minori 
osservanti  di  Forano,  ove  per  tre 
giorni  si  tiene  una  fiera  nel  giorno 
del  perdono  d'Asisi,  oltre  altre  fie- 
re e  settimanali  mercati  conceduti 
da  Pio  VI.  Tal  convento  fu  edifi- 
cato con  pubblico  denaro  vivente 
s.  Francesco,  che  allora  dicevasi  del- 
la selva  di  Ranieri.  Tra  gli  uomi- 
ni che  vi  fiorirono  nomineremo  il 
giureconsulto  Bartolomeo  Appoggio 
avvocato  concistoriale,  ed  uno  de- 
gli otto  che  il  cardinale  Pio  di 
Carpi  prescelse  per  la  riforma  delle 
costituzioni  egidiane,  e  Bartolomeo 
Alfei,  compilatore  dello  statuto  mu- 
nicipale e  di  una  cronaca  d'Anco- 
na. Di  questo  luogo  ne  fu  restau- 
ratore il  nominalo  proconsole  Pi- 
niano, per  cui  ne  prese    la    deno- 


MAC 

minazione.  Egli  vi  si  recò  dopo 
che  s.  A  ni  imo  lo  convertì  nel  3o2 
colla  moglie  Lucina  alla  vera  U'dc, 
e  vi  acquistò  cospicue  possessioni. 
Nel  Bollando  sono  gli  atti  di  I, 
Piniano^Falsone  romano  a' 18  mag- 
gio ;  vuoisi  che  fosse  della  tribù 
velina,  come  si  legge  nel  Marto- 
relli.  Memorie  cV O s'uno,  pag.  25. 
Lungamente  si  resse  con  leggi  mu- 
nicipali, e  talora  sottoposto  alla  do- 
minazione d' Osimo  ,  e  talora  con 
quella  città  in  alleanza.  Il  Marto- 
relli  a  pag.  109  riporta  un  docu- 
mento del  1220  in  cui  apparisce, 
che  Appigliano,  già  da  antico  tem 
pò  soggetto  ad  Osimo,  promette  a 
Vitale  Claudi  camerlengo  di  esso , 
di  non  eleggere  rettore  se  non  del 
proprio  luogo,  e  di  volontà  e  con- 
senso del  consiglio.  Il  Colucci  nella 
sua  Tre/a  pag.  1  17,  narra  che  Ap- 
pigliano cadde  sotto  i  tiranni  d'O 
simo  nel  1  3  1 6,  cioè  de' ghibellini 
Li  pazzo  ed  Andrea  Guzzolini,  ch'e- 
ransi  prepotentemente  impadroniti 
della  città  e  contado  di  Treia.  Nel 
1372  Appignano  supplicò  che  la 
curia  risiedesse  in  Macerata ,  e  lo 
attesta  il  Compagnoni,  Reggia  pi- 
cena p.  232.  Nel  i38g  vi  risie- 
deva Boldrino  da  Panicale.  Poco 
dopo  Bonifacio  IX  confermò  al  ca- 
stello il  privilegio  di  eleggere  il  po- 
destà, di  tassarsi  pei  tributi  e  di 
giudicare  i  colpevoli.  Nel  1^06  eb- 
be il  sindacatore,  parlando  del  suo 
campo  il  Compagnoni  all'anno  1 4-4 ^ • 
Il  conte  Sforza  se  ne  impadronì, 
nel  i445>  ma  poco  dopo  all'avvi- 
cinarsi del  Ventimiglia  l'abbando- 
nò. Sotto  il  pontificato  di  Sisto  V, 
per  le  uniformi  disposizioni  prese 
nello  stato,  cominciò  a  ricevere  il 
podestà  dalla  sacra  consulta,  e  du- 
rò così  per  oltre  due  secoli  sino  al- 
l' invasione  francese. 


MAC 

Monte  Milonc.  Comune  del  go- 
verno di  Treia,  diocesi  di  Macera- 
ta. Chiamasi  pure  Monte  Melone , 
ed  è  situato  sulla  vetta  di  un  colle 
ove  si  vedono  rovine  di  antica  cit- 
tà, che  vuoisi  portasse  egual  nome, 
dopo  l'atterramento  della  quale  sur- 
se  l'odierno  paese.  Trovasi  il  ter- 
ritorio in  colle  e  in  piano,  molto  po- 
polato, con  molti  e  belli  fabbricati 
chiusi  da  mura,  con  piccolo  borgo 
fuori  di  porta  Romana.  Vi  è  la  col- 
legiata di  s.  Biagio.  Il  march.  Puc- 
ci nelle  Memorie  storiche,  ci  dà  le 
seguenti  notizie.  Neil' Vili  secolo 
venne  fondata  l'abbazia  di  Rambo- 
na  presso  Monte  Milone,  dalla  re- 
gina Ageltrude  figlia  d'Arechis  du- 
ca di  Benevento,  moglie  di  Guido 
e  madre  di  Lamberto  imperatore, 
in  onore  dei  ss.  Gregorio,  Silvestro 
e  FJaviano;  la  chiesa,  di  cui  ne  fa 
la  descrizione,  è  importante  per  l'e- 
poca in  cui  fu  eretta,  cogli  avanzi 
d'un  tempio  dedicato  a  qualche  ge- 
nio o  Dio,  nella  contrada  chiamata 
Arambona  presso  Pollenzia.  Anche 
il  Colucci  a  p.  102  di  Treia,  dis- 
corre del  celebre  monastero  de' mo- 
naci di  Rambona,  con  pingue  do- 
te e  ampli  fondi,  privilegi  ed  esen- 
zione dal  vescovo,  possedendo  an- 
cora nel  territorio  di  Montecchio. 
Lorenzo  Severino  nel  i4f)6  dipinse 
s.  Antonio  di  Padova  per  la  chiesa 
de' conventuali  di  Monte  Milone, 
per  ordine  del  magistrato,  allorché 
fu  eletto  il  santo  a  patrono  del 
luogo.  Con  disegno  di  Cosimo  Mo- 
relli, verso  la  fine  del  secolo  passa- 
to, venne  riedificata  la  chiesa  di  s. 
Francesco.  11  p.  Civalli  nella  Visi- 
ta triennale,  presso  il  Colucci,  An- 
tichità picene  p.  75,  dice  che  il  po- 
polo di  Monte  Melone  ,  fu  detto 
prima  populus  Pollentinus ,  e  che 
Nicolò  Peranzone  scrisse  essere  stato 
voi.   XL. 


MAC  273 

edificato  il  castello  cogli  avanzi  di 
Vallenzia  o  Pollenzia.     Nella  piaz- 
za di  questa  terra  vi  è  l'iscrizione 
d'un  decurione  d'Urbe  Salvia.  Die- 
de nome  a  questa  patria  Agostino 
Lazzarini  causidico  de'  principali  del- 
ia   corte    di    Roma,  e  benemerito 
de'  conventuali  per  l'erezione  d'u- 
na cappella  in  pietra  con  bel  qua- 
dro ove  fu    effigiato  :    vi   fiorirono 
ancora    il    p.    Nicola  Massi  agosti- 
niano di  molte  virtù,  e  l'architetto 
Felice  di  molto    nome.  Negli  statuti 
della   terra  vi  è    una    pena   contro 
quelli  che  rivelano  i  segreti  del  co- 
mune,   cioè  di  pagare   venticinque 
lire  e  per  dieci    anni    essere    privo 
d'offizio,  e  se  fra  dieci  giorni  non 
pagasse,  fosse  carcerato;  in  caso  di 
fuga  si   procedesse  contro  i  suoi  be- 
ni, venendo  dipinto   in    exemplum 
aliorum  colla  mitra  in  capo    nella 
sala  maggiore,    con    iscrizione    del 
suo  nome  e  colpa.   Il  convento  dei 
minori  conventuali,  forse  eretto  nei 
1379  vicino  alla  piazza,    ha   sulla 
porta  in  alto  l'arme  de' Piani.  Vi 
furono  tenuti   alcuni  capitoli    pro- 
vinciali, e  venne    onorato    da   reli- 
giosi del  luogo.  Non    molto   lunge 
dalla  terra    fu  eretto    il    convento 
de'  riformati  di  s.  Lucia,  già  juspa- 
tronato  de'Piani,  e  da  loro  donato 
all'ordine    nel    i53o,   da  un  Sigis- 
mondo :  la  chiesa  è  bella ,   piccola 
e  divota.    Aggiunge    il    p.  Civalli , 
che  nella  chiesa  dell'abbazia    di  s. 
Maria  di  Rambona,  riposa  il  corpo 
di  s.   Amico,  dell'  altare  del    quale 
e  dell'arca  di  pietra  rossa  in  cui  ri- 
posano le  sua  ossa,  ne  fece  menzione 
anche  il  lodato  Ricci.  Il  Turchi  e- 
ziandio  nel  suo  Camerinum  sacrum 
tratta  di  s.  Amico,  e  del  monaste- 
ro di  s.  Maria  di  Rambona.  I  cap- 
puccini vi  fondarono  il  secondo  loro 
convento,  attestandolo  il  Colucci  in 
18 


274  MAC 

Tnju,  il  (|uale  narraudo  a  p.  16 
cosa  fosse  nei  tempi  antichi  Monte 
JMilone,  si  esprime  cosi.  La  terra  si 
frappone  tra  Montecchio  e  Urbi- 
saglia,  ed  ha  separalo  territorio  a 
distinzione  degli  antichi  tempi,  nei 
quali  essendo  ivi  stato  qualche  vi- 
co o  pago  d'  una  delle  due  città 
contermini,  ad  una  delle  due  do- 
vea  appartenere.  Aggiuuge  che  nel 
1398  Bonifacio  IX,  grato  a  Mo- 
starda de  Strata  celebre  capitano , 
per  la  ricupera  di  molti  domimi 
delia  Chiesa  ,  con  bolla  concesse 
in  vicariato  perpetuo  a  lui  e  di- 
scendenti Monte  Milone  e  la  terra 
di  Amandola.  Le  seguenti  notizie  si 
leggono  nel  Compagnoni ,  Reggia 
picena.  Nel  1224  si  sottomise  al 
cardinal  legato  Paudolfo,  e  fu  già 
creduta  l'autica  città  di  Pollenza, 
come  si  legge  ne'  suoi  statuti  an- 
tichi. Nel  1 3 1 6  gli  uomini  e  fuo- 
rusciti di  Monte  Milone ,  protetti 
dal  conte  di  Montefeltro  ghibelli- 
no, osarono  presentarsi  con  impeto 
ostile  sino  presso  le  mura  di  Ma- 
cerata; ma  il  rettore  Vitale  col  suo 
esercito  in  aperta  campagna  li  rup- 
pe e  disperse,  per  cui  fu  la  terra 
punita  con  pene  corrispondenti.  Nel 
i35i  si  collegò  col  ghibellino  Vis- 
conti; indi  nei  i35g  il  cardinal 
legato  Albornoz  assolvette  Bonac- 
corso  figlio  di  Bindo  e  nipote  di 
Bettuccio  domicello  di  Monte  Mi- 
lone, per  le  aderenze  avute  cogli 
Ordelaffi  ed  altri  scomunicati  e  ri- 
belli della  Chiesa,  e  per  tener  oc- 
cupato Monte  Milone,  Tolentino, 
ed  altre  terre  della  Marca.  Venne 
intimata  pel  sindacatore  nel  i4o5, 
e  nel  141 1  vi  si  ritirarono  i  ban- 
diti di  Macerata.  Nel  1 416  fu  no- 
minata in  un  gran  compromesso,  e 
nel  i435  in  una  lettera  di  Fran- 
cesco Sforza  per  somministrazioni; 


MAC 
indi  nel  l443  k'ce  condurre  a'  suoi 
molini  una  bombarda,  e  nell'istes- 
no  anno  vi  si  approssimò  l'armata 
pontificia  di  Eugenio  IV  e  l'arago- 
nese del  re  Alfonso,  mentre  nel  se- 
guente auuo  vi  formò  quartiere,  co- 
me di  frontiera,  Ciarpellone,  uno 
de*  primi  condottieri  degli  Sforze- 
schi. 

Distretto  di  Fabriano, 

Fabriano  (Fedi).  Città  vescovile 
con  governo. 

Serra  s.  Quìrico.  Comune  del 
governo  di  Fabriano,  diocesi  di  Ca- 
merino. Della  positura  di  questa 
terra  scrisse  Annibale  Caro  con  al- 
tri particolari  al  Sodo  e  Diserto 
Intronati,  che  a  quel  tempo  erano 
nella  corte  generale  della  Marca  ; 
ma  il  p.  Civalli  nella  Visita  trien- 
nale, presso  il  Col  ucci,  Antichità 
picene  t.  XXV,  p.  1  1  \  3  dice  che 
la  verità  si  è  che  la  Serra  sta  in 
forma  di  una  galea  facendo  nel- 
l'estremità una  punta,  ed  è  posta 
in  un  colle,  che  da  ogni  banda  sta 
pendente,  circondala  all'  intorno  da 
molti  colli,  chiamandosi  il  più  vi- 
cino Murano,  il  quale  nel  tramon- 
tar del  sole  ne  toglie  un'ora  ;  T  a- 
ria  è  salutifera  e  buona.  Rileva  da 
una  cronaca  niss.  che  la  prima  Ser- 
ra fu  edificata  da  Attilio  nobilissi- 
mo romano  dittatore  nominato  Ser- 
rano, e  questa  vogliono  distrutta 
da  gente  barbara  nel  980,  per  cui 
gli  abitanti  si  ritirarono  verso  il 
colle.  Vuoisi  inoltre  dalla  cronaca, 
che  passando  di  qua  s.  Romualdo 
fondatore  dell'  inclita  congregazione 
camaldolese,  ed  essendo  assalito  da 
una  gran  tempesta  si  ricoverò  sotto 
un  albero,  e  fatta  a  Dio  una  bre- 
vissima orazione  subito  cessò  ;  quin- 
di preso  il  breviario  trovò   che  iu 


MAC 

quel  giorno  correva  la  commemo- 
razione dei  gloriosi  martiri  Quirico 
e  Giulitta,  ed  ivi  fece  loro  erigere 
una  chiesa,  e  chiamolla  s.  Quirico, 
laonde  in  seguito  la  terra  prese  il 
nome  di  Serra  di  san  Quirico.  Fu 
anco  per  qualche  tempo  favorita  la 
terra  dalla  presenza  di  s.  Silvestro 
fondatore  de'  monaci  silvestrini,  che 
qua  predicò  molte  volte,  e  operò 
molti  miracoli.  Furono  già  padro- 
ni di  questo  luogo,  come  di  Fa- 
briano, i  potenti  Chiavelli ,  ed  al 
tempo  di  Urbano  VI  nel  declinar 
del  secolo  XIV  ritornò  all'obbe- 
dienza della  Chiesa,  di  che  parla  il 
Simonella,  Delle  imprese  Sforze- 
sche, All'articolo  Jesi,  parlando  di 
Filippo  Simonetti  che  la  signoreg- 
giò, dicemmo  ancora  che  i  Simo- 
netti  furono  vicari  di  Serra  s.  Qui- 
rico e  della  Rocca  dell'Aquila.  Fio- 
ri in  questa  terra  il  b.  Ugo  mo- 
naco discepolo  di  s.  Silvestro  poi 
abbate,  de'  conti  degli  Atti,  e  figlio 
di  inesser  A  Itone  della  Serra,  il  cui 
corpo  vi  posa  nella  chiesa  di  s.  Fi- 
lippo di  Monte  Granaio  :  la  testa 
dicono  sia  a  Fermo,  e  la  cappa  a 
Sassolerrato  ove  morì  (  secondo  il 
Calindri  ).  Vogliono  anche  che  di 
qua  fosse  il  b.  Pietro,  ed  il  b.  Jo- 
seffo  monaco  silvestri  no,  fratello  di 
s.  Ugo  (tanto  del  b.  Ugo  che  del  b. 
Giuseppe  ne  tratta  il  Turchi,  Ca- 
merinum  sacrimi  p.  71).  Vi  sono 
molte  vene  d'acqua,  che  per  mezzo 
di  condotti  di  pietra  viene  introdot- 
ta dentro  terra  per  comodità  ed  uso 
comune.  Lontano  circa  un  miglio 
e  mezzo,  in  riva  del  fiume  Esino, 
s.  Romualdo  vi  fondò  un  nobile 
tempio  chiamato  s.  Elena ,  titolo 
d'abbazia,  degno  d'ogni  gran  città, 
ed  uno  de'  principali  ch'egli  edifi- 
casse. Dicono  che  nel  i539  Paolo 
111  tornando  dalla  santa   Casa  con 


MAC  275 

sette  cardinali  e  quattro  ambascia- 
tori, volle  alloggiare  in  questa  ter- 
ra, e  nel  1573  passando  di  qua  d. 
Giovanni  d'Austria  naturale  di  Car- 
lo V,  vi  si  feimò  nella  notte.  Nel 
convento  de'  minori  conventuali  e- 
retto  vicino  alla  piazza,  con  chiesa 
conveniente,  vi  fiorirono  diversi  re- 
ligiosi illustri,  e  vi  furono  tenuti 
alcuni  capitoli  provinciali.  Fin  qui 
il  p.  Civalli.  Il  march.  Ricci  nelle 
Memorie  storiche^  tratta  della  chie- 
sa di  s.  Bartolomeo  fuori  della  ter- 
ra di  Serra  san  Quirico  alla  parte 
occidentale,  fabbricata  per  le  cure 
del  b.  Bartolomeo  terzo  generale 
de'  silvestrini,  consecrata  da  Ram- 
berto  vescovo  di  Camerino  ed  ap- 
partenente all'insigne  monastero  di 
s.  Lucia  entro  le  mura  di  Serra 
san  Quirico  ;  i  silvestrini  lasciarono 
quel  luogo  nel  1527  all'occasione 
che  si  condussero  dentro  il  castel- 
lo ad  ufficiare  la  chiesa  di  s.  Ni- 
colò, la  quale  in  un  all'altra  di 
s.  Bartolomeo  ora  più  non  esiste. 
Fa  poi  menzione  di  Girolamo  Mez- 
zalancia  da  Jesi  generale  de'  silve- 
strini, che  formò  i  disegui  per  vari 
monasteri  del  suo  ordine,  fra' quali 
quello  esistente  di  Serra  san  Qui- 
rico nel  cui  archivio  si  conserva- 
no diversi  suoi  scritti  di  architet- 
tura. 11  Calindri  nel  Saggio  siati- 
stico,  riferisce  che  il  luogo  ebbe 
origine  da  uu  certo  Marco  Attilio 
Serrano,  console  e  triumviro  di 
Roma;  che  soltanto  nella  metà  del 
secolo  X  le  fu  aggiunto  al  nome 
che  avea  di  Serra  quello  di  s.  Qui- 
rico, allorché  il  santo  abbate  Ro- 
mualdo gli  die  quel  santo  per  pa- 
trono, e  la  prima  pietra  del  tem- 
pio maggiore  fu  collocata  nelle  fon- 
damenta dallo  stesso  s.  Romualdo; 
e  che  Plinio  pose  questo  paese  nel- 
la VI  regione  d'Italia,    mentre   il 


276  MAC 

Tarcagnota  ed  il  Compagnoni  vo- 
gliono che  fosse  annoverato  tra  i 
dodici  paesi  spettanti  all'esarcato; 
in  questo  caso  sarebbe  forse  la  Ser- 
ra che  Pipino  restituì  o  donò  al 
Papa  Stefano  III.  Il  Baldassini  nella 
Istoria  di  Jesi,  dice  che  fra  i  ca- 
stelli donati  alla  città  nel  is58  dal 
re  Manfredi,  vi  fu  compreso  Serra 
s.  Quirico.  Nel  i3i3,  dopo  la  mor- 
te di  Enrico  VII,  si  sollevò  contro 
il  rettore  della  Marca,  collegandosi 
con  altri  comuni  a  danno  de'  ma- 
ceratesi. Il  Gritio  nelle  Istorie  di 
Jesi,  narra  ch'era  sotto  la  sua  giu- 
risdizione, e  pagava  annuo  tributo 
con  giurar  fedeltà,  cosi  Rotorscio 
appodiato  di  Serra  san  Quirico  :  di 
Kotorscio,  castrum  Rotorsiutn  seu 
Rodossae,  il  citato  Turchi  ne  rac- 
conta la  vicende,  come  già  domi- 
nato da'  monaci  e  da'  signori  di 
Rovellone,  che  il  cardinale  Albor- 
noz  vendè  nel  i365  per  4^oo  fio- 
rini agli  Smeduzi  o  Smeducci  di 
Sanseverino,  da'  quali  l'ereditarono 
gli  Stelluti  di  Fabriano.  Nel  1 37 1 
fra  i  luoghi  che  fecero  istanza  per 
la  riduzione  della  curia  in  Mace- 
rata, vi  fu  Monte  Filottrano,  sotto- 
scrivendosi al  memoriale  Lodovico 
Apizzoli  di  terra  s.  Quirico  cancel- 
liere del  podestà. 

Importanti  notizie  su  questa  terra 
si  leggono  nelle  due  lettere  su  di  essa 
scritte  dal  eh.  marchese  Filippo  Bruti 
Liberati,  e  pubblicate  colle  stampe 
in  Ripatransone  nel  1840  e  i843: 
ne  faremo  un  brevissimo  estratto 
delle  cose  principali.  Incontro  Ser- 
ra s.  Quirico  fu  già  Cupra  Mon- 
tana; quanto  al  primo  nome  non 
pare  che  interamente  convenga  sul- 
la derivazione  del  Serra  romano , 
credendolo  provenuto  dalla  situa- 
zione. Nel  secolo  XIV  era  sì  po- 
tente, che  gli  anconitani  interpose- 


MAC 

ro  la  loro  mediazione  con  felice  e- 
sito,  perchè  nel  i38o  si  pacificasse 
con  Jesi.  Indi  nel  1397  Bonifacio 
IX  concesse  a  Raniero  ed  altri  del- 
la nobile  famiglia  Simonetti  in  vi- 
cariato per  dieci  anni,  e  quindi  a 
beneplacito,  vari  paesi,  fra'quali  Ser- 
ra s.  Quirico;  concessione  che  ven- 
ne poi  annullata  nel  1408  da  Gre- 
gorio XII.  Il  luogo  continuava  ad 
essere  in  considerazione,  perchè  vi 
risiedè  per  qualche  tempo  il  vesco- 
vo di  Jesi,  come  nel  14^7.  Per  la 
sua  fortezza  fece  lunga  e  terribile 
resistenza  nel  i44^  a  Francesco 
Sforza,  avendo  difeso  la  terra  San- 
te Tanursi  detto  Santino  da  Ripa, 
contestabile  della  fanteria  pontifì- 
cia, che  poco  prima  avea  preso 
parte  alla  sconfìtta  di  quel  valo- 
roso capitano  sotto  le  mura  di  Ri- 
patransone  sua  patria.  Respinti  di- 
versi attacchi ,  le  bombarde  dello 
Sforza  diroccarono  gran  parte  delle 
mura,  e  misero  molti  difensori  fuo- 
ri di  combattimento,  onde  la  piaz- 
za assalita  da  tre  lati  fu  ceduta  per 
capitolazione,  anche  perchè  le  bom- 
barde, allora  poco  note  nella  Mar- 
ca, avvilivano  chi  dovea  esserne  se- 
gno,  ed  incutevano  indescrivibile 
spavento.  Una  di  queste  macchine 
dipoi  i  concittadini  la  portarono 
sulle  mura  della  patria  nel  i48r, 
cioè  quando  uniti  agli  esini  avea- 
no  preso  Osimo,  come  riporta  an- 
cora Girolamo  Baldassini.  Serra  s. 
Quirico  ebbe  i  suoi  uomini  illu- 
stri, tali  pure  furono,  oltre  i  no- 
minali, Benigno  podestà  di  Fabria- 
no, Antonio  Tosi  celebre  medico, 
Clemente  Tosi  dotto  monaco  sil- 
vestrino,  e  l'altro  valente  medico 
Ventroni.  Inoltre  il  clr.  scrittore 
cita  diverse  opere  e  documenti,  ove 
si  possono  attingere  notizie  su  Ser- 
ra s.  Quirico,    e  riporta  J'iscrizio- 


MAC 

ne  che  il  comune  pose  all'arco  trion- 
fale che  innalzò  per  onorare  il  pas- 
saggio del  Pontefice  Gregorio  XVI, 
passaggio  che  celebrammo  già  nel 
voi.  XXII,  p.  273  del  Dizionario, 
ove  dicemmo  che  il  supremo  Ge- 
rarca venerò  la  sacra  Spina  che 
possiede  la  chiesa  di  s.  Lucia  dei 
monaci  silvestrini.  Di  Serra  s.  Qui- 
rico  è  protettore  il  cardinale  Pietro 
Ostini. 

Sassoferrato  (Vedi).  Governo 
nella  diocesi  di    Nocera. 

Genga  (Fedi).  Comune  del  gover- 
no di  Sassoferrato  ,  diocesi  di  Fa- 
briano. 

Matelica  (Vedi).  Città  vescovi- 
le con  governo. 

S.  Anatolia  o  Anatoglia.  Comu- 
ne del  governo  di  Matelica,  dioce- 
si di  Camerino.  Non  si  ha  memo- 
ria della  sua  origine,  solo  si  cono- 
sce che  fu  la  città  umbra  detta 
Ti  ora,  sortita  dalle  macerie  dell'an- 
tichissima città  di  Filetto,  che  tro- 
vavasi  circa  mezzo  miglio  dalla  pre- 
sente terra.  Trovasi  con  territorio 
in  colle,  con  un  paese  che  ha*  este- 
si e  belli  fabbricati  cinti  di  mura. 
"Vi  è  la  collegiata  di  s.  Martino,  e 
vi  si  conserva  e  venera  l'intero  cor- 
po di  s.  Anatolia.  Di  questa  chiesa 
come  del  castello  tratta  il  Turchi, 
Camerinum  sacrimi ,  cos'i  del  mo- 
nastero di  s.  Angelo  in  fra  Ostia, 
poco  lunge  da  questo  luogo  chia- 
mato pure  di  s.  Michele.  Esso  fu 
fondato  nel  ioi5  pei  monaci  ca- 
maldolesi, indi  da  Innocenzo  III 
dichiarato  esente.  In  progresso  di 
tempo  l'ebbe  un  abbate  commenda- 
tario, l'ultimo  de'quali  fu  il  cardi- 
nal Alessandro  Farnese  nipote  di 
Paolo  III,  ch'erogò  le  sue  ren- 
dite per  la  detta  collegiata  di  s. 
Martino,  onde  i  canonici  un  tem- 
po   si    chiamarono    di    s.     Angelo 


MAC  277 

intra  Ostia.  Al  monastero  gli  an- 
tichi conti  del  castello  nel  1180 
donarono  la  metà  della  pieve  di  s. 
Anatolia.  11  march.  Ricci  nelle  sue 
Memorie  attesta  che  gli  agostinia- 
ni si  stabilirono  nel  principio  del 
secolo  XIII  in  sant'Anatolia:  Gual- 
tieri Chiavelli  avea  già  eretto  nel 
1210  un  monastero  sotto  il  titolo 
di  s.  Angelo,  due  miglia  distante 
dai  castello,  in  un  luogo  detto 
l'Eremita,  avendolo  donato  ai  mo- 
naci colla  condizione  che  l'abbate 
dovesse  nominarsi  da  esso  e  dalla 
sua  famiglia  in  progresso,  confer- 
mandolo il  vescovo  di  Camerino, 
ed  il  patto  che  in  ogni  occorrenza 
egli  ed  i  successori  potessero  pren- 
der ivi  alloggiamento  con  tre  ca- 
valli a  spese  dell'abbate  e  del  mo- 
nastero, come  abbiamo  dall'Ascevo- 
lini,  Istoria  di  Fabriano.  Ora  la 
chiesa  appartiene  ai  canonici  di  s. 
Anatolia.  Questa  terra  si  governò 
un  tempo  in  forma  di  repubblica 
per  togliersi  dalla  soggezione  di 
Matelica  .  Scrive  il  Compagnoni 
nella  Reggia  picena,  che  il  castello 
nel  1201  era  in  guerra  con  Ca- 
merino e  Matelica,  per  cui  Inno- 
cenzo III  procurò  pacificarli.  Indi 
nel  I2g3  in  unione  della  Serra, 
di  Sarnano  e  di  altre  comuni,  in- 
festò Matelica  ed  altri  luoghi.  Nel 
i328  n'era  podestà  Berardo  figlio 
di  Gentile  Varani,  nel  qual  tempo 
le  leggi  municipali  furono  riforma- 
te. Poscia  nel  i35i  Sant'Anatolia 
si  collegò  col  ghibellino  Visconti  si- 
gnore di  Milano.  Nel  secolo  seguen- 
te e  nel  i443  si  dovette  arrendere 
a  Francesco  Sforza,  e  poco  dopo  si 
diede  ai  Varani  duchi  di  Cameri- 
no, finche  nel  i5^6  sotto  Paolo 
III  tornò  sotto  il  pieno  dominio 
della  santa  Sede.  Dipoi  Clemente 
XIII  agli  8  luglio    1766  decorò  il 


278                   MAC  MAC 

magistrato  del  titolo  di  senato,  con  tro     Siccome    Beragra    o    Defegra 
l'uso  dell'obito  di    rubbonc.  Pietro  fu  tra    Monte    Fano  e     Filottrano 
Agostino  Boscherini     ci  diede:  Del*  o  Monte    Filottrano,    ed  il    Coluo- 
V acqua     minerale    di     Fontebuono  ci    dice     che     sursero    tali   luoghi  , 
della  terra  di  Sanlanatolia,  e  del-  principalmente     il     secondo,     senza 
le  sue  miniere  e  qualità.;  discorso  nulla    deteriorare  Monte  Fano,  ne 
e  vera  relazione,    Camerino    1673.  parleremo  dicendo  di  Monte  Filot- 
trano. Il  territorio  di  Monte  Fano 
Distretto  di  Recanati.  è  in   monte  e  piano,  assai   popola- 
ta è  la  terra,  con   molti  Fabbricati 
Recatati  {Vedi).   Citta  vescovile  di  mura  con  due  buoni  borghi.  Vi 
con  governo.  è    la    collegiata  di    s.    Donato.  Il 
Monte    Fano.  Comune   del    go-  Compagnoni  citato  nella  Raggia  pi- 
■verno  di   Recanati,  diocesi  di  Osi-  cenaì  ed  il    Martorelli   nelle  Meni. 
reo.  Surse  questa     terra  dalle    dis*  d'Ottimo,  riportarono  alcune  notizie 
sensioni  fra    li    cittadini    di  Fano,  su  Monte    Fano.  Nel    1202  ad    i- 
per  le    guerre   civili,  massime    dei  stanza  d' Innocenzo    III,  si  pacifico 
ghibellini,  e     vi  concorse  la    stessa  con  Recanati,  al    dire  del   Compa- 
ciltà  cui    rimase  soggetta,    come  si  guoni.  Nel    1 37 1   si  unì  a  que'luo- 
rileva  dal  documento  prodotto  dal-  ghi  che    domandarono    al  cardinal 
l'Amiani,  Memorie  istorìclie  di  Fa-  Grirnoaldo    la    riduzione    della  cu- 
no  t.  I,  p.  252,  il  quale  aggiunge  ria   in  Macerata,  sottoscrivendosi  al 
che  questa    colonia  fanese  si  stabi-  memoriale    Cicco     Massi  Vanni    di 
fi  in  amenissimo  colle  con  le  reli-  Recanati  officiale    del  podestà.  Nel 
quie  dell'antica  Veragra  o  Beragra  i3g3   intervenne  in  una  gran  lega., 
colonia  de'romani,    nelle    incursioni  e  nel    1397   gli  mosse  guerra  Gen- 
de'goti  rovinala   e  distrutta,  e  dalla  tile    Varani    signore    di    Camerino, 
posizione   e    dal    nome    della    pa-  primeggiandovi    allora    un  Andrea, 
tria   fu   chiamato   il    castello    Mon-  Nel    14.16  vi  si  stipularono  i  capi- 
te Fano.    AH'  anno  poi    1232     per  toli   tra  i  commissari  della    Chiesa 
gli  odii    cagionati    dalle    discordie  e  Macerata,  e    nel     14^8  Galeotto 
intestine,  l'Amiani  parla  di  que'cit-  Malatesta  signore     di  Rimini  resti- 
tadini  che  abbandonando    Fano  si  tuì  Monte  Fano  a  Martino  V.  Ver- 
portarono  altrove,  e  molti  in  Mon-  60  la  metà  del  medesimo  secolo  fu 
te  Fano,  aumentando  così  il  nume-  due  volte   saccheggiato    dai  soldati 
ro  de'suoi    abitanti.  Siccome    Y  A-  di  Francesco  Sforza,  indi  ricuperato 
miani  trattò  dell'origine  di  questa  da  Giacomo  da    Gaivano;  si  levò 
terra    all'anno   i322,   avverte  che  poi    dal    dominio    di   Osimo ,    nel 
il   Compagnoni    pretende  che  nella  pontificato  d'Innocenzo  Vili,  quan- 
pace  stipulata  nel   i2o3  a  Polveri-  do  Buccolino  s'impadronì  di  quella 
gì,   si    facesse  menzione  di    Monte  città  ribellandola  alla  Chiesa.  Allo- 
Fano,  e    che  errò    nel  dire   che  il  ra  Monte    Fano  si    rese  libero    al 
suo  sigillo  ha  la  forma  di  un  for-  Pontefice,  non  ostante    le  richieste 
tilizio  ,     essendo    come     quello    di  de'recanatesi,  che  con  buona  som- 
Fano  un  tempio  che  assomiglia  per  ma  di  denaro  il  pretendevano^  co- 
altro ad   una  rocca,  e  lo    produce  me    narra    l'Angelita    nell'   Origl- 
ili figura  a  p.  227  insieme  ad  al-  ne  di  Recanati  :  il    Calcagni  nelle 


MAC 

sue    Memorie    dichiara    però    che 
avendo  il  Papa    domandato  a  Re- 
canati aiuto  contro  Osimo,  promi- 
se   ai    recanatesi    in    compenso    la 
terra  di  Monte  Fano,  ma  dopo  la 
presa  della  città    i    montefanesi  a- 
doprarono    ogni    arte    per    essere 
immediatamente  soggetti  alla  Sede 
Bpostolica.  Alcuni    dissero   che  Re- 
canati spinse  contro  Monte  Fano  uo- 
mini armati.    Si    rileva  poi  da  un 
breve  d'Innocenzo    Vili  del   i4^9 
die  la  terra  venne  data  ai  recanatesi, 
perchè  con  esso  liberò  i  montefanesi 
ab  omni  jurisdictione  recanatensis. 
S'ignora    il    tempo    in    cui    Monte 
Fano  fosse  sotto  il  dominio  di  Reca- 
nati. Certo  è  che  il  cardinal   della 
Rovere,  poi  Giulio  II,  legato   alla 
ricupera    d' Osimo,   non    essendovi 
«tato  ammesso  dagli  osimani,si  ri- 
tirò   in  Monte  Fano  e    fu  trattato 
con  tale  ossequio  ed  amorevolezza, 
che  ottenne  dal  Papa  la  grazia  di 
essere  la    terra    soggetta  immedia- 
tamente alla  Sede  apostolica,  venen- 
do totalmente  liberata  dalla  sogge- 
zione di  Osimo    e  di  Recanati.  Ai 
6  maggio   i5oi     nacque  in  Monte 
Fano  Marcello  Cervini    di  Monte- 
pulciano, la  cui     famiglia  erasi  ivi 
stabilita  come  afferma  l'Amiani,  ed 
il  Novaes  dice  che    il  di  lui  padre 
Riccardo  era  tesoriere  della  Marca 
d'Ancona    di  Alessandro  VI.  Dopo 
una  luminosa  ed  esemplare  carrie- 
ra, Marcello  fu  creato  cardinale  da 
Paolo  III,    e  poi  nel   i555    eletto 
Pontefice  col  nome  di  Marcello  II. 
Ricordandosi  del  luogo    in  cui  era 
nato,  gli  condonò  fino  a  nuovo  or- 
dine   la   somma    che    per  ragione 
del    sussidio    triennale  dovea    ogni 
anno  pagare  alla  camera  apostolica, 
e  l'esentò  da  tutte  le  gabelle,  col- 
la   condizione  d'  impiegare    questo 
denaro  nel   risarcimento  del  palaz- 


MAC  279 

zo  del  pubblico,  e  perciò  vi  diresse 
un  pontifìcio  breve  ai5  aprile,  in, 
cui  dichiarava  quanto  stimasse  que- 
sta sua  patria.  Morì  Marcello  II 
dopo  11  giorni  di  pontificato. 

Filottrano.  Città  con  governo, 
diocesi  di  Osimo.  Il  benemerito  con- 
cittadino d.  Silvestro  Rondini  ar- 
cidiacono della  basilica  Lauretana 
lasciò  mss.  le  Memorie  istorichc. 
di  Monte  FiloUrano,  oggi  detto 
Filottrano,  che  il  Colucci  pubblicò 
con  annotazioni  ed  osservazioni  nel 
t.  XXII  delle  Antichità  picene;  di 
tutto  andiamo  a  dare  un  breve  o 
stratto.  Monte  Filottrano,  illustro 
luogo,  chiamato  onorevolissimo  dal- 
l'Avicenna storico  di  Cingoli,  è  si- 
tuato in  elevato  colle  di  temperalo 
clima  tra  Osimo  e  Cingoli,  e  tra 
Jesi  e  Macerata,  quasi  in  egual  di- 
stanza. Il  suo  contado  che  per  più 
di  trenta  miglia  si  estende,  è  do- 
vizioso di  vaghe  ed  ubertose  colli- 
ne, essendo  bagnato  da  un  picciol 
fiume  detto  Fiumicello  che  si  unisce 
al  Montone,  il  quale  dalla  parte 
di  tramontana  ne  bagna  i  confini, 
essendo  popolassimo.  Coll'aumento 
della  popolazione  di  Filottrano  , 
quasi  tutto  il  circuito  delle  mura 
castellane  venne  occupato  ila  par- 
ticolari abitazioni,  come  ve  ne  sono 
ne'sobborghi  ed  in  vari  villaggi  del 
territorio.  Delle  quattro  chiese  par- 
rocchiali, la  prima  è  prepositura  sot- 
to l'invocazione  dell'Assunta,  pre- 
positura già  annessa  alla  chiesa 
di  s.  Maria  di  Tornasano,  fin  dalla 
demolizione  di  questo  castello.  Sot- 
to il  vescovo  cardinal  Lanfredini 
nelle  pertinenze  del  castellare  fu  e- 
retta  la  chiesa  e  cura  della  ss. 
Concezione,  con  smembramento  del- 
la prepositura,  avendo  donato  il  si- 
to la  famiglia  Accoretti.  Il  priorato 
di  s.  Cristoforo  nel  1218  apparicne- 


280  MAC 

Ta  ai   monaci  dell'Avellana  ;  quello 
di  s.  Michele  Arcangelo,  cui  si  unì 
Ja  chiesa  rurale  di    s.  Giobbe,  ha 
Ja  statua  in  pietra  del  Monte  Gar- 
gano, rappresentante    il    santo    Ar- 
cangelo protettore  di  Filottrano,  del- 
la   quale  ne  fece  dono  al  pubblico 
Giustino    Antonio  Gentiloni  ;    quel- 
lo   di  s.    Eusebio,  cui  fu  unita   la 
chiesa  di  s.    Maria  di    Storaco:    la 
chiesa  di    s.  Michele    Arcangelo    è 
collegiata.  Delle  cinque  confraterni- 
te, quella  di  s.  Antonio  abbate,  co- 
me più  ricca,  ha  il  peso  del  man- 
tenimento dell'ospedale  pegl'infermi. 
Vi  furono  inoltre  eretti  due  mon- 
ti, di    pietà  e  il  frumentario.  Pres- 
so la    chiesa    del  ss.    Sagramento, 
un  tempo    eravi  il    monastero  dei 
silvestrini,  a' quali    nel    1282  i  be- 
nedettini    cedettero    l'abbazia   di  s. 
Maria  di    Storaco.    Esistette    già  il 
convento  degli  agostiniani  eretto  nel 
i5ii3    annesso    alla    chiesa    di    s. 
Agostino.    Nel    i5y8    si     fondò     il 
monastero    delle     monache     di    s. 
Chiara;    nel    i553   venne    edificato 
il  convento  de'cappuccini,  traslata to 
altrove  nel    161 3.  In  Tornasano  si 
fondò    il   convento    de'  minori  con- 
ventuali, come  risulta  da  un  docu- 
mento del    i336,  nello  stesso  seco- 
lo trasferito  in  Filottrano,  con  chie- 
sa anticamente  dedicata  a  s.     Roc- 
co.    Ne    tratta    pure    il  p.     Civalli 
nella  Visita  triennale,  presso  lo  stes- 
so Colucci  tom.  XXV,    pag.    io3. 
Egli  dice  che  illustrò  questa  patria 
Giulio  Santucci    conventuale    e  ve- 
scovo di  s.    Agata  de'  goti,  lettera- 
tissimo,  impiegato  da  Clemente  Vili 
e  Paolo  V    nelle  controversie   tra  i 
domenicani  e  i  gesuiti.  Nel  convento 
furono  tenuti    alcuni    capitoli    pro- 
vinciali. Altri    conventuali    e  citta- 
dini   illustri    fioriti    nel    convento, 
furono  i  pp.  Gio.  Angelo  Baratta  ni 


MAC 

e  Giuseppe  Maria  Accoretti.  Sotto 
il  titolo  di  ti.  Maria  degli  Angeli  e 
di  tutti  i  santi  fondò  la  congrega- 
zione de' cappellani  o  sia  le  dieci 
cappellanie  d.  Alessandro  Antonio 
Gentiloni,  accresciute  dalla  sorella 
Gio.  Battista;  congregazione  che  ha 
l'arciprete  per  superiore. 

Per    antica    tradizione    si    ripete 
l'origine  del  luogo  da  Ottrano,  uno 
de'  longobardi    occupatoli  d'  Italia, 
e  dai  di    lui  figli,   come  apparisce 
dal  nome  antico  della  terra  :  Mons 
Filiorum    Optranit  che    1'  eressero 
colle  macerie  della     distrutta    città 
di   Veragra  o  Beragra,  colonia  de- 
gli   antichi     romani,  situata    al  dir 
di  Plinio     nel     Piceno    tra    Osimo 
e  Cingoli  :  ciò    non     è    sufficiente 
prova,  riflette    il    Colucci,     perchè 
Plinio  nominò    le  città  e   i   luoghi 
per  ordine    alfabetico.  Ammessa   la 
testimonianza    di    Plinio,  viene    ri- 
conosciuta la  situazione  ove  esistette 
Veragra    tra    Monte    Filottrano    e 
Monte  Fano,  come  luoghi  alle  det- 
te due  città  intermedi ,  e  circa  un 
miglio  lungi  da  Filottrano,    ubica- 
zione che  riconobbe  ancora  il  Tur- 
chi nel  Camerinum  sacrimi.  Laon- 
de in  riflesso   de'monumenti  rinve- 
nuti, l'agro  di  Filottrano  e  Monte 
Fano  spettò  all'illustre  antica  colo- 
nia, per  cui  ciascuna  di  dette  terre 
può  ripetere    a  ragione  la  medesi- 
ma discendenza.  Quanto  alla  distru- 
zione  di    Veragra  si  arguisce     con 
fondamento     opera    di     Alarico     re 
de'goti,  e  si  ritiene  che  fosse  stala 
opulente  e    ricca.    Venuti  i  longo- 
bardi   a    manomettere    quanto    era 
avanzato  ai  goti  o  nel  breve  spazio 
di    tempo    risorto,   succedendo     la 
mancanza     della     coltura    e     delle 
arti,  ciò    che  produsse    le   penuria 
de'generi  e  di  tuttociò  ch'è  sosten- 
tamento ad  un  regno,  si  accorsero 


MAC 

i  longobardi  dell'  errore  commesso, 
e  richiamati  i  popoli  dispersi  gli 
aiutarono  al  restauro  degli  abita- 
ti ed  al  ristabilimento  della  colti- 
vazione. Si  congettura  che  quelli 
della  distrutta  Veragra,  divisi  da 
spirito  di  partito,  in  due  diversi  col- 
li la  costruzione  formarono  del  lo- 
ro asilo,  uno  cioè  nel  colle  poi 
detto  Monte  Fano,  l'altro  in  quel- 
lo chiamato  Monte  Filottrano,  cui 
dierono  mano  a  costruirlo  Ottrano 
e  i  suoi  figli.  Già  il  Colucci  sino  dal 
t.  Ili  delle  Antichità  picene  a  p.  1 8 1 
avea  pubblicato  una  dissertazione 
epistolare  diretta  a  d.  Luca  Fan- 
ciulli canonico  della  chiesa  Osima- 
na ,  con  questo  titolo:  Dell* antica 
città  dì  Veregra.  Di  questa  disser- 
tazione daremo  un  sunto,  prima 
di  proseguire  i  cenni  storici  di  Fi- 
lottrano. Il  Colucci  incomincia  a 
dimostrare,  che  secondo  la  presente 
pronuncia  il  nome  della  città  fu  V e- 
regra,  e  veregranì  quello  del  popo- 

►  lo;  e  che  Plinio  scrisse  beregraniy 
mentre  doveasi  dire  veregrani  e  non 
veragrani.  Passa  a  dichiarare  che 
Veregra  non  fu  nella  regione  Pre- 
tuziana  posta  di  là  dall'  Elvino  o 
o  Tesino,  e  il  Sa  li  nello,  e  precisa- 
mente in  Civilella  come  vorrebbe 
il  Cluverio.  Nega  che  Veregra  fosse 
nel  luogo  ove  ora  giace  Monte  da- 
naro nella  provincia  Permana,  man- 
cando monumenti  che  lo  provino; 
bensì  stabilisce  che  fu  tra  Monte 
Fano  e  Monte  Filottrano,  appog- 
giandosi alle  autorità  del  mss.  del 
can.  Rondini  ed  alle  ricerche  del 
dotto  can.  Turchi,  nella  valle  o 
piano  ch'è  Ira  i  due  luoghi,  anche 
pei  documenti  che  producono  i  fi- 
lottranesi  e  montefanesi3  ed  ezian- 
dio per  le  anticaglie,  ruderi  ed  a- 
vanzi  che  tuttora  si  vedono,  e  per 
le  monete,   marmi  lavorati  e  pavi- 


MAC  281 

menti  di  mosaico  che  si  rinvenne- 
ro nella  valle.  Il  can.  Reposati  pu- 
re riconosce  l'esistenza  di  Veregra 
nel  sito  indicato,  come  quello  che 
essendo  stato  prevosto  in  Monte 
Fano,  ebbe  comodo  di  ben  rilevare 
ciò  che  asseriva;  anzi  fece  mettere 
nelle  mura  esteriori  della  nuova 
collegiata  un  frammento  d'antica 
lapide,  dalla  quale  si  raccoglie  che 
Veregra  fu  colonia  romana,  che  già 
aveva  accennato  Dalbo  Mensore  pres- 
so Frontino.  N'erano  confinanti  Co- 
simo, Ricina,  forse  Potenza,  Tre- 
ia,  Cingoli,  Cupra  Montana  e  Ple- 
nina.  Indi  il  Colucci  passa  a  par- 
lare de'  monumenti  superstiti  di 
Veregra,  da  uno  de' quali  si  crede 
che  il  territorio  di  Appigliano  fosse 
appartenuto  in  parte  ai  veregranesi, 
nel  qual  territorio  furono  rilegati 
i  ss.  martiri  osimani,  Antimo,  Si- 
sinio  e  Dioclezio.  Termina  il  Co- 
lucci  col  dire  della  decadenza  di 
Veragra,  e  che  da  essa  risorsero 
susseguenlemente  altri  luoghi,  co- 
me Montefano  ,  e  Monte  Filottra- 
no principalmente,  e  che  il  Turchi 
ed  il  Fanciulli  furono  di  parere 
aver  avuto  Veregra  anche  la  sua 
cattedra  vescovile. 

Il  Rondini  produce  un  documen- 
to della  cronaca  di  Farfa,  dal  qua- 
le rilevasi  che  que'monaci  nel  se- 
colo VII  possedevano  pingue  e  co* 
spicua  corte  o  tenuta,  nel  luogo 
detto  Monte  Polesco,  villaggio  del 
territorio  filottranese,  che  con  ti- 
tolo di  contea  passò  alla  nobile 
famiglia  Lavini,  una  delle  dovizio- 
se e  principali  di  Filottrano.  Dal 
medesimo  documento  ne  trae  con- 
ferma che  i  primi  fondatori  della 
patria  furono  i  figli  di  Ottrano, 
nel  sito  occupato  dal  padre  longo- 
bardo. Il  Colucci  aggiunge  che  il  ca- 
stello o  villa  di  Monte  Polesco  dopo 


281  MAC  MAC 

essere  stato  posseduto  lunghissimo  spettare  a  Filottrano:  tuttavolta 
tempo  dai  monaci  farfensi,  ai  qua-  si  ha  che  nel  1204  era  nel  con- 
li  lo  confermarono  nel  ioi3  Be-  tado  Osimano,  nel  i3o8  seguitava 
nedetto  Vili,  e  nel  11  18  Enrico  nella  sua  giurisdizione,  ed  Eugenio 
V,  passò  alla  nominata  famiglia  IV  glielo  restituì  nel  i44^>  giacché 
Lavini,  il  conte  Giuseppe  della  nel  i36o  era  stato  ceduto  ai  fi- 
quale  eresse  sulla  facciata  della  chie-  lottranesi  dal  rettore  della  Marca, 
sa  della  contea,  dedicata  alla  Ma-  Ivi  fu  una  chiesa  di  s.  Agata,  ed 
donna  della  Neve,  una  lapide  che  il  castello  più  non  esiste.  Storaco 
dice  averla  lui  fabbricata.  Ivi  ogni  con  chiesa  di  s.  Maria  che  appar- 
anno  per  autorità  sovrana  si  fa  tenne  ai  benedettini,  ed  un  tempo 
una  fiera  franca  ed  immune.  Nel  ci  visse  ritirato  s.  Bonfiglio  giù 
territorio  filottranese  esisterono  an-  vescovo  di  Foligno;  nel  12.58  essen- 
ticamente  alcuni  castelli,  che  sono  do  villa,  il  re  Manfredi  la  cedette 
i  seguenti,  e  sui  quali  se  ne  pos-  a  Jesi.  Tornasano  nel  1271  con 
sono  leggere  le  notizie  nel  Fanciul-  Storaco  appartenevano  alla  giuris- 
ii ,  Osservazioni  alle  antichità  di  dizione  della  mensa  episcopale  di 
Cingoli,  e  nel  Martore! li,  Memorie  Osimo  ,  cui  la  avea  ceduta  la  cit- 
d' Osimo.  Mon toro  esisteva  nel  1 164,  tà  per  vendita,  secondo  il  Marto- 
ora  villaggio  che  in  parte  era  dei  relli,  perchè  Osimo  sino  dal  1200 
monaci  classensi;  più  tardi  v'ebbe  possedeva  per  dedizione  Tornasano. 
pur  dominio  il  comune  d'Osimo.  E  siccome  il  Martorelli  riferisce 
Cerqua  era  nel  colle  al  presente  che  colla  demolizione  di  Tornasa- 
chiamato  Castellare,  poi  possidenza  no  e  Storaco  il  comune  d'Osimo 
degli  Accoretti.  Nel  1  189  si  diede  rifabbricò  Filottrano  verso  il  secolo 
ad  Osimo,  per  liberarsi  dalle  pre-  XIII,  il  Rondini  produce  contrari 
tensioni  di  Filottrano,  allora  esente  documenti  per  provare  che  Filot- 
dall'osimana  giurisdizione,  e  gover-  frano  dipendendo  dalla  Chiesa,  per 
nata  da  un  podestà  o  meglio  da  la  sua  costante  fedeltà  fu  restau- 
consoli.  Molte  controversie  vi  furo-  rato  dai  rettori  della  Marca, 
no  tra  Filottrano  ed  Osimo  sulle  Non  potendo  Marcualdo,  fatto 
pertinenze  del  castello  di  Cerqua  marchese  della  Marca  Anconitana 
che  Eugenio  IV  nel  i44^  decise  da  Enrico  VI,  riceverne  l'investitu- 
a  favore  degli  osimani.  Casarola  ra  da  Innocenzo  III,  saccheggiò 
esisteva  nel  1177,  e  si  diede  ad  chiese,  e  diroccò  terre  e  castelli, 
Osimo  nel  1206,  indi  come  cara*  fra'  quali,  al  dire  del  Martorelli, 
pagna  passò  al  possesso  dei  Pai-  Filottrano,  Tornasano  ed  altri  Juo- 
mucci  :  nel  secolo  XIV  i  vescovi  ghi,  i  cui  abitanti  si  rifugiarono 
di  Osimo  vi  aveano  il  proprio  in  Osimo,  al  quale  si  die  nel  1200 
palazzo.  Cerlongo  oggi  contrada  Filottrano.  Il  Rondini  ripugna  al 
s.  Agata  con  chiesa.  Nel  1204  fu  documento  prodotto  sul  preteso 
restituito  dai  cingolani  alla  chiesa  dominio,  e  confuta  il  Martorelli 
di  s.  Leopardo  e  alla  città  d'Osimo,  anche  sul  dominio  di  altri  castel- 
ma  nel  i25o  per  indulto  del  cai-  li,  come  dedizioni  di  particolari 
dinal  Capocci  tornò  alla  soggezio-  persone  non  del  pubblico,  dichia- 
ne di  Cingoli.  Sant'Angelo  non  pa-  rando  che  mai  Filottrano  si  sogget- 
re   edificato    dagli    osimani  ,    ma  tò    ad  Osimo,    perchè   avea  libero 


MAC  MAC                   283 
il  governo,  eleggeva  il    podestà,  ed  nernle.  e  nel    1 383     colle  genti  di 
avea  proprie  leggi.  Il   Colucci  però  Monte  FaQO  e  Recanati  cacciarono 
osserva    che    Filottrano    per  giudi-  da  Osimo    alcuni     malviventi    che 
ziale    sentenza    appartenne  agli    o-  aveano    cercato    ribellare    la  città, 
simani,    che    ne    presero    possesso,  Nel   i3o,3    dopo  la  morte    di  Boi- 
che  Urbano  VI  confermò  con  boi-  drino  rinnovò  la    lega  con  diverse 
la,  e  più    tardi  lo    dichiarò  Enge-  comunità,  ma  accresciute  nella  Mar- 
nio  IV.   Nel   confessare    il  Rondini  cale  rivoluzioni  e  prepotenze,  Mo- 
che  nel    I2i4  Aldobrandino  Esten*  starda    da     ForPi     rimise    all'obbe- 
se    marchese    della     Marca    ampliò  dienza    della  Chiesa    tutta    la    pro- 
si dominio  di    Osimo  coi  castelli  di  vincia.  In  questo  tempo  Monte  Fi- 
Tornasano,  Casarolo,  Cerqua,  ec.   e  loltrano    godeva  la     protezione    di 
con    Monte    Filottrano ,  e    che  al-  Pandolfo  de'Malalesti,  coi   titoli  dì 
trettanto  fece  il  rettore  Manfredi  e  rettore ,    difensore    e    governatore, 
diversi  brevi  pontificii,  dice  che  O-  Sotto  Giovanni   XXIFI  Ladislao  re 
siroo  con  denaro  si   procurò  siffatti  di  Napoli   tentò    il  conquisto  della 
domimi.    Egli    non    convenendo  al  Marca,  e   siccome     Filottrano    era 
devastamento    di    Filottrano     sotto  aderente  ai  Malatesta,  la  lega  fatta 
Marcualdo,  piuttosto  l'attribuisce  a  contro  di  essi    nel    i4»6  V  assediò 
Federico  II,  cui    aderirono  gli     o-  per  Braccio  da  Montone,  e  nel  se- 
simani,  perciò  da  Gregorio  IX  pu-  guente  anno  fu  fatta  la  pace.  Ver- 
niti   e   privati  de'privilegi  e  vesco-  tendo  lungo    litigio   col  comune  di 
vato,  ed    allora  poterono  i   rettori,  Cingoli   pei    confini  ,    compromesse 
non  gli    osimani,  riedificar  Filottra-  le  parti  nel   cardinal  legato  Astor- 
no,    ove     mandarono     ad     abitarvi  gin,  nel    14.28  questi  pronunziò    il 
quelli    di  Storaco,  a'quali  il  rettore  suo  laudo     di  concordia    in  Monte 
san     Benvenuto     vescovo    d'  Osimo  Rubbiano.    Contro  Eugenio  IV  in- 
proibì  rifabbricar    il  castello.  Nelle  vasa  la  Marca    da  Francesco  Sfor- 
funeste  guerre  civili  de'guelfi  e  ghi-  za  nel    i433,    occupò  pure     Monte 
bellini,  Filottrano  si   mantenne  nel-  Filottrano    per  capitolazione,     nella 
la  divozione    del  Pontefice.  Intanto  quale    fu     accordato  dal     conte    di 
mentre  il  cardinal   Albornoz    rasset-  conservarlo     libero  e    indipendente 
tava    le  cose  di    Roma    e  del  Pa-  da    qualunque    soggezione    fuori  di 
Irimonio,  fra  Morreale    cavaliere  di  quella    della    santa    Sede    com'era 
Rodi  con  una  compagnia  di  ventu-  stalo  in  passato,  ponendovi  per  po- 
ra  prese  e    saccheggiò    più  luoghi,  desta  Gio.  Marco  Cima  da  Cingoli; 
fra 'quali  Filottrano  e  Monte  Fano  ma  nel    i443  le  armi    di  Alfonso 
con  grande  strage  nel  i353.  Monte  d'Aragona    comandate    da    Piccini- 
Filottrano  ricorse  al  rettore  perchè  no,  riconquistarono  ad  Eugenio  IV 
venissero    restituiti    da  Osimo  quei  la  Marca,    e    con     essa  Filottrano, 
cittadini    ivi    rifuggiti,   con  gli  uo-  ciò  che  nel  seguente    anno  ricupe- 
ro ini    di    Tornasano,    Cerqua    e  s.  rò  Io  Sforza,  venendo  quindi  fatto 
Angelo,    dopo  la    disavventura    di  dal    Papa    marchese    della    Marca. 
fra  Morreale,  come    luoghi  dipen-  Ribellatosi  al  marchese   il  suo    ge- 
denti  da  Filottrano.  Il  comune    nel  nero  Sigismondo    Malatesta,   gl'in- 
1372   si    unì    a  quelli    perchè    si  vase    molti  dominii,  quando   Sigis- 
slabilisse  iu   Macerata  la  curia  gè-  mondo  da   Fano  spedì  nella  Mar- 


284  MAC 

ca  Jacopo  da  Gai  vano,  che  occupò 
Filottrano,  Monte  Fano,  ed  altre 
terre.  Allora  lo  Sforza  volendo  ri- 
prenderle, mosse  alla  volta  di  Fi- 
lottrano, e  la  cinse  d'assedio,  onde 
per  mancanza  d'acqua  e  di  frumen- 
to, dopo  due  giorni  si  diede,  co- 
me fece  Appigliano  che  per  paura 
avea  ceduto  a  Jacopo.  Terminate 
le  turbolenze  della  guerra,  il  ca- 
stello nel  pontificato  di  Nicolò  V 
fu  afflitto  dalla  peste,  ed  è  tradi- 
zione che  allora  si  erigesse  la  chiesa 
di  s.  Rocco  fuori  delle  mura  castel- 
lane. Neil'  aprile  del  1466  seguì 
un'ostile  scorreria  di  alcuni  osi- 
mani  uniti  co'soldati  stipendiati  del 
duca  Federico  d'  Urbino ,  d'ordine 
del  consiglio  e  priori  della  città 
d'Osimo,  nel  territorio  di  Monte 
Filottrano,  dove  depredarono  alcu- 
ni animali,  e  fecero  prigioni  diver- 
si cittadini  ch'erano  in  villa  e  che 
poi  rilasciarono  al  ponte  Musone, 
portando  seco  loro  il  solo  bestia- 
me. I  filottranesi  ricorsero  al  giu- 
dice della  curia  generale,  ch'ema- 
nò la  condanna  di  duecento  ducati 
d'oro  per  testa.  Gli  osimani  appel- 
larono a  Paolo  II,  il  quale  mode- 
rando la  sentenza,  la  ridusse  in 
tutto  a  ducati  trecento  d'oro.  Ter- 
mina il  Piondini  le  sue  Memorie, 
che  la  sua  patria  richiese  la  facol- 
tà di  eleggersi  il  proprio  podestà, 
diritto  toltogli  dallo  Sforza;  n'eb- 
be vantaggioso  rescritto  da  Cali- 
sto III,  favorendo  molto  il  pubbli- 
co Sisto  IV  con  un  breve  emanato 
nel  i483.  Qui  termina  la  storia 
del  Rondini,  dichiarando  il  Coluc- 
ci,  che  Pio  VI  riconoscendo  il 
merito  dell'antichissima  terra,  l'in- 
nalzò al  grado  nobile  di  città,  coi 
relativi  onori  e  prerogative  delle 
altre  città  della  Marca,  e  il  nome 
antico    di    Monte  Filottrano    restò 


MAC 

fino  da  quel  punto  cangiato  in  quel 
di  Filottrano.  Il  breve  di  tal  ere- 
zione, Inter  multiplices,  emanato  ai 
24  agosto  1790,  si  legge  nel  t. 
VIII,  pag.  509,  del  Bull  Roni. 
Continuano.  Di  Filottrano  parla 
ancora  il  Compagnoni  nella  Reggia 
picena.  L'Avicenna  nelle  Memorie 
di  Cingoli  lo  chiama  terra  onore- 
volissima, e  dice  che  con  autorità 
pontificia  per  qualche  breve  tem- 
po venne  sottoposto  alla  soprain- 
tendenza  de'gonfalonieri  del  comu- 
ne di  Cingoli;  di  alcuni  suoi  qua- 
dri discorre  il  marchese  Ricci  nel- 
le Memorie  storiche  ;  e  che  è 
cosa  incerta  che  ivi  si  coniassero 
monete  dopo  il  1797,  Io  dichiara 
l'avv.  de  Minicis,  Cenni  di  Fermo, 
p.  107.  Vi  sono  poi  tuttora  i  cap- 
puccini, i  conventuali,  e  le  mona- 
che Clarisse,  ed  oltre  le  loro  chie- 
se ve  ne  sono  altre  sette  parroc- 
chiali. Il  popolo  fìlottranese  si  mo- 
strò in  ogn'  incontro  attaccatissimo 
alla  santa  Sede,  massime  negli  ul- 
timi tempi  della  straniera  invasione. 
Vi  si  tengono  quattro  fiere  l'anno, 
ogni  venerdì  vi  sono  buoni  mer- 
cati, e  vi  è  particolar  industria  nei 
lavori  di  ferro,  specialmente  coltel- 
li e  forchette,  e  ornamenti  di  osso. 
In  Filottrano  esiste  una  bella  villa 
fatta  dal  conte  Telesforo  Carradori, 
un  miglio  circa  lontana  dalla  cit- 
tà, chiamata   Cento  finestre. 

Monte  Santo.  Governo  nella  dio- 
cesi di  Fermo.  Cospicuo  borgo  mol- 
to popolato,  posto  in  ameno  colle, 
circa  un  miglio  dalla  destra  riva 
del  fiume  Potenza  che  bagna  que- 
sto territorio.  È  molto  vagamente  co- 
struito, e  regolari  sono  i  suoi  edifizi 
circondati  di  mura.  Si  rimarca  da 
lungi  la  torre  ch'è  la  bellissima  di 
quante  ne  esistono  nelle  terre  della 
provincia  di  Macerata,  appartenente 


MAC 
al  comune.  La  pubblica  piazza  in  par- 
te occupa  l'area  della  chiesa  diru- 
ta da  più  anni,  e  già  principale  e 
collegiata  di  s.  Stefano,  ove  si  di- 
ce esservi  stata  una  prodigiosa  im- 
magine della  Beata  Vergine  che 
frequentemente  era  venerata  dai  di- 
voti. Ve  n'ha  però  mia  in  un  tem- 
pietto suburbano  di  juspatronato 
della  famiglia  Mazzagalli,  posto  a 
pochi  passi  dalla  porta  s.  Giovan- 
ni, venuta  in  gran  venerazione  ver- 
so la  fine  dello  scorso  secolo.  I 
campestri  dintorni  sono"  deliziosi,  e 
dal  lato  più.  ameno,  ove  dimorano 
i  cappuccini,  si  ammira  in  distan- 
za la  ragguardevole  villa  della  no- 
bile famiglia  Bonaccorsi,  ornata  di 
giardini,  boschetti,  giuochi  d'acqua, 
e  di  altri  piacevoli  solazzi.  Tra  gli 
uomini  illustri  che  uscirono  da  que- 
sta famiglia,  nomineremo  i  cardi- 
nali Bonaccorso  Bonaccorsi  nato  in 
Monte  Santo,  creato  cardinale  da 
Clemente  IX  nel  1669;  e  Simone 
Bonaccorsi  nato  in  Macerata,  fatto 
cardinale  da  Clemente  XIII  nel 
J  763.  All'articolo  Braschi  Fami- 
glia  (Fedi)  dicemmo  che  d.  Giulia 
pronipote  del  glorioso  Pio  VI  si 
maritò  al  conte  Bonaccorso  Bonac- 
corsi. Nella  soggetta  pianura  tro- 
vasi l'antica  e  ricca  abbazia  di  Po- 
tenza, e  sulla  riva  del  mare  Adria- 
tico una  fabbrica  fortificata ,  ove 
sono  gli  uffizi  di  finanza  con  la 
forza  armata,  e  chiamasi  il  Porto 
di  Monlesanlo.  Molti  collocano  nel- 
le vicinanze  l'antica  e  famosa  città 
di  Potenza  Picena,  non  Pollenza , 
già  colonia  romana,  e  vogliono  che 
dalle  sue  rovine,  cagionate  dai  goti, 
questo  paese  fosse  costruito.  In  fine 
diremo  delle  sue  memorie,  sebbe- 
ne il  Colucci  si  dichiari  più  per 
Recanati  o  per  Monte  Lupone,  ciò 
che  non  intendiamo  contraddire,  né 


MAC  285 

affermare  in  favore  di  Montesanto. 
Ecco  poi  quanto  il  p.  Civalli  scri- 
ve di  Montesanto  nella  Visita  trien- 
nale, presso  il  Colucci ,  antichità 
picene  tom.  XXV,  pag.  48  e  seg. 
Il  Biondo  chiamò  questa  terra,  no- 
bile oppidum,  vicino  alla  quale  fu 
già  la  città  di  Potenza  ;  così  la  no- 
minarono Strabone,  Plinio  e  To- 
lomeo, e  da  questi  fu  annoverata 
fra  le  prime  città  picene,  non  doven- 
dosi credere  al  Volterrano  che  la 
chiamò  Trajana  Potenda3  poiché 
furono  due  città  nella  Marca  con 
egual  nome,  Potenza  marittima  e 
littorale  vicino  al  mare,  e  Potenza 
Trajana  o  mediterranea.  Montesan- 
to è  terra  con  porto  e  bellissimo 
stagno,  con  due  fiumi,  il  Potenza 
e  l'Asola,  e  di  territorio  fruttifero. 
Dell'origine  di  Montesanto  evvi  que- 
sto documento,  esistente  nel  libro 
de'  privilegi  del  vescovo  di  Fermo. 
De  anno  1128.  Libertus  episcopus 
firmanus  donavi t  habilatoribus  Mon- 
tis  sancti  Stephani,  fodrum  ,  ut  di- 
ctam  terram  aedificarenl,  sibi  re- 
servando jus  procedendi  in  homi- 
cidiis,  adulteriisy  et  similibus  cri- 
minibus:  nec  non  f acuita tem  recipien- 
di  in  dieta  terra  imperatorem  et 
d.  Papani.  Da  questo  Monte  di  s. 
Stefano,  così  detto  dalla  chiesa  ma- 
trice, prese  il  nome  di  Monte  Santo. 
Lo  stemma  del  comune  si  compo- 
ne di  cinque  monti,  per  le  cinque 
ville  che  ad  esso  si  unirono  e  in- 
corporarono. In  un  arco  presso  la 
porta  di  s.  Giovanni  si  legge  l'an- 
no MCC.  Nella  cancelleria  del  pa- 
lazzo de'  magistrati  si  conservano 
alcune  lettere  scritte  in  pergamena 
dalla  repubblica  di  Venezia  alla  ter- 
ra di  Monte  Santo ,  partecipando- 
gli la  morte  dei  dogi  e  l'elezione 
dei  nuovi.  Patrono  di  Monte  Santo 
è  s.  Girio,  il  quale  morì  in  questo 


nSG  MAO 

territorio,  e  sì  tiene  fermamente  che 
il  suo  corpo  riposi  nella  chiesa  a 
lui  dedicata,  e  la  sua  festa  si  ce- 
lebra a'  a5  maggio.  Riporta  il  No- 
vaes  nella  vita  di  Benedetto  XIV 
die  questo  Papa  nel  ij^i  appro- 
vò il  culto  immemorabile  del  b. 
Girio  de'  conti  Lunelli  di  Lingua- 
doca,  il  quale  partendo  per  Ro- 
ma, e  da  questa  pei  luoghi  santi 
di  Palestina,  prima  di  giungere  ad 
Ancona  nel  secolo  XI 11  mon  presso 
l'antica  Potenza.  La  sua  morte  fu 
annunziata  dal  suono  miracoloso 
delle  campane,  onde  i  vicini  popoli 
accorsero  per  contrastarsi  il  suo  cor- 
po. Questo  non  potendosi  per  virtù 
divina  rimuovere  con  forza  alcuna, 
fu  proposto  con  altro  prodigio  da 
un  bambino,  che  il  corpo  fosse  po- 
sto in  un  carro  tirato  da  due  gio- 
venchi senza  condottiero ,  i  quali 
ferma ronsi  in  luogo  detto  Colom- 
bario non  lungi  da  Monte  Santo, 
dove  restò  col  titolo  di  protettore. 
Nel  i43 1  il  comune  incominciò  u 
celebrarne  la  festa  di  precetto,  e 
Pio  li  nel  1460  concesse  l'indul- 
genza di  dieci  anni  ed  altrettante 
quarantene  a  chi  visitasse  la  chie- 
sa del  b.  Girio  nel  giorno  di  sua 
festa.  La  di  lui  vita  è  ne*  Bollan- 
disti,  Ada  ss.  man  t.  VI,  die  i5. 
Alessandro  Marinucci  ci  diede  :  Vi- 
ta, culto  e  miracoli  di  s.  Girio 
conjessore,  Roma    1766. 

11  p.  Civalli  aggiunge  che  giu- 
stamente il  Biondo  chiamò  Monte 
Santo  terra  nobile,  poiché  fu  tale 
pegli  uomini  illustri  che  in  ogni 
tempo  vi  fiorirono.  Sebastiano  Pa- 
parello  fu  pubblico  lettore  di  me- 
dicina in  Perugia  ,  e  lasciò  alcune 
opere.  Arcangelo  Mercenario  fu  let- 
tore di  filosofia  nello  studio  di  Pa- 
dova, ancor  egli  autore  di  opere 
pregiate.  Orazio   Eugeni    nobile  di 


MAC 
Monto  Santo  insegnò  logica  in  Ma- 
cerata, e  medicina  in  Roma,  To- 
rino e  Padova;  lasciò  anch'egli  ope- 
re mediche.  11  di  lui  padre  Lodo- 
vico fu  celebrassimo  medico,  caio 
assai  a  Clemente  VII,  al  cardinal 
Rodolfo  Pio  e  sua  famiglia  :  la- 
sciò quattro  figli  ,  Simone  e  Fa- 
bricio  dottori  di  legge,  il  primo 
uditor  di  rota  iu  Perugia,  l'altro 
lettore  in  Macerata  e  Roma  ;  Le- 
lio cavaliere  di  Loreto,  ed  Orazio 
filosofi),  teologo  e  medico  lodato. 
Tra  gli  altri  dottori,  merita  men- 
zione Ventidio  Zamberlani.  Di  Mon- 
te Santo  furono  pure  Ridolfo  Cor- 
raducci  consigliere  e  ambasciatore 
cesareo  al  Papa  e  ad  altri  princi- 
pi d'Italia,  che  divenne  la  terza 
persona  dell'  impero;  ed  il  vescovo 
di  Teramo  Vincenzo  domenicano 
commissario  del  s.  cttìzio.  Nomine- 
remo pure  Prospero  Marefoschi  ma- 
ceratese nato  in  Montesanto,  crea- 
to cardinale  da  Benedetto  XIII  nel 
1724.  11  convento  de'  minori  con- 
ventuali di  antichissima  fondazione, 
ed  eretto  sul  monte  di  s.  Nicolò , 
esisteva  nel  1257  in  cui  Gerardo 
vescovo  di  Fermo  gli  donò  un  pez- 
zo di  terra,  poi  data  a  chi  cede  il 
sito  per  fabbricar  la  chiesa  di  s. 
Francesco.  Fiori  in  questo  conven- 
to il  b.  Gerardo  da  Montesanto, 
che  forse  morì  in  Asisi.  In  esso 
furono  tenuti  molti  capitoli  gene- 
rali, e  in  quello  del  i5g4  fu  elet- 
to provinciale  lo  stesso  p.  Civalli 
che  nel  suo  provincialato  e  visita 
triennale  raccolse  le  sue  importanti 
memorie  storiche.  Tra  i  benefattori 
del  convento  è  a  mentovarsi  Giu- 
lio Picchini.  Sulle  notizie  ecclesia- 
stiche di  Monte  Santo,  si  può  ve- 
dere il  Catalani,  De  ecclesia  Fir- 
mana  p.  5iy  i3y,  i54>  162  e  356. 
II  march.  Ricci  nelle  Memorie  sto- 


MAC 
ricb*}  dice  che  nel   1294  ebbero  i 
frati  minori  di  Monte  Santo,    dal 


vescovo  di  Fermo  Fili 


ppo, 


la  chiesa 


di  s.  Nicolò,  eh'  era  monastica  ;  e 
che  Giuseppe  Verzelli  da  Cameri- 
no disegnò  le  torri  innalzate  pres- 
so il  porto  di  Moute  Santo ,  ed 
altre  lungo  la  spiaggia  dell'  Adria- 
tico. 

Il  Compagnoni,  Reggia  picena, 
riporta  le  seguenti  notizie  su  Mon- 
te Santo.  Nel  1202  era  del  parti- 
to fermano  nella  celebre  pace,  che 
si  conchiuse  per  le  sollecitudini  di 
Innocenzo  111,  dicendo  che  l'antica 
Potenza  marittima,  sotto  la  città 
di  Recanati,  fu  per  vicinanza  più 
prossima  a  Monte  Santo.  Il  Maran- 
goni nelle  Memorie  di  Civitanova, 
narra  che  nel  1289  Gregorio  IX 
concesse  a  Monte  Santo  sul  suo  com- 
mercio il  medesimo  privilegio  che 
avea  accordato  a  Civitanova.  Nel 
1288  fu  uno  de'  luoghi  in  cui  si 
pubblicò  il  nuovo  studio  di  Mace- 
rata. Nel  i3o8  si  armò  contro  Je- 
si e  Macerata  con  altre  città  e  ter- 
re della  Marca  che  seguivano  il 
partito  ghibellino;  quindi  nel  i35i 
entrò  in  lega  con  Giovanni  Visconti 
capo  di  tal  fazione.  Nel  1371  operò 
con  altre  terre  che  la  curia  ritor- 
nasse in  Macerata,  sottoscrivendosi 
perciò  alla  supplica  data  a  Grego- 
rio XI.  Correndo  l'anno  1896  gli 
fece  guerra  Gentile  signore  di  Ca- 
merino, primeggiando  allora  in  Mon- 
te Santo  certo  Antonio.  Nel  1404 
racconta  il  Marangoni  che  fu  com- 
battuto da  Civitanova,  perchè  ri- 
cevesse il  governo  pontifìcio  di  Lo- 
dovico Migliorati  nipote  d'Innocen- 
zo VII.  Nel  seguente  anno  man- 
dò il  sindacatole  alla  curia  gene- 
rale; quindi  nel  1407  nel  recarsi 
il  Migliorati  alla  visita  del  santua- 
rio  di   Loreto,   al  ritorno  in  pas- 


MAC  287 

sando  a  Monte  Santo,    gli  abitanti 
gii  chiusero  le  porte    in    faccia,    e 
dalle  mura  salutandolo   colle  grida 
e  cogli  scherni,  tennero   col    saet- 
tume  addietro  lui  e    suoi    compa- 
gni come  tanti  aggressori.   Laonde 
posta  la  terra  in  bando,  minaccia- 
va di  vendicarsene  aspramente,  co- 
me dichiarò  in  un   manifesto.    Ma 
mentre  il  Migliorati  armava   a  fu- 
ria contro  Monte  Santo ,  la   Marca 
malcontenta  di  lui  fu    inondata  in 
un  istante  dalle  armi  straniere.  Nel 
1412   Monte  Santo  è  nominato  in 
juna  lettera  del   Migliorati,  con  al- 
tri luoghi  al  pagamento  delle  con- 
tribuzioni   decorse.    Portandosi   nel 
i4i3  Paolo    Orsini    per    Giovanni 
XXI II  nella  Marca,  riparti   la  sua 
cavalleria    in    Cingoli    e   in  Monte 
Santo.  Nel   i4^3  gli  fu  dal  vicele- 
gato di   Martino  V   proibito  di  ar- 
mare pel  regno    di  Napoli.    Assog- 
gettato   al    dominio    di     Francesco 
Sforza,  nel    i435  gli  scrisse  perchè 
soddisfacesse  agli  affitti  e  taglie.  Mon- 
te Santo  ha  goduto    la    protezione 
di  diversi    cardinali,    ed    ora    11' è 
protettore    il    cardinal    Filippo    de 
Angelis  d'Ascoli  arcivescovo  di  Fer- 
mo.   Ora    passiamo   brevemente   a 
dire    dell'  antica  città    di  Potenza  , 
colle  testimonianze  del  Colucci  :  Del- 
l'antica città  di  Potenza,  presso  il 
t.  Vili,  p.  93  delle   Antichità  pi- 
cene. 

Vi  furono  due  città  d'  un  simil 
nome,  ed  una  terza  di  poco  diver- 
so. In  Plinio  si  ricordano  la  città 
di  Potenza  e  i  popoli  pollentini, 
questi  mediterranei,  quella  maritti- 
ma ed  affatto  diversa  da  Pollenza 
mediterranea.  Anche  nella  Lucania 
o  Basilicata  fu  l'antica  città  di  Po- 
tenza, differente  dalla  picena,  come 
lo  è  pure  la  Respublica  Potentino- 
rum  di  Muratori.  La  città  di  Po- 


i88  MAC 

tenza  picena  fu  marittima,  ed  esi- 
steva dopo  Cluana»  e  Numana ,  e 
prima  del  castello  navale  de'fermani, 
sulle  foci  del  fiume  Potenza,  sebbene 
non  se  ne  rinvennero  gli  avanzi,  o 
ingoiati  dal  mare ,  o  devastati  dai 
popoli  per  usarne  nella  ricostru- 
zione di  altri  luoghi ,  che  da  tali 
rovine  risorsero.  Pare  che  la  sua 
origine  fosse  opera  di  gente  arri- 
vata di  sbarco  dal  mare,  siccome 
collocata  sull'  imboccatura  del  fiu- 
me, e  probabilmente  dai  siculi.  Di- 
venne colonia  romana  nell'  anno 
569  di  Roma,  184  avanti  la  no- 
stra era,  dopo  la  resa  e  deduzione 
de'  piceni  al  popolo  romano ,  per 
opera  di  Gneo-Manlio  e  Fulvio 
JNobiliore  consoli,  e  forse  con  due- 
mila coloni  con  un  terreno  di  veuti 
miglia  quadrate  circa  almeno.  Fu- 
rono eletti  a  farne  la  deduzione  i 
triumviri,  Q.  Fabio  Labeone,  M. 
Fulvio  Nobiliore,  e  Q.  Fulvio  Fiac- 
co, tutti  soggetti  di  un  merito  sin- 
golare, e  l' ultimo  fece  pel  primo 
lastricar  Roma  di  selci,  oltre  l'edi- 
ficazione di  un  teatro,  d'un  tempio 
e  di  altri  edifizi ,  strade  e  ponti. 
Egli  in  Potenza  eresse  un  tempio 
a  Giove,  vi  condusse  l'acqua,  vi 
fece  fare  delle  cloache,  ornò  e  chiu- 
se il  foro  di  portici  e  di  botteghe 
con  tre  archi  all'  ingresso ,  donde 
può  figurarsi  la  grandezza  e  ma- 
gnificenza di  Potenza,  non  restan- 
dovi che  un  frammento  di  lapida 
pel  grande  eccidio  cui  dev'  essere 
soggiaciuta,  che  conservasi  in  Ma- 
cerata nell'ingresso  della  casa  Laz- 
zarini.  Come  ragguardevole  città 
ebbe  la  cattedra  vescovile,  ma  non 
si  conosce  di  certo  che  un  solo 
vescovo,  che  fu  Faustino ,  legato 
della  Chiesa  romana  al  quinto  con- 
cilio cartaginese  nel  4'9>  con  due 
altri  preti  Filippo  ed  Asello.  Que- 


MAC 

sta  commissione  ai  vescovi  delle 
chiese  d'Africa,  la  diede  s.  Zosimo 
eletto  Papa  nel  4*7»  e  la  confer- 
mò il  successore  s.  Bonifacio  I.  Ar- 
rogante però  fu  la  condotta  del 
vescovo  di  Potenza  e  suoi  compa- 
gni co'  vescovi  africani,  i  quali  mal- 
contenti della  loro  asprezza  e  im- 
portune minacce,  se  ne  lagnarono 
con  s.  Bonifacio  I  e  con  s.  Cele- 
stino l.  L'Ughelli  nell'  Italia  sacra 
confuse  questo  vescovo  di  Potenza 
picena  cou  quelli  di  Potenza  della 
Lucania,  erroneamente  annoveran- 
dolo tra  essi,  però  corretto  dal  Co- 
leti.  Questi  inoltre  dice  che  vi  fu 
un  altro  vescovo  di  Potenza  ,  cioè 
Amanzio  che  intervenne  al  concilio 
palmare  del  Papa  s.  Simmaco  nel 
5oi,  che  il  p.  Carlo  da  s.  Paolo 
lo  dice  di  Potenza  della  Lucania  ; 
conchiude  però  il  Coleti  che  la  cosa 
è  dubbiosa  e  incerta,  se  il  vescovo 
appartenesse  all'una  o  all'altra  cat- 
tedra. Incerta  è  la  decadenza  e 
distruzione  di  Potenza  picena ,  e 
può  essere  avvenuta  dopo  il  prin- 
cipio del  secolo  VI.  La  diocesi  Po- 
tentina fu  quindi  incorporata  alla 
chiesa  fermana,  almeno  dalla  parte 
che  resta  di  qua  dal  fiume  Poten- 
za. Termina  il  Colucci  col  dire,  che 
i  luoghi  poi  da  tal  decadenza  ri- 
sorti furono  Recanati  principalmen- 
te, ch'era  più  a  portata  per  essere 
edificata  da  Potenza  distrutta  che 
da  Ricina  per  la  maggior  vicinai 
za  della  prima,  Monte  Lupone  e 
Monte  Santo  come  più  prossimi  al 
sito  occupato  da  tal  città. 

Monte  Lupone.  Comune  del  go- 
verno di  Monte  Santo,  diocesi  di 
Recanati.  La  sua  origine  la  ripete 
dalla  città  vescovile  di  Potenza  pi- 
cena,  e  colonia  romana,  per  cui 
il  suo  principio  risale  ad  antichis- 
simo  tempo.    Alcune    lapidi   sepol- 


MAC 

era  li,  con  molle  monete  greche  e 
romane  rinvenute  nel  6uo  territo- 
rio, fecero  congetturare ,  che  fosse 
uno  stabilimento  agrario  della  fa- 
miglia Lapia.  Contiene  un  territo- 
rio in  colle  e  in  piano ,  assai  po- 
polata è  la  terra,  con  paese  forni- 
to di  molti  fabbricati  degni  d' os- 
servazione, cinti  di  mura  di  antica 
costruzione.  Vi  è  la  collegiata.  11 
p.  Civalli  nella  Visita  triennale, 
presso  il  Col  ucci,  antichità  picene 
t.  XXV,  pag.  68,  ci  dà  le  seguenti 
notizie  di  Monte  Lupone.  Piergian- 
nello  Bevilacqua  dottor  di  legge  la- 
sciò molte  opere  mss.  alla  posteri- 
tà, e  nel  voi.  XI  scrive  vari  suc- 
cessi di  questa  patria  di  Monte  Lu- 
pone ,  come  in  vari  tempi  stasse 
sotto  diversi  signori,  con  altre  Cose 
degne  di  memoria.  Antonio  Ricco- 
buono,  De  gymn.  Patav.,  comme- 
mora molti  dottori  di  questa  terra, 
i  quali  hanno  Ietto  nello  studio  di 
Padova,  come  Giovanni  Finetti  vi 
lesse  logica  nel  i53t,  autore  di  o- 
pere  mss.;  Francesco  Perugino  vi 
lesse  la  morale  nel  i535;  e  Mar- 
tino Massucci  nel  i538  vi  lesse 
logica  e  filosofia,  poi  nello  studio 
di  Macerata.  Altri  distinti  di  Mou- 
te  Lupone  furono  Marcolini ,  Ni- 
cola degli  Angioli,  scrittore  di  mol- 
te opere,  ch'ebbe  ad  emulo  nelle 
belle  lettere  il  figlio  Alessandro  mor- 
to nel  fior  dell'età.  Poco  lontano 
dalla  terra  vi  è  l'abbazia  di  s.  Fir- 
mano, e  si  tiene  che  ivi  riposi  il 
suo  corpo  :  fu  già  abitata  dai  mo- 
naci di  s.  Benedetto,  lo  che  rile- 
vasi da  un  breve  d'Innocenzo  VII, 
e  del  medesimo  ordine  si  creava- 
no gli  abbati.  Vi  è  in  Monte  Lu- 
pone il  convento  de'  minori  con- 
ventuali molto  antico ,  la  cui  chie- 
sa fu  consecrata  il  primo  maggio 
1292  o  Ì297  da  Antonio  da  Fa- 

¥0L.    XL. 


MAC  289 

briauo  e  da  Giovanni  d'Offida  ve- 
scovo di  Nicopoli;  nel  i525  IVI. 
Antonio  da  Faenza  dipinse  il  qua- 
dro dell'altare  maggiore  con  figure 
che  tirano  al  rilievo,  eh'  è  propria- 
mente la  perfezione  della  pittura 
al  dire  di  Michelangelo  Buonarro- 
ti. Fu  di  questo  convento  fr.  Mar- 
co da  Monte  Lupone  ,  il  quale  fu 
mandato  dal  re  di  Armenia  in 
compagnia  di  altri  quattro  religiosi 
marchegiani,  acciocché  tutti  predi- 
cassero e  istruissero  le  genti  del 
suo  regno  nella  cattolica  fede.  Fio- 
ri anche  M.  Giovanni  da  Monte 
Lupone  arcivescovo  di  Neopatra , 
ed  eziandio  N.  Nicolò  provinciale 
della  Marca,  familiarissimo  di  Si- 
sto IV  cui  rinunziò  un  vescovato, 
e  portò  a  questa  chiesa  il  legno 
della  ss.  Croce.  Fu  anco  di  questa 
Casa  il  p.  M.  Tommaso  Cecchini 
di  Monte  Lupone,  teologo  insigne 
di  vita  integerrima,  ch'ebbe  disce- 
poli molto  letterati,  fra! quali,  fr. 
Costanzo  da  Sarnano  poi  cardinale. 
Nel  convento  furono  celebrati  al- 
cuni capitoli  provinciali.  Nella  chiesa 
di  s.  Chiara  gli  stupendi  lavori  di 
tarsia  furono  eseguiti  negli  ultimi  del 
secolo  passato  daAntonio  Cesari  d'An- 
cona. Dal  Compagnoni,  Reggia  pi- 
cena3  sono  notate  queste  altre  no- 
tizie su  Monte  Lupone.  Nel  1202 
fu  compresa  nella  pace  tra'  ferma- 
ni  ed  altri,  promossa  da  Jnnocen- 
co  III.  Perei  valle  d'Oria  vicario  re- 
gio di  Manfredi,  l'espugnò  nel  1258. 
Dipoi  nel  1290  fu  richiesta  d'aiu- 
to dal  legato.  Clemente  V  nel  i3o8 
la  sottomise  a  varie  pene ,  perchè 
seguiva  il  partito  de'  ghibellini  ; 
indi  nel  1 3  1  7  si  confiscarono  i  be- 
ni de' fuorusciti,  uno  de'  quali  fu 
Bongiovannu  Nel  i354  dovette  ar- 
rendersi dopo  venti  giorni  per  pau- 
ra, alla  masnada  di  fra  Morreale; 
J9 


290  M  A  C 

poscia  nel  1 37 1  intervenne  con 
quelle  comuni  all'istanza  per  la 
riduzione  della  euria  in  Macerato» 
die  sottoscrisse  Marino  Bene  ili  Sar- 
nano  notaro  ed  ollìciale  della  tei' 
ra.  Nel  i4o5  i  suoi  giudici  furono 
sottoposti  al  sindacato  generale. 
Francesco  Sforza  che  se  n'era  ini 
padronito,  nel  l4?5  lo  costrinse  a 
pagar  le  taglie,  e  nel  (444  Cì",x 
sotto  la  legazione  del  cardinal  Ca- 
pra ni  ca. 

Governo  del  commissariato  della 
santa   Casa. 

Loreto  (Fedi).  Città  vescovile, 
governo  del  prelato  commissario  di 
s.   Casa. 

Distretto  di  Sanse  vaino. 

Sansevekino  (J'tdi).  Città  vesco- 
vile con  governo. 

San  Guvesfo.  Governo  nella  dio 
cesi  di  Camerino.  Grande  ed  an- 
tica terra  situata  sopra  un  eccelso 
e  spazioso  colle,  dominato  dai  vi- 
cini A  pennini,  e  bagnalo  dal  tor- 
rente Salino,  mentre  i  fiumi  Fia- 
stra  o  Fiastrella,  o  meglio  Fiastro- 
ne,  che  influiscono  nel  Chienti,  scor- 
rono alle  sue  falde.  L'area  esterio- 
re è  contrassegnata  dal  secondo 
cerchio  delle  vecchie  mura  fatte  di 
grandi  pietre  del  paese,  merlate  e 
intramezzate  di  torrioni  e  di  ba- 
loardi,  opera  del  XIV  e  XV  se- 
colo, e  che  segnano  il  perimetro 
di  quattro  quinti  di  lega  ;  ma  gli 
edilìzi  rovinati,  gli  estesi  orti,  ed 
i  terreni  coltivati,  dimostrano  nel- 
l' interno  a  quale  stato  si  trovi  ri- 
dotta, e  attestano  in  pari  tempo 
la  grandezza  e  potenza  di  un  tem- 
po. Meglio  è  pertanto  di  rivolgere 
lo  sguardo  all'antico  suo  stato,  per 
istituirne  coll'attuale  un  confronto. 
Confina  collo  stalo  di  Fermo,  co- 


MAC 

gli  Apennini,  collo  stato  di  Came- 
rino ,  con  Sentano  e  ool  contado 
di  Tolentino.  L'aria  vi  è  purissima 
e  temperala;  è  esposta  ai  venti  ed 
alle  esplosioni  dì  fulmini,  che  dan- 
neggiarono diversi  pubblici  luoghi. 
La  sua  origine  è  ignota  per  la  sua 
grande  antichità,  per  cui  ih  credu- 
to già  esistente  il  luogo  6no  dai  tem- 
pi della  repubblica  romana,  e  che  gli 
abitanti  vincessero  i  romani  nella 
famosa  guerra  sociale,  uniti  agli  a- 
scolanij  come  opina  il  celebre  Al- 
berico Gentili,  nella  sua  opera  De 
armis  romanorum.  Diverse  sono  le 
opinioni  dell'origine  di  San  Ginesio, 
attribuendosi  anche  al  VI  secolo, 
al  io5o  come  edificato  da  s.  Leo- 
ne IX,  alla  metà  del  secolo  XII 
colle  rovine  dell'aulica  città  di  E- 
scolano,  opinando  diversi  che  nelle 
sue  vicinanze  fosse  Capra  Mon- 
tana: quelli  che  l'attribuiscono 
al  secolo  VI,  la  ritengono  fondata 
colle  reliquie  di  Fallerà  o  Falena 
e  Urbsalvia,  eh' è  la  più  verosimile. 
Nell'estrema  sommità  d'  una  <L  Ile 
tre  colline  chiamate  Ascolano  .  o 
Escolano,  Ascarano  e  Olfone ,  o^- 
gi  neh'  abitato  racchiuse,  vuoisi 
ancora  che  dai  sabini  emigrali  nel 
Piceno  si  edificasse  uria  rocca,  che 
fu  chiamata  Avio  Escolano.  Ivi 
dicesi  surto  un  tempio  dedicato  a 
Giunone,  che  gli  etruschi  appella- 
rono Cypra }  e  Cupra  i  sabini  , 
donde  traggono  molti  scrittori  ar- 
gomento per  ivi  stabilire  la  cele- 
bre città  picena,  che  chiamossi 
Cupra  Montana  a  distinzione  di 
Cupra  Marittima,  senza  però  che 
tal  congettura  acquistar  possa  il 
grado  di  certezza,  perchè  acremen- 
te disputata  da  Piipatransone ,  dal 
Massaccio,  e  da  parecchie  altre  pi- 
cene eminenze.  Su  Cupra  filonia- 
na scrissero  principalmente  Borgia, 


3K,U€ 
Riccomnnni,  Sarti,  Colucci,  Fonta- 
nini,  Lancellotti,  Mancia,  Menicacci, 
Paretti,  Ronconi,  ec.  11  Benigni  riget- 
tando l'opinione  che  Capra  Monta- 
na  fosse  nelle  vicinanze  di  San  Gine- 
sio, dichiarando  che  il  colle  ascola- 
no, non  Escolano,  perchè  mai  cre- 
de che  esistesse  città  di  tal  nome, 
piuttosto  derivi  dalla  denominazio- 
ne impostagli  dai  ginesini  in  memo- 
ria della  loro  antica  e  costante  con- 
federazione con  Ascoli,  o  per  aver 
gli  ascolani  ivi  fabbricato  o  risto- 
rato una  fortezza  per  guardare  i 
loro  lem  toni,  sospetta  con  più  pro- 
babilità che  nelle  vicinanze  di  San 
Ginesio  vi  fosse  la  città  di  Castro, 
ciò  che  nega  il  Colucci,  non  am- 
mettendo città  di  tal  nome  nel 
Piceno,  tranne  la  marittima  città 
di  Castronovo,  di  cui  egli  trattò 
nel  toaa.  "Vili,  pag.  177  delle  An- 
licìiifà  picene.  11  Benigni  conget- 
tura che  Castro  venisse  devastata 
dai  longobardi,  e  peggio  dagli  un- 
gali e  saraceni,  indi  ristorata  nel 
secolo  XI;  che  avesse  il  suo  Cam- 
pidoglio con  tempio  dedicato  a  Gio- 
ve Capitolino  nel  sito  che  altri  col- 
locarono quello  di  Giunone;  che 
fosse  colonia  romana  coi  magistra- 
ti ,  ed  ascritta  alla  tribù  velina; 
che  vi  si  adorasse  Giove,  Giunone 
e  forse  pure  Minerva  e  Mercurio, 
e  che  venisse  distrutta  dai  longo- 
bardi, parlando  quindi  de'  monu- 
menti superstiti  che  crede  di  Ca- 
stro. Ritiene  poi  che  nel  996  vi 
fosse  già  il  castello  di  s.  Ginesio,  e 
che  nel  colle  Ascolano  fosse  stata 
(ondata  la  chiesa  di  s.  Michele , 
tuttora  esistente,  noverando  fra  i 
suoi  primi  abitatori  Giberto  che  cre- 
de fondatore  del  luogo  0  che  alme- 
no gliene  impose  il  nome.  Questo 
Giberto  si  tiene  dal  Benigni  e  da 
altri  storici  per  discendente  da  SU 


MAC  tyi 

gì  Predo  conte  di  Parma  e  di  Luc- 
ca, il  quale  per  domestiche  discor- 
die abbandonò  il  suo  paese ,  e  si 
stabilì  nel  Piceno,  e  viene  creduto 
siccome  uno  de*  primi  abitanti  e 
restauratori  di  San  Ginesio,  e  come 
autore  di  quella  nobilissima  fami- 
glia dei  marchesi  Giberti  che  quivi 
sino  da  remotissima  età  fu  sì  grande 
e  potente.  Da  questa  famiglia  usciro- 
110  moltissimi  uomini  illustri  e  famosi 
in  armi,  in  lettere  ed  in  dignità 
ecclesiastiche  e  civili.  Ritornando 
all'origine  della  terra,  è  incontra- 
stabile che  sul  colle  ov'essa  al  pre- 
sente torreggia,  nelle  sue  vicinanze 
sorgesse  ab  antico  una  qualche 
grande  città;  dappoiché  il  nome 
appunto  di  città  che  ancora  man- 
tiene un  piccolo  paggio  dell'  agro 
ginesino,  i  ruderi  d'antiche  fabbri- 
che, i  sepolcreti,  le  iscrizioni  roma- 
ne, alcuni  avanzi  di  statue,  le  mo- 
nete, ed  altre  antiche  memorie  che 
quivi  in  diversi  tempi  si  sono  rin- 
venute, non  lasciano  dubbio  che 
fino  dai  tempi  romani  vi  avesse 
sede  un   popolo  colto  e  potente. 

Quivi  pel  primo,  secondo  qual- 
cuno, predicò  il  vangelo  s.  Ca- 
tervo  martire  protettore  di  Tolen- 
tino, ed  aggiungono  che  il  prodigio- 
so cambiamento  che  nel  pubblico 
teatro  di  Roma  fece  1'  istrione  o 
mimo,  o  il"  suonatore  Adriano,  ne 
compì  la  conversione  alla  fede  cri- 
stiana. Sotto  Diocleziano  imperato- 
re è  certo  che  l'istrione  Adriano, 
beffando  le  sacre  cerimonie  de'cri- 
stiani  ,  istantaneamente  abbracciò 
il  cristianesimo,  assumendo  il  nome 
di  Ginesio,  risoluzione  che  sosten- 
ne e  suggellò  con  glorioso  martirio. 
Questo  portentoso  fatto  accese  nel- 
le provincie,  cui  venne  in  cognizio- 
ne, un  religioso  zefo,  e  quivi  gli  a- 
bitanti  infiammati  di  questo,  infran- 


292  MAC 

sero  gP  idoli  del  tempio  di  Giunone, 
e  cangiarono  l'edifizio  in  chiesa  ad 
onore  di  Dio  sotto  l'invocazione  di 
s.  Ginesio.  Al  9.  Ginesio  romano 
non  attribuisce  il  Benigni  il  nome 
di  San  Ginesio,  né  a  quello  vescovo 
d'Arles,  ma  forse  al  s.  Ginesio  ve- 
scovo di  Brescello,  il  cui  corpo  rin- 
Tenutosi  nel  cader  del  IX  secolo, 
la  sua  fama  si  sparse  per  tutta  Ita- 
lia, pei  tanti  prodigi  che  Dio  operò 
a  sua  intercessione.  Brescello  al  pre- 
sente è  un  borgo  del  ducato  di 
Modena  ;  PUghelli  lo  chiama  Bre- 
sello,  Brixillensis  episcopalus,  Bri- 
xellurn,  seu  Brixillum  non  lungi 
da  Parma;  ne  registra  cinque  ve- 
scovi, ma  niuno  col  nome  di  Gi- 
nesio. Noi  col  Butler  all'articolo 
Ge.vesio,  facemmo  cenno  di  tre 
santi  di  tal  nome,  cioè  quello  di 
Clermont,  il  commediante,  e  quel- 
lo d'Arles.  Il  Benigni  parla  di  set- 
te santi  di  egual  nome,  oltre  un 
beato  agostiniano.  Certo  è  che  i 
ginesini  da  moltissimi  secoli  rico- 
noscono per  patrono  e  tutelare 
della  loro  patria  s.  Ginesio  roma- 
no. Frattanto  sciogliendosi  l'impe- 
ro romano,  nei  primi  del  quinto 
secolo  scesero  furibondi  i  goti  in 
Italia,  distrussero  Recina,  movendo 
con  impeto  Alarico  loro  re  anche 
sulle  parti  montane,  ove  atterriti 
molti  abitanti  de' vicini  luoghi  eran- 
si  rifugiati.  Quindi  con  Urbsalvia 
e  Faleria  atterrato  venne  anco  il 
paese  che  in  vetta  all'Avio  sorge- 
va, qual  si  fosse  la  sua  denomina- 
zione, e  ne' solitari  burroni  si  rico- 
vrarono  quelli  avanzati  alla  strage. 
Molte  delle  famiglie  de'goti  eh'  e- 
ransi  stabiliti  in  quell'altura,  a  po- 
co a  poco  si  ammansirono,  e  con- 
trassero alleanze  di  parentele  cogli 
antichi  abitanti,"  che  si  ravvicina- 
rono per  l'amor  di  patria.  Uà  nuo- 


MAC 
vo  paese  luccessivamente  rinacque 
dalle  rovine,  e  mentre  dominava- 
no i  longobardi,  venne  circondato 
di  mura  frammezzate  da  torri  e 
baloardi,  non  che  cinto  da  terra- 
pieni e  fosse  che  ancor  si  conser- 
vano, divenendo  forte  propugnaco- 
lo l'interna  parte  più  alta,  che 
denominossi  Capocastello,  e  quat- 
tro esteriori  forti  ne  guarentirono 
le  trinciere  coperte  :  anche  queste 
fortificazioni  e  mezzi  di  difesa,  co- 
me diremo,  sono  contrastati.  Prin- 
cipalmente sotto  i  re  longobardi 
Aistulfo  e  Desiderio,  le  depredazio- 
ni e  i  saccheggi  furono  frequenti  ; 
i  vari  quartieri  più  volte  incen- 
diati, la  maggior  parte  del  popolo 
ebbe  prodigiosa  salvezza  dentro  la 
cittadella,  che  potè  resistere  sino  ai 
trionfi  di  Carlo  Magno  che  die  ter- 
mine al  regno  de'longobardi.  Allo- 
ra dagli  abitanti  si  procede  a  nuo- 
ve restaurazioni,  ed  in  quest'  e- 
poca  lasciata  1'  antica  denomina- 
zione, il  luogo  prese  quella  di  San 
Ginesio  per  venerazione  al  suo  pa- 
trono. Alcuni  attribuiscono  tal  no- 
me ad  un'antica  cappelletta  o  chie- 
sa, situata  ove  è  ora  la  collegiata, 
dedicata  a  s.  Ginesio  mimo  mar- 
tire romano,  che  pretendono  ritro- 
vata sul  monte  nel  io5o,  dove 
oggi  esiste  la  terra,  in  occasione  di 
una  strepitosa  caccia  fatta  in  quel- 
le selve  dai  signori  di  Brugiano, 
Alvaneto  e  Trensano.  Che  questi 
signori  con  Giberto  della  nobilissi- 
ma famiglia  di  tal  nome  dassero 
il  nome  alla  terra  che  fabbricaro- 
no, è  probabile,  ma  ripeteremo  col 
Benigni  ch'essa  già  esisteva  nel  996, 
laonde  i  più  fissano  la  fondazione 
della  terra  al  VI  o  VII  secolo,  con 
probabile  verosimiglianza.  Il  me- 
desimo Benigni  e  Mariotti  dimo- 
strarono immaginario  e  favoloso    il 


MAC 

ritrovamento  della  suddetta  cap- 
pellata coli'  immagine  di  s.  Gine- 
sio.  Fra  il  colle  Avio  ed  il  colle 
Ascarano,  così  detto  da  una  fami- 
glia di  stirpe  gotica,  era  nel  terzo 
colle  l'ampio  fòro,  che  divenne  il 
punto  centrale,  a  cui  facevano  ca- 
po le  cinque  principali  contrade 
tuttora  esistenti,  delle  quali  la  pri- 
ma mantenne  il  nome  di  Capoca- 
stello,  derivato  coi  tre  rioni  di  Bru- 
giano,  Alvaneto  e  Trensano,  dalla 
diminuzione  della  vecchia  fortezza, 
ed  all'altro  lato  esteso  rimase  il 
vecchio  vocabolo  di  Offone:  in  tut- 
ti cinque  rioni. 

Quegli  storici  che  narrano  avere 
la  terra  opposta  resistenza  alle  scor- 
rerie de'longobardi,  asseriscono  an- 
cora che  contribuirono  alla  disfat- 
ta ed  espulsione  di  essi  fatta  da 
Carlo  Magno,  il  quale  secondo 
un'antica  tradizione  sarebbe  stato 
in  San  Ginesio.  11  paese  avea  godu- 
to sempre  libera  indipendenza  nei 
tempi  antichi,  governato  da  uri 
magistrato  consolare  detto  poi 
duumvirale  ,  accresciuto  quindi  a 
quattro  ed  a  cinque  membri,  re- 
golò la  repubblica.  Vuoisi  quindi 
che  Carlo  Magno  li  conservò  e  li 
chiamò  difensori  dell'impero ,  ap- 
pellandosi poi  così  i  pubblici  rap- 
presentanti, denominandosi  anche 
oggidì  defensorale  il  palazzo  gover- 
nativo. Tuttavolta  rammenteremo 
che  il  patrio  istorico  Benigni  opi- 
na essere  incertissima  l'origine  di 
San  Ginesio,  solo  nel  secolo  X  essen- 
dovi notizie  certe.  Passato  un  se- 
colo appena  San  Ginesio  provò  i 
guasti  dell'irruzione  de'feroci  nor- 
manni. Questa  nazione  di  ventu- 
rieri, dalla  Puglia  e  dall'Abruzzo 
si  estese  nella  parte  meridionale  del 
Piceno,  che  s'incominciò  ft  chiamare 
Marca  di  Fermo,  e  mirando  à  con- 


MAC  293 

solidarsi  colla  forza  delle  armi,  con- 
vertì  i  villaggi  in    muniti    castelli. 
11  Benigni  dice  però  che  i  norman- 
ni non  passarono    il  Tronto,  o   al 
più  penetrarono    in  Ascoli,  e  che  gli 
ungari  e  saraceni   lo  smantellarono, 
recandogli  estrema    rovina.  In    se- 
guito si  vuole    da    altri    che    am- 
mettono il  dominio  normanno,  che 
San    Ginesio    avendone    scosso     il 
giogo,    potè    nel  richiamare    colla 
persuasione  e    colla    forza  gli  sban- 
dati    cittadini   ,     e    nell'  atterrare 
gli  sparsi  propugnacoli,  preparar  le 
basi  della    sua  importanza  e    flori- 
dezza.  Avverte  il  Benigni    che  San 
Ginesio  non  ebbe  né  mura  né  for- 
tezze   prima    del    secolo    XIII.    Il 
principale  ramo  d'industria    cui  si 
dedicò    il  popolo,    fu    l'arte    della 
lana  favorita    e  protetta   da    sagge 
leggi;  e    tanto  più    commendevole 
ne    fu   il    divisamento,   quanto  più 
difficile  era  in  quell'isolata  sommi- 
tà   avere  le    acque    opportune,  al 
che  si  provvide  con  pozzi  a  molta 
profondità    scavati,    e    colle    fonti 
che    ancora  sussistono  e   che  giova- 
rono  non    solo    ai  lanificii,    ma    e- 
ziandio  alle  tintorie,  alle  filande  di 
se(a    ed    a    molte  concie    di  cuoio. 
Dapprima  San  Ginesio  si  resse  agui- 
sa  di  repubblica  colle  proprie  leg- 
gi; poscia  adottò    quelle    de'longo- 
bardi   suoi    dominatori  ,    dovendo 
quindi    uniformarsi    alla  giurispru- 
denza  romana,    secondo  il    decreta- 
to   da  Lotario  II  nel   ii35.  Ven- 
ne   in    seguito    governato    da    due 
consoli,  e  quindi   dai  podestà  oltre 
I  maestrati.  Molti  signori  circonvi- 
cini allettati    da  privilegi  ed    esen- 
eioni,  passando  ad  abitar  nella  ter- 
ra, cooperarono  al  suo  ingrandimen- 
to, colla  distruzione  di  molti  de'loro 
castelli,  di  cui  i  ginesini  stessi  s'im- 
padronirono ò  per  forza  d'armi,  o 


»94  MAC 

j.ti  volontaria  dedizione,  ovvero 
per  compera,  come  risulta  dai  do- 
cumenti che  gli  storica  del  pèdi 
1  ialino  pubblicato.  Iti  progresso  di 
tempo  i  ginesini  seguirono  le  par- 
ti talvolta  degl'imperatori,  tale  al- 
tra della  Chiesa;  facendo  paci,  al- 
leanze e  guerre  con  le  principali 
città    e  terre  della  Marea. 

Sotto  l'imperatore  Federico  I,  nel 
secolo  XII  il  marchese  Marcualdo  gli 
donò  il  castello  di  Vergingo  verso  il 
1  170,  quindi  co'  suoi     castelli     nel 
1188   al  dire  di  alcuno   venne  San 
Ginesio  infeudato  al  marchese  Guar- 
niero, che  nella   gran   divisione    di 
parliti,     dopo   la   morte  di     Enrico 
VI,  sostenne     tenacemente  le  parti 
del  fratello  Filippo  di  Svevia,  con- 
tro Ottone   IV  di     Brunsvvich,  so- 
stenuto    prima  da   Celestino    III   e 
poi  da    Innocenzo    111;  onde     non 
ebbe    parte     alla     famosa   pace     di 
l'olverigi,  provocata   nel     1202   da 
Innocenzo  III,  siccome  aderente  di 
Filippo.  Nel    i23o,    per  una    sedi- 
zione tra  la  nobiltà  e  la   plebe,  fu 
accresciuto  il  consiglio  fino  al  nu- 
mero   di  treceuto    consiglieri,  ed  i 
pubblici  rappresentanti   fino  al   nu- 
mero di   quattro  :   questa   divisione 
e     governo     democratico     produsse 
mirabili  effetti ,  con     accrescimento 
di   popolazione.   A  quest'epoca  i  gi- 
nesini  già  avevano   distrutto  il   ca- 
stello   di    Vergingo,  i    cui  abitanti 
passarono  a  San  Ginesio.  Nel  1248 
San  Ginesio  ebbe  in  dono  dal  cardi- 
nal legato  il  castello  di  Pieca,  con 
la  ragione     della    corte     detta  vol- 
garmente saleatico,  con  altre  prero- 
gative. Nel     i25o     fu     visitato  dal 
cardinal  Capocci   legato,  e  gli  con- 
cesse esenzioni   ed    indulti  ;  indi   nel 
1202   i    ginesini     diroccarono  i   ca- 
stelli di  Celiano    e    di    Riparameli 
spettauti    ai    vescovi  di    Camerino, 


MAC 

conducendo    (pie' vassalli   ad   abitare 
in  San  Ginesio.    Poscia  fecero  diverse 
scorrerie     contro    Ascoli,   Tolentino 
e    lìellbrle;    ma    nel    1  2  >6   la     terra 
si  sollevò     contro     il   rettore     della 
Marca     Anibaldo,     il     (ju.de    la   ri- 
dusse   al    dovere,     inviandovi     per 
sindaco  Giacomo  di   Giacomo,  con- 
cedendogli poi   nel  1207   l'assoluzio- 
ne e  la    conferma     ed  ampliazione 
de'privilegi.   Quindi  in   diversi   tem- 
pi  i     ginesini     guerreggiarono    con 
Monte   Milone,   colla  famiglia  Brun- 
forte   per     difendere     Sarnano,   che 
gli    si     era    sottomessa    nel      1264, 
per     cui     distrussero     Castelveeehio 
che  soccorreva   i  Bruii  forte.  Ebbero 
i  ginesini  anche    guerre  con    i\oce- 
ra,  Matelica,  smantellando  il   castel- 
lo   di    s.  Lorenzo,    con     che     s' in- 
grandirono  quelli    di    Loro  e  di  s. 
Angelo,  ed   il    rettore  della     Marca 
punì   i  ginesini,   che  sostennero   al- 
tre guerre  con  Tolentino,  con   Pen- 
na s.     Giovanni,    e    lunghe  e  gra- 
vi con  Fermo.  Dopo   aver    soggia- 
ciuto   temporaneamente     ai  diversi 
principi  che     dominarono  l'Italia   a 
seconda  delle  vicende,   nel    126*8   fu 
occupato  da    Perei  vai  le  d'  Oria    iti 
nome  del   re  Manfredi,  e  ne  sman- 
tellò la  fortezza   poi   ricostruita  dai 
cittadini;     però  nell'anno    seguente 
Percivalle    accordò  un    nobile    pri- 
vilegio   ai    ginesini,     ai     quali    nel 
1265  altro   ne  concesse  il  cardinal 
legato  Paltrinieri.   Dopo  aver  i  gi- 
nesini giurato   per    forza  fedeltà  al 
vicario  di  Manfredi  Percivalle,  si  ri- 
bellarono; ma  l'altro   vicario  conte 
Arrigo  di  Venti  mi  glia  li  ricondusse 
al  dovere.   Nel    1278   aumentata   la 
popolazione,  la     terra    venne   divisa 
in  cinque  rioni,    assegnando     cento 
consiglieri  a  ciascuno.  Per  aver  dan- 
neggiato altri  luoghi,  nel    1  2g3,  fu- 
rono assoluti  dal  rettore  Raimondo, 


MAC 

3  nel  129^  dal  rettore  Federico 
gli  venne  affidata  la  custodia  di 
l'rbisaglia.  Nel  1  3o4  San  Ginesio  ri- 
revette  molli  danni  dall'armata  fer- 
mami .  Tutlavolta  sempre  mag- 
giormente estese  la  sua  giurisdizio- 
ne sopra  i  vicini  luoghi,  e  fu  ri- 
colmata di  privilegi  dai  duchi  di 
Spoleto  e  dai  legati  pontifìcii.  Si 
unì  in  perpetua  confederazione  coi 
treiesi,  ed  in  tempo  delle  munici- 
pali fazioni  fu  alleato  degli  anco- 
nitani, ascolani,  camerinesi  ,  jesini 
e  maceratesi.  Berardo  e  Gentile 
Varani  vi  esercitarono  1'  uffizio  di 
podestà,  e  furono  ammessi  al  per- 
petuo patriziato,  ma  i  loro  succes- 
sori investiti  sovente  delle  supreme 
cariche,  affettarono  la  tirannide,  e 
ne  furono  a  furia  di  popolo  di- 
scacciati, ad  onta  del  partito  che 
ivi  aveano  di  molti.  Nel  potere  a- 
veanli  confermati  alcuni  Pontefici, 
il  cardinal  Albornoz  legato,  e  più 
lardi  eziandio  il  concilio  di  Co- 
stanza. 

Nella  metà  del  secolo  XIV 
San  Ginesio  si  collegò  col  ghi- 
bellino Visconti  signore  di  Milano; 
quindi  nel  i35o  avendo  gli  Asca- 
rnni  fautori  de'  Varani  procurato 
d 'introdurli  di  notte,  il  popolo  av- 
vedutosi delle  trame  mise  fuoco  al- 
la loro  casa,  ed  uno  di  essi  fu  im- 
piccato alle  mura,  essendosi  gli  al- 
tri con  precipitosa  fuga  salvati  nel- 
la corte  de'Varani,  poscia  trasloca- 
ti a  Feria ra  dopo  l'eccidio  di  quel- 
li. Da  allora  in  poi  e  sino  al  go- 
verno del  regno  italico,  ogni  anno 
nel  giorno  24  agosto,  vigilia  del 
protettore  S.  Ginesio,  il  magistrato 
preceduto  dai  trombetti,  e  scortato 
dalla  milizia  rubano,  si  recava  in 
forma  pubblica  al  colle  Escolano, 
vicino  al  luogo  dove  esistevano  le 
case    de'  traditori,  e  quivi   ad  alta 


MAC  2.cp 

voce  si  leggeva  la  formula  del 
bando  dato  agli  Ascarani,  e  s'im- 
precava l'odio  pubblico  sui  nemi- 
ci della  patria.  Nel  i355  San  Gi- 
nesio cambiò  padrone  e  forma  di 
governo,  giacché  questa  è  l'epoca 
nppunto  che  il  nominato  cardinal 
Albornoz  investì  Ridolfo  di  Berardo 
Varani  di  Tolentino  e  San  Gine- 
sio in  feudo  per  dodici  anni  con 
mero  e  misto  impero,  coli'  annuo 
censo  di  duecento  fiorini  d'  oro, 
con  alcune  riserve  a  favore  della 
santa  Sede,  e  l'appellazione  al  ret- 
tore della  Marca.  Diverse  volte  i 
ginesini  si  ribellarono  dalla  signo- 
ria de'Varani  pel  soverchio  rigore 
de'loro  ministri,  segnatamente  nel 
1367,  per  cui  convenne  ad  Ade- 
maro rettore  della  Marca  portar- 
si a  San  Ginesio,  e  con  grandissi- 
mo stento  gli  riuscì  di  ristabilire  i 
Varani  in  possesso  della  terra.  Per 
l'eccessive  imposizioni,  ed  altri  gra- 
vi motivi,  molti  ginesini  alienarono 
le  loro  possidenze  e  si  ritirarono 
altrove ,  massime  a  Monte  Sauto, 
venendo  così  a  decrescere  la  popo- 
lazione. Nell'anno  1377  la  terra  pa- 
tì una  scorreria  per  parte  dei  fer- 
marli. Tornarono  i  ginesini  a  sot- 
trarsi dall'obbedienza  dei  Varani 
per  ritornare  a  quella  della  Sede  a- 
postolica,  ma  dipoi  in  tempo  dello 
scisma,  il  concilio  di  Costanza  nel 
i4i6  ripose  di  nuovo  la  terra  sot- 
to la  soggezione  dei  Varani  dan- 
dogliela in  un  a  Tolentino  in  feu- 
do. Massacrati  i  Varani  nel  i433 
in  Recanati,  e  in  Camerino,  San  Gi- 
nesio ricuperò  la  sua  libertà.  Pro- 
cedendo Francesco  Sforza  ai  dan- 
ni dei  domimi  della  Chiesa,  dopo 
molta  resistenza  invase  San  Ginesio 
nel  i434  o  i435,  ne  guarnì  la 
fortezza,  e  vi  riscosse  le  taglie  :  fu 
il    castellano    Angelo    Crescimbeni 


ao,6  MAC 

che  tradì  \  ginesini  consegnando  la 
fortezza    a    Ciarpellone    condottiero 
dell'  esercito    Sforzesco.     Francesco 
diminuì  al  comune    l'annuo  censo, 
lo    ripristinò   nel    possesso    del   ca- 
stello    di  Colonnalto     e  della   villa 
Podalle,  e    gli    fu    subordinato    il 
castello  di  Cessapalombo,  amplian- 
done il    territorio.    Poco    dopo  lo 
Sforza  aggravò  in  vari  modi  la  ter- 
ra.   Intanto    Eugenio  IV     volendo 
ricuperare  la  Marca  per   mezzo  di 
Nicolò  Piccinino  e  del  cardinal  Mez- 
zarota    legato,  nel  i44^  Francesco 
Sforza  si   recò  in  San   Ginesio  con 
iscelta  truppa,  ove  assediò    Piccini- 
no inutilmente  per  la  resistenza  che 
vi    trovò ,  laonde  partì  verso    Sar- 
nano.  Non  è  vero ,    dice    il    Beni- 
gni, che,  come  narra  il  Lilj,  fosse  di- 
poi la  fortezza  assediata  e  presa  dal 
Piccinino  colla  morte    del  prefetto 
che  la  comandava,    e  che  il  popo- 
lo stesso  ne  compisse  il  guasto  per 
togliere  agli    stranieri  ogni    motivo 
di  occupazione.    Vero  è  bensì  che 
lo  Sforza  lasciando  la  terra,,  questa 
ritornò    al   dominio    della    Chiesa, 
ma  poco    dopo    lo  Sforza    la  ricu- 
però, diminuì  il  canone,  e  gli  con- 
cesse   altre     grazie     ed     esenzioni  , 
come  luogo  forte,  e  tenuto  la  chia- 
ve della    montagna.  La  guerra  che 
il  Papa  continuava  contro   lo  Sfor- 
za, costrinse  questi  ad  imporre  con- 
tribuzioni ai  ginesini,    che  si  vide- 
ro  amaramente  spogliare    di  alcun 
privilegio.   Risoluti  di  tornare    alla 
Chiesa,  spedirono  a  Fano  al  cardi- 
nal Mezzarota  la  loro  sommissione 
nel   i445-    Tornati  in  grembo    del 
pacifico   governo    pontificio,  si  die- 
dero a  riparare    i  danni  sofferti,  e 
Nicolò  V  confermò  loro  gli  antichi 
diritti    sui    castelli    delle    Ripe,    di 
Morico,  e    di  Colonnalto,   con  me- 
ro e  misto    impero;  ciò  conferma- 


MAC 

rono    Calisto  III,  Pio  II,  Paolo  II, 
Innocenzo  Vili,  Paolo  III,  e   Giu- 
lio  III,  onde     i  ginesini     poterono 
restaurare  le  fortezze  e  le  muraglie, 
venendo    infestati    talvolta     dai   ri* 
pani    e  dai    ferrami.     Però  Leone 
X  nel    1 5 1 3    li    assoggettò    a  Gio. 
Maria   Varano,  e    perchè    Adriano 
VI    nel     i5a3    ne    li  liberò,    alla 
sua  morte    alcuni   fuorusciti  tenta- 
rono ristabilirlo,  ma  furono  puniti. 
Nella    sede    vacante    del     i^Soy,  il 
sacro  collegio    ne  affidò  il   governo 
perpetuo  al  cardinal  Truchses,  che 
durò    poco    più  di    un  anno.     Indi 
in    poi     le  intestine    discordie  ,  le 
frequenti   pestilenze,    e    i  terremoti 
diminuirono  gli    abitanti  e  l'indu- 
stria, rovinando  gran  parte  de'suoi 
edifìzi .    Ancora    nella    susseguente 
lunga  pace,  San  Ginesio  però  andò 
decrescendo,  e  solo  nella  formazio- 
ne   del    regno   italico    fu    alquanto 
favorito  per  la    sua    centralità,  es- 
sendo stato     fatto    capo  del    terzo 
circondario     del    dipartimento    del 
Tronto    con  un  vice-prefetto,  cogli 
uffizi    delle    ipoteche,    catasto,    ec. 
Ma  siffatto  utile    fu  passeggiero  ed 
apparente,     perchè    quel     governo 
sopprimendo  i  due  ricchi  conventi  de- 
gli agostiniani  e  conventuali,  disper- 
gendo diverse  biblioteche  di  regolari, 
e  i   fondi    destinati    alle    scuole    di 
filosofìa  e  teologia,  lasciò    lagrime- 
vole  memoria  di  sé. 

Sono  pregevoli  per  l'antichità 
i  palazzi  del  governo,  e  quello 
del  municipio  ornato  di  portici  dal- 
la parte  della  piazza,  il  quale  non 
solo  è  fornito  d'ogni  comodità,  ma 
ha  il  teatro,  e  un  archivio  ricco 
di  moltissime  pergamene  e  dove 
anticamente  esisteva  una  sala  coi 
ritratti  de'  più  celebri  guerrieri  di 
San  Ginesio,  e  la  più  fornita  arme- 
ria che  si  trovasse  nella  Marca.  Fra 


MAC 

gli  edifìzi  privati  e  piti  notevoli   so- 
no le  case  Giberti,    Onofri,    Bruti 
e  Mazzabufì.  Ad  onta  di  tante  vi- 
cende, sussistono  il  grandioso  ospe^ 
dale,    antico    ospizio    de'pellegrini, 
il  monte  di  pietà  ed  il  monte  fru- 
mentario  oltre  l' istituto  di  s.   Ma- 
ria del  Popolo,  e  diversi    legati  di 
doti  ed  elemosine.  Nella  parte  dell'an- 
tico foro,  che  oggi  è  la  piazza  mag- 
giore, alquanto  ampia  ed  ornata,  sor- 
ge   dal  secolo  XI  il  bel  tempio  di 
santa    Maria     della    Pieve    o     An- 
nunziata ,    a  tre  navate  con    volta 
reale,  ove   fu    traslata to    dall'  anti- 
chissima chiesa  del  colle    Escolano 
l'altare    di  s.  Ginesio,  ed  ha  il  ti- 
tolo   di    collegiata    insigne:    il  suo 
capitolo  è   stato    un    seminario    di 
vicari  generali,  e  di  uomini    degni 
di  memoria.  Esso  è  composto  del- 
l'arciprete, di   venti  canonici ,  e  di 
quattro  mansionari.    Vi    si    ammi- 
rano parecchie  pitture    molto    sti- 
mate,   singolarmente    gli    affreschi 
della  cappella  di  Loreto.    Sono    in 
gran     venerazione    una    prodigiosa 
immagine  del  ss.  Crocefisso ,    e    le 
braccia  de'  santi  protettori    Ginesio 
edEleuterio,  donate  al    comune  da 
Clemente  Vili   nel    1601,    ed    un 
grosso  pezzo  della    vera    Croce.    È 
pure  osservabile  la  chiesa  di    dise- 
gno gotico,  prima  dedicata  a  s.  Pie- 
tro ,  anticamente  detta    chiesa    dei 
nobili ,    poi    a    s.    Francesco  dopo 
che    vi    furono    collocati    i    minori 
conventuali,  a'quali  la  cedettero  nel 
1271    i  monaci  di  Castel  dell'Isola. 
Il  p.  Ci  valli  nella  Visita  triennale, 
presso  il  Col  ucci  tomo   XXV,  pag. 
187,  parla  di  San  Ginesio,  che  chia- 
ma  terra  grande,    popolata    e    no- 
bile per  la  moltitudine  di  dottori, 
capitani  e  cavalieri  che  in  ogni  e- 
poca  vi  fiorirono.    Nella    collegiata 
dice  aneli' egli  venerarsi  tra  le  in- 


MAC 


297 


signi  reliquie  un  dito  di  8.  Ginesio 
arelatense  venuto    di   Francia ,    un 
braccio  del  medesimo  santo,  ed  al- 
tro   di    s.    Eleutei  io ,    concessi    da 
Clemente    Vili,  quando    nell'anno 
6anto   1600  molti   di  San  Ginesio  si 
portarono  a  Roma  in    divoto    pel- 
legrinaggio, e  con  processione  alle- 
gorica che  descrivemmo  al  voi.  Il, 
pag.    124  del  Dizionario.   La  chie- 
fia  de'  conventuali  dice   il  p.  Civalli 
essere  bellissima,  e  donata    all'or- 
dine da  certi  monaci,  e  che  il  car- 
dinal Pallotta  detto  di  Cosenza  no- 
bilitò la  terra  con  molte   fabbriche 
e  con  una  chiesa,    essendo    abbate 
commendatario  dell'  abbazia.    Que- 
sta   chiesa    di   s.    Francesco    rimo- 
dernata   nel    secolo    passato ,    dopo 
l' invasione    francese    venne  ceduta 
ai  frati  del   terz'ordine,  che  hanno 
rifabbricato  da'  fondamenti  il  diru- 
to convento.  La  ch.esa  di  s.   Ago- 
stino è  ricca  di  dorature  e  di  buo- 
ni  quadri,    fra' quali    merita    men- 
zione quello    che    rappresenta    mi- 
rabilmente pe'  costumi    militari    di 
quel   tempo,  l'assalto  che  i  fermani 
dierono  a  San  Ginesio  la  notte  del 
29    novembre     ^77,    la  vigorosa 
sortita   degli  abitanti,  e  la   disfalla 
de'nemici.  L'annesso  convento  gran- 
de e  regolare ,    è    celebre  ne'  fasti 
degli  agostiniani,  pe'  grandi   uomi- 
ni che  vi  fiorirono,  pe'  capitoli  che 
vi  si  adunarono,  e    principalmente 
pel  noviziato  che  vi  fece   s.  Nicola 
da  Tolentino.  La  chiesa  di   s.  Ma- 
ria   delle  Macchie,    antica    abbazia 
de'  monaci  benedettini,    ricostruita 
dal  mentovato  cardinal    di    Cosen- 
za, e  quindi  rimodernata  dai  chie- 
rici regolari  minori,  che  vi  hanno 
un'assai  bella  casa ,    con   pregevoli 
dipinti  di   Raffaello    e    Giulio  Ro- 
mano. 

L'abbazia  di  s.  Maria  delle  Mac- 


»gg  MAC 

cine,  di  cui  la  comunità  nominava 
l'abbate,  fu  data  da  s.  Pio  V  al  con- 
vento de'  domenicani  della  Miner- 
va di  Roma,  coll'obbligo  del  man- 
lenimento  di  delta  chiesa  e  de'pe- 
nitenzieri  nella  basilica  Liberiana. 
Però  Sisto  V  la  tolse;  ai  domeni- 
cu'ni  e  conferì  in  commenda  al  car- 
dinal Evangelista  Paliotta,  cui  suc- 
cessero altri  cardinali  commenda- 
lari,  e  poi  a  monsignor  Annibale 
della  Genga,  iudi  cardinale  e  Papa 
Leone  XII.  Essendovi  stati  intro- 
dotti nella  chiesa  i  chierici  regolari 
minori,  questi  nel  loro  collegio  nel 
j  720  vi  eressero  una  letteraria  ae- 
<  ademia  sotto  il  nome  degli  Stel- 
lali. Eleganti  pure  sono  le  chie- 
dine delle  monache  benedettine  e 
Clarisse,  con  belli  monasteri  ed  u- 
Uli  educandati.  Sonovi  pure  altri 
quattro  conventi  suburbani  fuori 
le  mura,  cioè  de'  cappuccini,  di  fra- 
ti del  terz' ordine  traslocati  in  città, 
eie'  cistcrciensi  trasferiti  a  s.  Angelo 
in  Puntano,  ed  alle  falde  del  mon- 
te Ragnolo  degli  osservanti  che 
custodiscono  le  sacre  spoglie  di  s. 
Liberato  di  Loro,  e  vuoisi  ancora 
quelle  dei  bb.  Umile  e  Pacifico  fra- 
telli. Questa  nobile  terra  fu  ono- 
rata dalla  presenza  di  molti  prin- 
cipi e  cardinali,  fra'  quali  Cibo  poi 
luuocenzo  Vili,  e  Partiti  poi  Sisto 
V,  anzi  il  Lami  negli  Atti  del  mar- 
tirio di  s.  Ginesio,  pag.  81  dell'e- 
dizione d'Ottino,  dice  aver  veduto 
alcune  bolle  de' Papi  date  nel  ca- 
stello di  San  Ginesio  nel  Piceno. 
In  questo  territorio  vasto,  coltiva- 
to e  fertile,  e  con  moltissimi  vil- 
laggi, si  fa  copiosa  preda  di  selvag- 
giume  liei  le  frequenti  cacce,  e  spe- 
cialmente nelle  selvose  colline,  e 
nell'esteso  ripiano  di  Picca.  In  San 
Ginesio,  olire  i  mercati  settimanali, 
hanno  luogo  quattro  annue  fiere. 


MAC 

Un  tempo  i  suoi  abitanti  ascesero 
a  27,000;  al  presente  sono  circa 
6,000. 

Se  a  cagione  de'  tempi  questa 
terra  insorse  contro  i  Papi,  molli 
servigi  in  diversi  tempi  prestò  alla 
santa  Sede.  Nel  13S7  ad  istanza 
di  Alessandro  IV  prese  le  armi 
contro  i  formatti;  nel  1261  i  gi- 
nesini  accudirono  alla  fedeltà  cui 
il  rettore  aveali  invitati;  nel  i3oi 
aiutarono  Bonifacio  Vili  contro  i 
Colonnesi  ;  nel  i320  assistettero  il 
rettore  Lautrec,  e  nel  1 334  Sl  °f" 
frirono  marciar  a  danno  de'  bolo- 
gnesi; furono  lodati  da  Benedetto 
XII,  e  nel  i34^  da  Clemente  VI 
per  la  fedeltà,  mentre  Bonifacio  IX 
nel  1391  diminuì  loro  le  annue 
corrisposte,  militando  in  favore  del 
fratello  Tomacelli,  e  poi  contro  il 
conte  di  Carrara.  I  ginesini  nel 
14.J9  aiutarono  il  cardinal  legato 
deila  Marca,  e  nel  1  Zp6  Calisto 
IH  per  la  crociata  a  danno  de'  tur- 
chi; poi  il  legato  di  Pio  II  nella 
guerra  di  Mala  testa  in  più  volle, 
e  gli  somministrò  mille  ducati  d'o- 
ro e  cinquanta  guastatori  contro  il 
turco.  Sotto  Sisto  IV  i  ginesini 
prestarono  soccorsi  al  legato,  e  nel 
1  [84  per  l'assedio  d'Osimo;  al- 
trettanto fecero  sotlo  Giulio  II  per 
liberare  Ravenna,  e  sotto  Paolo  III 
contro  il  turco  ed  i  banditi,  come 
fecero  successivamente  in  varie  con- 
tingenze. Grati  i  Pontefici  a  somi- 
glianti atti  di  rispetto,  di  attacca- 
mento e  di  obbedienza,  ricolmaro- 
no di  benefizi  i  ginesini,  accordan- 
do loro  in  diversi  tempi  il  mero  e 
misto  impero,  la  cognizione  delle 
prime  e  seconde  cause  ,  1'  elezione 
del  podestà  e  loro  ufliziali,  sindaci 
e  procuratori  delle  chiese  e  mo- 
nasteri ;  la  nomina  a  diversi  bene- 
fizi, la  giurisdizione    sui    monti    di 


MAC 
pietà  ,  il  gius  baronale  sui  castelli 
delle  Ripe.,  di  Morico  e  di  Colon- 
nalto,  con  facoltà  di  eleggervi  i  po- 
destà e  i  castellani  delle  fortezze  ; 
la  celebrazione  delle  fiere,  il  diritto 
di  fare  il  sale,  l'importazione  delle 
grascie,  l'esenzione  dall'alloggio  dei 
soldati.  L'antico  sigillo  era  un  tem- 
pio con  avanti  il  patrono  s.  Gine- 
sio  in  abito  talare;  ma  Pio  li  con- 
cesse una  parte  di  sua  arme,  con- 
sistente in  una  mezza  croce  bianca 
in   fondo  rosso. 

Molli   furono  i  castelli  sui  quali 
signoreggiò  San   Ginesio.     I    carne- 
rinesi      tolsero     allatto     ogni  avan- 
zo  alla   rocca  Raguola,  esistente  già 
nel  territorio  ;  altra  rocca  era  in  Co- 
lonnalto    presso  l'odierna  parrocchia 
rurale.    11    villaggio    Colonnalto     è 
ragguardevole  per  importanza    sto- 
rica ,    ed    i    ginesini     lo     acquista- 
rono nel   secolo  decimoterzo  dai  si- 
gnori  di    Brunforte,     il   cui  posses- 
so costò   poscia  ai   medesimi  molto 
denaro  e   travagli  di  liti  e  di  guer- 
re. Vi  si  vedono  ancora    grandiosi 
avanzi  della  mentovata  rocca,    che 
dominando    il  castello,    fu    sempre 
tenuta     pel    più  munito    e    sicuro 
propugnacolo    esterno    de'  ginesini. 
11  castello  di  Pieca  è  il    più  ricco  e 
dilettevole  villaggio   di  San  Ginesio. 
Ksso  anticamente  appartenne  ai  be- 
nedettini, che  nel  \i5i  vi  aveano  il 
monastero  di  s.  Michele,  poi  assog- 
gettato all'abbate  di  Ramboqa  ;    nel 
996  già  esisteva,  ed  ebbe    vari  si- 
gnori, come  i  Gualtieri,  i  Telentina- 
ti,  i  Brunforte,  ed  altri.   Nel    1241 
differii  nubili  di  Pieca  venderono  al 
comune  di  San  Ginesio  le  loro  par- 
ti, e  nel    124.0*   il  cardinal  Capocci 
gli  concesse  le  altre.  In  seguito  de- 
molita la  chiesa  di  s.  Michele,  coi 
cementi  venne,   non  fabbricala,   ma 
restaurala  quella    urbana    dedicata 


M  A  C  299 

allo  stesso  sanlo,  dopo  il  1  353,  e- 
poca  in  cui  il  castello  cadde  in  n> 
\iua. 

Molti     uomini     illustri    fiorirono 
in    San     Ginesio  in     santità    di  vi- 
ta,    in  dottrina ,     nelle     arti  ,  nel- 
le armi,  in   dignità  ecclesiastiche  e 
civili,    in    magistrali    ed    in  altro  , 
copiosamente  descritti   dal    Benigni 
nelle  sue  opere,  e  da  altri  scritto- 
ri.  Nomineremo  pertanto  solamente 
Jacopo  Solleciti  archiatro  di    Sisto 
IV  e    d'Innocenzo   Vili;    Lorenzo 
Parmeni    custode    della    biblioteca 
vaticana  sotto  Giulio    li    e    Leone 
X  ;  Guido  Gualtieri  segretario  del- 
le lettere  latine  di   Sisto  V,  il  cui 
proemio  del   pontificato  degli    ulti* 
mi  due  anni   è  stato  pubblicalo  da 
ultimo  nell'appendice  àe\Y  Archivio 
storico  ilalianoj  i  due    celebri    let- 
terali   e    giureconsulti    Alberigo    e 
Scipione  Gentili;  e  de'  dieci  e  più 
vescovi  ginesini    ricordati    dal    Be- 
nigni nomineremo  il  solo  Gianmat- 
teo  Giberti   vescovo  di  Verona,  che 
tale  istorico  crede  discendente  dal- 
la   famiglia  Giberti    da    San  Gine- 
sio, il  cui  stemma  gentilizio  faceva 
parte    dell'  arma    di    quel    prelato. 
Guido  Gualtieri   poi,  nella  sua  epU 
stola  al  cardinal  San  Giorgio,  ram- 
menta  tra   i  cittadini  della  sua  pa- 
tria, s.  Bertrando  patriarca  d'AquU 
leia,  ed  il  b.  Tommaso  da  Vallato, 
oltre  ai  bb.  fratelli  Umile  e  Pacifico, 
e  s.    Liberato   cosnominato  da  Lo- 

...  e 

ro.  Molte  cospicue  e  nobilissime  fa* 
miglie  italiane  furono  aggregate  al- 
la nobile  cittadinanza  di  San  Gi- 
nesio. Le  famiglie  poi  ginesine  da 
cui  uscirono  un  maggior  numero 
di  personaggi  illustri  sono:  Allevi, 
Barbi,  Bernabei,  Benigni,  Bellucci, 
Bevilacqua,  Brunforte,  Bruti,  Cer- 
ro, Gentili,  Giberti,  Gualtieri,  Leo- 
pardi,   Mazzabufi,  Malpiedi,    Mat- 


3oo  MAC 

teucri.   Migliorelh,     Onofri,   Passo- 
ri,    Petrelli,    Serenili,  Tamburelli. 
Alla  comune  è  appodiato  Mori' 
co    ed    ivi   sul    fiume    Fiastronu    è 
unacartiera  in  esercizio  accreditala, 
avendovi  esistito  una  rocca:  ha  pro- 
prio territorio   e    propri  magistrati 
comunali.  L' appodiato  Mori  co  è  un 
paese  situato  In  colle,  con    fabbri- 
cati cinti  di   mura.  Esso  apparten- 
ne ora  agli  eredi  Prontaguerra,  ora 
ai  Paganelli,  ora  ai  Varani.   Paga- 
nello  signore  del  castello  di  Morico 
fiori  con  fama    di  buon    guerriero 
nel    1226:  aderì  al    partito    impe- 
riale, e  nel    ii5H  ebbe  parte  nella 
distruzione  di   Camerino  sotto  Per- 
ei valle.    Nell'anno    seguente    alienò 
in  favore  del  comune  di  San  Gine- 
sio  il  suo  feudo,   vassalli  e    giuris- 
dizione, e  si   fece  perpetuo  abitato- 
re di  San  Ginesio.  Il  cardinal  Fie- 
selii  legato  della  Marca  donò  il  ca- 
stello ai   camerinesi,    insieme    colla 
rocca  de'  figli  di  Prontaguerra.  Nel 
j434  fu    stabilito    che    si    cingesse 
di   mura,  quando  già   era    tornato 
in  potere  di  San  Ginesio.   Il  castello 
soffrì  nelP  incursione  di   Alessandro 
Sfòrza  verso  il    14^7.  Nel     i/\.5i   i 
cinesini     accordarono    agli    uomini 
di  Morico  diverse  esenzioni,  di  che 
furono  privati     per    diverse  disob- 
bedienze nel  i5i9,  indi  reintegrati. 
La  chiesa  parrocchiale  è  sotto  l'in- 
vocazione di    s.  Giacomo. 

L'abb.  Telesforo  Benigni  di  San 
Ginesio,  pubblicò  in  Fermo  colle 
stampe  camerali,  nel  1793-1795; 
San  Ginesio  illustrata  con  antiche 
lapidi,  ed  aneddoti  documenti,  in 
due  tomi.  Nel  primo  tratta  della 
situazione  ed  origine  di  San  Ginesio, 
ed  opinioni  varie  su  di  essa.  Si 
crede  che  nelle  vicinanze  vi  fosse 
U  città  di  Castro,  e  ragioni  per 
crederlo  ;  della  rocca  e  campidoglio 


MAC 

castrano,  forse  fu  colonia    romana; 
della   tribù  cui  erano  ascritti  i  ca- 
slrani,   loro  religione,  decadenza  di 
Castro,  lapidi  e  monumenti  rinve- 
nuti dopo  la  sua  distruzione.   Fon- 
dazione   della     moderna    San    Gi- 
nesio ;  nome  da  chi  le  venisse  im- 
posto e  quando  ;  non  fu  di  s.  Gi- 
nesio mimo    martire    romano ,    nò 
di     s.   Ginesio  d'Arles,    forse  di  s. 
Ginesio  vescovo  di  Brescello.    Esa- 
me dell'  opinione  di  quelli  che  cre- 
dono averle    dato  tal  nome    Carlo 
Magno.  Devastazione  di  San  Ginesio, 
e  suo  ristoramento  e  ingrandimen- 
to. Leggi  civili,    vicende    e    varia- 
zioni del  governo.  Catalogo  de'  go- 
vernatori,   podestà,    vicari,    giudici 
ed  altri  ufficiali.   Alleanze  e  confe- 
derazioni de'  ginesini;    loro   opera- 
zioni militari  e  incursioni;    servigi 
da  essi  prestati  alla  santa  Sede;  pri- 
vilegi da  questa  accordati  ai  gine- 
sini, grazie  ed  esenzioni  ;  ordini  mi- 
litari a'  quali  furono  ascritti    i    gi- 
nesini,  come  gerosolimitano,  di  Cri- 
sto, ec.  Delle  armi  e  sigilli  de'  gi- 
nesini. Degli  uomini  illustri  che  in 
gran  numero  v'  ebbero    in    lettere, 
armi  e  dignità.  Appendice  diploma- 
tica di    documenti,    con    indice    di 
essi.  Il  secondo  tomo  contiene:  De- 
scrizione della  terra  di  Sanginesio, 
di  Guido  Gualtieri  ginesino,  scritta 
nel    1592.  Annotazioni  del  Benigni 
a  tale  descrizione  ;    sua    appendice 
diplomatica  contenente   vari  monu- 
menti; albero  de'  signori  di  Brun- 
forte  e  de'  signori  di  Loro ,  ed  al- 
bero genealogico  della  famiglia  dei 
Guernieri  o  Guarnieri,  e  delle  fa- 
miglie Varani  e    Gualtieri    che    si 
credono    derivate    dalla    medesima. 
Il   Colucci    nelle    antichità   picene, 
t.  XIX,  riporta   San   Ginesio    illu- 
strata del    Benigni    con    appendice 
diplomatica  ;  più  :   Descrizione  del- 


MAC 
la  terra  di  Sangineslo  formata  dal- 
l'abbate Mario  Mariottì  nobile  gì' 
nesino,  sino  al  secolo  XV.  E  nel 
t.  XXIII  la  Descrizione  del  Gual- 
fieri,  le  annotazioni  del  Benigni  con 
appendice  diplomatica,  e  i  mento» 
vati  alberi  genealogici.  Inoltre  il 
Colucci  nel  t.  VII  delle  Antìch.  pie, 
del  Benigni  avea  pubblicato:  Elo- 
gio di  Alberico  Gentili  da  San  Gi- 
nesio  ed  altri  illustri  soggetti  di  tal 
famiglia.  Lo  stesso  Benigni  è  pure 
autore,  De  Guido  Gualterio,  ejus- 
que  familia,  epistola  notis  illustra- 
ta ad  Jo.  Franciscum  Lanci  Iloti um^ 
Bomae  1772.  Abbiamo  poi  da  Gio- 
vanni Lami  :  Atti  del  martirio  di 
s.  Ginesìo  neir  originale  latino  e 
col  volgarizzamento  a  lato,  illustra* 
ti  con  note  ed  osservazioni,  edizio  - 
ne  seconda,  accresciuta  di  copiose 
note  con  una  lettera  di  Silvestro 
Benigni  all'  autore ,  Osimo  1766. 
Nella  lettera  di  Silvestro  si  legge 
in  ristretto  la  storia  della  cospicua 
terra  di  San  Ginesio.  Diverse  notizie 
artistiche  che  la  riguardano,  si  pos- 
sono leggere  nelle  Memorie  storiche 
del  march.  Pucci.  N'è  protettore  il 
cardinal  Pietro  Ostini. 

Loro.  Comune  del  governo  di 
San  Ginesio,  diocesi  di  Fermo.  An- 
tichissimo castello,  chiamato  ne'tem- 
pi  antichi  Lauro,  facendo  appunto 
il  comune  per  arme  un  albero  di 
lauro.  Nel  cronico  Casauriense  pres- 
so il  Muratori,  Script,  rer.  ilal.,  si 
trova  nominalo  questo  castello  negli 
anni  85o  e  967,  ed  altresì  in  una 
bolla  di  Celestino  III,  come  appar- 
tenente al  monastero  di  s.  Clemen- 
te, dal  quale  probabilmente  l'ebbe 
a  titolo  livellano  ed  enfìteutico  la 
famiglia  di  Berardo  Lauri  o  de  Lau- 
ro del  1201,  stipite  più  antico  di 
quella  che  prese  il  cognome  dal  ca- 
stello di  Lauro  o  Loro  che  signo- 


MAC  3oi 

rc*ggib\  e  die  non  si  deve  confon- 
dere con  quella  dei  Brunforte,  for* 
se  derivate  da  uno  stesso  stipite  , 
come  avverte  il  Beuigni  e  prova 
nella  sua  San  Ginesio  illustrata,  do- 
ve riporta  gli  alberi  genealogici  dei 
signori  di  Loro  e  de'  signori  di 
Brunforte.  Berardo  che  si  pretende 
padre  di  s.  Liberato  frate  minore 
forse  de'  ci  a  reni,  ebbe  tra  gli  altri 
un  figlio  che  si  nominò  Gualtiero 
di  Loro,  che  nel  1247  abitava  iu 
San  Ginesio.  Gualtiero  era  così  po- 
tente, che  non  ostante  la  proibi- 
zione fatta  da  Gerardo  rettore  del- 
la Marca  di  non  poter  fabbricale 
fortezze  o  castelli  nella  provincia  , 
occupò  nel  12.55  il  sito  del  diruto 
Castello  di  Colbuccolo,  allora  della 
diocesi  di  Camerino,  comprato  dal 
comune  di  Monlolmo,  ed  armala 
mano  vi  fabbricò  il  castello  e  vi 
fece  diverse  fortificazioni.  Né  a  le- 
varlo di  tal  possesso  giovarono  gli 
anatemi  di  Alessandro  IV  e  la  for- 
za del  rettore;  figlio  di  Gualtiero 
fu  Federico  del  1270,  da  cui  nac- 
quero Gualteruccio  podestà  di  San 
Ginesio  nel  1284,  Berardo  podestà 
del  castello  di  BrUnfort  nel  ^79, 
d.  Giacomuccio  monaco  di  s.  Ma- 
ria in  Chienti,  e  Coi  rado  del  1 289 
che  fu  padre  a  Lamberto.  Da  que- 
sti discesero  Gentiluccio  e  Gualte- 
ruccio podestà  di  San  Ginesio  nel 
1 344-  Abbiamo  dal  Compagnoni , 
Beggia  picena,  che  nel  1256  i  si- 
gnori di  Loro  si  ribellarono  alla 
santa  Chiesa,  che  poi  li  perdonò. 
11  p.  Civalli  nella  Visita  triennale, 
discorre  di  Loro  a  pag.  1  3G,  presso 
il  Colucci,  Antichità  picene  t.  XXV, 
e  di  alcuni  suoi  uomini  illustri. 
Egli  dice  che  s.  Liberato  fu  di  Lo- 
ro, il  cui  corpo  riposa  nella  chiesa 
de' suddetti  minori  osservanti,  po- 
sta alle  falde  del    monte    Bagnolo 


3u2  MAC 

mila  gim'ÌK(lÌ7Ìonc  eli  San  Ginesio;  e 
che  vogliono  alcuni  che  nella  me- 
desima chiesa  di  s.  Liberalo  ri- 
posino i  corpi  de'  mentovati  b.  li- 
mile e  b.  Pacifico  pur  clareni.  Nel- 
la terra  di  Loro  i  minori  conven- 
tuali videro  nel  1 4^4  edificarsi  il 
convento,  donde  uscirono  distinti 
religiosi  ,  come  il  p.  Antonio  da 
Loro  vicario  generale  dell'  ordine, 
e  fr.  Giovanni  inquisitore  generale 
della  Marca.  Ivi  furono  tentiti  al- 
cuni capitoli  provinciali.  Di  quanto 
riguarda  le  controversie  su  s.  Li- 
berato, ampiamente  ne  tratta  il  Be- 
nigni. V.  il  Turchi  nel  Camerinum 
sacrimi  p.  71.  Il  territorio  di  Lo- 
ro giace  in  collina  per  la  più  pai- 
te  ed  è  feracissimo  singolarmente 
di  oli  e  vini  squisiti.  11  paese  è 
molto  popolato,  ricco  ed  industrio- 
so, massime  nel  filare  la  seta.  E 
ricinto  di  mura,  ha  una  bella  piaz- 
za, da  una  parte  ornata  di  portici  ; 
diverse  chiese,  fra  le  quali  è  rag- 
guardevole la  principale,  e  un  mo- 
nastero di   monache  domenicane. 

Ripe  s.  Ginesio.  Comune  del 
governo  di  San  Ginesio,  diocesi  di 
Camerino.  Il  castello  delle  Ripe  è 
situato  in  un  colle  ripido,  e  dalle 
ripe  ov' è  piantato  credesi  abbia 
preso  il  nome,  cui  venne  aggiunto 
quello  di  s.  Ginesio,  dopo  che  i 
ginesini  lo  comprarono  nel  1247 
e  negli  anni  seguenti  dai  nipoti  di 
Prontaguerra  e  dai  loro  successo- 
ri, giacche  la  vendita  fu  fatta  in 
diversi  tempi  da  Giacomo  di  Gual- 
tiero Prontaguerra,  da  Corrado  di 
Gentile  Prontaguerra,  e  da  Berar- 
do Federico,  Alberico  e  Guglielmo 
Prontaguerra  conti  di  quel  castello, 
colla  successiva  approvazione  d'in 
nocenzo  IV.  Questo  castello  confi- 
na con  Colmurano  e  Loro,  ed  ha 
fertile  ed  amenissimo  territorio.  Co- 


M  A  C 
me  anticamente,  più    d'una  volta 

si  pretese  colle  ai  ini  dui  lermani  , 
e  colle  armi  si  difese  dai  sanginesi  ; 
ma  dopo  vario  Sangue  sparso  e 
contrasto  ,  San  Ginesio  lo  ricuperò 
coll'aiuto  degli  ascolani,  sempre  in 
islrettissima  lega  col  popolo  gine- 
sino.  Onesto  per  tenere  in  freno  i 
ri  pani,  fabbricò  una  fortezza,  a  ca- 
gione dell'indole  viva  de'  castella- 
ni, e  per  difenderlo  da  Fermo.  Do- 
po 200  anni  di  pacifico  possesso 
gli  abitanti  del  castello  tornarono 
a  ribellarsi  al  comune  di  San  Gine- 
sio, e  convenne  reprimerli  colle  ar- 
mi e  con  eterne  liti  in  quasi  tutti 
i  tribunali  di  Koraa,  perchè  crasi 
di  nuovo  sottoposto  Ripe  alla  po- 
tente città  di  Fermo.  San  Ginesio 
ricorse  a  Leone  X  a  mezzo  di  Lo- 
renzo Palmieri  custode  della  bi- 
blioteca vaticana,  e  del  conte  Troi- 
lo  Cerri,  ambedue  ginesini,  per  ri- 
mediare al  disordine.  11  Papa  tolse 
il  governo  di  Castel  delle  Ripe  a 
Gio.  Maria  Varano  di  Camerino , 
e  durante  la  lite  coi  ginesini  lo 
commise  al  vescovo  di  Civita  vice- 
legato della  Marca  ;  quindi  con 
bolla  emanata  nel  1 5 1 7  impose 
perpetuo  silenzio  sopra  la  lite  di 
Castel  delle  Pupe ,  lo  dichiarò  in- 
teramente subordinato  al  comune 
di  San  Ginesio,  al  quale  confermò 
gli  antichi  privilegi  e  la  giurisdi- 
zione sul  castello,  dichiarando  nella 
bolla  la  storia  delle  ribellioni  li- 
pane  e  il  titolo  con  cui  si  posse- 
deva da  San  Ginesio.  Accordò  inol- 
tre Leone  X  che  vi  si  potesse  fab- 
bricare una  fortezza  per  tenere  in 
freno  i  ripani,  come  fu  eseguito,  e 
di  tenervi  un  castellano,  ed  un  po- 
destà per  governare  il  castello,  il 
quale  dovesse  sempre  essere  un  con- 
sigliere descritto  nel  reggimento  del 
comune    di  San  Ginesio.   I  ginesini 


M  A  C 

trascurarono  il  mantelli  mento  della 
rocca,  ed  i  ripani  ne  procurarono 
la  decadenza.  11  Penigni  che  nella 
sua  San  Ginesìo  illustrala  riporta 
(ali  ed  altre  notizie,  nel  toni.  1F, 
pag.  288,  produce  il  catalogo  dei 
podestà  di  Ripe,  incominciando  dal 
i3f)o  e  da  Pietro  Vannucci  ca- 
stellano e  vicario.  Questo  storico 
afferma  esistere  in  Ripe  famiglie 
ricche  e  civili,  ed  alcune  di  esse 
godono  i  gradi  del  nobile  rcggi- 
incnto  di  San  Ginesio.  Furono  così 
enormi  le  spese  che  fecero  i  gi- 
nesini  per  questo  castello,  clie  in- 
valse il  proverbio  :  costa  più  che 
le  Ripe  a  San  ginesìo.  Il  territorio 
giace  in  colle  e  piano,  con  fabbri- 
cali cinti  di  mura  a  mezzogiorno, 
avendo  nella  parte  opposta  profon- 
dissime ripe.  Di  Ripe  s.  Ginesio 
tratta  il  Turchi  nel  Camerinum  sa- 
crum. 

S  angelo  in  Pont  ano.  Comune 
del  governo  di  San  Ginesio,  diocesi 
di  Fermo.  11  paese  essendo  stalo 
fabbricato  vicino  alla  chiesa  di  s. 
Angelo,  ed  essendo  questa  presso 
UH  pantano,  prese  il  nome  di  s. 
Angelo  in  Pantano  o  Pontano  ,  e 
vi  si  giunge  per  bella  e  recente 
strada.  E  tradizione  che  avesse  o- 
rigine  nei  primi  tempi  della  Chie- 
sa, essendovi  tuttora  due  antichis- 
sime chiese,  una  delle  quali  secon- 
do il  Calindri  è  di  stile  egiziano, 
e  però  più  antico  del  gotico;  vi 
sono  pure  le  chiese  de'  cisterciemsi 
e  delle  monache.  La  chiesa  de'  ci- 
sterciensi  fu  già  de'  frati  france- 
scani, ed  i  monaci  vi  si  sono  sta- 
biliti da  circa  dieci  anni,  quando 
cioè  abbandonarono  il  loro  mona- 
stero di  s.  Maria  delle  Macchie  in 
San  Ginesio.  All'epoca  del  681  chia- 
mossi  corte,  secondo  Gregorio  mo- 
naco farfense.  Ebbe    i   suoi    conti, 


MAC  3o3 

fra'  quali  non  devono  tacersi  quelli 
che  nel  1  1 85  erano  in  lite  co'  J3o- 
nifazi  nobili  e  signori  d'una  parte 
di  Monsammartino,  per  il  possesso 
di  Gualdo.  Lo  signoreggiarono  pure 
i  Giberti  nobili  di  San  Ginesio,  pa- 
droni di  altre  terre,  e  da  cui  usci- 
rono molti  grandi  uomini.  Riferi- 
sce il  Compagnoni  nella  Reggia  pi- 
cena, che  nel  1256  questo  castel- 
lo e  il  suo  conte  Rainaldo  da  Bruiti 
forte,  furono  ricevuti  in  grazia  dui 
lettore  della  Marca  Annibaldo  di 
Trasmondo.  Abbiamo  dal  Santini, 
Memorie  di  Tolentino  p.  no,  la 
dedizione  del  castello  di  s.  Angelo 
in  Ponlano,  al  comune  della  ciltà 
di  Tolentino,  accaduta  nel  1263. 
La  comunità  di  s.  Angelo  pel  suo 
procuratore  Gentile  d'Accarino,  pro- 
mise al  comune  di  Tolentino  le 
seguenti  cose  :  di  pagare  ogni  an- 
no in  perpetuo  libbre  venticinque; 
di  ricevere  e  ritenere  il  podestà 
che  sarebbe  eletto  e  mandato  dal- 
l' istesso  comune,  cui  dovrebbe  pa- 
garsi dalla  comunità  di  s.  Angelo 
un  decente  salario  ;  promise  di  far 
guerra  e  pace  ad  ogni  richiesta  di 
Tolentino  ;  senza  il  di  lui  consenso 
non  farà  pace  o  tregua  con  alcuna 
comunità  ;  e  finalmente  si  obbligò 
di  star  sempre  sotto  il  dominio  di 
quel  signore  generale  della  Marca, 
sotto  il  quale  sarà  Tolentino,  e 
questa  si  obbligò  di  sempre  custo- 
dire e  difendere  la  comunità  di  s.  ' 
Angelo  ed  i  suoi  abitanti;  di  far 
guerra  e  pace  a  loro  richiesta  ,  e 
di  somministrare  in  fine  qualche 
sovvenzione  per  la  fabbrica  delle 
mura  del  castello.  Per  due  anni  si 
effettuarono  pienamente  tali  con- 
venzioni; in  appresso  poi  passaro- 
no sette  anni,  ne'  quali  si  trascurò 
lo  sborso  delle  suddette  venticinque 
libbre,  onde  il  comune  di  Tolenti- 


3o4  MAC 

no  avanzate  le  doglianze  al  cotnu> 
ne  di  s.  Angelo,  questo  si  obbligò 
di  pagare  l'arretrata  somma,  e  nel 
1272  di  nuovo  confermò  le  stabi- 
lite convenzioni,  le  quali  non   si  sa 
quanto     tempo     durassero.    Questo 
luogo  soggiacque  a  grave  distruzio* 
ne  verso  il  i36o,  come  ribelle  alla 
Chiesa,  per  ordine  del  celebre  car- 
dinale Albornoz  legato  d' Innocen- 
zo  VI  in  Italia.  Nel  pontificato  di 
Eugenio  IV  il  castello    di    s.    An- 
gelo fu  dato  in   preda  alle  fiamme 
e  al  ferro    da  Taliano    Forlano    e 
Giovanni  Ventimiglia;    quindi    nel 
seguente    pontificato    di    Nicolò    V 
del    1 447  fu  da  questi    riedificato. 
11   territorio  è  in  monte  ed  in  col- 
le j  e  lungo  il  torrente  Salino,  che 
trovasi  a  ponente  ed  ostro  di  que- 
sta terra,  vi  sono  molte  acque  sai* 
se.  Il  paese  che  da    s.    Pio    V    fu 
dichiarata  terra,  ha  mediocri    fab- 
bricati circondati  di  mura.  Vi  eb- 
be i  natali  s.  Nicola  di  Tolentino,  e 
Paolo  degli  Angelini  compagno  di 
Baldo.    Vi    è   la    collegiata ,    sotto 
l' invocazione  di  s.  Michele   arcan- 
gelo, eh' è  il  patrono  della  terra.  Il 
p.  Civalli    nella    Visita    triennale , 
discorre  di  s.  Angelo    in    Pontano, 
a  p.  i55  delle  Antichità  picene  del 
Colucci  t.  XXV.  La  chiama  patria 
di  s.  Nicola  sebbene  detto   di  To- 
lentino, e  che  ivi    fiorirono    pure , 
nel   1 38 1    Andriolo  da   s.    Angelo, 
soldato  di  gran  valore,  e  nel  seco- 
lo XVI    Lodovico    coppiere    e    poi 
maestro  di  camera  di  Clemente  VIII, 
personaggio  di  molta  pietà,  aven- 
do donato  quanto  possedeva  di  pa- 
trimonio in  s.  Angelo,  alla    chiesa 
di  s.  Agostino  ove  avea    una    sua 
cappella:  del  convento  di    s.  Ago- 
slino  ne  fu  benefattore  il  p.  Nico- 
la, eletto  generale  degli   agostiniani 
nel   16 14.  Parla  pure  del  con  veti - 


MAC 

to  de'  minori  conventuali  in  a.  An- 
gelo. Il  march.  Ricci  nelle  Memo- 
rie storiche,  tratta  dell'antica  chio- 
sa di  s.  Salvatore  eretta  nel  1200, 
e  riputata  allora  nobile  e  magni- 
fica, e  riferisce  che  Domenico  Mal- 
piedi  di  San  Ginesio,  nella  chiesa  di 
s.  Agostino  dipinse  a  fresco  mira- 
bilmente la  cappella  della  famiglia 
Colucci  coi  fasti  di  s.  Nicola,  e  me- 
glio un  quadro  con  s.  Benedetto 
per  la  chiesa  delle  monache  eia- 
risse. 

Sarnano.    Governo  nella  diocesi 
di  Camerino.  Terra  posta  sulla  ci- 
ma di    un  colle,    a  pie    dei    quale 
scorre     un     piccolo     influente     del 
Tenna  :  la     sua    strada    principale, 
chiamata    Urbsalviense  perchè  pas- 
sa nel  sito  ove  era  l'antica  Urbsal- 
via  ,    comunica    con    Macerata     e 
colla  provincia  di   Ascoli,  ed  è  una 
delle  più  belle  della  Marca.  Lunge 
circa     mezzo    miglio     da     Sarnano, 
nella    detta    via     Uibsalviense,  sul 
torrente  Aquila    è  stato  fabbricato 
un  ponte.  Negli  scavi  perciò  fatti,  si 
sono  rinvenute    delle  vene    di  car- 
bone fossile  di  prima  qualità.  Van- 
taggiosa n'  è  la    posizione,    facendo 
centro  ad  altri  paesi   ragguardevo- 
li, ed  avente  trentasei    villaggi  con 
undici  parrocchie  ;    tredici  sono  le 
chiese    interne,    e    ventinove  le  fi- 
liali. Poco  distante  dalle  mura  dal- 
la  parte  di  levante  scorie  il  fiume 
detto  torrente     Aquila,  che    divide 
un  sufficiente    piano    di  terreno  a- 
vente  al    fianco  alcuni  colli.  Sorge 
quasi     nel  mezzo  un     promontorio 
verso  il    paese,  fatto  dalla    natura, 
e  dall'altra  parte    del    torrente  un 
piano  naturale.    Presso  questo  ma- 
nufatto, e  lungo  il  piano    al  di  là 
del  torrente,  ove  si  costruisce  soli- 
do ponte,    perchè    ivi     erasi  fissata 
e  si    eseguisce  la    linea  di    strada 


MAC 
provinciale  che  deve  annodare  col- 
la provinciale  Ascolana  Fluvionense, 
in  seguito  di  piccole  escavazioni  per 
aversi  della  terra,  si  sono  rinvenuti 
e  si  rinvengono  preziosi  monumen- 
ti, consistenti  in  monete  di  rame 
coll'impronte  d'una  pecora,  di  una 
lupa  che  ha  vicino  alle  poppe  due 
teste,  forse  Romolo  e  Remo ,  che 
ritengonsi  per  primitive  monete , 
poiché  quelle  di  argento  che  pure 
si  rinvennero,  s'  incominciarono  a 
battere  dopo  l'anno  di  Roma  4^3. 
Altre  monete  hanno  da  una  parte 
Giano  a  due  faccie,  e  dall'altra  u- 
na  prua  di  naviglio,  di  nuovo  e 
secondo  conio.  Sì  sono  pure  rin- 
venuti sei  idolètti,  ed  un  serpe  di 
metallo  corintio,  interessanti;  molti 
anelli  d'argento,  delle  picche,  denti 
d'uomini,  ossami  d' animali  d'una 
straordinaria  grossezza,  forse  d'ele- 
fante. Dalle  quali  cose  si  congettura 
che  sia  stato  ivi  un  accampamento, 
e  seguisse  un  fatto  d'armi,  tra'ro- 
mani  ed  Annibale,  che  non  molto 
dopo  la  battaglia  del  Trasimeno 
portò  le  sue  truppe  lungo  il  Pice- 
no, ove  per  qualche  tempo  non 
cessò  di  fare  continue  scorrerie, 
prima  d'  innol trarsi  alla  volta  di 
Capua. 

Sarnano,  da  quanto  si  è  nar- 
rato ,  probabilmente  ebbe  antica 
origine,  sebbene  molti  convengano 
che  sorgesse  nel  1 225,  sotto  Onorio 
III  Savelli,  per  la  distruzione  di 
Cinque  castelli  muniti  di  rocche, 
e  dall'unione  di  varie  distinte  fa- 
miglie emigrate  dalla  Francia  che 
si  stabilirono  presso  un  antichissi- 
mo monastero }  esistente  sulla  vet- 
ta d'una  collina,  ed  allora  fu  det- 
to Serrano,  e  quindi  Sarnano.  I 
detti  cinque  castelli  portavano  il 
nome  de'  loro  signori  feudatari , 
cioè  Brunfort,  Bjeau,  Castelvetere, 
voi.  xl. 


MAC  3oo 

Piobbico,  ec.  presso  il  quale  esi- 
steva altro  antico  monastero.  Tali 
signori  con  titolo  di  conti  gover- 
narono per  lungo  tempo  la  terra, 
ed  alcuni  s'imparentarono  coi  Va- 
rani signori  di  Camerino.  Ebbero 
essi  dominio  su  Montefortino,  Mon- 
tolmo,  Amandola,  Gualdo,  Penna 
s.  Giovanni  ed  altri  luoghi.  La 
forma  di  governo  oligarchico  cessò 
quando  Sarnano  con  spontanea  de- 
dizione si  assoggettò  al  paterno 
dominio  della  santa  Sede,  insieme 
alle  signorie  dei  Varani.  La  sua 
magistratura  comunale  fino  al  re*' 
gnp  italico  s*  intitolava  il  dittatore 
e  priori  della  terra  di  Sarnano^ 
ed  oggi  godè  il  distintivo  dello 
stolone  di  lama  d'  oro.  Ebbe  a 
protettori  diversi  cardinali,  ed  at- 
tualmente lo  è  il  cardinal  Luigi 
Ciacchi  di  Pesaro.  Vi  fu  un  tem- 
po il  ghetto  degli  ebrei,  stante  la 
convenevole  situazione  commerciale. 
Nel  secolo  XIV  dal  cardinal  Al- 
bornoz  legato  fu  dichiarata  medio- 
cre città,  nella  sua  notissima  co- 
stituzione. Nel  i4r9  Gaspare  da 
Sarnano  dottore  celebre  di  medi- 
cina, fece  parte  degli  ambasciatori 
spediti  al  Papa  Martino  V  dalla 
città  di  Macerata,  perchè  si  dimi- 
nuissero gli  aggravi  alla  Marca. 
Nel  i435  Francesco  Sforza  costrin- 
se Sarnano  a  pagargli  le  taglie. 
Nel  i442  alcuni  dicono  che  nel  suo 
territorio  succedesse  un  serio  fatto 
d'armi  tra  i  famosi  capitani  Sfor- 
za è  Piccinino,  ma  il  Poggio  dice 
eh*  ebbe  luogo  presso  Macerata.  I 
sarnanesi  alle  rive  del  Tenna  ri- 
portarono completa  vittoria  sui 
fermani,  e  se  ne  celebra  tuttora 
la  memoria  con   processione. 

Diede  questa  terra  i  natali  al  car* 
dinal  Costanzo  Boccafuoco   o  Torri, 
creato  da  Sisto  V  nel  i586,  non  che 
20 


3<»()  MAC 

n  diversi  servi  di  Dio,  vescovi,  dotti, 
valorosi  guerrieri,  ed  altri  illustri 
personaggi.  Fra  questi  nomineremo, 
i  vescovi  Benigno  Arredi  e  France- 
sco Picarelli;  Paolo  Claudi  abbate 
archimandrita ,  essendo  stati  altri 
abbati  regolari  Giambattista  Pica- 
relli e  Costanzo  Cornacchia  .  Il 
ven.  servo  di  Dio  Pensabene  Tur- 
chetti  discepolo  diletto  di  s.  Filip- 
po Neri,  la  cui  congregazione  nel 
1798  stabilirono  in  Samano  i  pp. 
Nicola  Calisti  e  Perfetto  Perfetti. 
Il  p.  Giacomo  Zampa  francescano 
riformato  pati  il  martirio  nel  1648 
in  Scutari  d'Albania.  11  ven.  p. 
Giovanni  abbate  di  Piobbico.  Mori- 
rono in  concetto  di  santità  i  sa- 
cerdoti Belisario  Zampetti,  Alessan- 
dro Zocchi,  e  pacifico  Maria  Zam- 
petti. Bernardino  da  Sarnano  fu 
capitano  rinomato.  Fu  pure  cele- 
bre il  p.  Benigno  de'minori.  Inoltre 
i  sarnanesi  dicono  che  il  cardinal 
Mariano  Pierbenedetti  è  loro  concit- 
tadino, e  che  Camerino  lo  annove- 
rò tra'suoi  patrizi,  ma  il  Cardella 
lo  dice  di  Camerino ,  e  creato  car- 
dinale nel    1 589  da  Sisto  V. 

Sarnano  ha  il  territorio  montuoso, 
ed  il  paese  è  popolato  di  4^oo  abi- 
tanti, con  mediocri  fabbricati  cinti 
di  mura  con  borgo.  Vi  è  un  colle- 
gio di  sacerdoti  nella  collegiata 
e  insigne  chiesa  matrice  di  s.  Ma- 
ria Assunta  in  cielo,  la  quale  è  di 
disegno  gotico,  appartenendo  il  suo 
mantenimento  al  capitolo  di  Mon- 
talto.  Dopo  la  soppressione  de'mo- 
naci  benedettini  nei  sunnominati 
monasteri,  cessata  l'uffiziatura  nelle 
due  chiese  abbazia) i,  si  formò  in 
questa  collegiata,  chiamata  pure  s. 
Maria  di  Piazza,  una  congregazio- 
ne di  preti  secolari  che  in  coro 
ufficiavano  colla  cotta.  Pio  VII  nel 
1823    accordò    a    questi    sacerdoti 


MAC 
in  memoria  dei  benedettini,  l'uso 
della  cocolla  nera  con  fodera  ere- 
misi, e  nel  seguente  anno  Leone 
XII  concesse  loro  il  distintivo  cano- 
nicale del  rocchetto  e  mozzetta 
violacea.  11  Papa  Gregorio  XVI 
col  breve  In  sublimi  Apostolicae 
Sedis,  a'6  giugno  i834  confermò 
ed  eresse  in  collegiata  la  chiesa  di 
s.  Maria  con  tutte  le  analoghe 
prerogative,  ed  incorporò  alla  mas- 
sa canonicale  undici  benefizi  sem- 
plici, onde  il  capitolo  per  gratitudi- 
ne eresse  in  sagrestia  il  suo  stem- 
ma ,  con  analoga  iscrizione  di  d. 
Gregorio  Lucarelli  canonico  deca- 
no e  vicario  del  s.  orifìzio  in  Sar- 
nano. Nel  1842  poi  la  patriarcale 
arcibasilica  Lateranense  aggregò  il 
capitolo  nominandolo  col  titolo  di 
perinsigne  collegiata.  Ivi  si  venera- 
no, un  antichissimo  simulacro  di 
Gesù  Cristo,  copiose  reliquie  ,  i 
corpi  de'ss .  Martiri  Vitaliano,  Do- 
naziano  e  Clemenziana.  In  questa 
chiesa  sino  dal  i633  vi  fu  istitui- 
ta una  congregazione  detta  del 
suffragio  di  cento  sacerdoti,  appro- 
vata dal  vescovo  di  Camerino  E- 
milio  Altieri,  che  vi  si  aggregò, 
poi  cardinale,  e  Papa  Clemente 
X.  La  porta  principale  della  col- 
legiata ha  negli  ornati  esterni  bas- 
sorilievi di  gotica  architettura  di 
qualche  importanza  ,  considerata 
l'antichità  de'medesimi.  In  questa 
chiesa  vi  è  un  beli'  affresco  rappre- 
sentante la  Madonna  degli  Angeli  coi 
ss.  Gio.  Battista,  Sebastiano,  Martino 
vescovo,  e  Piocco,  opera  mirabile 
con  coro  d'angeli  e  Dio  Padre,  e- 
seguita  nel  148 3  da  Lorenzo  Se- 
verina  marchiano,  e  forse  di  Sar- 
nano, descritto  e  illustrato  con 
lettera  stampata  dal  can.  d.  Con- 
cetto Focaccetti  di  San  Ginesio.  La 
chiesa  dell'Annunziata,  juspatrouato 


MAC 

del  In  famiglia  de'marchesi  Costa  di 
Macerata,  ha  le  pareti  con  pitture 
rappresentanti  arazzi.  Gli  agostinia- 
ni hanno  la  bella  chiesa  di  s.  Mi- 
chele ricca  d'ornati.  Le  monache 
francescane  di  s.  Chiara  urbaniste 
hanno  chiesa  dedicata  a  tal  santa, 
graziosa  per  la  sua  forma  ed  ele- 
ganti stucchi.  Vi  sono  il  monte  di 
pietà,  con  fondo  di  scudi  tremila, 
ed  il  monte  Irmnentario,  con  depo- 
sito di  quattrocento  rubbia  di  gra- 
no: ambedue  furono  eretti  verso  il 
i  54  *2 .  L'ospedale  è  di  recente  co- 
struzione, grande  e  comodo.  Ne  fu 
benemerito  monsignor  Benedetto 
Perfetti  di  Saruaoo.  Questo  dotto 
giureconsulto  fu  commissario  gene- 
rale della  reverenda  camera,  de- 
cano de'  chierici  della  medesima, 
e  membro  della  congregazione  di 
revisione.  Tale  prelato  avendo  ot- 
tenuto da  Pio  VII  l'antico  ospe- 
dale e  chiesa  di  s.  Giacomo,  che 
erano  in  decadenza,  eresse  l'odier- 
no nel  luogo  ov'era  la  chiesa  di 
s.  Sebastiano,  con  generose  contri- 
buzioni. L'  illustre  prelato  lasciò 
pure  un  fondo  per  istabilire  in 
Sarnano  le  maestre  pie  per  l'edu- 
cazione delle  fanciulle,  e  la  sua 
disposizione  venne  eseguita.  In  Sar- 
nano avvi  un  ginnasio  comunale 
con  quattro  cattedre.  Vi  è  pure 
lui  gaio  teatro  di  una  società  com- 
posta di  trentotto  condomini,  eret- 
to con  disegno  del  concittadino 
Luigi  Fedeli,  e  ricostruito  di  nuo- 
vo. Vi  sono  mercati  settimanali,  e 
due  annue  fiere,  nel  qual  tempo 
la  fiera  si  protrae  per  sette  giorni, 
per  concessione  del  i44^  m  Nico- 
lò V.  Il  Benigni  nella  San  Gi- 
nesio  illustrata,  parla  di  Sarnano, 
quanto  a  s.  Liberato. 

11  p.  Civalli  nella  Visita  triennale, 
presso  il  Colucci,  Aniich.  picene  t. 


MAC  307 

XXV, p.  i4*,  riportale  seguenti  in- 
teressanti notizie  su  Sarnano.  Dice 
che  fra  quelli  che  concorsero  alla 
sua  edificazione  vi  fu  un  Savelli. 
Il  luogo  venne  favorito  specialmen- 
te da  s.  Francesco  d'Asisi,  che  die 
al  comune  il  sigillo  con  un  sera- 
fino, ed  in  memoria  del  fatto  la 
comunità  assegnò  annui  tre  fiorini 
di  moneta  di  marca,  per  la  tona- 
ca del  padre  guardiano  de'conven- 
tuali,  e  due  pani  per  fuoco  la  set- 
timana pel  vitto  dei  frati.  Notere- 
mo che  tale  sigillo  s.  Francesca 
lo  diede  ponendo  l'estremità,  del 
suo  cordone  in  una  carta,  per  ter- 
minare le  dispute  nate  tra  i  primi 
signori  della  terra,  quando  voleva- 
no stabilire  uno  stemma.  Al  sera- 
fino si  aggiunse  poi  la  croce  per 
dimostrare  l'indipendenza  del  go- 
verno, e  tre  gigli  per  l'origine  fran- 
cese. Fiorirono  sempre  in  questa 
terra  uomini  di  molto  valore,  co- 
me Cornelio  Salimbene  dottore  in 
legge,  stimato  per  consiglio;  Gio. 
Francesco  Salimbene  uditore  della 
rota  di  Perugia;  il  p.  Aurelio  a- 
gostino  teologo  rinomatissimo;  San- 
ti fratello  del  cardinal  Boccafuoco, 
ed  il  loro  nipote  Bernardino  Grizi 
cavaliere  di  s.  Stefano  e  capitano; 
Paolo  Claudi  dottore  e  teologo,  ed 
Annibale  Grizi  cavaliere,  altri  ni- 
poti del  cardinale.  Sulla  porta  del 
palazzo  del  comune  vi  era  un  bel- 
lissimo geroglifico.  I  conventuali  ol- 
tre il  convento  di  Sarnano,  ebbero 
nel  territorio  in  contrada  Rocca- 
bruna  altro  convento  stabilito  da 
s.  Francesco,  ed  ove  furono  tumu- 
lati molti  beati  francescani.  Il  con- 
vento di  Sarnano  fu  eretto  nel 
1327  circa,  con  chiesa  comoda  e 
buoni  quadri,  e  nel  i525  vi  fu 
tenuto  un  capitolo  provinciale.  Nel 
14.06  vi  fiorì  il  p.  Nicolò  da  Sar- 


3o8 


MAC 


nano  inquisitore  di  tutta  la  Mar- 
sa,  e  nel  i4°9  di  tutta  la  Roma- 
gna: il  p.  Francesco  Benedetti  fu 
religioso  di  molto  valore,  e  carissi- 
mo a  Sisto  V  quando  era  in  nù- 
noribus.  Sopra  tutti  illustrò  la  pa- 
tria il  cardinale  Costanzo  Torri 
detto  comunemente  Boccafuoco  o 
il  cardinal  di  Sarnano  ,  de'  mi- 
nori conventuali,  degno  di  eterna 
memoria.  Alle  notizie  che  ripor- 
tammo alla  sua  biografia,  aggiun- 
geremo col  p.  Civalli,  che  coll'ope- 
ra  del  valente  architetto  Giuliano 
Grande  da  Macerata  (che  il  Ric- 
ci chiama  Stefano  Grandi  )  ingran- 
dì ed  abbellì  il  convento,  cui  do- 
nò varie  suppellettili,  ed  arricchì 
la  chiesa  di  s.  Francesco  d'argen- 
terie e  parameuti.  Le  sue  benefi- 
cenze si  estesero  a  tutto  l'ordine 
conventuale,  ed  a  molti  conventi 
del  medesimo  ,  massime  a  quello 
de' ss.  Apostoli  di  Roma.  Di  natu- 
ra affabilissimo  e  trattabilissimo, 
inori  d'anni  sessantasei ,  l' ultimo 
del  i5q5  in  Roma,  essendo  pas- 
sato al  titolo  di  s.  Pietro  in  Molito- 
rio, lodaudone  le  gesta  alla  presen- 
za di  molti  cardinali  Daniele  Als- 
worto  inglese  dottore  in  teologia. 
Trasportato  il  suo  corpo  a  Sarna- 
no nella  detta  chiesa,  fu  riposto  in 
un  elevato  deposito  di  pietra  mi- 
schia, fattogli  dal  fratello  Sante 
Sarnano  ,  con  lungo  ed  onorevo- 
le epitaffio.  Esiste  in  Sarnano  la 
biblioteca  de'  conventuali  ,  eretta 
verso  l'anno  1600  dal  padre  Zam- 
petti reggente  del  collegio  di  san 
Bonaventura  di  Roma:  una  su- 
perba Bibbia  in  pergamena,  tolta- 
le nelle  vicende  politiche,  ora  è 
nella  biblioteca  di  Macerata.  Il 
march.  Ricci,  Meni,  s loriche ,  parla 
di  diverse  cose  di  Sarnano,  come 
di  tre  quadri  esistenti  in  s,  Fran- 


MAC 

cesco,  cioè  della  Madonna  o  Con- 
cezione di  Vittorio  Crivelli,  di  s. 
Lucia,  e  di  Cristo  deposto  dalla 
Croce  del  Pagani  di  Monte  Rub- 
biano,  non  che  delle  lunette  del 
chiostro  di  s.  Agostino,  dipinte  da 
Sebastiano  Ghezzi,  e  del  suddetto 
alfresco  che  l'abbate  Bosio  fece  co- 
lorire per  la  descritta  chiesa  di  s. 
Maria  in  Piazza  alta  di  Sarnano, 
da  Lorenzo  Severino  o  Severi na  che 
egli  dice  da  Sanseverino.  La  chiesa 
di  s.  Francesco  non  è  più  uffiziata  dai 
conventuali,  bensì  dai  filippini  cui 
furono  surrogati  nelle  ultime  vicen- 
de, avendola  restaurata  il  comune 
e  il  lodato  prelato  Perfetti.  Questi 
inoltre  le  donò  l' immagine  della 
Beata  Vergine,  copia  di  quella  che 
si  venera  nella  chiesa  del  Suffragio 
di  Roma,  che  fece  coronare  da  Pio 
VII  nella  sua  cappella  secreta.  La 
cappella  ove  si  venera  fu  dichia- 
rata sua  erede  dal  medesimo  pre- 
lato, ed  il  suo  aliare  è  privilegia- 
to. Poco  distante  dalla  terra  esiste 
il  convento  e  chiesa  di  s.  Giusep- 
pe de' cappuccini.  Presso  il  ponte 
poi  sul  fiume  Tenna  evvi  la  chie- 
sa dedicata  alia  Madonna  di  Lo- 
reto, fabbricata  sulle  misure  del 
santuario  Lordano,  ed  abbellita 
con  superbi  arazzi  dipinti  a  sugo  di 
erba. 

Gualdo.  Comune  del  governo 
di  Sarnano,  nella  diocesi  di  Fermo. 
Trovasi  il  territorio  in  colle,  con 
paese  di  pochi  fabbricati,  anticamen- 
te circondati  di  mura.  Lunge  da 
Sarnano  cinque  miglia  alla  volta 
di  levante,  sorge  Gualdo  sopra 
una  eminente  collina,  ove  purissi- 
ma è  1'  aria,  il  clima  salubre^  a- 
mene  le  vedute  estesissime.  Antica 
merlata  rocca  torreggia  sulla  vet- 
ta del  luogo,  non  del  tutto  illesa 
dalle  ingiurie  del  tempo,  avente  ai 


MAC 

lati  due  muraglieli  di  forma  qua- 
drata che  presentano  le  vestigia 
dell'antica  piazza  del  castello,  con 
altra  torre  di  minor  mole,  che  la 
fiancheggia  al  Iato  opposto.  Molti 
altri  torrioni  circolari  ed  angolati 
si  incontrano  a  quando  a  quando 
su  tutta  la  periferia  esterna  del 
comune,  riuniti  alle  case  e  resi  al 
presente  abitabili.  All'  uscire  della 
porta  che  guarda  il  nord-est,  al- 
l'estremità di  ameno  prato,  si  tro- 
va il  convento  de'minori  osservanti, 
con  bel  portico,  e  di  solida  costru- 
zione. Fertile  e  ben  coltivalo  è  il 
terreno,  amena  1'  adiacenza  dell'  e- 
steso  contado,  la  cui  popolazione 
ascende  a  circa  1600  abitanti.  Quan- 
do e  da  chi  fosse  edificato  Gualdo 
non  può  stabilirsi,  sibbene  la  sua 
origine  risale  ad  epoca  antica.  Nel 
li 80  Gualdo  fu  venduto  da  Ga- 
rengo  a  Bono  e  Trasmondo  conti 
di  s.  Angelo  in  Fontano,  e  da  que- 
sti ai  figli  di  Bonifazio,  ai  quali 
ne  confermò  il  possesso  nel  11 85 
una  sentenza  di  Pietro  giudice  di 
Bertoldo  legato  dell'impero  in  Ita- 
lia. I  Bonifazi,  nobilissima  famiglia 
di  Monsammartino,  sostennero  del- 
le liti  pel  possesso  di  Gualdo  coi 
detti  conti  di  s.  Angelo  in  Fonta- 
no. Nel  1298  nelle  divisioni  ese- 
guile da  Rainaldo,  Gualtiero  ed 
Ottaviano  Brun forte  figli  ed  eredi 
di  Piainaldo  seniore,  venne  al  pri- 
mo di  essi  assegnato  il  castello  di 
Gualdo  col  girone,  il  borgo,  i  vas- 
salli e  gli  abitanti  di  esso.  Non  si 
conosce  veramente  in  qual  modo 
dal  dominio  dei  Bonifazi  passasse 
Gualdo  in  quello  dei  Brunforte.  A- 
vendo  però  il  detto  Rainaldo  mi- 
litato sotto  Carlo  I  e  Manfredi  re 
delle  due  Sicilie  con  molto  valore, 
meritò  nel  1263  l'investitura  del- 
l' abbazia    di  Farfa  ,    di    Castel  s. 


MAC  309 

Angelo  devoluto  alla  camera  reale 
per  la  ribellione  del  conte  Tras- 
mondo, e  poscia  di  Castel  Ficardo, 
di  Monte  Fiore  e  di  altri  luoghi; 
si  può  arguire  su  tale  fondamento 
che  anche  Gualdo  per  questo  mez- 
zo si  avesse  dai  Brunforte.  E  si 
crede  più  probabile  una  tale  opi- 
nione sull'autorità  del  Denina,  il 
quale  dicendo  che  Manfredi  man- 
dato aveva  all'assedio  di  Camerino 
Percivalle  d'  Oria  in  aiuto  de'ghi- 
bellini  della  Marca,  facile  cosa  po- 
tè essere,  che  questi  ritogliendolo 
ai  Bonifazi  s'insignorisse  di  Gualdo 
situato  lungo  lo  stradale,  che  per 
la  più  breve  via  sotto  monte,  dal 
regno  di  Napoli  conduce  a  quella 
citlà.  Né  deve  recar  meraviglia,  se 
dopo  la  vittoria  di  Carlo  I,  sospin- 
to contro  Manfredi  dagli  sforzi  di 
Urbano  IV  e  di  Clemente  IV,  re- 
stasse ancora  il  Brunforte  signore 
di  esso.  Dovette  Bainaldo  seniore 
accomodarsi  colla  parte  vittoriosa, 
come  praticarono  a  quell'  epoca  i 
più  del  partito  opposto;  e  di  parte 
guelfa  lo  dice  il  Lilj,  e  di  molte 
guelfe  città  capitano.  Una  lettera 
patentale  di  Pietro  cardinal  legato, 
diretta  nel  1295  al  priore  di  s. 
Costanzo  del  Poggio,  luogo  vicinis- 
simo a  Gualdo,  lo  assolve  dalla 
scomunica.  Che  ottenesse  poi  anco 
la  sanzione  del  possesso  di  Gualdo, 
lo  chiarisce  un  istromento  del  1 3 19, 
in  forza  del  quale  manomette  gli 
abitanti  di  esso,  ed  accorda  loro 
esenzioni,  privilegi  e  giurisdizioni 
che  asserisce  derivategli  dalla  con- 
suetudine e  da  concessione  aposto- 
lica. Da  altre  memorie  e  da  istro- 
mento de'  17  aprile  del  medesimo 
anno,  si  ha  che  la  città  di  Fermo  ac- 
quistò il  castello  di  Gualdo,  la  rocca, 
il  girone  ed  annessi,  ricevendo  sotto 
la  sua  giurisdizione  quegli  abitanti, 


3  io  MAC 

riconoscendoli  come  cittadini  fer> 
mani,  ed  obbligandosi  di  trattarli 
sempre  come  tali.,  corrispondendo 
per  tal  compera  al  Bruntbrte  dir 
cimila  libbre  ravennati  di  usualo 
moneta. 

La  potenza  dei  Varani  che  si 
andava  ognor  più  dilatando  nel 
XIV  secolo  per  virtù  di  Rodolfo, 
uno  de'  più  rinomati  signori  di 
que'tempi,  si  estese  anche  a  Gual- 
do, che  venne  tolto  ai  fermarli.  Il 
concilio  di  Costanza  ne  confermò 
ai  Varani  la  signoria  nel  ì^.\6f 
nel  tempo  dello  scisma  d'occidente. 
Ma  dopo  preso  il  possesso  di  Fer- 
mo dal  conte  Francesco  Sforza,  fu- 
rono restituiti  nel  i434  a  quel 
comune  dai  signori  di  Camerino, 
Santangelo,  Penna  s.  Giovanni  o 
Gualdo.  Quei  di  Gualdo  inviaro- 
no nell'istesso  anno  Antonio  di  Pao- 
lo a  giurar  fedeltà  ed  obbedienza 
ai  priori  di  Fermo ,  ed  i  fermani 
mandarono  nel  castello  Marino  Roc- 
chetelli  di  Fermo.  Da  quest'epoca 
rimase  questo  soggetto  a  Fermo,  se- 
guendo sempre  le  fazioni  e  le  vi- 
cende di  quella  città,  che  continuò 
fino  al  declinare  del  secolo  passato 
a  spedire  un  castellano  sul  luogo; 
ma  nel  riparto  territoriale  del  1827 
venne  riunito  alla  provincia  di 
Macerata.  Qui  aggiungeremo,  che 
nel  territorio  di  Gualdo  esisteva  il 
castello  di  Cardine,  di  cui  più  non 
rinviensi  vestigio ,  essendone  solo 
rimasto  il  nome  alla  contrada . 
Così  pure  il  castello  Sismoudo 
menzionato  fino  alla  statistica  del 
1817,  che  nel  i356,  allorché  Ro- 
dolfo Varano  acquistò  alcuni  posse- 
dimenti in  quel  territorio  dagli  ere- 
di di  Federico  Brunforte,  era  for- 
nito di  fabbricati  e  di  piazza;  ma 
nel  1408,  come  riferisce  1'  Adami, 
venne  distrutto   da  Gentile  Miglio- 


MAC 
rati  nipote  d'Innocenzo  VII  e  fra- 
tello di  Lodovico  signore  di  Fer- 
mo. Nel  l445  Eugenio  IV  conces- 
se Castel  Sismondo  a  Pandolfò 
Talamonti  benemerito  della  Sede 
apostolica,  e  la  città  di  Fermo  lo 
comprò  da  esso  nel  1 447-  Per 
dilferenza  di  confini  furono  già  que- 
stioni fra  Sanginesio  e  Gualdo  :  nel 
i453  il  comune  di  Fermo  n'ebbe 
favorevole  sentenza.  Ai  21  ottobre 
i483  Sisto  IV,  a  tor  di  mezzo 
maggiori  uccisioni  ,  devastazioni  e 
saccheggi  tra  i  fermani  ed  i  gine- 
sini  e  quei  di  Gualdo,  ordinò  al 
comune  di  Sanginesio  di  eleggere 
tre  deputati  del  consiglio  di  Fer- 
mo., e  alle  città  comandò  l'elezione 
di  tre  ginesini  per  accomodare  o- 
gni  titolo  di  questione  e  inimicizie 
che  vi  fosse  tra  essi.  Inoltre  Fer- 
mo nel  i483  acquistò  ancora  i 
poderi  del  duca  Giulio  Cesare  Va- 
rani, trasferendo  di  tutto  il  domi- 
nio a  titolo  oneroso  nel  conte  Lo- 
dovico Vinci  nel  i485,  e  quella 
famiglia  ne  rimase  proprietaria  fino 
al  di  d'oggi.  Dov'era  l'antico  castel- 
lo qualche  masso  informe  soltanto 
si  scorge,  e  l'agricoltore  vi  rinven- 
ne nel  1828  alcuni  ceppi  di  ferro, 
che  contenevano  ancora  le  tibbie 
di  corpo  umano,  rimembranza  del- 
le crudeltà  degli   antichi   tempi. 

In  Gualdo  si  trovano  molte 
chiese  rurali,  alcune  delle  quali  cu- 
rate, e  fra  queste  quella  di  s.  Elpi- 
dio,  ove  esiste  una  scoltura  su 
pietra  incastrata  al  muro  di  qualche 
pregio,  che  rappresenta  Maria  Ver- 
gine, la  quale  stende  la  mano  sul 
capo  di  s.  Francesco.  Uno  di  tali 
parrochi  è  soggetto  all'  arcidiocesi 
di  Camerino,  ed  altri  due  insie- 
me al  parroco  dell'interno  dipen- 
dente dall'  arcivescovo  di  Fermo, 
hanno    1'  obbligo    di  coofficiare    la 


MAC 
chiesa  matrice    di    s.  Savino.  Essa 
fu  costruita    nel    cominciar  del  se- 
colo corrente  dall'architetto  Pietro 
Maggi    ticinese,    con  la  forma    di 
croce  greca,  con  jonica  architettura, 
ed    è    un  bell'edifizio.  Sì  conserva 
in  questa    chiesa   un  gonfalone  del 
Rosario  dipinto  da  Alessandro  Ric- 
ci di   Fermo.  Il  quadro  dell'altare 
maggiore,  rappresentante  s.  Savino, 
è  di  Antonio    Liozzi.  L'altro  degli 
Apostoli  è  d'ignoto  autore,  ma  ben 
disegnato:   è  pure  di   pregio  quello 
della    Concezione  dipinto    da  Do- 
menico Malpiedi  di  Sanginesio,  co- 
me afferma   nelle  sue  Memorie     il 
march.  Ricci.  Di  bella  forma  è  la 
chiesa  di  s.  Maria  delle  Grazie  dei 
minori  osservanti,  la  quale  preesi- 
steva   al     convento    edificato    nel 
i58i.  In  quella  di  s.  Savino  sono 
due    confraternite,    essendo    quella 
del     ss.     Sagramento     proprietaria 
del  monte  frumentario  istituito  nel 
1608:   l'altro  moute    frumentario 
comunale  eretto  nel  1617  più  non 
esiste.  I  Pontefici  furono  larghi  di 
concessioni  coi  gualdesi,  come  Pao- 
lo III,  Gregorio    XIII    e  Sisto  V, 
avendo     Innocenzo    XI  nel     1677 
accordato  due  annue  fiere.  Questa 
terra  die  i  natali  a    Giovanni    Di- 
letti dottore    in    ambe  le  leggi    e 
commissario  del    legato  della  Mar- 
ca nel  i558;  Leone  Ventura  mag- 
giordomo   di    Sisto  V  ;    Ansovino 
Ventura  uditore    in    Macerata  del 
cardinal  Bandini  legato  delle  Mar- 
che;   Francesco    Radici  ni  canonico 
della  metropolitana  di  Fermo,  mor- 
to e  compianto  nel    1840.  Appar- 
tiene a  questa  terra  l'antica  e  no- 
bile famiglia    Ferraguli    che  diede 
alla    patria    magistratura   i    dotto- 
ri Atanasio,  Francescantonio  e  Giu- 
seppe, ed    il    vivente  capitano  An- 
drea merita  onorata  menzione  per 


MAC  3n 

la    sua    coltura    e  pel     municipale 
reggimento. 

Monte  s.  Martino.    Comune  del 
governo  di  Sarnano,  nella  diocesi  di 
Fermo.  Di  questo  luogo  abbiamo  le 
Memorie  topo  grafico -utoriclie  della, 
terra  di  Mons  ammanino  3   con  ap- 
pendice    diplomatica     estratta    dai 
documenti    che    si    conservano   nel 
suo  archivio,  dell' ab.  Giuseppe  Co- 
lucci  che  le  pubblicò  nel  t.  XXIX, 
p.  3  e  seg.   delle  sue  Antichità  pi- 
cene, delle  quali  andiamo  a  ripor- 
tare breve  estratto.  Nel  difendere  i 
pp.  Maire  e  Boscovich,  sopra  quan- 
to dissero  di  questa  terra  nella  lo- 
ro  pianta  geografica  dello  stato  ec- 
clesiastico, riportò  la  protesta  e  sal- 
vò le    ragioni  che    contro    di    essi 
emise    un    monsammartinese    nella 
descrizione    di    sua  patria,    di    cui 
depose  copia  nella   segreteria   prio- 
rale,  e  nell'archivio    della    congre- 
gazione del  buon  governo.  La  ter- 
ra giace  su  di  un  monte,  nel  con- 
fluente  de'  fiumi    Tenna  e  Tenna- 
cola,  in  luogo  forte,  distante    circa 
venti  miglia  da  Macerata^  e  quindi- 
ci da  Fermo  :  il  clima  è  tempera* 
to  e  l'aria  è  salubre,    in  posizione 
amena  e  dilettevole.  11  circuito  del- 
la terra  ha  un   giro    di    quasi    tre 
quarti  di   miglio  ;  conserva  in  par- 
te   le  antiche     mura    che    sono   di 
pietra  viva  del  paese,    come    tutte 
le  altre  fabbriche,  essendo  comuni 
le  cave  di    essa    nel  luogo  ;    e   da 
quel  che    vi  resta    si   vede    che    le 
mura  castellane   furono  già  merla- 
te e  intramezzate  da  torrioni    del- 
l'epoca del  secolo  XIII.  Le  chiese 
sono  sei,  la   prima    sotto    l'invoca- 
zione di  s.  Martino  di   Tours,  che 
è  matrice  e  cura    parrocchiale,    a- 
vendo    il  santo    dato     il  nome    al 
paese  di  cui    è  protettore,    ed    ha 
buoni  quadri.  È  posta  nella  parte 


3.2  MAC 

più  eminente  della  terra,  nella  con- 
Irada  di  l.  Mattino,  detta  pure   di 
Castello,  perchè  essendo   questa    la 
più  alta  parte  della    terra,    forma- 
va un    tempo   come    il   castello    e 
la   fortezza  di  essa.  Presso  la  chiesa 
di  s.  Martino  eravi  una  chiesa  sot- 
to l' invocazione  di  s.  Michele,  nel 
cui  luogo  fu  edificato  l'ospedale  per 
gl'infermi.  Le  altre  chiese,    alcune 
delle  quali    posseggono    buoni     di- 
pinti, portano  il  titolo    di    s.  Gio- 
vanni, che  appartiene   alla  confra- 
ternita del  ss.  Sagramento,    essen- 
dovi pure  eretta  quella  della  Mor- 
te; di  s.  Tommaso  apostolo;  degli 
agostiniani  scalzi  con    parrocchia  e 
convento  nella  pubblica  piazza,    di 
cui   fu  principal  benefattore    Mani- 
lio Urbani;  di  s.  Maria  del  Pozzo, 
che  pel  cattivo    suo  slato    d'allora 
era  stata  sospesa    la    parrocchia    e 
trasferita  in    s.    Giovanni;    e    di  8. 
Caterina    vergine    e    martire    delle 
monache  benedettine  con  monaste- 
ro   ingrandito     nel    secolo   passato. 
Di  alcune  pitture    delle    chiese     di 
Monsammartino,  ne  parla  il  march. 
Pucci  nelle    Meni,  storiche.    Il  Ca- 
talani, De  Ecclesia  Firmano,,    trat- 
ta di  questo  luogo  a  p.  1 15  e  32 1. 
Il  palazzo  pubblico  colla  segreteria^ 
sono  più  sotto  la  chiesa  di  s.  Mar- 
tino nella  strada  principale;  quello 
del   podestà    è    vicino    la   chiesa  di 
s.  Maria.   La  famiglia  Urbani   vi  ha 
una    fabbrica     grandiosa    a     foggia 
di   palazzo,  mollo  decorosa.    Anche 
la  casa  del  Monte  e    Carila    Ricci 
è  ben  intesa,  ricca  di  belli  e    rari 
quadri.    Il  territorio  parte  scosceso 
e   parte    in    falso    piano    è    ferace; 
confina  con    Castel    dementino,    s. 
Vittoria,     Smerillo     e     Mandola    o 
Amandola  nella  stessa  diocesi,    de- 
legazione di  Ascoli.   Lunghe    ed  o- 
slinate  furono    le    gare    de' mando- 


MAC 
lesi  con  Monsammartino    pei    con- 
fini, questo  li  estendeva  nel  secolo 
XV  oltre    la  Scheggia     e    suo    ca- 
stello e  rocca  che  possedeva.  Mon- 
sammartino ebbe  pure  gravi  nimici- 
zie  pel  territorio  con   Penna  s.  Gio- 
vanni.    Nel  territorio    vi  sono    de- 
scritte le  chiese  di    s,   Maria    delle 
Grazie,  di  s.  Venanzio,   di    s.  Ste- 
fano, di  s.  Maria    Maddalena    jus- 
patronato  del  Monte  e  Carità  Ric- 
ci per  uno  de*  molti  generosi  legati 
di  monsignor  Armindo  Ricci,  di  s. 
Maria  di  Loreto    juspatronato    dei 
Ricci,  di    s.    Antonio,    e    la    Beata 
Vergine  della  Misericordia,  già  dei 
religiosi  del  terz'ordine  di  s.  Fran- 
cesco, poi    degli    agostiniani    scalzi. 
Il  governo  politico  formavasi,    co- 
me quello    delle  altre    terre    della 
Marca  :   la  sacra    consulta    vi  desti- 
nava il  podestà,  che    un    tempo  si 
eleggeva  dal  comune,  ed  esso  giu- 
dicava le    cause  civili    in    prima  i- 
stanza  di   ogni  somma,  e  nelle  cri- 
minali colle  solite  limitazioni  e  ri- 
serve.   Il    magistrato  ,  componevasi 
di   un    gonfaloniere  e    due    priori  ; 
del  consiglio  di  credenza,  e  genera- 
le di  tutti  i  consiglieri,    in    cui    si 
risolvevano  gli  affari  pubblici,  e  si 
eleggevano  i    salariati    della    terra  ; 
vi  era  ancora    una    compagnia    di 
miliziotti  di  circa  duecento    soldati 
coi    rispettivi    capitano,  tenente  ed 
alfiere.   Il  primo  podestà  fu    Alta- 
villa del  1248:  il  Colucci  a  p.   56 
ne  riporta   la  serie  di  alcuni,    fino 
a  Damiano  Vico    di  Montalto    del 
i543.  Aveva  la  terra  lo  statuto  mu- 
nicipale,   ma  essendosi    guasto,    da 
un  commissario    apostolico    fu  de- 
cretato doversi  osservare  quello  del- 
la comunità  di  Monte  Fortino. 

L'origine  di  Monsammartino  ri- 
sale al  IX  o  X  secolo,  non  pare 
per    opera    degli    ascolani,    che  vi 


MAG 

dedussero  una  colonia,  secondo  al' 
cuni,  ma  veramente  s'ignora;  forse 
\i  fu  un  vico  o  un  pago  apparte- 
nente al   territorio  della  colonia  di 
Faleria,  per  cui  si  rinvennero    pa- 
recchi sepolcri  e  medaglie,  al  qua- 
le luogo,  come  altrove,  successe  poi 
una    parrocchia    cristiana,     ed  una 
chiesa    dedicata   a    s.    Martino,  ciò 
che  fa  congetturare  che  la  prima- 
ria  origine  si  dovesse  ripetere  dal- 
la    venuta     de*  franchi    con     Carlo 
Magno,  e   perciò  nell'  Vili  secolo, 
essendo   s.   Martino    di    Tours  uno 
de'santi  più    venerati    nelle   Gallie. 
Dal  probabile    passando    al    certo, 
Monsammartino    soggiacque  al    do- 
minio de'propri    signori    o     dinasti 
fino    dopo     il    i^4o  circa  ,     e    nel 
i25o    si  stabili  pienamente   la  sua 
comunità  indipendente  dalla  domi- 
nazione di  qualunque  signore.    Nel- 
T  anno     1248     la     comunità     fece 
la  sua     procura    per     acquistare  il 
collegio  di   Scheggia,    compera  che 
segui  a'  5  agosto     dal  padrone     di 
esso  Commanno  di  Guarniero,  con 
tutto  il    distretto  ,  vassalli  e  signo- 
ria,   venendo    obbligati  i   vassalli  a 
trasferirsi  ad     abitare    in  Monsam* 
martino,  così  Commanno,   datasi  a 
questi  per    il   compenso    di     alcuni 
pezzi  di  terreno     la    podesteria    di 
Monsammartino   per    un  anno.  Le 
famiglie  di     Scheggia    erano    circa 
quaranta,     e    dopo     la     distruzione 
del  castello,    passando    ad     abitare 
nel    quartiere    s.  Martino,    questo 
prese  ii  nome  di  Scheggia.  Questa 
compera    fu    un    fomite  di     lunghi 
dissapori    e  discordie    colla     comu- 
nità   della  Mandola    o     Amandola, 
come  abbiamo  accennato ,    dappoi- 
ché a  misura  delle   rispettive  forze 
ora  il    castello  passò    in     mano  di 
Monsammartino    ed  ora     di    Man- 
dola.   In  detto    anno    1248    Mon. 


MAC  3i3 

sammartino  era  già  formato  in  co- 
munità, per  cessione  o  vendita  dei 
propri    diritti    che    aveano    fatto  i 
fratelli  Gentile    e  Lambertino  figli 
di  Gualdiero  ;  e  perchè  l'altra  par- 
te   del     dominio  sopra  la  terra  ri- 
siedeva nella  discendenza  dei  Boni- 
fazi,  di    cui    erano    i  fratelli    Lan- 
franchino  e  Alebi andino,  nel   i25o 
anche  questi  cederono  i  loro  diritti. 
Tali  signori  erano  di  due    diverse 
famiglie,    le   cui  genealogie    riporta 
il  Colucci    a    p.   3o  e  seg.  insieme 
ad  una  terza   di  cui  fu  stipite  Mo- 
naldo, parimenti  come  quelli  delle 
altre,    nobile  di     Monsammartino  : 
pare  che  le  tre  famiglie  fossero  ra- 
mi di  quella  celebre  de'Bonifazi  si- 
gnori    di     Castelvecchio     fino    agli 
ultimi    tempi.    Inoltre    i    martinesi 
acquistarono    dai    fratelli   Lanfran- 
chino    e   Alebrandino  anche    il  ca- 
stello   di    Plano  fìomaldi,    eh*  era 
posto  al    di    là  dal  Tennacola    nel 
territorio     al     presente    di     Penna. 
Monsammartino     ebbe    pure     altre 
antiche  'famiglie    nobili.    Altro    a- 
quisto  fece  la  comunità  col  Castel lq 
di   Colmerlo  per    una  metà,     l'al- 
tra appartenendo  a  Penna,  da  Gen- 
tile di  Monaldo  nel  1298.  Avendo 
i    mandolesi     delle    possidenze    in 
Scheggia,,  non  videro  che  con  cat- 
tivo  occhio  l'acquisto     fattone     dai 
martinesi,  indi  nacquero    gare    pel 
pascolo  degli  animali  e  per  le  con- 
tribuzioni de'pesi  camerali,  e  la  ca- 
lorosa vertenza  de'confini,  con  va- 
rie   e    funeste    conseguenze.     Altre 
differenze    di     Monsammartino  con 
Mandola    furono  quelle  per  la  ga- 
bella    del  passo.    D'altronde  Mon- 
sammartino   ebbe    sempre  amicizia 
e    buona    intelligenza    con    Penna, 
col  quale  avea  il  più  lungo  confine 
territoriale,    tranne  qualche  piccolo 
dissapore.  Nel  secolo  XIV  Mousam- 


3i4  MAC  MAC 
martino  fece  alcune  scorrerie  e  ne  della  città  di  Fermo,  e  di  questa 
ricevette  pure  nel  suo  territorio,  in  pure  il  Colucci  ne  riporta  la  ge- 
tempo  delle  guerre  civili,  venendo  nealogia  sino  a  Lodovico  del  1 796. 
talvolta  assoluto  dai  rettori  gene-  Gli  ultimi  suoi  alberi  genealogici 
rali  della  Marca.  Nel  i3^8  la  ter-  sono  de'nobili  signori  di  Lornano; 
ra  fu  rovinata  da  un  fiero  ter-  un  ramo  incomincia  da  Alberto, 
remoto.  Non  pochi  furono  i  citta-  l'altro  da  Rinaldo,  cioè  dal  secolo 
dini  illustri  e  benemeriti  della  pa-  XIII  al  XIV.  Amor  di  patria,  l'im- 
tria,  cioè  monsignor  Armindo  Rie-  portanza  del  luogo,  1'  abbondanza 
ci  sotto-datario  di  Clemente  IX,  di  documenti,  fecero  diffuso  il  Co- 
istitutore del  Monte  di  Carità  in  lucci  nativo  di  Penna  s.  Giovanni, 
favore  di  questo  luogo  e  di  altri  ove  vide  la  luce  a'i9  marzo  1752, 
pii  legati;  Concetto  Cambi  istituto-  in  questa  storia;  sebbene  per  la  sua 
re  del  Monte  abbondanza,  al  cui  vasta  opera  fu  aggregato  a  diverse 
esempio  altri  buoni  cittadini  fon-  cittadinanze  e  patrie  di  onore,  di 
darono  il  Monte  frumentario  ;  Ni-  cui  ne  pubblicò  le  memorie  e  i 
cola  Lappa,  benefattore  delle  due  fasti.  Il  p.  Civalli  nella  Visita 
confraternite  della  terra  ;  Manilio  triennale,  parla  di  Penna  s.  Gio- 
Urbani  rifabbricò  la  chiesa  degli  vanni  a  p.  i55,  t.  XXV  delle 
agostiniani  scalzi,  ne  ampliò  il  con-  Antich.  picene  dello  stesso  Colucci. 
vento,  e  fece  altre  generose  opere;  Dopo  di  lui  scrisse  il  march.  Ric- 
Lattanzio  Urbani  dottor  di  legge  ci  le  dotte  Mem.  storiche,  ove 
e  magistrato.  tratta  di  alcuni  edifizi,  pitture  ed 
Penna  s.  Giovanni.  Comune  del  altre  cose  artistiche  di  Penna  s. 
governo  di  Sarnano  ,  diocesi  di  Giovanni.  Al  presente  contiene  più 
Fermo.  Giuseppe  Colucci  impiegò  di  2700  abitanti, 
tutto  il  t.  XXX  delle  Antichità  A  ridosso  di  un  alto  monte,  di- 
picene,  per  le  Memorie  istoriche  stante  circa  quindici  miglia  dal 
della  terra  di  Penna  s.  Giovanni,  mare  e  circa  sette  dagli  A  pennini, 
che  brevissimamente  compendieremo  in  mezzo  alle  città  di  Fermo,  A- 
nelle  cose  principali.  Queste  me-  scoli  e  Macerata,  tutte  distanti 
morie  sono  divise  in  tre  parti,  in  quasi  quindici  miglia,  sorge  la  ter- 
tutte  di  p.  184.  Segue  il  Codice  ra  che  gli  antichi  del  secolo  XIII 
diplomatico  Pennese  di  p.  i56,  dicevano  ora  Castel  della  Penna, 
quindi  l' albero  genealogico  de' no-  ora  Castello  di  s.  Giovanni,  ora 
bili  signori  della  Penna  s.  Giovan-  Castello  del  monte  s.  Giovanni,  poi 
ni,  incominciando  dal  conte  Aldo-  Penna  s.  Giovanni.  Sulla  cima 
brandino,  da  cui  discesero  il  conte  del  monte  oggi  esiste  piccola  chie- 
Giovanni  del  1225  e  Giberto  del  sa,  ma  in  antico  eravi  interessante 
1248,  sino  a  Rinalduccio  del  1 334-  fortezza,  detta  il  Girone  cioè  il 
Altro  albero  genealogico  principia  cassero,  luogo  forte  e  munito.  Era 
da  Paganello  e  dal  successor  Mo-  questo  monte  nel  secolo  XIII  e  in 
nalduccio  del  1252  sino  a  Vanni  altri  posteriori  tutto  incasato,  par- 
dei  1394.  Da  Andrea  del  i352  te  dalla  fortezza,  parte  dai  baloar- 
discese  Luca  Morrone  dell'antichis-  di,  e  nel  resto  da  altre  fabbriche 
sima  ed  illustre  famiglia  de'Mor-  ed  abitazioni  che  si  protraevano 
roni  di  Penna  s.  Giovanni,  patrizia  fino  al  ripiano  del  resto  del  paese, 


MAC  MAC  3 1 5 

ed  ivi  erano  poste  lo  case  de'primi  residenza  del  podestà  o  governato- 
signori  del  luogo,  che  ornate  di  re  era  già  unita  al  palazzo  prio- 
tortii  queste  erano  lauto  alte,  che  rale,  poi  fu  trasferita  altrove.  Il 
nella  cessione  fatta  nel  ìi^Ò  dei  teatro  fu  eretto  annesso  all'antico 
loro  diritti  a  favore  dell'allora  na-  palazzo  pubblico;  l'ospedale  pegli 
scente  comunità,  promisero  di  abbas-  infermi  già  esisteva  nel  i583,  e 
sarle  ad  una  certa  misura  ,  e  di  fu  nel  secolo  passato  nel  mentova- 
non  alzarle  più  mai.  Ma  come  pò-  to  sito.  La  chiesa  principale,  ma- 
co  dopo,  nel  ii65s  fu  demolita  la  trice  e  pievania,  resta  nella  piazza 
fortezza  per  gelosia  di  dominio,  co-  maggiore,  ed  è  sotto  l'invocazione  di 
sì  a  poco  a  poco  vennero  a  cadere  s,  Giovanni  Battista  protettore  pri- 
e  a  demolirsi  i  torrioni  e  le  case,  mario  della  terra,  a  cui  da  anti- 
L'aria  è  purgata  e  salubre,  grata  e  chissimo  tempo  die  il  nome.  È 
gioconda  la  posizione.  Il  torrente  grande,  elegante  e  maestosa,  con  ai- 
Salino  a  sinistra  e  il  fiume  Ten-  ta  torre,  venerandovisi  un'antica  e 
nacolo  a  destra ,  sul  confine  del  bellissima  statua  di  legno  del  pa- 
terri torio  si  uniscono  nel  fiume  trono  :  ne  fu  architetto  Giorgio  di 
Tenna.  Al  presente  tre  sono  le  Como  detto  di  Jesi  ,  che  1'  inco- 
porte,  del  Piano ,  già  .y.  Maria,  del-  minciò  nel  i52i  circa,  in  luogo 
la  Pesa  forse  costruita  nel  1 354,  dell'antica  demolila.  Vi  sono  poi 
e  del  Forno,  già  s.  Martino j  avvi  le  chiese  di  s.  Francesco,  già  della 
pure  due  altre  porte,  chiamate  il  ss.  Vergine  delle  Grazie,  col  con- 
portone  e  la  porlarella,  venendo  la  vento,  rimodernata  nel  secolo  pas- 
piima  detta  anticamente  porta  vec-  sato,  con  buoni  quadri,  ed  eretta 
chia  e  porta  spinta.  Le  antiche  nel  secolo  XV^  venendo  concessa 
mura  castellane  in  parte  esistono  ai  conventuali  nel  1 4^7?  c,ìe  la- 
in  buon  essere,  e  in  parte  vennero  sciarono  quella  pur  dedicata  alla 
restaurate  nel  secolo  passato,  nel  ss.  Vergine  delle  Grazie,  ed  allora 
resto  sono  rovinate  o  occupate  da  fu  edificato  il  convento  di  s.  Anto- 
abitazioni.  Le  strade  principali  del-  nio,  che  possiede  il  corpo  di  s. 
la  terra  sono  tre,  ed  altrettanti  i  Vincenzo  martire  donato  dal  be- 
quartieri  o  lanieri,  chiamati  Castel-  nemerito  del  Piceno  ed  onore  del- 
lo, eh'  è  la  parte  più  elevata,  più  la  patria  Giuseppe  Colucci,  insieme 
antica  e  più  nobile  ;  s.  Giovanni,  a  bella  statua  della  Beata  Vergine 
e  s.  Croce.  Il  palazzo  priora  le  era  in  legno  scolpita  da  Molini ,  comò 
presso  la  portarella  e  la  piazza  ascritto  alla  confraternita  del  Rosa* 
dello  Statuto,  ed  aveva  annessa  la  rio,  esistente  nella  chiesa;  di  s.  Pie- 
torre  per  la  campana  pubblica,  di  tro^  elegante  con  monastero  grande 
cui  si  faceva  uso  principalmente  delle  monache  benedettine,  già  nel 
per  adunare  i  consigli.  Venduto  secolo  XIII  sacra  a  s.  Michele, 
all'  ospedale  degl'infermi  ,  verso  il  mentre  il  monastero  fu  ampliato 
1793  nella  piazza  maggiore  s'in-  nel  secolo  passato,  ed  è  uno  de» 
cominciò  ad  abitare  il  nuovo,  fab-  più  antichi  della  diocesi,  e  da  es? 
bricato  maestosamente  dai  fonda-  so  partirono  due  monache  per  fon- 
menti  con  sua  torre  elegante,  con  dar  quello  di  s.  Tommaso  a  Mori- 
disegno  di  Pietro  Maggi;  ivi  sono  te  Santo  ;  di  s.  Maria  delle  Grazio 
i  principali   uffizi    e  le   carceri.   La  fuori  della  porta  Piano,  già  de  'fra  u- 


3.6  MAC 

cescani,  come  si  è  accennato,  sin 
tlal  i5^7  almeno;  e  la  chiesa  di 
s.  Elisabetta  giace  sulle  vette  del 
monte  ove  era  la  rocca,  e  siccome 
è  dedicata  alla  Visitazione  che  la 
B.  Vergine  fece  a  s.  Elisabetta,  fu 
chiamata  santa  Maria  del  Monte  ; 
ivi  si  venera  una  spina  della  co- 
rona del  Redentore,  e  vi  fu  eretta 
la  confraternita  della  Morte. 

Dacché  la  terra  si  formò  in  co- 
munità riconobbe  sempre  per  so- 
vrano il  Papa,  e  col  suo  bene- 
placito si  elesse  i  podestà  colle  so- 
lite amplissime  facoltà  comuni  a 
tutte  le  terre  e  città  dello  stato 
pontifìcio,  come  nel  i582,  tem- 
po in  cui  fu  riformato  e  stampato 
lo  statuto  municipale;  ma  poi  ad 
evitare  gl'intrighi  delle  elezioni  lo 
Spedi  la  congregazione  della  sacra 
consulta.  11  magistrato  prima  era 
composto  di  quattro  individui,  poi 
di  tre,  oltre  il  consiglio  generale 
di  sessantaquattro  persone,  indi  ri- 
dotte a  trentasei.  Il  primo  grado 
dei  consiglieri,  detto  dei  gonfalonie- 
ri, si  componeva  di  soggetti  possi- 
denti delle  famiglie  Bracondi,  Cini, 
Colucci,  Ferraguti,  Miti,  Perucci, 
Rioli,  Scipioni,  e  quattro  diverse 
famiglie  Vecchi.  Consistevano  le  ve- 
sti del  magistrato  nella  veste  di 
rnbbone,  di  velluto  neh'  inverno, 
di  damasco  nell'estate,  e  di  zimar- 
ra violacea  in  tempo  de' consigli, 
atti  pubblici  e  rappresentanze.  II 
territorio  confina  con  Castel  de- 
mentino, presso  il  quale  ora  è  sta- 
lo eretto  sul  Tenna  un  grandioso 
ponte  di  quattordici  arcate,  con 
L'alerone,  con  s.  Angelo  in  Ponta- 
no,  con  Gualdo,  colla  Mandola , 
p  con  Monsammartino.  Nel  territo- 
rio vi  sono  ville  e  chiese,  nella  vil- 
la delle  Saline  la  chiesa  di  s.  Ni- 
cola   di    Tolentino  fu    eretta    nel 


MAC 

176^  dal  padre  del  Colucci,  e  per-» 
ciò  giuspatronato  della  famiglia.  Nel 
territorio  furono  già  i  seguenti 
castelli,  nella  maggior  parte  domi- 
nati dalla  comunità,  mentre  nella 
loro  distruzione  il  più  degli  abitanti 
passarono  ad  accrescere  quelli  di  Pen- 
na; appartennero  a  diversi  signorini- 
la  comunità  di  Monsammartino  per 
cui  ebbe  lite  coi  pennesi,  e  ad  altre 
comunità.  Il  castello  idi  Agello  che 
appartenne  alla  famiglia  de'  nobili 
della  Penna,  con  chiesa  dedicata  a 
s.  Pietro,  in  amena  situazione.  Il  ca- 
stello di  s.  Croce  con  chiesa  sotto 
questo  titolo.  Il  castello  di  Plaro- 
maldo,  distrutto  verso  il  1249.  Il 
castello  di  Colmerlo  appartenne 
alla  nobile  famiglia  di  Lornano 
poi  Carboni,  le  cui  memorie  ri- 
salgono al  1  r  99.  Vi  sono  pure  i 
molini  e  le  saline,  le  quali  per 
privilegio  confermato  principalmen- 
te da  Leone  X  e  da  Benedetto 
XIV,  colle  vene  dell'  acqua  salata 
dei  territorio  e  del  rivo  o  fosso 
della  Patina,  forniscono  il  sale  alla 
popolazione.  Di  queste  saline  si 
hanno  memorie  dal  1292,  cioè  di 
quelle  però  spettanti  alla  camera 
apostolica,  la  cui  fabbrica  è  nel 
territorio  di  s.  Angelo  in  Pontano. 
L' origine  di  questa  terra  è  in- 
certo, nel  1248  bensì  cominciò  a 
formarsi  in  comunità,  avendo  avu- 
to prima  signori  particolari,  ed  era 
già  luogo  forte  e  munito  di  rocca 
quando  i  proprietari  lo  venderono 
al  pubblico.  11  nome  di  Penna  pa- 
re analogo  a  quello  di  altura  sco- 
scesa, monte  o  rocca,  cui  si  aggiun- 
se s.  Giovanni,  dal  nome  del  pa- 
trono, sotto  la  cui  invocazione  e- 
ressero  i  pennesi  il  primo  tempio 
a  Dio.  Vuoisi  compresa  nel  terri- 
torio dell'antica  colonia  di  Faleria, 
la  qual  città  era  quattro  miglia  di- 


MAC 

stante,  e  forse  fu  uno  de'  suoi  pa- 
gi. Furono    i    conti,   dominatori  di 
Penna    della    famiglia    Monaldi ,   o 
dei  Bonifazi  signori   pure   di  Mon- 
sammartino,  forse    provenienti    da* 
gli  antichi  marchesi   e  conti  di  Ca- 
merino. Nel    1192   la    Penna    avea 
due  signori,  Aldebrandino  e  Berar- 
do fratelli,  i  cui  discendenti  si   sud- 
divisero in  molte  famiglie,  a  segno 
che  all'epoca  della  vendita  di  Pen- 
na, i  signori  erano  più  di  dieci  ol- 
tre le  sorelle,  discendenti    de'  quali 
della  linea  di  Berardo  e  Paganello 
sono  le  due  nobili    famiglie    patri- 
zie Morrone  passate  in    Fermo,  e- 
sistendo  fra  i  confini    di    Penna    e 
Gualdo  la  contrada  Morrone,    for- 
se per    le  possidenze     che    vi    ave- 
vano. Moltiplicati  i   nobili  di   Pen- 
na, nacque    tra'  loro   vassalli    e  di- 
pendenti,   a  cagione  de'tempi ,   ge- 
losie, fazioni  e  dissensioni  ,   il  per- 
chè i    signori    a    prevenire    funeste 
conseguenze  continuando    nella    si- 
gnoria, vennero  col  popolo  nel  1248 
ad  un  amichevole  accordo,    ceden- 
dogli  i  loro  diritti  mediante  sborso 
di  denaro,  patti  e  riserve.  Così  eri- 
gendosi la  comunità  in  repubblica, 
acquistò  la  libertà  di   eleggere    gli 
uffiziali,  far  leggi  e  statuti,  non  che 
il  girone,  segnando  l'atto  col  nome 
d'Innocenzo  IV,  cui  i  pennesi  mo- 
straronsi  fedeli,  contro  i    ghibellini 
seguaci  di    Federico    II,    e    perciò 
sempre  di  voti  alla  santa  Sede.   Te- 
mendo  de'  ghibellini    la    comunità 
si  sottomise  a  Fermo,  e  ne  otten- 
ne la  cittadinanza  nel    I25i  ;    ma 
non  piacque  ciò  al  Papa,  probabil- 
mente per  la  crescente    potenza  di 
Fermo,  cui  ordinò    dimettersi    dal 
possesso  di  Penna  ;  onde  il  rettore 
della  Marca  Gualdiero  contro  que- 
sta fece  marciare  l'esercito    temen- 
do de'  nobili  ghibellini,  e  resela  li- 


MAC  317 

bera  dalla  giurisdizione  de'  ferma- 
si e  dalla  precedente  volontaria 
dedizione,  restando  solo  dipendente 
dall'alto  dominio  della  Sede  aposto- 
lica in  cui  restò  costantemente.  Por- 
tatosi il  rettore  in  Penna,  in  nome 
d'Innocenzo  IV  chiese  al  consiglio 
la  rocca,  che  venne  pacificamente 
ceduta ,  per  maggior  sicurezza  e 
vantaggio  della  popolazione  che  in- 
di si  accrebbe,  accorrendovi  molte 
famiglie  de'dintorni  a  stabilirvisi  a 
segno  che  i  signori  di  essi  implo- 
rarono dal  Pontefice  un  freno.  Nel 
1 25g  Penna  fu  costretta  ricono- 
scere per  poco  tempo  il  re  Man- 
fredi bastardo  di  Federico  li  ,  il 
quale  avea  già  dominato  nella  Mar- 
ca, a  ciò  indotta  da'  nobili,  co' quali 
i  pennesi  fecero  nuovi  patti  ;  e  per- 
chè nelle  loro  mani  non  cadesse  la 
rocca  e  il  girone,  tutto  demolirono, 
ricevendone  nel  1265  assoluzione 
dal  cardinal  Pah  linieri  legato,  che 
lodò  la  fedeltà  e  i  servigi  resi  dai 
pennesi,  confermando  loro  i  privilegi 
e  le  esenzioni.  Dopo  il  1276  i  no- 
bili e  fuorusciti,  armata  mano  ten- 
tarono d' impadronirsi  di  Penna  ; 
il  popolo  però  ne  frenò  l' impeto 
con  fiero  combattimento,  per  cui 
Rinaldo  di  Brunforte  eh'  era  alla 
testa  degli  aggressori  si  sfogò  col 
dare  il  guasto  al  territorio. 

Intanto  la  comunità  acquistò  la 
metà  de'  castelli  di  Colmerlo  e  di 
Agello,  e  della  quarta  parte  di  Ca- 
stel Gismondo,  rigettando  le  pre- 
tensioni della  provincia  Farfense , 
che  voleva  Penna  e  il  suo  territo- 
rio soggetta  alla  propria  giurisdi- 
zione. Nei  primi  del  secolo  XIV 
nate  varie  differenze  coi  nobili,  a- 
michevolmenle  si  accomodarono;  eb- 
bero luogo  diversi  acquisti  e  scor- 
rerie de'  ginesini  sul  territorio ,  e 
Giacomo  di    Ti  asm  ondo    de'  nobili 


3.8  MAC 

di  s.   Angelo  fu  condannato  dal  ret- 
tore per  aver    tentato    sorprendere 
la   terra ,    essendo    egli    del  partito 
ghibellino,   mentre   i    pennesi   eransi 
bravamente  difesi.   Nel    i  3  i  7   i  fer- 
ina ni   bandirouo  tutti  i  pennesi  dal- 
la  loro  città,    con    solenne   forma* 
lità,  pare  perchè  altrettanto    aveva 
fatto  Penna  coi  fermani    che  vole- 
vano sedurre  il  popolo  a  trarsi  dal 
loro  partito.   Avendo  i  fermani  colto 
iuosservante  di  tale  ordine  un  pen- 
nese, esigerono  la  multa   decretata. 
Ad  istanza  de'  pennesi  il  rettore  or- 
dinò ai  fermani  assolvere    il  dete- 
nuto, e  non  venendo  obbedito,  con 
eccessivo    rigore    sottopose     Fermo 
all'interdetto,  pena  che  fu  tolta  per 
lodevole  istanza  del  popolo  di  Pen- 
na, ed  ancora  fu    assoluta  Gualdo, 
forse  complice  dell'accaduto;  indi  le 
parti  contendenti    si    riconciliarono. 
A  cagione  di  Lodovico  di  Baviera, 
avendo  ripreso   forza  il  partito  ghi- 
bellino, Giovanni   XXII  cui  era  no- 
to l'attaccamento    de'  pennesi    alla 
santa  Sede,  con  breve  nel    1329  li 
avvisò  di  tali    timori,  esortandoli  a 
restar    fedeli,    e  prestare    aiuto    al 
lettore  della  Marca.  Nel  1 334  molti 
sbanditi  pennesi   unitisi  ad  altri  ri- 
belli della   Chiesa,  con  grandissimo 
numero  di  cavalleria  e  fanteria,  o- 
stilmente  entrarono  in  Penna  ;  ma 
il  popolo  prese  le    armi    valorosa- 
mente   cacciò  gì'  invasori ,    i    quali 
però  partirono  carichi    di  bottino, 
e  con  alcuni  prigionieri.  Per  tanta 
fellonia  il  rettore  della  Marca  con- 
dannò i  rei  e  li    multò    in    favore 
della    danneggiata    comunità.    Nel 
i3t»4    patì    Penna    l'espugnazione 
dalla    masnada    di    fra     Mori  cale , 
che  viveva  di  ruberie  e  ladronecci; 
indi  nel    1 358    incominciarono    al- 
cune   vertenze    con    Falerone,    pei 
danni    fatti    ne'  terreni    di    Agello. 


MAC 
Mentre  n'era   podestà  Ridolfo    Va- 
rani, profittando  della  residenza  dei 
Papi  in   Avignone,    incominciò    ad 
aspirare  alla  signoria  di  Penna,  e 
più    tardi    ribellatosi    al    Pontefice 
s'impadronì  di   molti  luoghi  ,  tra  i 
quali    Penna    verso    il    1 3y5 ,    per 
aver  Vanni    di   Rollino    introdotto 
di  notte  Rinaldo  nella    terra ,    per 
cui  Antonio,  o  meglio  Andrea  avo 
di   Antonio  della  nobilissima  fami- 
glia   Morrone,    come    di  contrario 
partito    emigrò    a  Fermo,    mentre 
Luca  suo  figlio    e  padre    di  Anto- 
nio recatosi    a  Roma  ivi    morì;    e 
Penna  per  quasi  sessantanni    sog- 
giacque al  dominio  dei  Varani.  Nel 
1 384  portandosi    Antonio    a    rive- 
dere sua  madre  in    Penna,    Vanni 
per  odio  di  partito  o  per  ereditare 
i  suoi  beni  come  parente,  iniqua- 
mente tentò  di  ucciderlo,  e  perchè 
fuggì,  saccheggiò  ed  incendiò  la  di 
lui  casa ,    e   sì    grave    fu  il  dannò 
che  la  curia    generale    ordinò    che 
si  compensasse  Antonio   con    s5oo 
ducati  d'oro;  e  siccome  Fermo  re- 
clamò con  Varani   raffronto    fatto 
al  suo  concittadino,  il  traditore  Van- 
ni  venne  precipitato  dalla  rupe  del 
monte,    e    morì    sfracassato,    e   ciò 
avvenne  dopo  il  i3g4-  Mentre  bol- 
livano nella  Marca  le  fazioni  fra   i 
ministri  della  santa    Sede    e    i    ti- 
ranni dei  luoghi,    Bonifacio    IX  vi 
spedì  per  marchese    il  suo  fratello 
o  nipote  Andrea  Tornaceli,  il  qua- 
le mosse  guerra  ai  Varani,  ed  en- 
trò in  Penna,  senza  potersi    impa- 
dronire  della  fortezza  ben  custodita 
dalle  genti  di  Gentile  Varani.  Que- 
sti portatosi  con  un  esercito  a  Pen- 
na, forse  verso   la  contrada  di    A- 
gello,  in  battaglia  vinse    Andrea  e 
col  conte  di    Carrara    lo  lece    pri- 
gioniero, riprendendo  la    terra   nel 
settembre   1 393. 


MAC 
Dopo  che  i  Varani  s*  impadro- 
nirono di  Penna,  narra  il  Lilj  che 
Bonifacio  IX  nel  i3g8  o  1399  ^a 
concesse  a  Ridolfo  Varani  in  vi- 
cariato ,  coli'  obbligo  di  dare  una 
inula  per  ogni  festa  di  s.  Pietro, 
colle  quali  condizioni  nel  1406  lo 
confermò  Innocenzo  VII;  temen- 
do poi  i  Varani  in  tempo  dello 
scisma,  de'  Malatesti  che  guerreg- 
giavano nella  Marca,  nel  i4i5  e 
i4»6  ne  riportarono  diplomi  di 
conferma  del  vicariato,  dal  concilio 
di  Costanza ,  così  alle  altre  loro 
possidenze.  Sottrattasi  Penna  dai 
Varani,  qualche  anno  dopo,  e  nel 
i434a' 1 4  maggio  capitolò  con  Ales- 
sandro Sforza  a  nome  di  Francesco 
suo  fratello  vicario  della  Marca  di 
Eugenio  IV.  La  rocca  o  cassero 
tornò  in  potere  della  comunità  per 
custodirlo  ;  poi  fu  demolita  dai  pen- 
nesi quando  si  sottrassero  dalla  si- 
gnoria degli  Sforza.  Continuò  Penna 
ad  eleggersi  il  podestà;  ma  quan- 
to al  vicario  che  spedivano  i  Va- 
rani ,  ottenne  dal  nuovo  signore 
che  lo  scegliesse  da  tre  soggetti  da 
lei  presentati.  Pare  che  lo  Sforza 
cessasse  dal  dominio  nel  i^5.  Nel 
seguente  anno  Eugenio  IV  per  com- 
pensare i  pennesi  dei  danni  sofferti 
nelle  guerre,  rilasciò  loro  la  metà 
«Ielle  imposizioni  annue  a  favore 
della  camera  apostolica.  Avendo  i 
fermani  fatta  una  scorreria,  nel 
i473  li  rimproverò  Sisto  IV.  Molti 
uomini  illusili  produsse  Penna,  ma 


MAC 


3i9 


ci  limiteremo  nominare  i  seguenti. 
B.  Giovanni  francescano,  sepolto  nel 
suo  convento  di  Penna;  fr.  Serva» 
dio  francescano  inquisitore  generale 
della  Marca  nel  i324;  fr.  Sante 
Boncori  dotto  teologo  francescano, 
e  fr.  Trebazio  Marcotti  dell'  istesso 
ordine.  La  nobile  famiglia  Costan- 
tini originaria  di  Becanati  e  poi 
trasferita  a  Fermo,  fiori  per  ma- 
gistrati, fra'quali  un  Valerio,  bisa- 
volo del  vescovo  di  Nocera  Sulpi- 
zio.  La  nobilissima  famiglia  Morio- 
ni, divisa  in  tre  diversi  rami  nel 
patriziato  di  Fermo,  che  hanno 
per  stemma  un  tigre  rampante  su 
tre  monti,  che  tiene  una  penna  con 
una  branca,  fiorì  per  molti  celebri 
personaggi  per  dottrina,  magistra- 
ture, ambascerie  e  dignità  militari, 
primeggiando  Luca  ,  Pellegrino  , 
Francesco  canonico  e  prolonotario 
apostolico,  Marchetto  seniore,  Fe- 
derico e  Giovanni.  Altri  uomini 
illustri  di  Penna  furono  i  seguen- 
ti :  Domenico  Antonio  Burocchi  fi- 
lippino, Giacomo  Scipioni,  Galeot- 
to Vecchi,  per  non  dire  di  altri. 
Finalmente  il  Colucci  a  p.  182  ri- 
porta il  catalogo  di  alcuni  pievani 
di  Penna,  ed  a  p.  1 83  de' più  anti- 
chi podestà,  vicari  ed  altri  uffiziali. 
Nel  successivo  volume  daremo 
le  notizie  della  città  di  Macerata 
e  sua  sede  vescovile,  avendo  fino- 
ra parlato  della  provincia  e  dele- 
gazione apostolica  del  suo  nome. 


FINE    DEL    VOLUME    QUADRI GESIMO, 


Z8609 


BX  841  .M67  1840 

SMCR 

fioroni  ,  Gaetano, 

1802-1883. 

Dizionario  di  erud 

izione 

stor ico-ecc lesias 

t  ica 

AFK-9455  (awsk)